Il
digiuno e l'astinenza ai quali il monaco è chiamato non sono dunque una
semplice moderazione nel bere e nel mangiare, tali da farci evitare
ogni eccesso, né una semplice osservanza di regole esteriori, per quanto
queste siano necessarie e debbano essere osservate fedelmente nello
spirito che le ha redatte; il senso dell'astinenza deve ancora spingerci
a tagliare con fermezza, con un generoso slancio spirituale e con con
la libertà d'animo che offre l'assenza di ogni ricerca mascherata di se
stessi, tutte le nostre "volontà proprie" e tutte le nostre voglie di
cercare la nostra soddisfazione nell'alimentazione. La debolezza di
salute obbliga forse l'uomo moderno ad utilizzare maggior moderazione
rispetto al passato per quanto riguarda il digiuno in senso stretto. Ma
esistono pure forme di digiuno che gli sono particolarmente necessarie:
la restrizione dell'uso di eccitanti, di tranquillizzanti e di diversi
prodotti farmaceutici di cui si ha, talora, un abusivo consumo in certe
realtà comunitarie.
Seguendo
la Scrittura, i Padri stabiliscono uno stretto legame tra il digiuno e
la preghiera. Da una parte, in effetti, il digiuno (come d'altra parte
il servizio effettivo del prossimo) da consistenza e autenticità alla
nostra preghiera [...]. La nostra contrizione, la riconoscenza della
nostra miseria e il nostro amore al Signore rischierebbero di essere più
teorici, immaginari e sentimentali che reali, se non fossero vitalmente
simbolizzati dal digiuno; grazie a quest'ultimo la nostra preghiera può
divenire più veridicamente un atto che procede dal nostro cuore, dal
fondo più intimo del nostro essere e nella quale siamo interamente
impegnati. E, d'altra parte, il digiuno è un ausilio indispensabile
della preghiera contemplativa perché sviluppa in noi il senso delle
realtà spirituali e il gusto di Dio. Ecco perché il digiuno ha una
grande affinità con il silenzio e il raccoglimento: i giorni in cui
digiuniamo devono essere giorni di maggior silenzio e, al contrario, una
giornata di ritiro non può di certo concepirsi senza digiuno.
Ecco perché al digiuno i Padri associano ordinariamente le veglie.
Il digiuno sviluppa in noi il gusto di Dio e tale gusto ci incita a
prevalere sul nostro sonno, a sacrificare una parte del nostro riposo
corporeo, per prolungare o anticipare il nostro intrattenimento con Dio.
Nulla lo esprime meglio se non le veglie, la vigilanza dell'attenta
anima in modo che il torpore spirituale non la invada e attenda
ardentemente il divino incontro, tali visite dello Sposo quali preludi a
quella dell'ultimo giorno.
"Da
quando si inizia a digiunare, dice sant'Isacco di Ninive, si è
immediatamente spinti dallo Spirito Santo ad intrattenersi con Dio. Un
corpo che digiuna non sopporta passare la notte intera nel letto poiché il digiuno porta naturalmente a vegliare in compagnia di Dio" (Sant'Isacco di Ninive, Trattati Mistici [in inglese], Wensinck, p. 161)
p. Placide Deseille, Nous avons vu la vrai lumière,
L'age d'Homme, Lausanne 1990, p. 86.
tratto da
http://traditioliturgica.blogspot.it/2017/11/preghiera-digiuno-sonno.html
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