giovedì 22 dicembre 2022

Delitto Matteotti: il discorso commemorativo di Filippo Turati-Sabato 28 giugno 1924

Filippo Turati - Wikipedia



«Vorrei che a questa riunione non si desse il nome logoro, consunto, specialmente qui dentro, di commemorazione. Noi non commemoriamo. Noi siamo qui convenuti ad un rito religioso, che è il rito stesso della patria.

Il fratello, quegli che io non ho bisogno di nominare perché il suo nome è evocato in questo stesso momento da tutti gli uomini di cuore al di qua e al di là delle Alpi e dei mari, non è morto, non è un vinto, non è neppure un assassinato. Egli è un accusatore, egli è un giudicatore, egli è un vindice!

Non il nostro vindice, colleghi! Sarebbe troppo misera e futile cosa. Egli è qui il vindice della terra natia, il vindice della nazione, che fu depressa e soppressa; il vindice di tutte le cose grandi, che egli amò, che noi amammo, per le quali vivemmo, per le quali oggi, più che mai, abbiamo, anche se stanchi e sopraffatti dal disgusto, il dovere di vivere e anche, soprattutto, il dovere di morire quando l’ora lo comanda! Morire per rivivere; morire perché tutto un popolo morto viva; morire perché il sangue purifichi le zolle sacre della Patria.

E’ questo vivo, che siede alla mia destra, ritto nella sua figura, giovane, ardente, di cui vedete il sorriso — perché non è una allucinazione, perché lo vedete, perché non v’inganno, questo vivo, questo superstite ormai immortale, invulnerabile, fatto tale dai nemici nostri e dai nemici d’Italia, con l’odierno rito è sfigurato: è uno ed è universale; è un individuo ed è una gente!

Invano gli avranno tagliuzzate le membra; invano, come si narra, lo avranno assoggettato allo scempio più atroce; invano il suo viso dolce e severo sarà stato sfigurato: le sue membra si sono ricomposte, il miracolo di Galilea si è rinnovato!

A che le vane ricerche, o farisei di ogni stirpe! A che gl’idrovolanti sul lago! A che il perlustrare la macchia, il frugare nei forni?

L’avello ci ha reso la salma, il morto si leva e parla e ridice le parole sante, strozzategli nella gola, che furono da uno dei sicari tramandate alle genti; che sono sue, quando anche non le avesse pronunziate; che son vere, se anche non fossero realtà, perché sono l’anima sua; parole che s’incideranno nel bronzo, sulla targa che mureremo qui, o sul monumento che erigeremo sulla piazza, a monito del futuro

Uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai. La mia idea non muore. I miei bambini si glorieranno del loro padre. I lavoratori benediranno il mio cadavere. Viva il Socialismo!

E’ qui trasfigurato, o colleghi; e di ciò il mio egoismo si duole; il mio piccolo egoismo d’individuo, di fratello maggiore, di anziano, di pare, che egli non è più soltanto il mio fratello prediletto, è l’uomo di parte, l’assertore nobile ed alto di un’idea nobilissima, quegli che fu per noi socialisti tutto in una volta: il filosofo, il finanziere, l’oratore, l’organizzatore, il commesso viaggiatore, l’animatore di tutti; il pensiero insomma e l’azione congiunte; anche l’azione più umile che altri sdegnava; l’unico, l’irraggiungibile; colui che, come già Leonida Bissolati per il Cremonese, travolto dalla sublime follia dell’amore dei suoi contadini, del suo proletariato polesano, per esso aveva rinunziato indifferente agli agi ed alla tranquillità della vita, alla seduzione degli studi cari, in cui più eccelleva e di sé e della sua giovinezza poteva dire col poeta della Versilia:

E tutto ciò che facile attor prometton gli anni

io ‘l diedi per un impeto lagrimoso di affanni

ver un amplesso aereo, in faccia all’avvenir.

E per questa sua passione divorante, gelosa, era esule in patria; il bandito dalla sua terra, il maledetto dai parassiti della sua terra; il profugo eterno, sempre presente soltanto dove l’ora del periglio suona la diana.Quest’uomo, questa figura così superba è viva sullo sfondo verde e bigio di questo singolare paesaggio politico. Non sparisce, no, non scolora; ma si riaffaccia oggi in troppo più alta cornice. Quello che è ora cosa nostra è divenuta anche cosa vostra: l’uomo di tutti, l’uomo della storia. E’ ingrandito così, che quasi è tolto a noi come alla famiglia dolorante, perché è divenuto il simbolo; il simbolo di un oltraggio che riassume ed eterna cento e cento mila altri oltraggi, tutti gli oltraggi fatti ad un popolo; la figura che compendia tutti gli altri trucidati, percossi per lo stesso fine, da Di Vagno a Piccinini, agli infiniti altri oscuri; il simbolo di una stirpe che si riscuote; il simbolo di un passato che si redime, di un presente che si ridesta, di un avvenire che si annunzia, dell’immortale democrazia, della indefettibile giustizia sociale, che si rimettono incammino; dell’Italia che, dopo una parentesi di spaventoso medioevo, risale nella luce dell’età moderna, rientra tra le genti civili! II Simbolo e la Nemesi, la Nemesi augusta, o signori, che è della Storia!

Cerchi il magistrato le colpe e le ferocie secondarie e minori; incalzi gli esecutori codardi ed i mandanti immediati — compito anche questo altamente rispettabile e necessario — frughi e tenti di sventare la congiura degli intrighi, di snodare il groviglio dei silenzi comperati o ricattati, le mendicate omertà ed il tagliaborse che si annida nell’assassino; tutto questo è cronaca.

La Nemesi vola più alta. Essa addita il grande mandato, il mandato che irrompe da più anni di violenze volute, di violenze inanellate alla frode, di consensi cercati ed irrisi; dal sarcasmo di una pacificazione proclamata a parole ed impedita e violentata dai fatti; dall’incitamento perenne alla soppressione del pensiero libero e di chiunque lo incarni, la quale è soppressione dalla patria e della civiltàAddita il mandato che scese dall’istrionismo bifronte che adesca insieme e minaccia, che offre il ramo d’olivo ed affila nell’ombra il pugnale.

Addita il mandato che salì dalle viltà incommensurabili, dalle fughe abbiette, dagli obliqui fiancheggiamenti, dai silenzi complici, dalla corruzione demagogica esercitata su anime semplici, talvolta generose ed eroiche, persino di combattenti insigni ed oscuri, i quali, in buona fede, hanno creduto che un regime di minaccia e di prepotenze potesse essere ricostruttore, che dalla più immonda curie potesse germogliare la rigenerazione del paese che errori e colpe fugaci di una massa illusa — o non cerchiamo illusa da chi, e non domandiamoci se veramente esistono le colpe di un popolo — dovessero espiarsi, non col richiamo severo alla ragione, ma con la catena dei delitti, con la tregenda delle sopraffazioni esercitate su quel popolo, col dileggio di ogni umana dignità, con la tragedia del terrore accoppiata alla coreografia di vetusti trionfi mai redivivi. Lo credettero in buona fede. Alcuni, sempre più radi, lo credono ancora. Ma per poco, ormai.

L’oscena tregenda è sufficiente. Giacomo Matteotti l’ha dispersa per sempre. L’edificio dell’iniquità, dell’ipocrisia, crolla da ogni parte.

Ah si! I masnadieri avevano ben scelto, avevano mirato giusto, sopprimendo il nostro migliore; mirando al suo cuore sapevano di mirare al nostro cuore; ma ignoravano la sanzione inesorabile che fu sempre nelle vicende del mondo; ignoravano — fu confessato — che il delitto era soprattutto un errore; che la vittima sarebbe stata lì giustiziere; che la coscienza di un popolo, che ha millenni di storia e di gloria, si assopisce, si comprime, ma non si spegne; che i morti non pesano soltanto, ma sopravvivono.Giacomo Matteotti vince morendo e ci accompagna e ci guida. Se commemorazione è questa, se questa è lugubre rito, non è epicedio sul suo tumulo ignorato, non è la riconsacrazione di una salma che non può riapparire, che più è esente quanto più è assente e celata. Altro è oggi il funerale; altri sono i morti.

L’edificio delle iniquità e dell’ipocrisia crolla da ogni parte. Neppure la speculazione ultima e più scaltra ed audace, quella sulla nostra «speculazione», ha alito ed ali per reggersi. Lo sguardo vitreo della vittima illumina un panorama infame, che i più non sospettavano ancora. Ove la sua ombra si leva, ivi si stende attorno la solennità del deserto.Noi parliamo da quest’aula parlamentare mentre non vi è più un Parlamento. I soli eletti stanno sull’Aventino delle nostre coscienze; donde nessun adescamento li rimuoverà sinché il sole della libertà non albeggi, l’imperio della legge sia restituito, e cessi la rappresentanza del popolo di essere la beffa atroce a cui l’hanno ridotta.

Le futili contese tacciono tra essi, ed una grande unità si costituisce tra essi tutti e tra essi e l’anima della nazione. Quella che fu la maggioranza è ridotta ad un reparto della milizia cui è intimato di obbedire in silenzio, poiché ogni parola la disgregherebbe. I due tronconi non si saldano ed i politici già si domandano se vi sia più governo, se vi possa essere più un governo; se vi è per l’Italia, se vi è per il resto del mondo. Ma un paese moderno non vive senza di queste cose che vennero meno: un Parlamento rispettato libero, un Governo legale non sospettato.

Signori! Dall’eccidio di Giacomo Matteotti la nuova storia d’Italia ricomincia.

A noi solo un compito: esserne degni.

Eppure, neppure questo ci consola. Perché se un eccidio ed il più brutale degli eccidi era necessario, una cosa non era necessaria: che colpisse Lui. E se panni — come ho detto — che egli fosse il più designato, perché era il più forte, il più degno, dice l’effetto che non sempre profetessa la malizia dei masnadieri.

Lui giovane, lui forte, lui armato di tutte le armi civili, lui temerario nel coraggio, lui che si fece volontario della morte; questo fanciullo dagli ocelli pieni dì bontà, che tutti rimbrottava ed a tutti indulgeva, perché tutto sapeva comprendere e sapeva l’inanità delle prediche contro l’umana fralezza; lui, figlio di una madre antica che geme; lui, sposo di una sposa giovane che paventa di smarrire il senno; lui, padre di tre teneri virgulti inconsci, che un giorno metteranno le spine, verso i quali egli aveva la tenerezza di madre, come nell’intimità della casa felice pareva un figlio alla sposa.

No, inferocire su questo idillio non era necessario! Altrove poteva la sorte cieca e maligna allacciare il suo strumento di pace e di giustizia; e questa vecchia carcassa di chi oggi vi parla che la vita ho tutta ormai spesa e che il proprio inverno avrebbe dato con gioia per il salvamento della primavera superba del nostro eroe è oggi dilaniata dal rammarico, direi dal rimorso, di non averlo vigilato abbastanza, di non essersi imposto col peso dell’anzianità — a cui forse egli avrebbe obbedito — alle sue gagliarde imprudenze.

Permettetemi, o colleghi, che io cessi queste parole così impari e che il singhiozzo minaccia di rompere; che io dimentichi dove siamo e donde parliamo, e che io m’inginocchi idealmente accanto alla salma del figliuolo prediletto, gli accarezzi la fronte, gli chieda perdono della mia, della nostra indegnità, gli dica tutta la gratitudine nostra, la gratitudine di tutto un popolo, e gli giuri in nome di voi tutti che la Sua ombra sarà presto placata!».

https://alessandrodiadamo.wordpress.com/2022/12/21/delitto-matteotti-il-discorso-commemorativo-di-filippo-turati-nei-commenti-della-stampa-dellepoca/

Giacomo Matteotti - Wikipedia

giovedì 1 dicembre 2022

Ballarò suona le campane per Catia, la ragazza del quartiere ora è laureata



Il fascino di Ballarò, il più antico mercato di Palermo - Siciliafan

mercato di Ballarò a Palermo 



Ballarò suona le campane per Catia, la ragazza del quartiere ora è laureata

La sua laurea in Scienze dell’Educazione con 110 e lode l’ha voluta festeggiare con tutto il quartiere. Catia Castelli, 22 anni, nata all'Albergheria - Ballarò, rione popolare di Palermo, ieri pomeriggio ha urlato il suo riscatto con il rintocco simbolico delle campane della chiesa di San Francesco Saverio. Ottava dei laureati all’Università di Palermo tra gli ex studenti del Gruppo di sostegno scolastico ragazzi e ragazze dell’Albergheria, sin dal diploma ha studiato grazie al servizio volontario di tutorato e doposcuola promosso dalla rettoria di San Francesco Saverio per le famiglie disagiate dell'Albergheria e sostenuto da Rotary Club, Università, Ersu e associazione Parco del Sole. "Ballarò non è solo povertà e criminalità. Questo quartiere ha bisogno di rinascere. E per farlo ha bisogno di noi giovani", dice Castelli. Il suo sogno ora è quello di diventare educatrice per i bambini della città



giovedì 3 novembre 2022

Dalla pagina FB dei Comitati Dossetti per la Costituzione-anno 2018 quando l’innocente grida la sua innocenza e invoca la verità,




Mercoledì 9 maggio, alle ore 19, ci sarà nella chiesa romana di san Gregorio al Celio una Messa nel quarantesimo anniversario della morte cruenta di Aldo Moro, “questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”, come lo definì la Chiesa nell’omelia funebre del papa di allora.

Questa è una notizia utile a chi potrà partecipare alla celebrazione. Ma è notizia anche che si faccia memoria di Moro in un evento ecclesiale e non in un contesto politico, o mediatico, o investigativo, come accade per lo più oggi quando “il caso Moro” viene rievocato come se si fosse trattato solo di una vicenda politica da storici o da iniziati, o di una trama di 007 e di Servizi Segreti buona per giallisti o dietrologi. L’evento ecclesiale, che si compie nel sacrificio della Messa, dice che in quella apicale vicenda della storia italiana del Novecento fu in gioco qualcosa di più grande e durevole, in cui tutta la società fu implicata, e anche eminenti uomini di Chiesa, come è facile ricordare solo che si pensi alla supplica di Paolo VI agli uomini delle Brigate Rosse o all’offerta di consegnarsi al posto di Moro, come vittime sostitutive, di vescovi come Luigi Bettazzi, Clemente Riva e Alberto Ablondi, o alla liturgia alternativa celebrata dopo la morte con la famiglia Moro da preti come Italo Mancini e Padre David Maria Turoldo.

Ciò che fu in gioco in quei 55 giorni sul piano politico fu che l’Italia potesse avere un suo ruolo specifico per imprimere una svolta positiva alla storia d’Europa e del mondo che stava per uscire dalla guerra fredda verso l’alternativa tra l’avvio di un mondo pacifico e nuovo o la ricaduta nella violenza predatrice del vecchio (ciò che poi in effetti avvenne).  Cessò di battere con la liquidazione di Moro il cuore vivo della democrazia italiana, cessò l’ipotesi di una politica capace di grandi disegni e meritevole di grandi dedizioni. È avvilente oggi guardare all’arco di questi quarant’anni, a partire dalle lettere di Moro piene di pensiero e severe giudici del potere, scritte dal buio di una segregazione ma cariche di un progetto di futuro, per giungere fino alle vanterie  di un suo lontano successore prive di pensiero e avide di potere, proferite alle luci di un varietà televisivo e distruttrici di ogni progetto utile a rendere possibile un futuro.

Ma al di là della tragedia politica, ciò che fu in gioco nella vicenda Moro fu la riproposizione della falsa ideologia del sacrificio, veleno e farmaco, su cui fin dall’antico furono fondate culture, istituzioni, ragion di Stato e guerre e che sembrava, con la Pasqua cristiana e con il ripudio costituzionale della violenza e della guerra, licenziata per sempre. Tanto meno essa doveva essere riprodotta in un Paese cattolico governato da un partito cristiano. Invece fu subito abbracciata (senza nemmeno deliberazione del Consiglio dei ministri!) l’idea, detta “fermezza”, che la vita di Moro valesse la salvezza della Repubblica: meglio che tredici brigatisti restassero in carcere (tale era il prezzo dello scambio) piuttosto che fosse fatta salva la vita e la prospettiva politica di Moro; meglio che “un uomo solo muoia per tutto il popolo”, come aveva detto Caifa e come fu di nuovo convenuto allora. Perciò scrisse Moro in una delle sue lettere, cancellate dal potere come “non sue”: “muoio, se così desidera il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli”. E lo stesso Cossiga, ministro dell’Interno del tempo, ammise vent’anni dopo, declinando “per coerenza” l’invito a partecipare in Parlamento a una commemorazione dello statista ucciso, che la decisione politica presa dal governo inevitabilmente avrebbe portato all’uccisione di Aldo Moro, ciò di cui  egli era stato “drammaticamente consapevole”.

La pretesa salvifica del sacrificio sta nel concentrare su una vittima, personale o collettiva,  isolata dall’insieme sociale, tutta la violenza, in modo che la sua soppressione venga identificata da tutti col venir meno del male sociale di cui essa è considerata colpevole o causa, così che la violenza sia placata e la società ritrovi sicurezza. Ma perché il meccanismo sacrificale  funzioni occorre che non sia svelato, che non se ne denunci l’arbitrarietà, che la vittima sia in qualche modo consenziente ammettendo la sua colpa. Ma quando l’innocente grida la sua innocenza e invoca la verità, il meccanismo si rompe. La posta in gioco in quei 55 giorni, largamente complice la stampa, fu il formarsi di questa unanimità di consenso, che trovò il suo ostacolo maggiore proprio nella resistenza della vittima che lottò, non per sé ma per tutti, rivendicando la sua innocenza e mostrando con altissima dottrina una via politica di uscita non violenta dalla crisi. Così egli ruppe il congegno vittimario e ne impedì l’esaltazione mistificatrice. Il sacrificio infatti non salva nessuno e finisce per perdere gli stessi sacrificatori, come è dimostrato dagli esiti di tutte le guerre e degli altri olocausti.

Non a caso dei partiti che furono gli autori delle fermissime scelte di allora non ne è rimasto neppur uno. Se invece è rimasta una memoria che è promessa di vita, è proprio la strenua lezione di Moro, politica e pubblica, che nega il valore salvifico della violenza e rivendica l’inesauribile possibilità della politica e del diritto.



lunedì 31 ottobre 2022

Sara Cassandra: .la mia capacità di amare l’Altro senza chiedergli nulla in cambio


Che cosa significa fare un doposcuola di volontariato? Significa misurarmi con la mia capacità di amare l’Altro senza chiedergli nulla in cambio. Significa allearmi con la versione ideale di me e rompere i patti con la versione caricaturale di me, l’Io, così ridicolmente concentrato sul riconoscimento del suo valore. Spostarmi sul valore che mi orbita intorno, anziché restare impigliata nel mio. Ecco, l’altro giorno ho aiutato una bambina ucraina a fare i compiti. Di lei ricordo l’immobilità del volto, mi sembrava scolpito in una ostruzione dell’ambiente. Mi hanno detto che è fuggita dalla guerra, tregua, due ore per fare i bagagli, tre settimane in questa città, quaranta parole comunicate, migliaia di parole incomunicabili, tregua. Ho pensato che quella bambina deve aver corso così tanto, e così tanto, che la sua radicale immobilità del volto è il riposo di chi ha conosciuto la fretta radicale. Ho pensato che quella immobilità fosse il contraltare della frenesia di scappare dalla morte. “Non è ferma” mi dissi “sta solo riequilibrando le cose”. Quanto ha dovuto correre, la bambina che adesso si riposa nell’immobilità? (riposati pure, l’affanno retrocede e si fa sospiro di sollievo)




sabato 15 ottobre 2022

Claudio Tabacco. Sabato 15/10/202-la Storia Sacra come Storia dei Processi di Liberazione posti in essere dal basso

goel

Julius Schnorr von CarolsfeldRuth in Boaz's Field, 1828. The Book of Ruth tells the story of Ruth and her mother-in-law Naomi. After her husband's death they both move to Naomi's native land, where she is redeemed from poverty and widowhood through Ruth by her goel, Boaz.

Julius Schnorr von Carolsfeld: Ruth nel campo di Boaz, 1828. Il Libro di Ruth racconta la storia di Ruth e di sua suocera Naomi. Dopo la morte del marito, entrambe si trasferiscono nella terra natale di Naomi, dove quest'ultima viene riscattata dalla povertà e dalla vedovanza grazie a Ruth dal suo goel, Boaz.

«Io vi dico: chiunque mi riconoscerà davanti agli uomini, anche il Figlio dell’uomo lo riconoscerà davanti agli angeli di Dio; ma chi mi rinnegherà davanti agli uomini, sarà rinnegato davanti agli angeli di Dio."
Riconoscere, conoscere di nuovo dopo il trauma della sua uccisione ignominiosa sulla croce, Ri-Conoscere lo Spezzato negli Spezzati. Restituire agli Spezzati il Privilegio Ermeneutico, dunque la Lettura della Storia Sacra come Storia dei Processi di Liberazione posti in essere dal basso, dai Negati, Ri-Conoscere nel Corpo Negato della Donna il Corpo Rifiutato ed Appeso all'Albero Sterile del Figlio dell'Uomo. Riconoscere è attraverso la Memoria delle Lotte, delle Sconfitte, vedere il Go'El*, il Vendicatore dei Sangui Versati, che sorge dalle profondità del Mediterraneo, dai barconi, dalla fotta balcanica, dalle foreste della disperazione dei Balcani per pronunciare la Sentenza di "Sterminio" dei Primogeniti come nell'ultima Makhoth. Egli pronuncia le nostre parole di negazione, di oppressione, di guerra su di noi. Non è in lui, Figlio dell'Uomo, la Parola di Morte ma è nel nostro dire e tale dire ci precipita sul capo come le stelle del cielo in Apocalisse.
Il Risorto non è un corpo tornato in vita ma un Universo Umano che diviene Di@ per ogni spezzat@,per ogni negat@, per ogni opprress@.
Amen.
***


*Il goel (ebraico: גואל, lett. "redentore"), nella Bibbia ebraica e nella tradizione rabbinica, è una persona che, in quanto parente più prossimo di qualcuno, è incaricata di ripristinare i diritti di quella persona e di vendicare i torti subiti. Un dovere del goel era quello di riscattare (riacquistare) un parente che era stato venduto come schiavo. Un altro era quello di vendicare la morte di un parente che era stato ingiustamente ucciso; chi compiva questa vendetta era conosciuto come goel hadam, comunemente tradotto in inglese come "vendicatore di sangue" Il termine goel è usato anche in riferimento ad altre forme di redenzione. Nel Libro di Isaia, Dio è chiamato il redentore di Israele, mentre riscatta il suo popolo dalla cattività; il contesto mostra che la redenzione comporta anche il passaggio a qualcosa di più grande. Nel cristianesimo, il titolo di goel è applicato a Cristo, che riscatta l'umanità da ogni male offrendo se stesso come agnello pasquale.


martedì 11 ottobre 2022

ci siamo appropriati della sua Cena. di Claudio Tabacco




Voi farisei pulite l’esterno del bicchiere e del piatto, ma il vostro interno è pieno di avidità e di cattiveria. Stolti! Colui che ha fatto l’esterno non ha forse fatto anche l’interno? Date piuttosto in elemosina quello che c’è dentro, ed ecco, per voi tutto sarà puro.


Gesù è invitato a pranzo da un fariseo, ma il Maestro non compie le abluzioni rituali. Gesù pone in essere un comportamento provocatorio, quello che potremmo definire un "agire profetico". Dietro la provocazione vi è l'insegnamento e la lettura profonda della società in cui il fariseo è concretamente immerso e che riproduce nei suoi comportamenti quotidiani.
I farisei furono gli antenati dell'attuale rabbinato, ovvero coloro che con un grande sacrificio collettivo ed un ancor maggiore impegno permisero all'ebraismo di sopravvivere e di superare il trauma della distruzione del Tempio di Gerusalemme da parte dei romani. Quando nelle nostre predicazioni ci scagliamo contro i farisei manifestiamo l'antisemitismo teologico e nascondiamo il fatto che nelle nostre Chiese ci comportiamo assai peggio di coloro che condanniamo. Un "religioso", uno di noi, piuttosto in vista invita Gesù a pranzo e lo "rimprovera" perché non rispetta i rituali religiosi previsti prima di mangiare. E Gesù risponde: tu ti preoccupi del formalismo e non della tua relazione profonda con Di@. Mentre noi pranziamo i poveri, gli ultimi, gli esclusi, quelli che tu chiami peccatori, sono alla finestra e guardano e ci osservano mentre mangiamo ciò che a loro appartiene. Gesù viene da noi invitato alla Cena - Memoriale… dovrebbe essere il contrario: Gesù invita noi alla sua Cena, ma abbiamo talmente stravolto nella Liturgia la Realtà e ci siamo talmente appropriati della sua Cena che noi siamo coloro che invitano e lui è l'invitato. Indossiamo gli abiti della Festa, le donne vantano le pellicce, simbolo dello stato di schiavitù crudele a cui abbiamo ridotto la natura, i bambini sono "firmati" da capo a piedi perché sono la vetrina dello status familiare, i preti indossano i paramenti Sacri, i ministranti intossicano l'intera assemblea con nuvole di incenso. Tutto parla di una società di persone integrate nel sistema socio-religioso, di benpensanti in campo politico, di quella "maggioranza silenziosa" ovvero i kapò, felici di esserlo, della sanguinaria Tecnopoli Globale, e di una disciplinata casta sacerdotale che si preoccupa di omologare ed alienare. Tutto è ordinato, pulito, sanificato, ma gli sguardi, gli atteggiamenti del corpo, le parole stesse della liturgia ci parlano di avidità, cupidigia di potere, malevolenza che esclude. Ci si preoccupa dell'esterno del piatto o della tomba ma l'interno è marciume e puzza. Ed i "peccatori" fuori. Ed allora Gesù, l'invitato alla cena che dovrebbe a lui appartenere si alza e se ne va. Se ne va con i peccatori, gli esclusi, gli spezzati e noi neppure ce ne accorgiamo e imperterriti continuiamo con i Kirye eleison e con le schitarrate che danno un inutile e volgare segno di modernità alla tomba sacrale in cui solitari ci siamo rinchiusi.
Maranatha.





venerdì 7 ottobre 2022

Ci sarebbe davvero bisogno di un "credo laico" in Italia, di un rinnovato "I care" - quello di don Milani ad esempio...




Ci sarebbe davvero bisogno di un "credo laico" in Italia, di un rinnovato "I care" - quello di don Milani, ad esempio – capace di spingere la fede personale, la passione delle motivazioni "alte", verso l'azione e la prassi della partecipazione alla vita degli altri, all'impegno sociale.


Che conta, infatti, la fede, la fede in Dio ad esempio, se è chiusa in un "intimo" egoistico che non riconosce il Tu-Tutti (la compresenza e la produzione "comune" dei valori), che nega la ricchezza di un volto divino che si riverbera - ed esiste - nel volto di chiunque, del singolo e delle moltitudini?


Che conta la fede se non è fede nel volto dei tanti crocifissi del mondo cui Cristo (Raimon Panikkar ci ha insegnato che esiste un "cristo sconosciuto" in tante tradizioni religiose) è fratello nella sofferenza? In tale ottica, allo stesso tempo, quindi, mistica e davvero concreta, il "credere" si scioglie nella politica, diviene servizio e paradigma includente di una democrazia, neutra perché laica, ma non neutrale, non indifferente.


È il senso, in breve, della nostra democrazia nata dalla Costituzione repubblicana, il senso di un prendere parte per un preciso corso storico, interpretato non come destino necessario, ma come compito esistenziale.


Aldo Moro, padre costituente, fu sul punto estremamente chiaro: contro l'indifferentismo etico (un falso laicismo succube di un certo nichilismo conservatore) si oppose alla declinazione della Costituzione come "a-fascista". Moro chiarificò, invece, il senso della "Costituzione Antifascista" fondata sul lavoro, sulla persona libera, sull'eguaglianza sostanziale: il fascismo è il "vuoto politico" dell'autoritarismo e degli interessi privati inenarrabili, è la finzione del totalitarismo che nasconde l'anarchismo violento dell'appetito dei forti, del patto leonino che strozza i lavoratori .


Per questo la Costituzione antifascista rappresenta l'Ideologia necessaria della Nazione, l'aggancio documentale, la legge suprema che si riannoda - generazione dopo generazione - alla fonte del "potere costituente", alla Liberazione, al cedimento di sovranità a favore di Organismi internazionali che assicurino - per tutti - pace e giustizia.


Questo "credo" dunque, questo approccio che non cerca idoli o altari, ma esempio e lotta quotidiana, merita il valore politico di un progresso da costruire senza garanzie "trascendenti" ma con la forza trascendentale di valori, sogni, obiettivi incardinati nella Storia, nelle battaglie passate, nel fuoco dell'esempio di madri e padri vittime di un sacrificio proficuo e produttivo.


Il "credo" costituzionale, quindi, può essere tradotto come Libertà e Giustizia - insieme - nel Diritto, per Tutti. Una "giustizia", quindi, che non mortifica l'indagato, l'imputato, il condannato, che non dimentica gli ultimi degli ultimi come i "carcerati", per i quali lo stesso Moro si augurava non un diritto penale migliore, ma "qualcosa di meglio del diritto penale".


sta in 

https://www.stradeonline.it/istituzioni-ed-economia/4660-il-credo-di-salvini-senza-fede-ne-carita?fbclid=IwAR1upzs5pfwcpTwq33vg5jMO9h8bpu63H8zl8CkD6UNV-mczb-vl22NgZBQ


Autore. ENZO MUSOLINO.Nato a Reggio Calabria nel 1975, si laurea in giurisprudenza e diventa avvocato. A Venezia assume l’incarico di ispettore del lavoro. Cultore del pensiero teologico e politico occidentale, nel 2008 pubblica per la casa editrice Il Prato di Padova il testo “Potere e paranoia. Il concetto di potere nell’analisi di Elias Canetti”. Nell’aprile 2013 acquisisce il titolo di dottore di ricerca in ‘metodologie della filosofia’ presso l’Università di Messina e pubblica per la casa editrice Disoblio di Bagnara il saggio “Eccezione e Trascendenza. La teologia politica di Carl Schmitt".


https://www.stradeonline.it/component/contact/contact/208

sabato 10 settembre 2022

Sara Cassandra. Emozioni e Parole




Hai imparato a usare le parole giuste per disvelare i tuoi sentimenti. E hai imparato a usare le parole giuste per dissimulare i tuoi sentimenti. Insomma, che sia per tradurre le tue emozioni o che sia per tradurre il nascondimento delle tue emozioni, tu adesso sai trovare le parole giuste


https://www.facebook.com/sara.cassandra.3/posts/pfbid02UrfbUpaEPKfmUezZFVPi8JpM97aFmyo1H9uHgYW21hnMMZdepT1VUi2hNgtcwMtWl

mercoledì 31 agosto 2022

Pensieri laici che forgiano la coscienza e il carattere: il Crocifisso, i giudici e Piero Calamandrei.








Antonino Salsone-Pensieri laici che forgiano la coscienza e il carattere: il Crocifisso, i giudici e Piero Calamandrei. 


Lectio magistralis di uno dei più grandi giuristi della storia dell’Italia sabauda e repubblicana sul ruolo del giudicante e sulla coscienza che lo deve sempre caratterizzare. 

Ad docendum.

https://www.facebook.com/toninosalsone/posts/pfbid0WUajWHEGJM4GuboMnNJnWvVJ6wVRsSBxqQcnSi9GaZDKq5VjNUchoLAa7EZimgGel

«Non disdice all’austerità delle aule giudiziarie il Crocifisso: soltanto non vorrei che fosse collocato, come è, dietro le spalle dei giudici. In questo modo può vederlo soltanto il giudicabile, il quale, guardando in faccia i giudici, vorrebbe aver fede nella loro giustizia; ma poi, scorgendo dietro a loro, sulla parete di fondo, il simbolo doloroso dell’errore giudiziario, è portato a credere che esso lo ammonisca a lasciare ogni speranza: simbolo non di fede ma di disperazione. Quasi si direbbe che sia stato lascia­to lì, dietro le spalle dei giudici, apposta per impedire che lo vedano: e invece si vorrebbe che fosse collocato proprio in fac­cia a loro, ben visibile nella parete di fronte, perché lo conside­rassero con umiltà mentre giudicano, e non dimenticassero mai che incombe su di loro il terribile pericolo di condannare un innocente».

🖋 Piero Calamandrei. 


sabato 27 agosto 2022

Alessandro Bergonzoni. gridare la tenerezza e la compassione


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Odiatori, nella vita come nella Rete. L’ondata di cattivismo che sta infestando il dibattito pubblico rischia di sovvertire millenni di etica, con i samaritani del 2000 disprezzati, accusati di salvare vite e occuparsi dei fragili, come fosse una colpa anziché ciò che ci fa uomini. Rigurgiti odierni di “aporofobia” (disgusto verso i poveri), fenomeno mai visto prima... 

Ho finito le guance. Ho già porto anche l’altra, non ne ho più; ormai è uno stato di isteria, una malattia effettiva e affettiva. Rabbia e paura ci hanno drogato, ci hanno alterato quasi chimicamente, fino alla patologia. L’odio nasce da un cortocircuito, avvenuto per poter scaricare una rabbia che è stata preparata accuratamente.

Credevamo di avere gli anticorpi contro tutto questo, che gli errori del passato ci avessero resi irrimediabilmente migliori. Invece assistiamo al trionfo della ci/viltà, l’anonimato è la forza con cui si esprime oggi chi odia: ti insulto tanto io non so chi sei e tu non sai chi sono io. È la ci/viltà dei social, dei media, la viltà da dietro un vetro. Come ha scritto Zamagni su Avvenire, il potere ha paura dei solidali, colpevoli di trovare soluzioni che toglierebbero il dominio alla nuova economia. Allora avalla questo delirio di impotenza, questa fame di diffamare... Mi dai l’inimicizia su Facebook?

Così ci si assuefà a tutto e può anche accadere, a Manduria per esempio, che un anziano debole sia seviziato per mesi da baby bulli, fino alla morte, nel silenzio osceno di tutti. L’anonimo è vile perché è forte della debolezza altrui, macchia la tela bianca e sa che la tela non potrà rispondere. La povertà è invisibilità, se la si vede la nascondiamo, inchiodiamo i ferri sulle panchine per non far sedere i mendicanti, per non farli ri/posare. I Comuni dicono ci pensi lo Stato, ma lo Stato è confusionale e allora chi ci pensa è il terzo settore, il volontariato, quello odiato, che però è all’elemosina, perché il potere non si può permettere un’economia sociale... E allora tocca per esempio all’Elemosiniere ridare non solo quella luce (una vera Illuminazione) che non nasconde più nel buio il bisogno, il disagio e la vita, ridando altra energia a quelli a cui l’abbiamo tolta da troppo tempo e che dobbiamo difendere con ogni costo a tutti i costi per non continuare a vergognarci.

Chi esprime tenerezza diventa quasi un nemico, mai nel passato la Croce Rossa o Medici senza Frontiere o la Caritas erano stati insultati in quanto umanitari... Ci vuole un cambio di frequenza che muova da dentro, da dove parte la tua idea di vergogna: quando parlo di diritti non regge più la sola Costituzione, manca una sana costituzione interiore. I partiti hanno creato questo momento storico, hanno acceso il fuoco perché potesse bruciare, perché si calpestasse il pane purché non andasse ai rom: quando arrivi a questo è già tardi, bisogna agire nelle scuole, raccontare lì il tema della paura che nasce da una mancanza d’amore, e raccontare il mistero degli Interni, il mistero della Giustizia, il mistero della Salute, il mistero dell’Istruzione. La libertà di parola quali condizionamenti può avere? Davvero ognuno può scrivere tutto? Ognuno può offendere? C’è una sproporzione umana che chiede una condizione di sovrumanità, altro che sovranismo! E poi perché vogliono depotenziare la storia a scuola? Questo è lavorare sull’annientamento della memoria, renderci poveri, sì, ma di idee, il potere è malato, teme gli spiriti liberi della solidarietà, perché dimostrano che la povertà può diventare ricchezza. In questo momento c’è un Dna del buio.

Cosa possiamo fare, allora? Cambiare il linguaggio, gridare la tenerezza e la compassione, urlare nei teatri, sui libri, ovunque, contro questa cultura in vitro – il vetro della tivù e dei computer – che non la tocchi e non la annusi, che non ha sensi. Ma c’è una nuda verità che viene prima: essere o essere? Questo mi interessa. Attenzione, il volontariato verso i bisognosi esiste, anche a Bologna ne vedo tanto, ma oggi occorre indossare questa povertà, abitarla, sentirla con un settimo senso, ecco il cambio di frequenza che tocca a noi, non ci sta più solo la denuncia e la manifestazione. C’è un fare l’impossibile e un fare l’impassibile, io devo fare il mio volontariato quotidiano che è lo sguardo, il non avere paura d’avvicinarmi. Il mercato ci ha detto cosa dobbiamo avere per mantenere il nostro benessere e il suo benestare, senza cadere mai sotto la famosa soglia della povertà... Invece no, dobbiamo attraversarla avanti e indietro questa soglia, ognuno come può, lavorare sulla nostra santità, altra parola che fa tanta paura. Invertiamo la rotta, mettiamocela addosso questa santità, per combattere il morbo dell’aporofobia c’è bisogno di uno scatto, un moto a luogo, altrimenti poveri... noi.

Di che cosa si accusa il povero? Mai visto nella storia un accanimento come oggi. Il povero... non ti ha fatto assolutamente nulla. Semplicemente ti accanisci contro questa condizione inerme e sai che non reagirà. E siamo pure arrabbiati perché stiamo male, a differenza di chi sta male: quello che vive sotto i ponti dà fastidio a noi. Penso ai cartoni animati , quelli dei clochard, con dentro degli uomini... Bisognerebbe aprire l’era del risarcimento per togliere l’in/fame nel mondo e restituire il maltolto, invece su questa gente si consuma la fame di fama che ci vede potenti sui social, dove li disprezziamo e così siamo forti. Pensare che social con una “e” in più diventa sociale, cioè terzo settore, pietà, condivisione. Invece il social è vedo e colpisco. I nativi digitali moriranno tra atroci divertimenti, dipendenti dalla Rete non conoscono la concezione tattile, olfattiva, umana dell’altro, è questo il sacrilegio che vedo. Io auspico il cambio di frequenza dal basso all’altro, e non lo lascio solo alle religioni, tutti noi abbiamo una parte divina che non ci è permesso esercitare: siamo stati lavorati sulla stanchezza, sottomessi a spauracchi con mezzi di distrazione di massa. Liberiamo i nostri figli dalla paura! Diciamogli che la persona disagiata è chi guarda, non chi è nel disagio. Che il cibo è spazzatura, ma per molti la spazzatura è il cibo. Liberiamoci dal conflitto di disinteresse. Il cambio dev’essere esistenziale, non di partito: portiamolo nelle scuole, è lì il vero Parlamento.

Alessandro Bergonzoni

giovedì 25 agosto 2022

Claudio Ze'ev Tabacco. Perché, e lo ripeto sino alla nausea, Gesù è l'Uomo dell'Apocalisse che toglie il Peccato del Mondo, non i "peccati individuali" che separano dagli altri esseri umani e che si regolano con processi riparativa in cui vittima - sopravvissut@ e "carnefice" tornano a riconoscersi parte della medesima umanità, ma il Peccato, che definiremmo, Strutturale. Il Peccato che regge i processi economico-finanziari per cui due terzi dell'Umanità sono combustibili umani per le élite che dominano e trasformano in kapò il rimanente terzo.






Gesù disse ai suoi discepoli: "Vegliate dunque, perché non sapete in quale giorno il Signore vostro verrà.

Questo considerate: se il padrone di casa sapesse in quale ora della notte viene il ladro, veglierebbe e non si lascerebbe scassinare la casa.

Perciò anche voi state pronti, perché nell'ora che non immaginate, il Figlio dell'uomo verrà. 

Vegliate, cioè, siate pronti, l'alluvione alla notte dell'Esodo è evidente. Occorre essere vigili ai segni dei tempi, occorre essere pronti ad accogliere il Figlio dell'Uomo quando verrà per spupazzare via, come l'Angelo Sterminatore nella notte di Pasqua, le violente strutture di Potere che costituiscono il "Peccato del Mondo". Perché, e lo ripeto sino alla nausea, Gesù è l'Uomo dell'Apocalisse che toglie il Peccato del Mondo, non i "peccati individuali" che separano dagli altri esseri umani e che si regolano con processi riparativa in cui vittima - sopravvissut@ e "carnefice" tornano a riconoscersi parte della medesima umanità, ma il Peccato, che definiremmo, Strutturale. Il Peccato che regge i processi economico-finanziari per cui due terzi dell'Umanità sono combustibili umani per le élite che dominano e trasformano in kapò il rimanente terzo. Quello è il Peccato contro cui e su cui viene il Figlio dell'Uomo. Bello allora prego, e aspetto, digiuno, e aspetto, mi mortifica in mille penitenze, e aspetto. No, non è così, questo è l'adeguamento spiritualista al Peccato. Se tu fai l'elemosina e non lotti contro le strutture di morte che producono miseria, tu sei loro complice, tu ti opponi al Figlio dell'Uomo e dunque partecipi della "sorte di morte" delle Strutture Economiche e Finanziarie.

Helder Cámara, Vescovo di Recife negli anni tremendi della dittatura militare brasiliana, ebbe a dire: quando aiuto i poveri tutti dicono: che bravo vescovo. Quando chiedo il perché vi sia la povertà: tutti mi chiamano vescovo comunista. 

Se si fa caso a ciò che viene scritto sui giornali, alle parole dei politici: la povertà è una devianza sociale, i poveri, gli oppressi, i negati, gli/le Spezzat@,non esistono, sono genericamente: quelli che fanno fatica, quelli che rimangono indietro. Una siffatta narrazione è assolutoria verso il Potere, se non ci sono Oppressi non ci sono neppure Oppressori, e, peggio, getta lo stigma sociale sugli e sulle Spezzat@.

Essere poveri è una colpa che in senso darwinistico può essere letta come una tara evolutiva, quando si imbocca questa china AktionT4 non è lontana e l'eugenetica di Stato diviene prossima. 

Occorre vegliare con i fianchi cinti, il bastone in mano ed i sandali ai piedi per unirci al Figlio dell'Uomo, così che le parole di Isaia nel Canto del Vignaiolo siano vane. Se noi siamo uomini e donne che partecipano del Regno di Di@, e dunque siamo Di@ che agisce nella Storia vediamo il Figlio dell'Uomo venire sui barconi della disperata speranza, per noi accogliere è atto rivoluzionario perché denuncia e fattualmente contraddice le compatibilità politico sociali economiche. Oggi accogliere è come "pellicce e caviale" per tutt@ degli anni settanta. Noi, se apparteniamo al Regno di Di@, leggiamo nel rider senza tutele l'orfano a cui deve essere resa giustizia secondo i Profeti di Israele. Leggiamo nella lotta delle lavoratrici e dei lavoratori del sesso schiavizzat@ la lotta per la dignità e la liberazione della sessualità dalla morale religiosa e borghese. Noi vediamo nel carcere il pilastro di ogni oppressione che deve essere abbattuto. 

Leggere i segni dei tempi per essere con il Figlio dell'Uomo donatori di Vita. La Rivoluzione / Ribellione è la Vita che esplode schiantando le catene della Morte. 

Amen


sabato 23 luglio 2022

Claudio Ze'ev Tabacco Perché a loro parli in parabole? Il Midrash





Sermoni del Tempo Ordinario 

(Giovedì della XVI settimana. Oggi facciamo Memoria della peggiore sospensione dei diritti costituzionali e civili avvenuta a Genova durante il G7 del 2001. Perché il vento profetico sorto dal basso con i manganelli e gli abusi polizieschi lo puoi spezzare ma non fermare.) 


Perché a loro parli in parabole? 

Il genere letterario del Midrash, commento per parabole della Torah, è tipico del rabbinato e si collega direttamente ai Libri Sapienziali. Il Midrash è una narrazione che lascia all'ascoltatore la decisione circa l'interpretazione, che coinvolge dunque l'ascoltatore nella sua complessità esperienziale, biografica, spirituale. Gesù usa con ampiezza lo strumento midrashico o parabólico. I discepoli chiedono: perché a loro insegni attraverso le parabole? E la risposta di Gesù fa gelare il sangue: affinché si adempiano le parole del Profeta, perché guardando non vedono ed ascoltando non sentono. È il tema apocalittico della Parola come "spada a doppio taglio" che squarcia e separa, in questo caso che acceca e rende sordi. Coloro che ascoltano le parabole ma non sono parte del Regno di Di@, che quindi non si sono fatti carne sangue nervi delle Beatitudini, si perderanno nei meandri interpretativi, si consegneranno anima e corpo al Pil Pul ovvero agli estenuanti dibattiti sull'ermeneusi testuale. Coloro che invece sono parte del Regno di Di@, quindi corpo storico delle Beatitudini, vedono faccia a faccia poiché le loro Comunità sono l'accampamento di Di@ e delle Donne e degli Uomini, il luogo in cui il Danzante Mistero d'Amore e Vita prende dimora trasformando Donne e Uomini in Di@. 

Andavamo il giovedì sera e  ci sarebbero state  tre di noi del college e tre ragazze del centro di detenzione che si sarebbero incontrati per un po' di studio biblico e servizio in chiesa. Penso che sia una di quelle esperienze da cui non puoi tirarti indietro. Una volta che vedi, queste che  sono giovani ragazze   incarcerate, in verità  sono  tra i  migliori teologi che abbia mai incontrato. E stavamo solo vivendo queste profonde esperienze di comunità in questa piccola sala riunioni di  questa struttura in mezzo al nulla.

Tratto da una intervista ad Hannah Bowman teologa e fondatrice del Movimento Cristiani per l'abolizione del carcere. 

Il Regno di Di@, lo Spazio temporaneamente liberato dalle leggi della subordinazione sociale e del consumo, non può essere limitato neppure dalle spesse mura e dalle sbarre del carcere poiché partecipa dell'Energia del Tutto. Coloro che facendosi Storia delle Beatitudini entrano in quella dimensione, il Regno di Di@, sono infinit@. Mentre coloro che dimorano nello Spazio del Sacro sono Perfetti cioè Compiuti, cioè Morti, ecco che l'insegnamento Sapienziale li precipita nella cecità nella sordità e nell'afasia, frullano su sé stessi dissipandosi, i loro digiuni, le loro mortificazioni sono sterili atti di vacuità rivolti al Nulla. 

Amen


https://www.facebook.com/cldtabacco/posts/pfbid0LHQVkgjDBA2E6HERhkyRLEPSicyiqMfzP8KQf2vFrHWTnmU2U5WeyPketFoogUAdl

mercoledì 20 luglio 2022

Thinking Abolition Theologically: An Interview with Hannah Bowman


Siamo realisti, esigiamo l'impossibile... (Ernesto Che Guevara)  Introduco in questo modo la riflessione di Hannah Bowman  (Padre Giovanni Festa ) 




Hannah Bowman is the founder and director of Christians for Abolition.

il testo originale in inglese sta in



Per un tentativo di traduzione in Italiano 

Pensare teologicamente all'abolizione: un'intervista con Hannah Bowman

Ci piacerebbe sentire il tuo background. Come sei stata  coinvolta  nell'impegno per  l' abolizione del carcere?

Hannah Bowman: Sono un'adulta convertita al cristianesimo. Mi sono battezzata quando ero al college e subito dopo sono stata coinvolta in uno studio biblico attraverso la cappellania del college che ci ha portato in un centro di detenzione minorile per ragazze. Divenne una parte essenziale della mia pratica ed esperienza del cristianesimo.

Andavamo il giovedì sera e  ci sarebbero state  tre di noi del college e tre ragazze del centro di detenzione che si sarebbero incontrati per un po' di studio biblico e servizio in chiesa. Penso che sia una di quelle esperienze da cui non puoi tirarti indietro. Una volta che vedi, queste che  sono giovani ragazze   incarcerate, in verità  sono  tra i  migliori teologi che abbia mai incontrato. E stavamo solo vivendo queste profonde esperienze di comunità in questa piccola sala riunioni di  questa struttura in mezzo al nulla.

Dopo la rivolta di Ferguson nel 2014, ho iniziato a leggere il blog di Mariame Kaba "Prison Culture" e stavo imparando praticamente tutto ciò che potevo sul complesso industriale carcerario. All'inizio del 2015, ero su un treno Amtrak a tarda notte per leggere il libro di Maya Schenwar Locked Down, Locked Out, che combina le sue esperienze con la sorella incarcerata con il suo lavoro di giornalista che riportava questioni relative alla carcerazione di massa. Afferma davvero con forza l'uso di alternative  con l'esperienza della  giustizia riparativa e trasformativa e l'idea che non abbiamo bisogno di prigioni.

E ho avuto questa epifania che sembrava davvero un altro momento di conversione religiosa. Fino a quel momento, ho giustificato le prigioni a me stessa , tipo: "Oh, dobbiamo avere delle prigioni, dobbiamo far rispettare la legge. Dobbiamo avere questo sistema perché altrimenti come avremo la società?” Ma questa è stata un'esperienza di profonda  novità di vita . Per dire infine: “Non credo che abbiamo bisogno di rinchiudere le persone nelle carceri. Non devo continuare a cercare di giustificare questa violenza della carcerazione. Posso semplicemente lasciar perdere". È stato così liberante  poter dire semplicemente: “No, sono contraria  alle carceri. Non abbiamo bisogno di quelli. Eliminiamoli”.

Come questa epifania l'ha portata a fondare Christians for Abolition?

HB: Ero sempre più interessata  alla teologia e così, nel 2018, ho deciso che il luogo in cui impiegare le mie energie era l'organizzazione dei cristiani per l'abolizione delle carceri su basi teologiche. E in parte questo era già stato fatto. I Quaccheri, l'American Friends Service Committee, hanno una lunga storia di lavoro contro le carcerazioni di massa. C'è stato anche un lavoro abolizionista cristiano che è scaturito dalla teologia della liberazione nera - Nikia Smith Robert è una voce recente particolarmente importante in questo senso. Ma allo stesso tempo, ho cercato su Google "abolizione cristiana delle carceri" e non è venuto fuori molto.

La maggior parte delle mie fonti sull'abolizione in quel momento provenivano dai movimenti del potere nero e della resistenza alle carceri. Mi piacevano quelle fonti e volevo portarle nelle mie comunità, che sono per lo più bianche e prevalentemente cristiane progressiste. Così ho pensato di creare un sito web, un luogo che fosse presente sul web, e di creare un elenco di risorse. Così è iniziato tutto. Abbiamo anche creato una serie di blog chiamata "Abolition Lectionary Series", lavorando con i testi del lezionario e scrivendone ogni settimana in termini abolizionisti. La domanda centrale che ci poniamo, mentre facciamo crescere questa organizzazione, è: "Come possiamo pensare l'abolizione, teologicamente?"



Che tipo di strumenti teologici ha utilizzato per creare questo spazio per pensare l'abolizione?

HB: La mia spiritualità è molto sacramentale. Penso molto all'Eucaristia, alla confessione, al battesimo e alla comunione. La nostra vita sacramentale e comunitaria è ciò che ci convoca nel rapporto con le persone incarcerate, ma è anche influenzata e plasmata dal nostro rapporto con le persone incarcerate. Non credo che possiamo celebrare giustamente l'Eucaristia nelle nostre chiese senza l'esperienza di servire la comunione a persone detenute. E non possiamo comprendere giustamente il battesimo nelle nostre comunità ecclesiali senza capire come questo ci formi in una comunità che si oppone a questi poteri di morte del mondo.

Il mio pensiero teologico si basa sull'idea che tutto questo sia un abito senza cuciture. La nostra vita sacramentale modella la nostra vita etica e viceversa: la nostra vicinanza etica e il nostro lavoro per la giustizia modellano la nostra comprensione della nostra vita sacramentale e comunitaria. Penso che questo sia in qualche modo una sfida al modo in cui le chiese spesso concepiscono se stesse. È un po' al di fuori del modello programmatico standard, in cui abbiamo il culto e poi l'attività di sensibilizzazione, e sono cose separate. Possiamo invece pensare di costruire una comunità più ampia, una comunità rivoluzionaria di mutualità e solidarietà, che includa tutti all'interno e all'esterno?


Trova che l'abolizionismo abbia radici nelle Scritture e nella storia della Chiesa?

HB: In La caduta della prigione, Lee Griffith parla diffusamente del giubileo come paradigma dell'abolizione nel cristianesimo. Descrive le leggi sul giubileo come un modo per rendere concreto il ricordo della liberazione di un popolo in schiavitù da parte di Dio. Il giubileo è quindi sia un atto liturgico che una realtà politica concreta. Non è chiaro se questo sia mai avvenuto. Ma le leggi sul giubileo si trovano in questo spazio davvero bello in cui sono una commemorazione dell'esodo, della liberazione, della libertà del popolo e della dono  di entrare nella terra promessa , e allo stesso tempo sono questa realtà politica che dice no, questa è una cosa reale che riguarda ciò che facciamo con il nostro debito, il nostro denaro, la nostra terra. E così la tradizione originale del giubileo viene ripresa dal profeta Isaia che parla di "dichiarare la libertà ai prigionieri". E da lì la tradizione viene ripresa da Gesù.

Quando Gesù arriva e fa il suo primo sermone in Luca 4, dichiara il giubileo. In Gesù e la rivoluzione nonviolenta, scritto negli anni '40 da André Trocmé, Trocmé sostiene che Gesù non sta semplicemente dicendo: "Evviva, Dio è qui!", ma sta davvero dichiarando una rivoluzione nonviolenta sotto forma di un giubileo concreto.

È interessante che vediamo Gesù dichiarare la libertà dei prigionieri, ma non lo vediamo liberare lui stesso molti prigionieri. Soprattutto nel Vangelo di Marco abbiamo la sensazione che Gesù stia proclamando che Dio sta andando a liberare tutti i prigionieri. E anche se Gesù non manda fuori di prigione molte persone, lo Spirito Santo fa costantemente uscire le persone di prigione!

Griffith parla anche del potere della prigione come potere di morte e del modo in cui le prigioni nella Bibbia sono sempre associate al luogo di morte. La prigionia è associata al gettare le persone in buche nel terreno, come se si volesse seppellirle.

Quando ero cappellano laico nel carcere della contea di Los Angeles, mi trovavo soprattutto nel carcere centrale maschile della città di Los Angeles. Ed è, onestamente, un buco infernale. È vecchio, è decrepito, cade a pezzi, è sporco. È un luogo in cui ho avuto la sensazione di una presenza demoniaca. Non a causa delle persone incarcerate - no, quando facevamo le funzioni religiose, servivamo la comunione, ungevamo le persone con l'olio, quelli erano spazi sacri. Le assemblee di persone sono sacre. Ma il luogo stesso, gli edifici, sono stati chiaramente costruiti per la disumanizzazione.

Ho avuto vere e proprie esperienze del male entrando in questi blocchi simili a prigioni, con celle completamente al buio e l'unica luce che entrava dal corridoio. Non mi piace entrare sempre nei dettagli oscuri, perché non voglio rischiare di creare uno sguardo strumentalizzato, ma credo sia importante riconoscere che questa è la realtà delle prigioni. Questi sono i poteri e i principati contro cui lottiamo.


Considererebbe la Bibbia un testo abolizionista? E per quelli di noi che leggono la Bibbia con la lente dell'abolizione, cosa dobbiamo tenere a mente?

HB: La Bibbia è complicata. Se cercassimo di ridurla a dire solo una cosa, non renderemmo giustizia al fatto che si tratta di un documento di 3.000 anni fa, scritto nel corso di più di mille anni. E credo che sia importante rendersi conto che non dirà sempre quello che vogliamo.

Quindi non credo che contenga un programma abolizionista completamente formato in termini moderni. Persino il concetto di giubileo è stato premesso alla legge che permetteva la schiavitù! Eppure, in molti di questi testi, c'è una chiara corrente di liberazione e riconciliazione. Quello che stiamo imparando dal progetto del Lezionario dell'abolizione è che possiamo leggere quasi tutti i passaggi biblici e trovarvi qualcosa di rilevante per l'abolizione. Si tratta quindi di capire come portare i nostri impegni nella Bibbia,  prendendo la Bibbia sul serio. Credo che questa possa essere una tensione molto produttiva. Mi piace che l'abolizione ci costringa a metterci nel mezzo di queste situazioni difficili, serie e confuse, in cui non conosciamo le risposte, per poi costruire ciò che possiamo a partire da lì.


Come coinvolgerebbe le persone, in particolare i cristiani, che sostengono la riforma piuttosto che l'abolizione?

HB: Una delle cose davvero importanti per pensare all'abolizione in modo teologico è imparare a espandere la nostra immaginazione. Alcuni abolizionisti - Ruth Wilson Gilmore, Mariame Kaba, Angela Davis - parlano di avere un'immaginazione radicale. Penso che sia molto importante per i cristiani che si avvicinano a questo lavoro avere un'immaginazione teologicamente salda  Quindi la mia prima domanda a chiunque sostenga una riforma è: "Perché la nostra immaginazione è così modesta ?".

Ci sono molte conversazioni pratiche da fare anche sulla riforma e sull'abolizione. Un fraintendimento sull'abolizione è che si tratti di una cosa una tantum. Non è così: l'abolizione consiste nell'immaginare quali strutture potremmo costruire per non avere bisogno delle carceri. Ed è qui che la vedo così strettamente legata al ruolo della Chiesa, che consiste nell'immaginare come costruire un tipo di comunità completamente nuovo, formato da questa nuova vita che Dio ha portato.

Se non ci saranno prigioni nel regno di Dio, perché siamo impegnati in visioni di riforma che dicono che nel frattempo dovremo avere delle prigioni? Se abbiamo una visione del regno di Dio che sta arrivando, allora non vogliamo impegnarci in istituzioni che non hanno posto lì.


Hannah Bowman is a graduate student in theology, literary agent, prison abolitionist, and restorative justice practitioner. She is the founder and director of Christians for Abolition.

Tradotto con www.DeepL.com/Translator (versione gratuita)




giovedì 7 luglio 2022

Metaphysical Therapy Superare in Gesù la metafisica della violenza redentrice per la metafisica della misericordia fino in fondo.






Metaphysical Therapy   di Ted Grimsrud  Shalom Mennonite Congregation—December 12, 2010


Testo in inglese sta in

https://peacetheology.net/jesus/10-metaphysical-therapy/?fbclid=IwAR0zZpo3kSLMoOU795bpskjXU3zfCWuvGp2WsImIiJyd-0J0vEAu7PSitNw 

Per una traduzione in Italiano

testi biblici per la meditazione   Osea 11:1-9; Salmo 130; 1 Corinzi 2:1-13; Luca 15:11-32


Ho intitolato questo sermone “Terapia metafisica”. Quando ho cercato la parola "metafisica", ho letto questo: "il termine non è facilmente definibile". Quindi, ho pensato che forse avrei dovuto trovare un nuovo titolo. Ma ho continuato a leggere: “la metafisica tenta di rispondere a due domande fondamentali: 'cosa c'è?' e 'com'è?'” Ho pensato, beh, è ​​di questo che voglio parlare.


Affrontiamo le sfide poiché le persone che credono che la compassione, la nonviolenza e la giustizia riparativa debbano essere centrali per la vita sociale. La nostra cultura americana non sembra ospitale per queste convinzioni.

 La nostra cultura tende più alla crudeltà, alla violenza, alla giustizia retributiva. E molti dei problemi possono derivare dalla nostra metafisica. Cioè, i problemi possono derivare da come crediamo sia la realtà. Il mondo in definitiva è un luogo amichevole o ostile? La vita va vissuta con una mentalità di abbondanza o di scarsità? La violenza fa parte della nostra natura o no? Questo "piccolo pianeta rotondo", come chiede Bruce Cockburn nella citazione sul bollettino, è "benedetto" o "maledetto"?


Se la natura dell'universo punta verso la scarsità, non possiamo non essere tenuti a essere avari, ad aggrapparci a ciò che abbiamo, a vedere le relazioni umane in termini conflittuali . La nostra posizione di base, con buone ragioni, dovrà essere in preda alla paura  Ma se la natura dell'universo punta verso l'abbondanza, allora ha più senso ed è più naturale essere generosi, fiduciosi e  disposti ad essere vulnerabili nelle nostre relazioni.


La "terapia metafisica", quindi, cerca di guarire la nostra comprensione della realtà, di spostarci dalla paura alla fiducia. Suggerirò che tale terapia metafisica è una parte centrale del ministero di Gesù. Il suo messaggio sfida sempre la nostra visione della natura della realtà.


Questi passaggi che leggerò illustrano come la considerazione  di Gesù del modo in cui le cose stanno veramente sta dentro la Scrittura  . Vorrei prendere qualche minuto quindi per chiedervi di condividere alcune risposte. La domanda a cui vorrei che  pensaste  mentre leggo è questa: quale o  quali  parole usate   a proposito della realtà, dell'universo, della nostra esistenza? L'universo è... cosa?


Salmo 130:(testo italiano  https://www.wordproject.org/bibles/it/19/130.htm

Osea 11:  testo italiano in

https://www.wordproject.org/bibles/it/28/11.htm


1 Corinzi 2:  testo italiano in

https://www.ebible.it/1_corinzi/2/


Luca 15: (parabola del figliol prodigo o del padre misericordioso)

Testo  in italiano sta in https://www.biblegateway.com/passage/?search=Luke+15&version=NR2006



Quindi, chiedo ancora, come concluderesti questa frase con una o due parole. Il mondo o l'universo o la realtà è... cosa? o, è come... cosa?

Questo autunno ho imparato tutto quello che potevo sulla seconda guerra mondiale e sulla sua eredità. Mi ritrovo colmo di dolore, certamente per tutte le vite distrutte o gravemente danneggiate da questa guerra, ma anche per il fatto che questo terribile, terribile evento ha un'immagine così positiva nella nostra società.

Kathleen ed io siamo andati in Oregon in ottobre per visitare la famiglia e gli amici. Abbiamo parlato molto della mia ricerca. Una persona, quando ho detto che stavo lavorando per capire la seconda guerra mondiale, e che è impegnativo, ha sbuffato e ha detto: “Cosa c'è di così difficile? Reagire al male non è così complicato”. Voleva dire che ovviamente i nazisti ei giapponesi erano malvagi: non avevamo altra scelta che dichiarare loro una guerra totale e fermare il male. Ciò che sembra ovvio al mio amico mi sembra sempre meno ovvio per quanto più imparo. È certo che quando si verificano atti malvagi, la violenza di massa è la risposta migliore? Dobbiamo distruggere grossi pezzi del mondo per salvare il mondo?


In parte, si tratta di metafisica. Come comprendiamo la realtà? L'universo è il tipo di posto in cui dobbiamo semplicemente combattere il male con il male? L'universo è il tipo di posto in cui la bontà è scarsa e il poco di libertà e verità che possiamo ottenere richiede la forza bruta per proteggerlo? L'universo è il tipo di posto in cui, quando i nostri leader dicono, combatti!, dobbiamo semplicemente dire "Ci sono. lasciami fare "?


C'è una storia famosa in filosofia. In realtà è una di quelle storie che nessuno sa davvero se sia realmente accaduta. Ma trasmette qualcosa di importante che lo rende veritiero anche se è semplicemente un mito. 

«Un famoso scienziato tenne una volta una conferenza pubblica su un argomento di astronomia. Egli parlò di come la Terra orbiti attorno al Sole e di come il Sole, a sua volta, compia un’ampia rivoluzione attorno al centro di un immenso aggregato di stelle noto come la nostra galassia. Al termine della conferenza, una piccola vecchia signora in fondo alla sala si alzò in piedi e disse: “Quel che lei ha raccontato sono tutte frottole. Il mondo, in realtà, è un disco piatto che poggia sul dorso di una gigantesca tartaruga.” Lo scienziato si lasciò sfuggire un sorriso di superiorità prima di rispondere: “E su cosa poggia la tartaruga?” “Lei è molto intelligente, giovanotto” disse la vecchia signora. “Ma ogni tartaruga poggia su un’altra tartaruga!”Tartarughe fino in fondo, non abbiamo bisogno di nient'altro."((Stephen Hawking, Dal big bang ai buchi neri. Breve storia del tempo (1988).)



Questo è il problema della misericordia e della compassione. Può forse essere misericordia fino in fondo ? In molte visioni della realtà, sia teistiche che atee, la misericordia deve poggiare su qualcos'altro: chiamatela giustizia retributiva o santità, l'idea che la trasgressione richieda una punizione, altrimenti lo stesso tessuto morale dell'universo sarà lacerato. Chiamiamo questa una metafisica della violenza redentrice.

Qui, l'unico modo per trovare la salvezza dal male è distruggerlo con la forza. La natura dell'universo ci porta a imitare la logica di Lamech da Genesi 4: “Ho ucciso un uomo per avermi ferito, un giovane per avermi colpito. Se Caino è vendicato sette volte, in verità Lamec settantasette volte» (4,23-24).


La logica di Lamech trovò espressione nella giustificazione del Presidente Harry Truman per le bombe atomiche sganciate su Hiroshima e Nagasaki alla fine della Seconda Guerra Mondiale: "Avendo trovato la bomba, l'abbiamo usata. L'abbiamo usata contro coloro che ci hanno attaccato senza preavviso a Pearl Harbor, contro coloro che hanno affamato, picchiato e giustiziato i prigionieri di guerra americani, contro coloro che hanno abbandonato ogni pretesa di obbedire alle leggi internazionali di guerra".


La dichiarazione di Truman è piena di terribile ironia. Il bombardamento di un Giappone indifeso nel 1945 - non solo le bombe atomiche, ma anche i bombardamenti incendiari illimitati di quasi tutte le principali città giapponesi (ad esempio, 80.000 abitanti di Tokyo furono bruciati in una notte) - questo bombardamento probabilmente superò la settantasettesima vendetta di Lamech.


Eppure, questa "guerra buona" rimane il fulcro morale della storia americana. Come ha affermato lo stesso Presidente Obama nel suo discorso di accettazione del Premio Nobel per la Pace, la necessità di condurre una guerra totale nella Seconda Guerra Mondiale convalida la convinzione che la guerra e la preparazione alla guerra rimangano necessarie anche oggi (anche se-ha detto-  purtroppo).


Penso che queste convinzioni riflettano una metafisica della violenza redentrice (che in realtà è una metafisica della schiavitù della violenza; come diceva un mio vecchio amico, un grande guerriero per la pace, "alla fine, una guerra giusta è ancora guerra giusta ”). Queste convinzioni sottolineano l'importanza della testimonianza di Gesù a qualcosa di molto diverso. Prestiamo attenzione a Gesù - dobbiamo prestare attenzione a Gesù - soprattutto perché ci fornisce la terapia per guarire la nostra comprensione della realtà come morte e di morte 


Questo è il punto di vista che voglio assumere riflettendo sulla storia di Gesù dei due figli e del loro padre misericordioso. Cominciamo dal contesto in cui Gesù racconta questa storia. Il Vangelo di Luca racconta i primi giorni della testimonianza pubblica di Gesù: egli guarisce, insegna la grande misericordia di Dio, riunisce una comunità di operatori di pace. E poi si scontra con alcune potenti forze di resistenza.

Alla fine di Luca 9, sentiamo la musica di sottofondo passare a una tonalità minore. Un senso di presagio diventa palpabile. "Quando si avvicinavano i giorni in cui Gesù doveva essere preso, egli si mise in cammino verso Gerusalemme" (9,51). Si mise in cammino verso la croce. Ora il focus del racconto cambia. Gesù concentra le sue energie nel preparare i suoi seguaci a vivere con amore perseverante, a vivere una vita di resistenza alla violenza dell'impero e della religione consolidata, a vivere con chiarezza la natura dell'opera messianica di Gesù: non violenza rivoluzionaria, ma compassione rivoluzionaria.

Lo ripete continuamente: "Chi non porta la croce e non mi segue non può essere mio discepolo". Seguire la via di Gesù significa condividere il suo destino: la persecuzione, l'ostilità, persino la morte, per mano dei dominatori di questo tempo, coloro che accettano una metafisica della violenza redentrice e non esitano a distruggere chiunque contesti il loro status


Questo è il contesto per la storia dei due figli. Gesù, in Luca 14, parla del costo del discepolato. Ma dobbiamo notare cosa c'è al centro di questo discepolato: compassione e accoglienza, non giudizio e ipocrisia. Si legge all'inizio del capitolo 15: «Si avvicinavano tutti i pubblicani e i peccatori per ascoltare Gesù» (15,1). Il punto non è : soffrirai per come condanni i peccatori. Piuttosto, è questo: soffrirai quando parteciperai alla compassione e all'accoglienza di Gesù.


Leggiamo poi: «I farisei e gli scribi mormoravano e dicevano: 'Costui accoglie i peccatori e mangia con loro'» (15,2). Non  essendo uno che si tira indietro dal confronto, Gesù sfida a testa alta questa  mormorazione . Ci salta dentro e racconta due storie per chiarire le sue intenzioni: la sua missione è la misericordia. Esulta per la guarigione piena  degli emarginati. C'è la pecora smarrita e la moneta perduta; in entrambi i casi, quando ciò che era perduto viene ritrovato, la gente si rallegra. Si noti un altro aspetto del "prendere la croce": è legato alla gioia e alla celebrazione!


Per essere sicuro di non essere frainteso, Gesù si lancia in una parabola più lunga. I due figli di un padre misericordioso. Leggiamo questa parabola alla luce del suo contesto conflittuale. E forse possiamo ricordare l'altra grande parabola di cui ho parlato il mese scorso, quella del "buon samaritano". In quella parabola, Gesù provoca i mugugni facendo di un personaggio discutibile (un membro dell'odiato popolo samaritano) il modello di vicinanza. Qui, Gesù fa qualcosa di simile. Dà ai suoi ascoltatori un personaggio che sicuramente troveranno scandaloso: il figlio minore che essenzialmente sputa negli occhi di tutti i credenti della tradizione religiosa stabilita.


Questo figlio minore spinge la metafisica del padre ai suoi limiti. Dà al padre ogni scusa per escluderlo completamente dalla famiglia. Si può immaginare un adolescente che sente la sua energia , che si sente forse anche un po' represso dalle tradizioni della sua famiglia. Vuole uscire, aprire le ali, finalmente divertirsi.


Ma nel farlo supera diversi limiti. Chiede al padre la sua eredità - trattando di fatto il padre come se fosse già morto per lui, come se fosse solo un bancomat, una fonte di ricchezza per alimentare il narcisismo del giovane. Il padre cede, e il figlio si dirige verso le luci della ribalta - e in breve tempo va incontro a un disastro. Sperpera la ricchezza e, cosa altrettanto offensiva, finisce per sguazzare con i maiali (un ripudio finale delle tradizioni del suo popolo che vedeva i maiali come intrinsecamente impuri).

Poi arriva il momento chiave: il figlio torna verso casa. Non ci vengono forniti dettagli, solo che il figlio "si riprende". Principalmente, a quanto pare, è solo che tocca il fondo e nella sua miseria, si rende conto di avere un'alternativa alla fame: tornare nella proprietà del padre e vivere come un servitore (riconosce di aver perso lo status di figlio di suo padre).


Sorprendentemente, però (e ricordate come ciò avrebbe offeso così tante sensibilità), i presupposti metafisici del padre sono stati spinti fino ai loro limiti ma non sono stati modificati. Il padre rifiuta una metafisica della violenza redentrice. Il padre nega la necessità di ripagare il male del figlio con la punizione e la giustizia retributiva.


“Mentre il figlio era ancora lontano, suo padre lo vide e ne fu pieno di compassione; corse, lo cinse con le braccia e lo baciò. Allora il figlio gli disse: 'Padre, ho peccato contro il cielo e davanti a te; Non sono più degno di essere chiamato tuo figlio». Ma il padre disse ai suoi servi: 'Presto, tirate fuori una veste, quella migliore, e rivestitela... Mangiamo e facciamo festa; poiché questo mio figlio era morto ed è tornato in vita; era perduto ed è stato ritrovato!' E si misero a festeggiare» (15,20-24).


Sì, una storia sorprendente. La metafisica del padre non riguarda la misericordia che poggia su un fondamento più profondo di giustizia come equità e sulla necessità di punire le azioni sbagliate per ristabilire l'equilibrio morale. No, la metafisica del padre riguarda la misericordia fino in fondo. Misericordia fino in fondo


Tuttavia, per quanto edificante e stimolante sia l'abbraccio del padre al figlio ribelle, dobbiamo ricordare che la storia non finisce qui. Dobbiamo ricordare che Gesù racconta questa storia nel contesto di un conflitto intenso, persino di vita o di morte.


Ora entra in scena il fratello maggiore. È davvero un sostituto per i "brontoloni" - e probabilmente della  maggior parte di noi, , a dire il vero. Insiste, questo è ingiusto. È stato veramente fedele. È rimasto a casa, ha trattato suo padre con rispetto e si sente dato per scontato. Peggio, si sente mancato di rispetto e offeso. Che razza di mondo sarà questo se il figlio più giovane può fare quello che vuole, impunemente, ed essere comunque accolto di nuovo nell'abbraccio del padre?


Il padre supplica il fratello maggiore, cercando di rassicurarlo. «Figlio, tu sei sempre con me e tutto ciò che è mio è tuo» (15,31). Non puoi unirti a me per celebrare il ritorno in vita del tuo ex fratello morto?

Qui finisce la storia. Non sappiamo come risponderà il fratello maggiore.


Nella misura in cui il fratello maggiore rappresenta i governanti dell'epoca ai tempi di Gesù, sappiamo che la loro risposta sarà quella di giustiziare Gesù, di rifiutare la sua metafisica della misericordia. E il ciclo della violenza continua anche ai nostri giorni. Tuttavia, la storia, come tutte le grandi storie, si ripresenta a ogni pubblico successivo. Nessuno di noi è tenuto a rispondere con insensibilità alla misericordia offerta ai figli prodighi. Nessuno di noi è obbligato a rimanere all'interno di una metafisica della violenza redentrice.



Ognuno di noi ha la propria ricchezza di motivi per prestare attenzione a Gesù, nella misura in cui lo si fa . Si spera che una ragione sia che riconosciamo che anche noi abbiamo bisogno della sua terapia. Anche noi abbiamo bisogno della forza che il suo messaggio e il suo Spirito ci offrono, per aiutarci a liberarci dalle dinamiche della morte nel nostro mondo e a volgerci verso la vita. Amen.

Ted Grimsrud  Shalom Mennonite Congregation—December 12, 2010