mercoledì 29 dicembre 2021

Sara Cassandra: "chiedo sempre all’idraulico sulle perdite di senso” **



-Ho un forte senso di irrealtà. Mi pare che ogni cosa intorno si dissolva al pensiero e perda di senso...

disse una ragazza. 


- È il nirvana!

disse un filosofo orientale. 


- È il nichilismo! 

disse un filosofo occidentale. 


- È l’ipoglicemia!

disse un diabetologo. 


- È la dissociazione! 

disse uno psichiatra. 


- È un’assenza epilettica!

disse un neurologo. 


- È la scoperta della realtà olografica!

disse un fisico teorico. 


- È un effetto collaterale!

disse un bugiardino. 


- È la droga! 

disse un commentatore di youtube. 


- È il vaccino!

disse un fervente novax. 


- È il covid!

disse un fervente sìvax. 


- È la fame! 

disse una nonna. 


- È un inganno del diavolo!

disse un esorcista. 


- È la morte!

disse Taffo. 



Non è niente di tutto questo, ed è tutto questo. Una convinzione. O una convenienza


Sara Cassandra

https://www.facebook.com/sara.cassandra.3/posts/10224483396626253


** la frase "chiedo sempre all’idraulico sulle perdite di senso”" è  un commento al post  su fb di Sara da parte di Massimiliano Tognetti. Frase che  Sara  accoglie come "splendida"

martedì 28 dicembre 2021

La Corte russa ordina la chiusura di «Memorial», la più antica Ong del Paese per la difesa dei diritti umani

https://www.open.online/2021/12/28/russia-chiude-memorial-ong-diritti-umani/


La decisione è arrivata il giorno dopo la condanna a 15 anni di carcere del presidente storico dell’organizzazione, Yuri Dmitriev *


Memorial, la storica Ong russa che opera in difesa dei diritti umani, è costretta a chiudere. È stato deciso oggi, 28 dicembre, dalla Corte suprema russa, che ha ordinato la chiusura dell’organizzazione ai sensi della controversa legislazione sugli «agenti stranieri», che bolla le organizzazioni che ricevono fondi dall’estero e le loro azioni come contrari agli interessi della Russia. Come riportato dal Guardian, nella sua sentenza il giudice ha nominato «ripetute» e «consistenti» violazioni della legge russa. Una posizione che Memorial ha definito politicamente motivata. La decisione è arrivata il giorno dopo la condanna a 15 anni di carcere del presidente storico dell’associazione, Yuri Dmitriev, famoso per le sue scoperte sulle vittime dello stalinismo. Un colpo durissimo per l’associazione, che è nata alla fine degli anni ’80 per documentare le repressioni politiche condotte dall’apparato dell’Unione Sovietica, creando un database delle vittime del Grande Terrore e dei gulag. Tra i suoi attivisti, Memorial ha annoverato anche il premio Nobel per la pace, Andrei Sakharov. L’autorità giudiziaria russa ha descritto l’organizzazione come un’arma geopolitica usata dai governi stranieri per impedire ai russi moderni di provare orgoglio per i risultati raggiunti dall’Unione Sovietica. Questi argomenti si allineano con la visione del Cremlino sulla storia, in particolare con la sensazione che gli alleati occidentali non abbiano ricompensato l’Unione Sovietica per il suo ruolo nella sconfitta della Germania durante la seconda guerra mondiale.


*L'Ansa , a tal proposito, così scrive

"Ieri il responsabile di Memorial, Yury Dmitriev, uno dei maggiori storici dei Gulag, ha visto aumentare da 13 a 15 anni la sua condanna in un controverso processo per presunti abusi sulla figlia adottiva"


La giudice della Corte Suprema Alla Nazarova condanna Memorial 


https://www.repubblica.it/esteri/2021/12/28/news/russia_corte_chiude_memorial_ong_diritti_umani_stalin_sakharov-331894887/?ref=RHTP-VS-I270681069-P18-S6-T1



Cancel culture in salsa russa: Putin cassa la storia dei gulag

La Corte Suprema ha chiuso l'ong Memorial, custode della memoria del terrore staliniano

Parte dell’orgoglio russo si fonda sulla propria storia, il passato glorioso di quando erano una grande Unione Sovietica. Attraverso la sua attività, Memorial è entrata in conflitto con questa visione.


https://www.huffingtonpost.it/entry/cancel-culture-in-salsa-russa-putin-cassa-la-storia-dei-gulag_it_61cb253ce4b0bcd2194dfe43?utm_hp_ref=it-homepage

giovedì 23 dicembre 2021

Adesso che sono (ultra) settantenne me ne infischio.





https://ineziessenziali.blogspot.com/2021/11/detti-e-contraddetti.html


L’uomo propone e Dio dispone, diceva mio padre. Con Dio intendeva la vita perché in Dio non credeva. Non si sprecava a specificarlo. Che pensassero quello che volevano.


Chi ha più intelligenza la usi, mi diceva quando gli sottoponevo un problema inter sororale.

È così che ho cominciato a pensare di avere una “più intelligenza”. Mio padre lo vedevo poco. Ci vedevamo poco. La differenza stava nel fatto che a me dispiaceva e a lui no.

Di conseguenza ho poi sposato un uomo che amavo più di quanto mi amasse. 

Un’altra conseguenza è stata che ho pensato presto di avere una “più intelligenza”. Lo penso ancora. La fregatura nell’essere quella con più intelligenza è che per usare la tua “più intelligenza” nei rapporti umani devi portarti appresso anche la pazienza, la tolleranza, l’indulgenza e persino un po’ di masochismo.

Secondo me gli stupidi vivono meglio.


Mio padre diceva anche: La gentilezza dei modi compra tutto e costa niente. Lui però non perdeva tempo a usare la gentilezza. Si prendeva quello che voleva e amen.

Comunque è falso, non solo la gentilezza dei modi non compra tutto, ma costa pure cara.

Lo so perché ho tentato di applicare il suo detto. Adesso che sono ultra settantenne me ne infischio.

È uno dei privilegi di noi vecchi e me lo tengo stretto.


Tardar può, venir deve è un altro dei precetti paterni. È come quella faccenda di sedersi sulla riva del fiume in attesa del nemico, solo che non c’è bisogno di sedersi sulla riva di un fiume. Pensa solo all’umidità. 

Invece se dai retta a mio padre mentre il nemico tarda tu ti fai la tua vita.

Dei detti di mio padre questo è l’unico che mi ha dato soddisfazioni. 

Effettivamente ci sono rivincite che tardano ad arrivare, ma poi arrivano, è garantito. E anche l’artrosi tarderà. 


Non vorrei che vi faceste una cattiva idea di mio padre. Era pieno di qualità, davvero, ma riteneva di avere il diritto di vivere. A me piaceva. Ce ne fossero altri così. 


*****


Prima di addormentarmi penso che di giornate come questa è fatta la vita. Punti che alla fine, se abbiamo avuto fortuna, sono congiunti da una linea. Ma penso anche che possono disgregarsi in un accumulo insensato di tempo passato, e che solo un costante, fermo sforzo dà senso alle piccole unità di tempo in cui viviamo... Christa Wolf

domenica 12 dicembre 2021

Giampiero. Tre Re- ORAZIONE PER UNA CHIESA PIÙ PICCOLA

 

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Premessa 


Pubblico a puntate le proposte di orazione e di meditazione  per una Chiesa più piccola dalla bacheca fb del mio caro amico e fratello in Cristo  Giampiero Tre Re 

Condivido , a partire dal quel che mi resta dentro di casa mia ecclesiale, nel profondo del  mio cammino, ormai in mare aperto senza  alcuna ciambella di salvataggio e a pelo d'acqua, le meditazioni di Giampiero. 

Un'unica personale notazione: io avrei scritto orazione per una piccola chiesa. 

Un Grazie a Giampiero del cui sacerdozio si ricordi il Signore Dio nel suo regno ignora ora e sempre e nei secoli dei secoli 

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Cara Valentina,
ti scrivo questa lettera aperta a proposito dell'invito, da te a più riprese rivoltomi, di intervenire su temi come l'etica sociale, sessuale, l'educazione, attraverso gli organi ufficiali diocesani di Palermo, come il sito www.tuttavia.eu dell'ufficio di pastorale della cultura. Più che declinare l'invito, con questa lettera vorrei spiegare perché non posso accettare.
Gli intellettuali cattolici di questa città, che amano pensarsene come l'élite ecclesiale, hanno sostanzialmente omesso di fare i conti con la lezione cristologica e storico-salvifico del martirio di Puglisi. In particolare (con la sola eccezione di Aldo Naro) la comunità teologica accademica che ha fondato e guidato la facoltà teologica di Sicilia, da cui si estrae l'episcopato attualmente alla guida delle diocesi di mezza Sicilia e continua a formare i giovani preti e il laicato "impegnato" di Palermo, sembra tuttora inconsapevole delle gravi responsabilità del modello ecclesiale istituzionale a cui essa si richiama, su cui si radica e continua a tramandare.
Quanto a me, mi sono congedato da questo tipo di modello ecclesiale ormai da quasi venti anni. Non posso, credimi, davvero non posso, tornarci dentro.


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Nessuna descrizione della foto disponibile.

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La rinuncia di Ratzinger fu la rivolta del teologo contro quella corazza normativa che attualmente soffoca la chiesa con la pretesa di sorreggerla. Le riforme di Papa Bergoglio non hanno neppure cominciato ad enucleare la carica rivoluzionaria del gesto di Ratzinger, perchè quest'ultimo ha implicitamente dichiarato legittima la discussione sull'intera disciplina ecclesiastica, dal celibato al centralismo romano, dalla disciplina per la formazione del clero alla elezione di vescovi e presbiteri.
Fino all'opportunità di mantenere questo anacronistico residuo di potere temporale e come scioglierlo, lo Stato del Vaticano, intendo, con i suoi annessi e connessi economico-giuridici.

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È tempo di pensare a una «chiesa più piccola», non monarchica e centralizzata ma orizzontale e plurale; meno organizzata sul territorio e più disseminata tra le persone; meno preoccupata delle regole e del corpo dottrinale quanto piuttosto dell'autonomia dello spirito e dell'esistenza credente; che faccia meno affidamento sulla propria potenza mondana e sia più fiduciosa nella presenza salvifica di Cristo.


domenica 28 novembre 2021

Mario Pintacuda · E SE NON FINISSE MAI? domenica. 28 Novembre 2021





Sul “Corriere della Sera” di oggi, Antonio Scurati scrive un articolo tanto interessante quanto preoccupante. Si intitola “E se non dovesse mai finire? Il dovere di immaginare un futuro” e fa riferimento al sempre più inquietante scenario della pandemia.

Scurati fin dall’inizio mette in risalto la situazione attuale: «E se non dovesse mai finire? Abbiamo a lungo evitato di dare voce a questa nostra paura impronunciabile. Ammoniti a non farlo da un senso di responsabilità misto a scaramantiche proibizioni, abbiamo taciuto. Forse, però, è giunto il momento di confessare: non è forse vero che, mentre entra il terzo inverno di pandemia, si fa strada in noi il pensiero di un inverno senza fine? Lo sbarco in Europa della variante sudafricana non soltanto alimenta la paura di un inverno pandemico senza fine, forse ne giustifica anche il timore sul piano della previsione razionale. Forse, giunti a questo punto, la coraggiosa speranza in una rapida uscita dalla crisi rischia di ribaltarsi in un superstizioso scongiuro».

Come dare torto a Scurati? L’ennesima variante, la Omicron (ma i Greci non avrebbero potuto inventare un alfabeto con meno lettere?) è inevitabilmente già sbarcata nel nostro Paese; il mondo è globalizzato, tutto arriva da un continente all’altro in tempo tristemente reale. E questa nuova variante preoccupa particolarmente per il timore che possa aggirare tutti i vaccini finora disponibili, alla faccia di tutte le dosi già inoculate.

Scurati non nasconde la triste realtà: «è necessario attrezzarci con modelli di pensiero che contemplino l’ipotesi peggiore, quella di un’emergenza sanitaria globale che, attraversata una soglia critica, diventi cronica. È possibile che mi sbagli ma, in tutta coscienza, ritengo giusto e doveroso tenere lo sguardo fisso sull’abisso che ci si è spalancato sotto i piedi».

L’articolista ripercorre i mesi della lunga pandemia: e osserva acutamente che «lo schema culturale che ha prevalso nelle interpretazioni e commenti sulla pandemia a partire dal marzo del 2020 è stato quello dei cicli di morte e rinascita». 

In altre parole, all’inizio eravamo tutti convinti che si trattasse di un “momento di tenebra”, di una nottata che - Eduardo De Filippo docet - doveva prima o poi passare; dopo il cupo inverno, si poteva e si doveva sperare nell’arrivo della primavera. In particolare, questo sbocco positivo sembrava assicurato dall’arrivo dei vaccini. 

Ma ora non è più così: «Ora che la quarta ondata già sommerge buona parte dell’Europa, e che un volo atterrato ad Amsterdam dal Sudafrica con 61 positivi su 600 passeggeri ne annuncia una quinta, forse è prossimo il momento in cui smetteremo di contarle. Ora che la variante Omicron provoca una crescita vertiginosa dei contagi (e minaccia di poter aggirare i vaccini esistenti), forse faremmo bene ad attrezzarci per un lungo viaggio, un viaggio attraverso una terra che non conosca più l’alternarsi d’inverno e primavera ma soltanto un autunno perenne. Un viaggio con destinazione sconosciuta».

Insomma, dovremmo cambiare testa, abitudini mentali, prospettive e consuetudini. L’emergenza si cronicizza, la pandemia diventa endemica, il provvisorio tende a diventare definitivo. 

Del resto, a fugare il dubbio che si tratti di “farneticazioni apocalittiche”, Scurati fa due altri esempi di emergenze divenute croniche: da un lato quella ambientale e climatica, dall’altro quella legata alle migrazioni. Conseguentemente, «bisogna riconoscere i nostri fallimenti, le nostre sconfitte, la nostra impotenza».

È quindi possibile, nella peggiore delle ipotesi, che anche il problema sanitario, privo di una soluzione definitiva, diventi cronico. 

In tal caso, Scurati arriva anche a ipotizzare conseguenze politiche, come il riemergere delle tendenze populiste e sovraniste (che potrebbero rialzare la cresta, invocando «la blindatura autoimmune nei confronti di un mondo globalizzato che ci invade con le sue varianti»); ipotizza poi anche un’altra conseguenza, cioè che «la fiducia nelle virtù civiche (mascherine, distanziamento, riduzione domestica dei consumi energetici, apertura all’altro da noi etc.) dovrà cedere il passo alla speranza nella soluzione scientifico-tecnologica delle emergenze».

L’articolista chiude così: «Le conseguenze del cronicizzarsi delle emergenze planetarie sarebbero molto altre. Non ho né lo spazio né le capacità per immaginarle. Forse, però, sarebbe il caso che cominciassimo a farlo tutti insieme, consapevoli che un’epoca è finita, un’altra è cominciata, e che ci preparassimo ad affrontarla con spirito di adattamento a livello di specie, non con la rassegnazione di milioni, miliardi d’individui malinconici, rabbiosi e solitari”.

Adattarsi. Convivere con il problema. Voltare pagina rispetto a un passato che rischia di non tornare più. Acquisire la triste consapevolezza di essere entrati in una fase nuova e inedita, forse addirittura in una nuova era. Con il rischio (ahimè concreto) di trasformare il mondo in una comunità composta da “miliardi d’individui malinconici, rabbiosi e solitari”.

Al desolato e desolante articolo di Scurati, di fronte alle ultime preoccupanti notizie sulla nuova variante, che cosa si può aggiungere? Non certo un appiattimento sulle superficiali posizioni dei no-vax, che forse proprio con il loro ostinato rifiuto hanno impedito di raggiungere quella “immunità di gregge” che avrebbe ridotto al minimo gli spazi per la diffusione di nuovi virus: infatti, come dice la scienza, la scienza vera (non quella trovata su internet nei siti fai-da-te), le varianti nascono e si moltiplicano laddove il virus è ancora presente e riesce a diffondersi. Si dovrebbe anzi, ora più che mai, rivolgere a tutti il caparbio invito a fidarsi sempre e comunque della scienza, seguendo le indicazioni delle autorità sanitarie. E l'Occidente dovrebbe imparare una volta per tutte che i Paesi meno sviluppati devono essere assolutamente aiutati a fronteggiare l'emergenza sanitaria, mentre è folle e autolesionista abbandonarli a se stessi.

Vedremo. Nel frattempo c’è il concreto timore che la convinzione dissennata che “tutto sia finito” conduca a una sottovalutazione dei nuovi pericoli; e, tanto per fare un esempio, vedevo ieri sera, nelle vie della “movida” palermitana, i locali alla moda ultra-affollati di giovani stipati all’inverosimile, senza mascherine, con un distanziamento che nessuno fa rispettare e a cui nessuno pensa più. 

Per di più si avvicina Natale, con la frenesia dello shopping, con le riunioni familiari, con le feste e i veglioni. Tutto sembra uguale a sempre, tutto è come eravamo abituati. Ma forse non è più così, almeno non lo è in questo momento; e chissà quando e se lo sarà più. 

Noi, comunque, l’albero di Natale prepariamolo; nella speranza che ci porti fortuna. Non dobbiamo affondare nel pessimismo paralizzante, ci mancherebbe altro; però non eccediamo nell’euforia immotivata. La “giusta misura” degli antichi, la “metriòtes” dei greci, l’“aurea mediocritas” continua ad essere una saggia indicazione di vita. E dunque navighiamo a vista, nella speranza tenace di avvistare un giorno l’approdo in un porto sicuro o, per lo meno, di non dover affondare mai. 

Nel frattempo, attenzione alla rotta: non siamo ancora arrivati.

sabato 27 novembre 2021

Ed io nel 2022. concordo con la riflessione 2015 del mio caro amico Vincenzo Guzzo

Ed io nel 2022. concordo con la riflessione 2015 del mio caro amico Vincenzo Guzzo: Dopo sette anni sono arrivato alla medesima meditazione.


Vincenzo Guzzo 24 Novembre 2015 

domenica 14 novembre 2021

Che cos’è l’Imperativo categorico kantiano? Prof FRANCESCO DIPALO


L'imperativo categorico di Kant



Proviamo a mettere al posto di “Imperativo categorico” l’espressione “voce della coscienza”. Hai presente quando, messo di fronte ad una determinata situazione, senti che non puoi non agire se non in una determinata maniera? E questo al di là di ogni interesse personale e tenendo a freno l’istinto del momento che, per esempio, ti istigherebbe a girare la testa da un’altra parte… Sai che non potresti mai perdonartelo. Lo sai e basta. Se solo ti fermassi un attimo a pensarci, magari, troveresti anche una giustificazione razionale a questo tuo sentire, tale da poter essere assolutamente condivisa con tutti (cioè da poter essere resa “universale”). Ti sarà capitato, qualche volta… Un ragazzo che viene bullizzato, una compagna di classe che viene ingiustamente rimproverata. Non so, prova a fare tu l’esempio che ti sembra più idoneo. Senti che è ingiusto e basta. Ed è ingiusto perché offende l’umanità che è in te, non il tuo piccolo io, ma qualcosa di più grande e profondo. E immediatamente ti rendi anche conto che, se quel comportamento dovesse essere elevato a norma generale, ebbene, avremmo un’umanità ancora più infelice, ancora più meschina, ecc. Ecco, questa è la radice dell’imperativo categorico. Nessun calcolo opportunistico, nessun utile in vista. Ti spinge ad una determinata condotta e basta, anche se poi, magari, il tuo agire non dovesse mostrarsi all’altezza della situazione o dovesse rivelarsi, purtroppo, inconcludente. Sia come sia: è tuo dovere e basta. Hai presente quella sensazione di potersi addormentare tranquilli perché si sa di aver fatto quel che era giusto fare? Ecco. Considera un’altra cosa. L’imperativo categorico di Kant, a ben guardare, è l’istinto morale cristiano-luterano depurato di qualsivoglia contenuto religioso o fideistico (vecchia maniera), voce della coscienza, voce di Dio, e declinato secondo i crismi della Ragione illuministica. Vogliamo provare a muovergli una critica? A molti, forse, potrà “puzzare” ancora di “fideistico”, e la sua apparente laicità rivelarsi una fragile copertura. Non a caso, l’imperativo kantiano ha la stessa forma della legge fondamentale del cristianesimo (che, peraltro, è assolutamente razionale): “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Ovvero: “rispetta negli altri la stessa umanità che riscontri (o dovresti riscontrare) in te”. È chiaro? Ti dico anche qual è la differenza fondamentale tra l’imperativo categorico kantiano e la massima evangelica: il primo è espresso “autonomamente” dalla Ragione (ovvero la Ragione umana si dà da sé medesima – in greco autòs – la sua legge – in greco nòmos); il secondo, invece, è dettato in maniera “eteronoma” da Dio (èteros, “altro”, nòmos, legge”: legge posta, stabilita da qualcun altro, ovvero il divino). Ecco, l’imperativo categorico rappresenta il comandamento fondamentale di un Uomo diventato “maggiorenne”, di un Cristiano che, laicamente, osserva nella Legge di Dio la sua profonda, intrinseca “razionalità” e la riconosce come propria 

https://francescodipalo.wordpress.com/2021/11/14/che-cose-limperativo-categorico-kantiano/



sabato 13 novembre 2021

L'omelia che avrei voluto fare io -'Morire per un vaccino' – Il racconto di Stefano Massini




Stefano Massini nel suo intervento in tv a Piazzapulita raggela il pubblico con la storia di una bambina di 9 anni annegata cercando di guadare il fiume Rio Grande al confine fra Messico e Stati Uniti: sono decine ormai i migranti morti nel tentativo di raggiungere gli USA dove sperano di essere vaccinati contro il Covid, che in Messico ha segnato nei decessi cifre da capogiro.


https://www.la7.it/piazzapulita/video/morire-per-un-vaccino-il-racconto-di-stefano-massini-12-11-2021-408079



domenica 7 novembre 2021

Il filosofo Morizot: "Vi spiego perché alberi e lupi sono nostri parenti. Io ci ho parlato"





https://www.repubblica.it/esteri/2021/10/27/news/continental_breakfast_lena_el_pais_il_filosofo_morizot_alberi_e_lupi_sono_nostri_parenti_-323807210/


Baptiste Morizot (Draguignan, Francia, 38 anni) è un filosofo con i piedi per terra. In questo senso, dice di seguire il precetto del filosofo americano John Dewey, uno dei principali esponenti del pragmatismo, il quale sosteneva che la filosofia avrebbe ritrovato il suo posto nella società il giorno in cui avesse smesso di interessarsi ai problemi dei filosofi e si fosse finalmente interessata ai problemi degli uomini.


Morizot, professore a Aix-en-Provence e autore di Manières d'être vivant, si interessa di uomini e animali. E anche di alberi. I suoi libri sono un misto di pensiero e di reportage: filosofeggia in movimento e sul campo. Se la filosofia è una ricerca, a lui lo ha portato in campagna e in montagna, ad avvicinarsi ai lupi, a studiarli e a cercare di stabilire un contatto con loro. Come se fossero extraterrestri. O fratelli.



Che cosa dice ai lupi quando gli parla, o ulula con loro, e loro che le dicono?

"Io sono qui, dove siete voi, incontriamoci di nuovo, facciamo branco".


È questo che le dicono?

"È quello che dicono ed è qualcosa che sentono in quello che dico a loro. Si dicono: 'È strano, c'è una specie di creatura che parla, a quanto pare, la nostra stessa lingua, ma con un accento atroce'".


Un accento barbaro.

"Sì, ho l'impressione di essere il barbaro per quell’animale selvatico. Vale a dire, una creatura che sembra parlare la stessa lingua, ma non si sa se sono borborigmi o se è davvero una lingua. Immagino che recepisca così i suoni che emetto e, da questa prospettiva, risponde".


Che cosa prova in quei momenti, quando parla con loro e loro rispondono?

"Un'emozione particolare. La memoria della nostra comune ascendenza. È la tesi darwiniana formulata nel 1859, scientificamente stabilita e vera come quella che la Terra è rotonda: noi condividiamo un'ascendenza comune con tutte le forme di vita, da questi alberi ai fiori, ai lupi. La possibilità di comunicare con forme di vita così lontane ci ricorda la nostra comune ascendenza con il mondo dei mammiferi. Il lupo è affascinante nella cultura occidentale, genera un potente effetto specchio per gli umani. È un animale familiare che educa i suoi piccoli, collabora collettivamente per cacciare, è territoriale, allo stesso tempo conflittuale e capace di fare la pace... L'immagine che ci restituisce fa capire che non veniamo da un mondo diverso dal suo".


Li definisce alieni familiari...

"Queste forme di vita, come questi alberi, sono nostri parenti. Condividiamo milioni di anni di evoluzione. Condividiamo attitudini fisiologiche comuni, una genetica comune, un rapporto in qualche modo comune con l'esistenza: gli alberi, in un senso particolare, respirano; i mammiferi respirano in un altro senso. Allo stesso tempo, a causa della divergenza nell'evoluzione, queste forme di vita sono aliene [aliens]. Uso questa parola per qualificare un'alterità radicale alla quale non abbiamo accesso, come se provenisse da un altro mondo".


A quale scopo comunicare con alieni o, in questo caso, con esseri viventi?

"Il nostro posto nell'universo era visto come la sovranità assoluta dell'unico essere capace di comunicare e pensare in un mondo composto di materia o di creature selvagge governate meccanicamente dai loro istinti. Questa idea è falsa: siamo esseri viventi tra viventi, certamente con facoltà originali, facoltà simboliche senza paragone, ma interdipendenti con tutte le forme di vita con cui ci siamo evoluti allo stesso tempo, dagli impollinatori in agricoltura, alla fauna terrestre, alle foreste. Ora, non credo che viviamo in una relazione spontaneamente armoniosa con una madre natura benevola: non vedo benevolenza nei vivi. Più che un sovrano assoluto o un romantico ingenuo, immagino l’essere umano come un diplomatico che negozia un modus vivendi con altre forme di vita per rendere possibile la coabitazione in un mondo complicato".


Lei parla di diplomazia e negoziazione, ma l'essere umano non è già assolutamente dominante?

"L'evoluzione ci ha dotato di facoltà che ci permettono, attraverso la tecnologia e la pianificazione, di prosperare a spese di altre specie. Ma se si guarda alla realtà della biosfera, si può dire che i virus e i batteri hanno una maggiore antichità, longevità e resilienza di quanto noi avremo mai. E sebbene le nostre facoltà ci permettano di prendere il controllo di un certo numero di ecosistemi, oggi vediamo bene che un dominio che ignora le interdipendenze con altre forme di vita è un dominio destinato a scomparire, perché distrugge gli ecosistemi necessari alla nostra esistenza".


Se, come lei scrive, l’essere umano ha operato una “secessione” rispetto alla natura, la soluzione è tornare indietro? E dove?

"Dobbiamo inventare nuovi modi di relazionarci con il resto del mondo vivente. Più in sintonia e con maggiore deferenza. Possiamo trarre ispirazione da forme sociali o culturali che ancora popolano la Terra e mantenere relazioni più sostenibili e desiderabili con ciò che vive. Non si tratta di tornare indietro, ma di inventare collettivamente le forme sociali auspicabili per il XXI secolo".


È deferente la natura? E i lupi?

"No, ma non importa. Non si tratta di imitare la natura come se fosse buona e migliore di noi. Questi immaginari sono arcaici, non li condivido. Sottolineo solo che abbiamo creduto di poter agire sulla Terra come se fossimo soli: questo ha dato origine a forme economiche e industriali che distruggono le condizioni di abitabilità del pianeta. Questa distruzione oggi ci fa rendere conto che siamo interdipendenti. Ma dobbiamo evitare due pericoli. Il primo è considerare che non dobbiamo alcuna deferenza alle altre forme di vita perché non sono altro che materia. Il secondo è considerare che sono da prendere come persone con un valore assoluto e sacro. Per me, non avrebbe senso estendere il diritto umano alle api o agli alberi".


Non stiamo andando verso l'apocalisse?

"La situazione è grave, è evidente che stiamo indebolendo una serie di ecosistemi e che siamo all'origine della scomparsa di intere specie, ma questo non equivale a parlare di un collasso apocalittico della vita. C'è qualcosa della megalomania umana nel credere che siamo capaci di distruggere la vita sulla Terra".

(Copyright El País/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Luis E. Moriones)

venerdì 5 novembre 2021

A Living Sacrifice- dal sito della. Companions on theWay - tradizione Anglicana -


testo in lingua inglese

https://www.companionsontheway.com/post/a-living-sacrifice?fbclid=IwAR2-jqWAvP_H1v89XTdy7oaC7UeytlZbZwD8p-ZoY6l5J5LqR0hCyR1pI6k



Tentativo di traduzione in Italiano (traduzione di fatto come interpretazione )


Un sacrificio vivente


Mentre si  lotta per  crescere ed  impegnarsi in un modo di vivere che promuova l'abbondanza per tutti , la pace, la giustizia e il rispetto per tutta la vita, siamo incoraggiati  ma anche  interrogati  dall'interno della nostra tradizione. Le nostre letture di questa settimana (1 Re 17:8-16; Salmo 146; Ebrei 9:23-28; e Marco 12:38-44), come spesso accade, ci portano in momenti di tensione e paradosso interiore . Da un lato abbiamo la lettera degli Ebrei che ci ricorda che Gesù, il nostro grande sommo sacerdote, ha compiuto l'estremo sacrificio una volta per tutte per noi come espressione di amore senza limiti. E poi abbiamo questa storia familiare dai Vangeli sull'obolo della vedova e il sacrificio a cui siamo chiamati come discepoli sulla Via.


Pensiamo di conoscere bene la storia della vedova perché l'abbiamo imparata alla Scuola Domenicale e perché probabilmente abbiamo ascoltato molti sermoni o appelli per le donazioni usando questa Scrittura. Questa vedova è additata come l'esempio di come ognuno di noi può essere generoso per Dio e di come Dio può usare questa generosità per promuovere il regno. E penso che questo sia abbastanza vero: lei è un meraviglioso esempio di generosità e fedeltà che sono sicuro che Dio può usare per i suoi buoni propositi. Ma penso anche che stia succedendo anche qualcosa di più specifico  e sovversivo.

In primo luogo, come indica la nostra storia dell'Antico Testamento, Gesù non predica dal vuoto, ma da una lunga e consolidata tradizione di storie di vedove e altre donne sterili. Le donne non compaiono molto spesso nell'Antico, o anche nel Nuovo, Testamento. E anche quando lo fanno spesso non hanno nomi personali. Quindi, quando appaiono, puoi essere certo che l'autore sta per sottolineare un punto importante di solito sul fatto che Dio è così potente e gli scopi di Dio sono così importanti che possono essere raggiunti  attraverso il ruolo delle donne! In effetti c'è un certo senso che quanto più agli ultimi posti della scala sociale  è l'attore umano,(come le donne in Israele)  tanto più gloria va a Dio. C'è anche il tema correlato che umili persone  fedeli, maschi e donne, possono essere usati per realizzare gli scopi di Dio. Le teologie più contemporanee sottolineerebbero che l'umanità e Dio sono co-creatori del regno. Quindi la nostra storia questa settimana della vedova fedele che condivide il suo ultimo pasto con il profeta e quindi svolge la sua parte in Dio portando giudizio e rinnovamento alla terra è uno sfondo importante per la storia del Vangelo.In secondo luogo, Gesù ha fatto molti commenti sull'arroganza, l'ipocrisia e con le letture di questa settimana annuncia la completa corruzione di coloro che gestiscono il tempio. Marco e gli altri evangelisti, in particolare Matteo, sembrano vedere la distruzione del tempio nel 70 dC come un giudizio di Dio in quanto il tempio era così corrotto da dover essere distrutto. Quindi Gesù non sta solo facendo un forte contrasto tra gli scribi e la vedova ma anche, credo, dicendo che la sorte della vedova è dura quanto lo è a causa dell'ingiustizia e dell'ipocrisia degli scribi e degli uomini religiosi!Doubly damming. Dobbiamo solo pensare a come le nazioni più ricche hanno contribuito in modo sproporzionato e negativo a ciò che ha portato al cambiamento climatico, mentre sono le molte delle nazioni più povere a sopportare l'impatto peggiore. Siamo moderni scribi e farisei in tanti modi. E in terzo luogo, e in modo polemico e duro , Gesù sembra sostenere la generosità sacrificale della vedova come modello di vita da discepolato «... ma lei nella sua povertà ha messo dentro tutto ciò che aveva, tutto ciò che aveva per vivere». Questo è un dono sacrificale e fa parte dell'essere un popolo che segue Gesù e non semplicemente lo adora Molti di noi partecipano al culto tradizionale e ogni settimana molti di noi pregano prima di partire “...mandaci come sacrificio vivente”. Ma cosa significa veramente e se crediamo che l'offerta d'amore di se stesso, il sacrificio di Gesù, fosse una volta per tutte, allora perché siamo incoraggiati a vivere e ad amare in modo sacrificale.? Ecco il Santo paradossale quesito. Quindi mi chiedo per me, per ciascuno di noi come individui e come corpo di Cristo cosa significa essere un sacrificio vivente. Non credo di avere la risposta definitiva ma solo tre pensieri che vorrei condividere con voi.In primo luogo che come cristiani crediamo che la vita, morte e risurrezione di Gesù abbia creato una via vivente tra noi e Dio: che siamo giustificati o salvati o resi vivi più pienamente mediante la fede e la relazione con il divino e non mediante le nostre buone opere o sacrifici. Eppure Gesù stesso ha detto che dovevamo prendere la nostra croce e seguirla. Gesù può essere morto come uno di noi e per noi, ma è un processo in cui anche noi dobbiamo entrare profondamente. Dobbiamo essere iniziati a un tale amore che si dona, che il sacrificio non è un prezzo per la salvezza, ma un'espressione di amore, come lo fu per Gesù. Questo è fondamentale per la nostra comprensione della vita in cui siamo chiamati In secondo luogo che siamo chiamati ad essere sacrifici viventi, cioè pienamente vivi e attratti dalla vita abbondante di grazia . La partecipazione alla vita del divino è portare i frutti dello spirito nelle nostre vite, inclusi amore, gioia, pace, tolleranza, gentilezza, bontà, fedeltà, gentilezza e autocontrollo. Lo scopo dell'amore che si dona non è la morte, ma la vita senza limiti.E in terzo luogo, e per chi vuole seguire Gesù non c'è modo di evitarlo, che siamo chiamati a una vita di vita sacrificale. Per alcuni questo include il sacrificio estremo della vita stessa, come per i martiri. Ma per tutto questo include una vita in cui cerchiamo di rinunciare e di rinunciare a tutto ciò che ci separa da Dio. Per la maggior parte questo include la donazione di ricchezze materiali per i bisogni del regno e dei nostri vicini: alla chiesa, alla carità, alla famiglia, ecc. per i bisogni di oggi e le speranze di domani. Ma per tutti noi la vita sacrificale include la rinuncia più costante e sottile a ciò che ci mantiene piccoli, ansiosi e distratti da Dio. Ogni giorno ci viene chiesto di rinunciare a idee su noi stessi e sugli altri troppo piccole o troppo grandiose.Credo che siamo chiamati a vivere pienamente, pieni di speranza, gioia, amore, perdono, gratitudine e pace godendo di tutto ciò che Dio ci ha dato nella creazione e nella famiglia umana. E pieno di tenera sollecitudine, di amorevole gentilezza – nei sentimenti e nelle azioni – per gli altri. E quel tipo di pienezza ci condurrà a vite che sono un sacrificio vivente. E così, vieni Signore Gesù Cristo, vieni.

Leonardo Boff: «Il problema è il capitalismo» ma i leader evitano di dirlo



Intervista al teologo della Liberazione. Bolsonaro? «Andrà avanti con la deforestazione mentendo al Brasile e al mondo, non ci sono dubbi». Come il sistema attuale condanna a morte il «grande povero» che è il pianeta devastato


"I leader mondiali hanno accuratamente evitato di toccare quello che è il vero problema: il capitalismo. Se non cambiamo il modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale, arrivando al 2030 con un aumento della temperatura oltre il grado e mezzo. Le conseguenze sono note: molte specie non riusciranno ad adattarsi e si estingueranno, si registreranno grandi catastrofi ambientali e milioni di rifugiati climatici, in fuga da terre non più coltivabili, oltrepasseranno i confini degli stati, per disperazione, scatenando conflitti politici. E con il riscaldamento verranno anche altri virus più pericolosi, con la possibile scomparsa di milioni di esseri umani. Già ora i climatologi affermano che non c’è più tempo. Con l’anidride carbonica che si è già accumulata nell’atmosfera, e che vi resterà per 100-120 anni, più il metano che è 80 volte più nocivo della CO2, gli eventi estremi saranno inevitabili. E la scienza e la tecnologia potranno attenuare gli effetti catastrofici, ma non evitarli."


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Il sistema capitalista non offre le condizioni per operare mutamenti strutturali, cioè per sviluppare un altro paradigma di produzione più amichevole nei confronti della natura e in grado di superare la disuguaglianza sociale. La sua logica interna è sempre quella di garantire in primo luogo il profitto, sacrificando la natura e le vite umane. Da questo sistema non possiamo aspettarci nulla

venerdì 29 ottobre 2021

[Articolo di Miriam Mafai, pubblicato su Repubblica del 10 Giugno 1984, il giorno prima della morte dell’On. Enrico Berlinguer.]



cossiga-berlinguer


{L’On. Enrico Berlinguer e l’On. Francesco Cossiga erano cugini di terzo grado: i loro bisnonni erano infatti fratellastri. In comune avevano una trisavola, Maria Russo, che sposò in prime nozze Giuseppe Zanfarino, matrimonio dal quale nascerà Antonio Zanfarino, il nonno materno dell’On. Cossiga ed in seconde nozze Giuseppe Loriga dal quale nascerà Giovanni Loriga, nonno materno dell’On. Berlinguer.}



“Mi telefonò, qualche giorno fa, per dirmi che stava leggendo le poesie del mio bisnonno, Gavino Cossiga…”
Il libretto, dalla copertina chiara, è sul tavolo. Il titolo, in sardo, è Su Poeta Christianu e anche il nome dell’ autore è scritto alla maniera sarda: Bainzu. Francesco Cossiga si abbandona ai ricordi, alla tenerezza e all’ orgoglio di questa parentela apparentemente anomala. Da una parte il segretario del più grande partito comunista dell’ Occidente, dall’ altra uno dei leader della Dc, oggi presidente del Senato. I rami lunghi dei rispettivi alberi genealogici si intrecciano con quelli dei Segni, dei Siglienti, dei Satta Branca, degli Zanfarino, dei Soro Polino, grandi famiglie di Sassari, nobiltà di toga e di armi, avvocati, magistrati, massari e commercianti, sullo sfondo di una città di tradizione repubblicana e democratica, orgogliosa dei suoi intellettuali, della sua Università e della sua vita politica vivace. In questa città don Enrico Berlinguer, nonno del segretario del Pci, aveva fondato sul finire del secolo “La Nuova Sardegna” di orientamento radicale. “La mia famiglia veniva dall’ interno e noi eravamo di origine più modesta. I Berlinguer invece appartenevano alla piccola aristocrazia sarda non titolata, cavalieri ereditari di patrizi, con titolo di don ma senza feudi nè decime. Nè marchesi nè ricchi i Berlinguer, ma aristocratici sì, arrivati in Sardegna dalla Spagna sul finire del 500. Ma l’ origine catalana non esclude sangue tedesco; il circuito Spagna-Fiandre-Austria fu vivace per tutto il 700“. Lo studio del presidente del Senato è tappezzato di damasco color oro, dello stesso colore sono le poltrone e il divano. Sul muro, vicino alla bandiera tricolore, c’ è un crocefisso d’ avorio, alle pareti quadri di scuola fiamminga e del Pinturicchio. Nella penombra, Cossiga appare pallido, un po’ gonfio e stanco. Ieri è stato a Padova a vedere il cugino Enrico morente.




Un bisnonno ufficiale dei carabinieri, un nonno fondatore di giornali radicali, un padre deputato del blocco costituzionale, aventiniano, poi aderente a Giustizia e Libertà e al Psi; un altro nonno medico famoso; cugine cattoliche; zii democristiani o massoni… Come si cresce in una famiglia così? Tengono le fila di questa educazione familiare non solo gli uomini ma anche le donne, che nel racconto di Cossiga compaiono e scompaiono, affettuose ed eleganti, rapite dalle malattie o inghiottite dalla vecchiaia. Sono le bisnonne le nonne le zie le madri che reggono con mano ferma e grande parsimonia le famiglie, nobili e numerose, in cui si parla molto di politica e in cui i bambini vengono portati regolarmente in chiesa e comunicati anche quando i padri sono massoni o fanno professione di anticlericalismo. “La moglie di nonno Enrico, così piccolina, dipinta che camminava svelta…“. “Zia Mariuccia, bellissima, morta in modo così terribile…“. “Zia Ines, che sposò Stefano Siglienti, sì quello che fu il presidente dell’ Imi ma prima era stato ministro delle Finanze del governo Bonomi…“. Altre donne appaiono fuggevolmente in questo quadro sassarese: “Le sorelle Sant’ Elia, che erano molto amiche delle principesse Savoia, tanto che quando il principe Umberto arrivò a Sassari chiese di conoscere Mario Berlinguer, il padre di Enrico, perchè era loro amico e andavano tutti assieme a fare i bagni…“. Dolcezze di una vita di provincia di cinquanta anni fa, dove erano possibili singolari alleanze familiari e innesti culturali, tra deputati antifascisti, personaggi della Curia, figli di nobili e alti funzionari dello Stato. In questo ambiente, severo senza bigotteria, benestante senza sprechi, cordiale senza volgarità, i due ragazzi, Enrico e Giovanni rimasti presto orfani, crescono imparando le virtù che sono comuni a certa nobiltà e alla classe operaia: la serietà, il riserbo, l’ impegno nello studio e nel lavoro, la parsimonia. Nella famiglia Berlinguer, come nelle famiglie dei Segni dei Cossiga e dei Siglienti c’ è sempre stato il gusto (oltre che la necessità) della modestia nel vestire, nell’ abitare, nel vivere. Il rammendo era di casa, e gli abiti passavano dai fratelli più grandi a quelli più piccoli senza proteste e senza vergogna. Un certo ascetismo di Enrico ha origine in questa educazione prima di incontrarsi con il rigore tipico del rivoluzionario professionale. “Enrico era più chiuso di noi, più taciturno“, racconta Cossiga. “Leggeva molto. In casa c’ erano i libri del padre Mario e del nonno Enrico, anche lui avvocato, di idee radicali, amico di Garibaldi e di Mazzini. Nella biblioteca di famiglia ha certamente incontrato Amendola, Gobetti e Dorso, ma anche Bakunin, Croce e il Manifesto di Marx“. Croce il giovane Berlinguer lo conoscerà di persona quando nel 1944 va a Salerno a trovare il padre, Mario, già in corsa per un ministero (e difatti sarà nominato commissario aggiunto all’ epurazione). In casa di Croce quel giorno ci sono i sardi che contano: Antonio Segni, naturalmente, e Stefano Siglienti, che sono ben felici di presentare al filosofo il nipote, così giovane, così studioso, così magro, appena uscito da cento giorni di detenzione nel carcere di Sassari. Ma in casa Croce quel giorno c’ è anche un altro signore che a Sassari ha fatto il liceo e che alla Sardegna è molto legato: è Palmiro Togliatti, appena rientrato in Italia da un ventennale esilio, che al giovane Enrico chiede notizie dettagliate su questi “moti del pane” di cui l’ Unità aveva già dato notizia. Qualche mese dopo Enrico si trasferisce a Roma per lavorare al centro dell’ organizzazione giovanile del Pci. “Mio cugino“, dice Cossiga, “non è timido. E’ sardo. Ha sempre avuto un grande pudore dei suoi sentimenti. Può dire di conoscerlo solo chi lo ha visto in barca o nell’ intimità della sua casa… I nostri rapporti politici? Le dirò solo questo: se parlavo con lui, da sardo e da cugino, non gli mentivo. E so che la stessa cosa valeva per lui. Un giudizio? In questo momento è difficile: è certo che era profondamente comunista e insieme profondamente democratico. Come riuscisse a conciliare le due cose non so. Ma ci riusciva“

lunedì 25 ottobre 2021

Il conflitto come dono- Isaac Pennington ben capì il messaggio di Paolo nella lettera ai Romani, cap.14

Tradotto da una riflessione offerta all’incontro annuale (aprile 2016) degli Amici Irlandesi da Marisa Johnson, segretaria della sezione Europa e Medio Oriente del Consiglio Mondale Consultivo degli Amici (Quaccheri)[FWCC: Friends ' World Committee for Consultation].


La stella quacchera, utilizzata a partire dal XIX secolo e tutt'oggi ancora in uso


L'intero testo è scaricabile al seguente indirizzo facebook ed è disponibile per tutti 

https://www.facebook.com/groups/152794871433916/permalink/1119153378131389


Alcuni passi 

Per lo più il conflitto viene evitato o soppresso. Il desiderio di trovare una risoluzione, anche se più costruttivo e positivo, a volte è motivato dall’ansia di eliminare il disagio il più presto possibile. Quest’ansia forse ha origine nella percezione che la presenza di un conflitto nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità rappresenta una mancanza nella vita che dovrebbe essere vissuta in armonia, secondo lo Spirito di Dio, rivelato nei frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, compassione, bontà, fede, gentilezza e autocontrollo (Paolo in Galati 5: 22-23). 

Il conflitto perciò è una sorta di fallimento, sembra quasi una conseguenza del nostro peccare, della nostra incapacità, individualmente e collettivamente, di vivere con fede, disponibili alla vita e all’opera dello Spirito in noi e nostro tramite. Il conflitto può persino minare la nostra fede,  delusi da ripetuti fallimenti nell'ottenere ‘shalom’, un senso di completezza, armonia e pace


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Ma in fin dei conti, cos'è un conflitto? E’ la dissonanza che risulta da esigenze, opinioni, ed esperienze diverse. E’ un fenomeno del tutto prevedibile, associato alla intrinseca realtà che siamo tutti unici e abbiamo interessi divergenti. La parola conflitto ha una radice latina che significa scontro, letteralmente ‘sbattere contro’ e suggerisce una scarica di energia. Prendiamo una parola di simile derivazione: ‘conflagrazione’. Certo un’improvvisa scarica di energia incontrollata può essere molto pericolosa ma potete immaginare un mondo senza energia, senza passione, senza tensione? Un tale stato di cose avrebbe poco a che fare con ‘la vita’. Sarebbe uno stato senza vigore, uno stato di morte. Per contro, la liberazione dell’energia creativa è l’essenza della vita - dal Big Bang in poi! Il prefisso ‘con’ indica ‘legame’ in questa parola - senza contatto, senza relazione non vi è conflitto. Dobbiamo essere abbastanza vicini l'uno all'altro perché nasca un conflitto. Se la creatività, l'energia, l'essere connessi e in relazione l'uno all'altro possono essere apprezzati come doni, dobbiamo anche accettare il conflitto che è intimamente parte di queste realtà. In un certo senso è analogo all'essere grati per il dono del fuoco che ci tiene caldi e ci consente di cuocere il cibo, ben sapendo che, fuori controllo, il fuoco può far danni e persino risultare in distruzione.


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Isaac Pennington ben capì il messaggio di Paolo nella lettera ai Romani, cap.14, quando scrisse, nel 1660: “Anche al tempo degli apostoli i cristiani erano troppo ansiosi di trovare unità ed uniformità nelle pratiche esteriori e nelle osservanze e a criticarsi a vicenda ingiustamente, per avere modi diversi di vivere la fede. Come è dolce e piacevole all’occhio veramente spirituale vedere tipi di credenti diversi...ciascuno impara quello che gli è dato di imparare, ed offre il suo particolare servizio, ci si riconosce e ci si rispetta, senza litigare gli uni con gli altri per il modo in cui si pratica la fede. Questo è il vero fondamento dell’amore e dell’unità, non che una persona cammini e si comporti esattamente come faccio io, ma il fatto che riconosco lo stesso Spirito e vita in colui che segue il suo percorso, a seconda della sua posizione, nella sua giusta strada, fedelmente: questo mi dà molta più gioia che non il suo seguire esattamente nel mio tracciato.” (da Vita e pratica dei Quaccheri della comunità britannica degli amici 27:13; da Vita e pratica dei Quaccheri 9,1)

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23 Ottobre 1956 la Rivolta Ungherese contro il comunismo. Il manifesto dei 101



Il 23 ottobre 1956 circa 200 mila studenti e operai scendono per le strade di Budapest


La sinistra italiana spaccata

L’Europa assiste agli eventi col fiato sospeso e in Italia si vive lo scontro frontale tra Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, mentre un gruppo di intellettuali vicini al partito comunista, in aperto contrasto con il segretario Togliatti schierato coi sovietici, diffonde il «Manifesto dei 101» a sostegno degli insorti ungheresi. «Erano in centouno, giovani e forti, tutti comunisti ma non disposti a vendere l’anima per la maggiore gloria dell’Urss. Si ribellarono, in quei giorni tragici dell’invasione ungherese, e dissero no — addirittura — a Togliatti. Così attaccarono per la prima volta il muro di ortodossia ideologica del Pci, e fu un colpo di martello contro il muro del totalitarismo marxista-leninista» scrive Dario Fertilio sul Corriere (l’articolo sfiorando l’icona blu).



IL TESTO DEL MANIFESTO DEI 101 

sta in

https://tesi.luiss.it/15390/1/070742.pdf


I tragici avvenimenti d’Ungheria scuotono dolorosamente in questi

giorni l’intera opinione pubblica del Paese. La coscienza democratica e

il sentimento d’umanità dei lavoratori e di tutti gli uomini onesti

reagiscono con la forza delle grandi passioni civili alle notizie divenute

di giorno in giorno più drammatiche. La fedeltà all’impegno assunto

con l’atto di adesione al partito impone di prendere una posizione

aperta. Si formulano pertanto queste considerazioni politiche:

1) I fatti d’Ungheria dimostrano che quando prevalgono

resistenze, ritardi o addirittura il proposito di contenere il processo di

democratizzazione dei paesi comunisti e dei regimi sociali iniziato con

il XX congresso del Pcus, inevitabilmente si verificano profonde

fratture nel popolo e nelle stessa classe operaia, che il Partito è

impotente a superare. Mentre, dove il Partito stesso ha la maturità e il

coraggio di mettersi alla testa degli avvenimenti, il processo di

rinnovamento evolve lungo le sue naturali linee di sviluppo. È questa

l’unica maniera per resistere alle provocazioni antisocialiste. Sbagliata

sarebbe quindi ogni considerazione che, sulla base dei recenti

avvenimenti, tendesse a rimettere in forse i risultati del XX congresso.

La condanna dello stalinismo è irrevocabile.

2) Dagli avvenimenti di Polonia, e soprattutto d’Ungheria,

scaturisce una critica a fondo, senza equivoci, dello stalinismo, che

risulta fondato: a) sulla prevalenza di elementi di dura coercizione sulle

masse nell’opera di costruzione di un’economia collettivizzata; b)

sull’abbandono dello spirito di libertà, che si trova nel genuino pensiero

dei fondatori del socialismo scientifico, e che è ‘ideale stesso delle

grandi masse; c) sull’istaurazione dei rapporti tra i popoli, gli stati 

socialisti, e i partiti comunisti, che non sono di parità e fratellanza, ma

di subordinazione e di ingerenza; d) sulla concezione feticistica del

partito e del potere socialista, quasi che si possa parlare ancora di potere

socialista e di Partito comunista, quando manca il presupposto

essenziale dell’adesione attiva della classe operaia e di naturali alleati.

L’economia, i rapporti civili, i legami internazionali, che si

costruiscono su queste basi, non possono non deviare profondamente

dagli obiettivi che originariamente si intendeva perseguire. Il nostro

partito non ha formulato ancora una condanna aperta e conseguente

dello stalinismo. Da mesi si tende a minimizzare il significato del crollo

del culto e del mito di Stalin, si cerca di nascondere al partito i crimini

commessi da e sotto questo dirigente, definendoli “errori” o addirittura

“esagerazioni”. Non si affronta la critica del sistema edificato sulla base

del culto della personalità, come è stato analizzato nel recente rapporto

del compagno Gomulka al Comitato centrale del Poup.

3) I comunisti italiani si augurano che il popolo ungherese trovi

in una rinnovata concordia la forza per superare la drammatica crisi

attuale, isolando gli elementi reazionari che in questa crisi hanno agito,

riponendo la costruzione del socialismo sulle sue uniche basi naturali:

il consenso e la partecipazione attiva delle classi lavoratrici.

 Se non si vuole distorcere la realtà dei fatti, se non si vuole

calunniare la classe operaia ungherese, o rischiare di isolare in Italia il

Partito comunista italiano, o ripetere giudizi incomprensivi come quelli

formulati a proposito dei dolorosi avvenimenti di Poznan, e che furono

presto smentiti dal corso ulteriore dei fatti e dal riconoscimento dei

dirigenti del Partito operaio polacco, occorre riconoscere con coraggio

che in Ungheria non si tratta di un putsch o di un movimento

organizzato dalle reazione (la quale tra l’altro non potrebbe trascinare a

sé tanta parte della classe operaia) ma di un’ondata di collera che deriva

dal disagio economico, da amore per la libertà e dal desiderio di 

costruire il socialismo secondo una propria via nazionale, nonostante la

presenza di elementi reazionari.

 In particolare, è da deprecare - come è stato riaffermato in modo

assai significativo nel recente documento emesso dalla Segreteria della

Cgil – che l’intervento militare sovietico sia stato richiesto e concesso,

poiché esso contraddice ai principi che costantemente rivendichiamo

nei rapporti internazionali, viola il principio dell’autonomia degli Stati

socialisti, e gravemente compromette dinanzi alla classe operaia e alla

società italiana, la politica perseguita dal Partito e l’opera che esso potrà

dare per la realizzazione della via italiana al socialismo.

 Alla luce di questo è da auspicare che già ora, e poi nell’imminente

congresso, avvenga un rinnovamento profondo nel gruppo dirigente del

Partito.

 Nel presentare questo documento al Comitato centrale è dovere

dire che si ritiene indispensabile che queste posizioni vengano

conosciute e dibattute da tutto il Partito, e se ne domanda pertanto la

integrale e immediata pubblicazione su l’Unità giacché di fronte ad

avvenimenti così drammatici la nostra coscienza di militanti non ci

consente di rinunciare acché in tutto il Partito sia dato conoscere queste

posizioni.

 Ciò diciamo con il proposito che il nostro Partito proceda sulla via

italiana al socialismo, ridia fiducia e unità a tutti i militanti, recuperi la

sua tradizionale funzione decisiva, onde riesca consolidata in Italia la

democrazia, oggi più che mai minacciata dalla reazione capitalistica e

clericale 



Sulla storia anche tormentata del Manifesto dei 101 


https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_dei_101.


https://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/05/01/indimenticabile-terribile-56-manifesto-101-spacca-pci-fatti-d-ungheria-8e1a21e4-0e33-11e6-91a4-bd67d1315537.shtml