
«Vorrei che a questa riunione non si desse il nome logoro, consunto, specialmente qui dentro, di commemorazione. Noi non commemoriamo. Noi siamo qui convenuti ad un rito religioso, che è il rito stesso della patria.
Il fratello, quegli che io non ho bisogno di nominare perché il suo nome è evocato in questo stesso momento da tutti gli uomini di cuore al di qua e al di là delle Alpi e dei mari, non è morto, non è un vinto, non è neppure un assassinato. Egli è un accusatore, egli è un giudicatore, egli è un vindice!
Non il nostro vindice, colleghi! Sarebbe troppo misera e futile cosa. Egli è qui il vindice della terra natia, il vindice della nazione, che fu depressa e soppressa; il vindice di tutte le cose grandi, che egli amò, che noi amammo, per le quali vivemmo, per le quali oggi, più che mai, abbiamo, anche se stanchi e sopraffatti dal disgusto, il dovere di vivere e anche, soprattutto, il dovere di morire quando l’ora lo comanda! Morire per rivivere; morire perché tutto un popolo morto viva; morire perché il sangue purifichi le zolle sacre della Patria.
E’ questo vivo, che siede alla mia destra, ritto nella sua figura, giovane, ardente, di cui vedete il sorriso — perché non è una allucinazione, perché lo vedete, perché non v’inganno, questo vivo, questo superstite ormai immortale, invulnerabile, fatto tale dai nemici nostri e dai nemici d’Italia, con l’odierno rito è sfigurato: è uno ed è universale; è un individuo ed è una gente!
Invano gli avranno tagliuzzate le membra; invano, come si narra, lo avranno assoggettato allo scempio più atroce; invano il suo viso dolce e severo sarà stato sfigurato: le sue membra si sono ricomposte, il miracolo di Galilea si è rinnovato!
A che le vane ricerche, o farisei di ogni stirpe! A che gl’idrovolanti sul lago! A che il perlustrare la macchia, il frugare nei forni?
L’avello ci ha reso la salma, il morto si leva e parla e ridice le parole sante, strozzategli nella gola, che furono da uno dei sicari tramandate alle genti; che sono sue, quando anche non le avesse pronunziate; che son vere, se anche non fossero realtà, perché sono l’anima sua; parole che s’incideranno nel bronzo, sulla targa che mureremo qui, o sul monumento che erigeremo sulla piazza, a monito del futuro
“Uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai. La mia idea non muore. I miei bambini si glorieranno del loro padre. I lavoratori benediranno il mio cadavere. Viva il Socialismo!”
E’ qui trasfigurato, o colleghi; e di ciò il mio egoismo si duole; il mio piccolo egoismo d’individuo, di fratello maggiore, di anziano, di pare, che egli non è più soltanto il mio fratello prediletto, è l’uomo di parte, l’assertore nobile ed alto di un’idea nobilissima, quegli che fu per noi socialisti tutto in una volta: il filosofo, il finanziere, l’oratore, l’organizzatore, il commesso viaggiatore, l’animatore di tutti; il pensiero insomma e l’azione congiunte; anche l’azione più umile che altri sdegnava; l’unico, l’irraggiungibile; colui che, come già Leonida Bissolati per il Cremonese, travolto dalla sublime follia dell’amore dei suoi contadini, del suo proletariato polesano, per esso aveva rinunziato indifferente agli agi ed alla tranquillità della vita, alla seduzione degli studi cari, in cui più eccelleva e di sé e della sua giovinezza poteva dire col poeta della Versilia:
E tutto ciò che facile attor prometton gli anni
io ‘l diedi per un impeto lagrimoso di affanni
ver un amplesso aereo, in faccia all’avvenir.
E per questa sua passione divorante, gelosa, era esule in patria; il bandito dalla sua terra, il maledetto dai parassiti della sua terra; il profugo eterno, sempre presente soltanto dove l’ora del periglio suona la diana.Quest’uomo, questa figura così superba è viva sullo sfondo verde e bigio di questo singolare paesaggio politico. Non sparisce, no, non scolora; ma si riaffaccia oggi in troppo più alta cornice. Quello che è ora cosa nostra è divenuta anche cosa vostra: l’uomo di tutti, l’uomo della storia. E’ ingrandito così, che quasi è tolto a noi come alla famiglia dolorante, perché è divenuto il simbolo; il simbolo di un oltraggio che riassume ed eterna cento e cento mila altri oltraggi, tutti gli oltraggi fatti ad un popolo; la figura che compendia tutti gli altri trucidati, percossi per lo stesso fine, da Di Vagno a Piccinini, agli infiniti altri oscuri; il simbolo di una stirpe che si riscuote; il simbolo di un passato che si redime, di un presente che si ridesta, di un avvenire che si annunzia, dell’immortale democrazia, della indefettibile giustizia sociale, che si rimettono incammino; dell’Italia che, dopo una parentesi di spaventoso medioevo, risale nella luce dell’età moderna, rientra tra le genti civili! II Simbolo e la Nemesi, la Nemesi augusta, o signori, che è della Storia!
Cerchi il magistrato le colpe e le ferocie secondarie e minori; incalzi gli esecutori codardi ed i mandanti immediati — compito anche questo altamente rispettabile e necessario — frughi e tenti di sventare la congiura degli intrighi, di snodare il groviglio dei silenzi comperati o ricattati, le mendicate omertà ed il tagliaborse che si annida nell’assassino; tutto questo è cronaca.
La Nemesi vola più alta. Essa addita il grande mandato, il mandato che irrompe da più anni di violenze volute, di violenze inanellate alla frode, di consensi cercati ed irrisi; dal sarcasmo di una pacificazione proclamata a parole ed impedita e violentata dai fatti; dall’incitamento perenne alla soppressione del pensiero libero e di chiunque lo incarni, la quale è soppressione dalla patria e della civiltàAddita il mandato che scese dall’istrionismo bifronte che adesca insieme e minaccia, che offre il ramo d’olivo ed affila nell’ombra il pugnale.
Addita il mandato che salì dalle viltà incommensurabili, dalle fughe abbiette, dagli obliqui fiancheggiamenti, dai silenzi complici, dalla corruzione demagogica esercitata su anime semplici, talvolta generose ed eroiche, persino di combattenti insigni ed oscuri, i quali, in buona fede, hanno creduto che un regime di minaccia e di prepotenze potesse essere ricostruttore, che dalla più immonda curie potesse germogliare la rigenerazione del paese che errori e colpe fugaci di una massa illusa — o non cerchiamo illusa da chi, e non domandiamoci se veramente esistono le colpe di un popolo — dovessero espiarsi, non col richiamo severo alla ragione, ma con la catena dei delitti, con la tregenda delle sopraffazioni esercitate su quel popolo, col dileggio di ogni umana dignità, con la tragedia del terrore accoppiata alla coreografia di vetusti trionfi mai redivivi. Lo credettero in buona fede. Alcuni, sempre più radi, lo credono ancora. Ma per poco, ormai.
L’oscena tregenda è sufficiente. Giacomo Matteotti l’ha dispersa per sempre. L’edificio dell’iniquità, dell’ipocrisia, crolla da ogni parte.
Ah si! I masnadieri avevano ben scelto, avevano mirato giusto, sopprimendo il nostro migliore; mirando al suo cuore sapevano di mirare al nostro cuore; ma ignoravano la sanzione inesorabile che fu sempre nelle vicende del mondo; ignoravano — fu confessato — che il delitto era soprattutto un errore; che la vittima sarebbe stata lì giustiziere; che la coscienza di un popolo, che ha millenni di storia e di gloria, si assopisce, si comprime, ma non si spegne; che i morti non pesano soltanto, ma sopravvivono.Giacomo Matteotti vince morendo e ci accompagna e ci guida. Se commemorazione è questa, se questa è lugubre rito, non è epicedio sul suo tumulo ignorato, non è la riconsacrazione di una salma che non può riapparire, che più è esente quanto più è assente e celata. Altro è oggi il funerale; altri sono i morti.
L’edificio delle iniquità e dell’ipocrisia crolla da ogni parte. Neppure la speculazione ultima e più scaltra ed audace, quella sulla nostra «speculazione», ha alito ed ali per reggersi. Lo sguardo vitreo della vittima illumina un panorama infame, che i più non sospettavano ancora. Ove la sua ombra si leva, ivi si stende attorno la solennità del deserto.Noi parliamo da quest’aula parlamentare mentre non vi è più un Parlamento. I soli eletti stanno sull’Aventino delle nostre coscienze; donde nessun adescamento li rimuoverà sinché il sole della libertà non albeggi, l’imperio della legge sia restituito, e cessi la rappresentanza del popolo di essere la beffa atroce a cui l’hanno ridotta.
Le futili contese tacciono tra essi, ed una grande unità si costituisce tra essi tutti e tra essi e l’anima della nazione. Quella che fu la maggioranza è ridotta ad un reparto della milizia cui è intimato di obbedire in silenzio, poiché ogni parola la disgregherebbe. I due tronconi non si saldano ed i politici già si domandano se vi sia più governo, se vi possa essere più un governo; se vi è per l’Italia, se vi è per il resto del mondo. Ma un paese moderno non vive senza di queste cose che vennero meno: un Parlamento rispettato libero, un Governo legale non sospettato.
Signori! Dall’eccidio di Giacomo Matteotti la nuova storia d’Italia ricomincia.
A noi solo un compito: esserne degni.
Eppure, neppure questo ci consola. Perché se un eccidio ed il più brutale degli eccidi era necessario, una cosa non era necessaria: che colpisse Lui. E se panni — come ho detto — che egli fosse il più designato, perché era il più forte, il più degno, dice l’effetto che non sempre profetessa la malizia dei masnadieri.
Lui giovane, lui forte, lui armato di tutte le armi civili, lui temerario nel coraggio, lui che si fece volontario della morte; questo fanciullo dagli ocelli pieni dì bontà, che tutti rimbrottava ed a tutti indulgeva, perché tutto sapeva comprendere e sapeva l’inanità delle prediche contro l’umana fralezza; lui, figlio di una madre antica che geme; lui, sposo di una sposa giovane che paventa di smarrire il senno; lui, padre di tre teneri virgulti inconsci, che un giorno metteranno le spine, verso i quali egli aveva la tenerezza di madre, come nell’intimità della casa felice pareva un figlio alla sposa.
No, inferocire su questo idillio non era necessario! Altrove poteva la sorte cieca e maligna allacciare il suo strumento di pace e di giustizia; e questa vecchia carcassa di chi oggi vi parla che la vita ho tutta ormai spesa e che il proprio inverno avrebbe dato con gioia per il salvamento della primavera superba del nostro eroe è oggi dilaniata dal rammarico, direi dal rimorso, di non averlo vigilato abbastanza, di non essersi imposto col peso dell’anzianità — a cui forse egli avrebbe obbedito — alle sue gagliarde imprudenze.
Permettetemi, o colleghi, che io cessi queste parole così impari e che il singhiozzo minaccia di rompere; che io dimentichi dove siamo e donde parliamo, e che io m’inginocchi idealmente accanto alla salma del figliuolo prediletto, gli accarezzi la fronte, gli chieda perdono della mia, della nostra indegnità, gli dica tutta la gratitudine nostra, la gratitudine di tutto un popolo, e gli giuri in nome di voi tutti che la Sua ombra sarà presto placata!».

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