venerdì 14 settembre 2018

La Via Francigena. Da Canterbury a Gerusalemm



Franchi, Goti, Bizantini, Longobardi, Saraceni e Normanni, tutti lasciarono un’impronta lungo la via Francigena, percorsa da eserciti e da fedeli in viaggio verso la Terra Santa e per tutto il Medioevo parte del sistema delle grandi vie di pellegrinaggio. Il vescovo Paolino da Nola scrisse in un carme al suo omonimo di Niceta: «Quando passerai per Otranto e Lecce, ti circonderanno schiere virginee di fratelli e insieme di sorelle che innalzano all’unisono inni al Signore».

La Via Francigena. Da Canterbury a Gerusalemme

 di Elena D’Alessandris

Risultati immagini per foto della via francigena in puglia
La Via Francigena del Sud, di cui ottimi studi hanno dimostrato l’importanza in Piemonte, in Toscana e nel Lazio, è rimasta a lungo trascurata, ma oggi preziose e fortunate ricognizioni sul territorio stanno riportando alla luce un inaspettato materiale documentario.


Parafrasando il medievalista francese Jacques Le Goff: «La strada permette che esistano segni, testimonianze, monumenti. Una strada non si accontenta di vivere di passato e nemmeno di presente: in qualche modo lancia un segnale per l’avvenire, a testimonianza della sua importanza. Altri segnali potranno venire dalla Via Francigena, che ha avuto il riconoscimento di Grande Itinerario Culturale dal Consiglio d’Europa. Una strada come questa vive nel tempo, coniuga la lentezza con la lunga durata».

Diverse "Vie Francigene"
La valorizzazione della Via Francigena – un fascio di strade percorso prima fra tutti dai Franchi diretti verso la Terrasanta– nel Medioevo portava i fedeli da Canterbury a Roma e da lì a Gerusalemme, lungo direttrici che permettevano ai fedeli di raggiungere i porti pugliesi e di imbarcarsi. Già questo delinea uno strumento utile per cercare un sistema di vie di pellegrinaggio nel Sud della nostra penisola, connesso alla rete degli itinerari europei.


Diverse strade furono definite Vie Francigene in Puglia, prima fra tutte la via Traiana: strada detta forse erroneamente «via Appia Traiana», in quanto variante della via Appia che collegava Benevento (Beneventum) a Brindisi (Brundisium), scegliendo un tratto subcostiero rispetto alla strada più antica; rispetto alla via Appia Antica il tracciato era quasi tutto pianeggiante, preferibile a quello precedentemente collinare.

Un itinerario di fede e arte
In effetti, il rifacimento Traianeo fu eseguito per agevolare le comunicazioni e gli scambi con l’Oriente e, per questo, tutto il tratto interessato si arricchì via via di monumenti e sepolcri, che permisero il rifiorire della civiltà romana scomparsa da tempo.


Da Benevento la strada proseguiva per la Valle del Miscano fino a raggiungere quella del fiume Celone, in direzione di Aecae (attuale Troia), da qui percorreva il Tavoliere fino a giungere nell’antica Herdonia (Ordona) e presso l’Ofanto (Aufidum), come dimostra un enorme ponte a cinque arcate presso Canusium (Canosa di Puglia). Superato il centro di Canosa proseguiva verso Rudas (S. Barbara) e Rubos (Ruvo di Puglia), passando per Bitonto, e poi diramava verso Modugno, Caeliae (Ceglie del Campo), Norba (Conversano) e Monopoli, per giungere infine a Egnazia.
L’altra diramazione era prevalentemente costiera e toccava, oltre a Monopoli e Egnazia, anche Giovinazzo, Bari, Mola e Polignano a mare. Da Egnazia la strada si estendeva in tutta la sua lunghezza e arrivava fino a Ostuni e Carovigno per toccare, finalmente, Brundisium.


In sostanza, le testimonianze relative alle vie Francigene si riferivano sempre alle strade dell’Antichità, le cui fonti sono l’Itinerarium Antonini del III sec., L’Itinerarium Burdigalense sive Hierosolymitanum del IV sec., la Tabula Peutingeriana e la Cosmographia dell’Anonimo ravennate risalente al VII sec., oltre ai Geographica di Guidone del IX sec.


Goti, Bizantini, Longobardi, Saraceni e Normanni, lasciarono tutti un’impronta lungo la strada, che, dunque, nel tempo, subì numerosi restauri. Con i Longobardi, per esempio, crebbe l’importanza di questa via per i collegamenti con il Santuario micaelico di Monte Sant’Angelo, sul Gargano, appartenente alla diocesi di Siponto e, poiché si trovava sulla parte costiera della Via, ne crebbe l’importanza rispetto a quella collinare.


Dopo La Traiana, costellata da numerosi ceppi militari, un’altra strada parallela nel tratto della Puglia centrale si affacciò in età tardoantica: la costiera Monte sant’Angelo-Barduli (Barletta), che toccava Turenum (Trani) e Natiolum (Giovinazzo) per ricongiungersi a Ovest a Bari.

Eserciti e fedeli
Sempre i Longobardi, penetrati da Nord in Puglia dopo il 568, preferirono procedere lungo le strade interne, come in molte località italiane. In parte per questo motivo e in parte perché da questo periodo in poi si consolidò il culto del Santuario micaelico di San Michele Arcangelo sul Gargano, la Via Traiana iniziò a perdere la sua funzione di via romana, divenendo a tutti gli effetti via Francigena. Da allora, i pellegrini provenienti da Roma furono obbligati a fare tappa al Santuario di San Michele Arcangelo, essendo considerato da Normanni e Longobardi un guerriero molto caro.


Durante le Crociate la Via fu percorsa da eserciti e fedeli in viaggio verso la Terrasanta e per tutto il Medioevo fece parte del sistema delle grandi vie di pellegrinaggio. I cavalieri Templari e Gerosolimitani vi edificarono veri e propri alberghi e ostelli per viandanti e non è certo un caso che proprio ai margini di questa stessa Via e sempre nel Medioevo fosse qui sorto il santuario di Santa Maria di Sovereto in agro di Terlizzi.


Una testimonianza peculiare viene fornita dai benedettini, penetrati in Puglia e Basilicata dal VII sec., inizialmente in collisione con la Chiesa greca e, poi, prendendo posto proprio in quei luoghi abbandonati, ne assimilarono anche aspetti architettonici che rientravano nel bagaglio culturale delle maestranze passate per la via Traiana, prima, costiera poi. Non solo, l’interconnessione delle due vie è documentata anche dall’impegno di due vescovi pugliesi, proprio in un documento del 1162. Documento in cui, per assenza del vescovo di Molfetta, il vescovo di Ruvo di Puglia "Ursone" presenziò alla delimitazione e benedizione di un terreno nel luogo ove sorgerà la Chiesa della Madonna dei Martiri: «in loco Carnarie ubi corpora peregrinorum martirum venerabiliter requiescunt».

La Via Calabra
Dopo Bari e superata Egnazia, i pellegrini giungevano a Brindisi e, da lì, la strada diventava unica. In effetti, la via Traiana a un certo punto diventerà Calabra e rappresenterà la principale diramazione adriatica, che, partendo da Brundisium, proseguiva fino a Hydruntum. In questo caso, la denominazione "calabra"è solo una convenzione per indicare il tratto costiero diviso in due tronconi: Brundisium-LupiaeLupiae-Hydruntum.
La città di Otranto era considerata, dunque, la fine della via Appia e di quella Traiana per la sua caratteristica di porto proiettato verso l’Oriente e ancor più esposta rispetto a Brindisi. La sua denominazione di "Terra d’Otranto" (riferita a tutto il Salento, fino a Leuca – de finibus terrae) è dovuta proprio ai numerosissimi pellegrinaggi di cui fu meta per tutto il Medioevo e oltre.
Otranto è anche conosciuta come la città che nel 1480 fu espugnata dai Turchi, che qui martirizzarono 800 persone, dopo aver distrutto il Monastero di San Nicola di Casole, quello stesso monastero da dove era partito il monaco Pantaleone, autore dello splendido mosaico policromo che occupa la navata centrale della Cattedrale e che, probabilmente, resta ancor oggi il più grande mosaico romanico d’Europa.


Molti altri documenti sulle Vie Francigene in Puglia si devono ancora a Ferdinando il Cattolico e a Federico II, tuttavia sappiamo che, nel corso del tempo, il paesaggio di queste vie mutò drasticamente a causa della nuova viabilità.


Questi i bellissimi versi di un carme che il vescovo Paolino da Nola, scrivendo al suo omonimo di Niceta, dedicherà con questo tono: «Quando passerai per Otranto e Lecce, ti circonderanno schiere virginee di fratelli e insieme di sorelle che innalzano all’unisono inni al Signore» (Carm. 17, 85-88: «Te per Hydruntum Lupiasque vectum/ innubae fratrum simul et sororum/ambient uno dominum canentes/ore catervae»).

giovedì 13 settembre 2018

Per la Santa Tradizione.Elogio della panchina e dei centri commerciali dal web


Risultati immagini per central park wood bench
Nel mio testamento ho scritto che voglio che i miei eredi acquistino in mia memoria una panchina del Central Park di New York, possibilmente vicino al Quiet Lawn, e ci mettano su una targhetta col mio nome. 
Sarà una spesa non indifferente, ma è una scelta ben precisa, e la volontà del defunto è sempre forte: lo faranno.

In primo luogo io amo le panchine, sono oggetti semplici, misteriosi, commoventi. Io alle panchine gli darei il premio Nobel, gli darei.
Le panchine sono una perenne offerta di riposo solitario o condiviso, un’opportunità di discorso o di corteggiamento, e di notte diventano il letto del senza casa e l’alcova degli innamorati inquieti. Neanche Madre Teresa ha fatto per i poveri e per gli afflitti più delle panchine, e io mi arrabbio tanto quando nelle stazioni moderne fanno in modo che siano scomode o addirittura non ci siano più.
Ma c’è una ragione più personale.
Qualche anno fa ero a New York e – come quasi sempre – stavo malissimo, e sul cuore e sulle spalle avevo un peso grande quanto un grattacielo. Era domenica, ero completamente solo, e non sapevo proprio cosa fare.
Allora in uno di quei giornaletti patinati per turisti coi ristoranti i musical gli eventi le serate i concerti ho visto che al museo della Scienza c’era una mostra dedicata alle farfalle, e c’era scritto che uno poteva entrare dentro uno spazio pieno di farfalle bellissime e colorate che volavano e potevano anche posarsi addosso, allora io ho pensato che forse le farfalle potevano togliermi un po’ il dolore e ho deciso di andarci.
Dalla casa dove vivevo, per arrivare al museo, bisognava attraversare il Central Park in diagonale, e il Central Park è tanto grande, e they say you should not wander in it after dark, ma era appena iniziato un bel pomeriggio di primavera.
Mentre camminavo nel parco sono passato accanto aun settore che si chiamava appunto Quiet Lawn, ed era un prato bellissimo dove si poteva fare qualunque cosa purché in modo silenzioso.
Io sono entrato e mi sono seduto a guardare. Il prato ospitava molte persone, disposte su di esso nel modo assieme omogeneo e caotico che hanno le stelle nel cielo. Accanto a me c’era una signora nera che leggeva e muoveva, in dondolare di culla, la carrozzina col suo bimbo. Più in là due ragazzi si passavano silenziosamente e acrobaticamente un frisbee arancione. Un tizio stava appoggiato su un braccio a leggere un libro. Una coppia di innamorati gay si scambiava delicate tenerezze. Un signore vestito di bianco, immobile nella postura del loto, meditava. Una donna un po’ grassa, con gli occhiali e le lentiggini, si riposava dopo la corsa. C’erano altri piccoli gruppi di due o tre persone.
Mi sono reso conto che ero entrato a far parte di una comunità molto particolare, una comunità di silenziosi la cui regola era fondata su una calda e piacevole indifferenza. Si stava da soli insieme. Sapevo che nessuno mi avrebbe disturbato e che si aspettavano che io non li disturbassi: per tutto il resto ero completamente libero.
Una sensazione in qualche modo simile penso possa provarla il monaco certosino o camaldolese, il semieremita magari stremato dal continuo fronteggiare l’Assoluto, che nella notte invernale vede brillare a pochi metri da lui la luce nell’eremo vicino, e sa che non è solo con Dio le tenebre i gufi e gli abeti, ma che una presenza umana gli abita accanto, perché o beata solitudo o sola beatitudo sì, ma è meglio sapere che nell’altra casetta c’è il padre Bernardo, dal profilo come i santi delle vetrate, che probabilmente in questo momento è indaffarato a fare quelle crocette di legno cesellato che poi vendono al negozio.
Insomma c’era un clima pacifico e piacevole. Mi sono tolto le scarpe e mi sono disteso: guardavo le nuvole, con quel bizzarro effetto fisheye dato dall’altezza dei grattacieli vicini. Dopo pochi minuti dormivo. Quando mi sono svegliato, dopo oltre tre ore di sonno, era buio, e sul prato non c’era quasi più nessuno. Io stavo molto meglio, ho ringraziato le mie consorelle e i miei confratelli eremiti e ho ripreso il cammino verso il museo, ma la mostra era già chiusa e io ho potuto solo comprare un bellissimo modellino di farfalla al bookshop.
Ecco, io vorrei una panchina col mio nome in quel parco e vicino a quel posto lì.
Perché non è vero che noi che siamo sempre tristi abbiamo bisogno di relazioni, ‘tipo come ti senti amico, amico fragile, se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te’. A volte le relazioni sono purtroppo troppo e a volte sono purtroppo troppo poco. A volte c’è solo bisogno che la nostra solitudine sia un po’ accudita, senza nemmeno darcene a vedere, all’insaputa cioè del popolo di noi dolenti.
Io per esempio ho sempre amato i nonluoghi, e in particolare gli aeroporti.
Per un periodo sono andato a studiare e a leggere in aeroporto, mi sedevo nelle poltroncine dell’attesa e sentivo gli annunci del volo che partiva per Giava, di quello che arrivava da Mosca: mi faceva concentrare. Avevo anche fatto un sogno, c’erano degli aerei che atterravano e decollavano, e una voce diceva Terribilis est locus iste, haec domus Dei et porta coeli, come nel sonno sognante di Giacobbe con la scala degli angeli che scendevano e salivano.
Ma a un certo punto è arrivato un signore in giacca e cravatta e si è messo in piedi vicino a me e non diceva nulla, e io gli ho detto buongiorno, e lui mi ha detto buongiorno lei chi è, e io gli ho detto c’è qualche problema?, e lui mi ha detto me lo deve dire lei sono della Polizia, e io gli ho detto perché non si può stare qui?, e lui mi ha detto sì che si può, quelli che aspettano gli aerei, ma lei viene qui da giorni sta delle ore e poi va via, come mai? Fatto è che non ci sono più andato, all’aeroporto.

Risultati immagini per foto di un centro commerciale a bergamo
Adesso per dire il governo vuole che i centri commerciali chiudano la domenica.
Il governo dice che così le persone staranno con le famiglie, ma non si rende conto che il tinello domenicale – mentre fuori è tutto chiuso – può essere la stanza della tortura.
C’è una mia amica che detesta i centri commerciali e forse è d’accordo in questo caso col governo, mentre invece io li amo i centri commerciali, forse non gli darei il Nobel come alle panchine, ma mi piacciono. E io glielo ho scritto alla mia amica perché mi piacciono, e lo riscrivo qui.
Anzitutto sono dei templi in cui si possono ancora trovare gli altari di alcune divinità: Afrodite con i suoi profumi (un tempo nei grandi magazzini, non so come mai, il primo piano era sempre una immensa profumeria), Ermes con i suoi smartphone, Era con la smisurata offerta dei frutti della terra e del mare, e naturalmente Dioniso col suo vino e l’ebbrezza.
Sono i luoghi amati dai poveri, e accoglienti con i poveri: che infatti si muovono sicuri nei loro ambulacri, e crollano su una panchina (perché ci sono anche nei centri commerciali) o su una poltroncina, e dormono e magari sognano, circondati dagli dei affettuosamente indifferenti.
I poveri vi cercano il fresco e il calore, quando fuori la città infuoca o gela.
I soli li trovano aperti - giustamente, giustissimamente - durante le feste e le domeniche, e si lasciano avvolgere il cuore dalle luci e dalle toni lievi ambient o chillout della musica diffusa.
Domus mea domus orationis vocabitur, disse Gesù rovesciando i tavoli dei mercanti nel Tempio del Dio unico. Ma ecco le case di orazione sono diventate case spesso chiuse, vuote e tristi, e i mercanti hanno inventato altri templi che stanno nella rete, mentre qui ci entri senza che nessuno ti giudichi, e trovi un bagno pulito e il wifi libero.
Il ragazzino con la cresta si prende una birra e chatta con la ragazzina coi tatuaggi mentre guarda in vetrina le meravigliose e inarrivabili scarpe da corsa che poterebbero finalmente mettergli le ali ai piedi per volare da lei. Il vecchio con tre euro compra un gelato pieno di colori, e lo mangia lentamente - troppo lentamente, infatti si scioglie e gocce rosso lampone colano sul suo cuore - e parla trasognato con la moglie da poco morta, con cui veniva qui a fare la spesa, lui che quando era viva non ci parlava mai.
E poi vicino a Bergamo c’è un centro commerciale molto grande e dal secondo piano si vedono gli aerei atterrare e decollare molto vicini – perché è accanto a un aeroporto ma la Polizia non viene a chiederti che ci fai. Io ci vado spesso, peccato che quegli aerei non vadano lontano, vanno in Sardegna o a Amsterdam o a Parigi, sono aerei piccoli, nessuno che vada a San Francisco, o in India, oppure più in là, lasciando l’orbita, fra le stelle, poi le galassie, senza atterrare mai, che se ci fosse un volo così io venderei tutto quello che ho e comprerei il biglietto.

leonardo lenzi   ed io concordo 

venerdì 7 settembre 2018

Grande Festa della Natività della Theotokos e venerazione di sante icone

e come quasi sempre avviene nella sapienza orante dei Padri Santi nostri che ci han dato il sinassario lungo la fatica del tempo e dei secoli accanto alla Festa Principale della Madre di Dio si fa memoria di venerazione di sante icone della stessa Deipara..anche domani per 8 settembre accanto alla Grande Festa della Natività della Theotokos faremo memoria orante di venerazione

L'icône de la Mère de Dieu de Kholm.

L'icône de la Mère de Dieu "DU SIGNE DE KOURSK" ("ZNAMIENSKAÏA-KOURSKAÏA"), dite "DEMEURE LUMINEUSE DES SANS-ABRI" (Russie 1259). (Autres commémorations le 27 novembre et le 8 mars.) (Acathiste traduit en français par le père Denis Guillaume au tome IX du Supplément aux Ménées.)

L'icône de la Mère de Dieu "GLINSKAÏA" (Russie, XVIème siècle).

L'icône de la Mère de Dieu "LOUKIANOVSKAÏA" (Russie, XVIème siècle).

L'icône de la Mère de Dieu de Siam (Russie 1524).

L'icône de la Mère de Dieu de Potchaïev (Volhynie 1559). (Autre mémoire le 23 juillet.)

L'icône de la Mère de Dieu de Liesna (Podlachie 1683). Cette icône se trouve au monastère orthodoxe de Provémont en Normandie depuis 1967. (Autre commémoration le 14 septembre.)

L'icône de la Mère de Dieu d'Issakov (Russie 1659).



L'icône de la Mère de Dieu de Domnitsa (Ukraine 1696).

mercoledì 5 settembre 2018

Patriarca Ecumenico: Lottiamo per l’unità e la stabilità dell’Ortodossia


Risultati immagini per ecumenical patriarchate
Patriarca Ecumenico: Lottiamo per l’unità e la stabilità dell’Ortodossia.
Conclusi i lavori della Sinassi della Gerarchia del Patriarcato Ecumenico
Si sono conclusi, lunedì sera 3 settembre, i lavori della Sinassi dei Metropoliti e Arcivescovi in carica del Patriarcato Ecumenico, riuniti sotto la presidenza del Patriarca Ecumenico Bartolomeo, dal 1° settembre, nella Chiesa della Santa Trinità di Stavrodromio (Taksim) a Costantinopoli.

Durante la Sinassi, che è iniziata con una omelia di Sua Santità, sono stati toccati temi che coinvolgono il Patriarcato Ecumenico ma anche di interesse inter-ortodosso. Interventi sono stati tenuti dai Metropoliti Ghèron di Pergamo Giovanni, Ghèron dell’Isola dei Principi Demetrio, di Francia Emanuele, di Arcalocorio, Kastelli e Vianno Andrea, di Brussa Elpidoforo, di Adrianopoli Amfilochio, di Smirne Bartolomeo e dai Vescovi di Avido Cirillo e di Cristopoli Macario. Dopo gli interventi, è seguito un ampio dialogo, con domande ai Relatori e osservazioni sugli interventi da parte dei Gerarchi presenti.

Durante la sua omelia di chiusura, il Patriarca Ecumenico, ha evidenziato che “l’identità di servizio ed escatologica della Chiesa, non è minacciata solo dalla secolarizzazione, ma anche dalla chiusura e dall’introversione di una spiritualità che è abbondantemente entrata nella Chiesa. Siamo eredi e custodi della sacra eredità dei padri, della retta fede, della retta adorazione e glorificazione e della ortoprassi in Cristo e secondo Cristo, della verità che rende liberi, della filocalia e della filantropia, dello spirito di comunità e della cultura della solidarietà, consci di una continuità storica ininterrotta di una tradizione, testimoniata attraverso la confessione e il sacrifico dei Santi, attraverso la fedeltà ortodossa e la spiritualità, attraverso il miracolo della teologia dei Padri, attraverso l’ethos della croce e della resurrezione della ascesi, attraverso il modo eucaristico del vissuto, attraverso la speranza dell’eternità. Ciascuno di noi, Venerabili Fratelli, e tutti insieme, clero e popolo, siamo diaconi e protettori di queste verità e benedizioni davanti a Dio e agli uomini”.

In un altro punto, ha detto in modo caratteristico che, "stiamo lottando per l'unità e la stabilità dell'Ortodossia e per la testimonianza ecclesiastica comune. Abbiamo fatto ampio riferimento durante questa Sinassi a temi inter-ortodossi. Il Patriarcato Ecumenico, in quanto responsabile di preservare l'unità, di coordinare le relazioni inter-ortodosse e le iniziative pan-ortodosse, opera questo proprio ministero nell’ecumene ortodossa, fedele ai principi ecclesiologici e canonici ininterrotti della Tradizione dei Padri”.

Continuando la sua omelia, il Patriarca ha aggiunto: "Coltiviamo con coraggio anche l’incontro con il mondo attuale, nel quale la Chiesa vive e dà la sua testimonianza. Le grandi sfide dei tempi, il predominio della tecnologia e dei suoi risultati, la secolarizzazione e la globalizzazione, l’avanzante riduzione e dimenticanza della dimensione sociale e comunitaria della libertà, l'ingiustizia sociale, l'eudemonismo, la distruzione ambientale, ma anche il filetismo etnico, il fondamentalismo religioso, il conflitto delle culture e le altre minacce contro la sacralità della persona umana, richiedono risposte comuni, una testimonianza comune e un comune avanzare verso il futuro. Il Metropolita di Pergamo in modo positivo richiama questo dovere dell'Ortodossia: ‘Nel mondo che verrà, l'Ortodossia non può dare la propria testimonianza tutta frammentata, ma con una sola bocca e un sol cuore’. Il Patriarcato Ecumenico ha il dovere di ricordare a tutti la cattolicità e l'universalità della Chiesa, mettendo in evidenza lo spirito di riconciliazione e del superamento dei contrasti, e servendo l'unità ortodossa”.

http://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=5525:patriarca-ecumenico-lottiamo-per-l-unita-e-la-stabilita-dell-ortodossia&catid=40:eventi&lang=it

martedì 4 settembre 2018

4 settembre Santa Rosalia patrona della Diocesi cattolica di Palermo e della città


L'immagine può contenere: 1 persona
Non entro nella questione che spesso anzi quasi sempre attanaglia i cristiani ortodossi di gens italica  e palermitana e siciliana nello specifico. La questione se  l'eremita italo greca della Quisquina chiamata Rosalia sia la stessa Rosalia eremita sul Monte Pellegrino a Palermo ...la questione se  (siano esse la stessa persona..siano due eremite diverse) anche la Rosalia del Pellegrino sia italo greca e non normanna.. 

Queste questioni non mi interessano più  e resto lieto e contento (e mi ci ritrovo anche personalmente .nel come non sottolineare la serietà orante di popolo palermitano che dalla notte del 3 settembre  con "l'annacchiata" (termine assolutamente intraducibile...diciamo salire a piedi) si recherà sul Montepellegrino  al Santuario di Rosalia per ringraziare e per chiedere..E' voce di popolo voce immediata,voce orante,voce dell'affidare ...voce dell'invocazione e dell'intercessione

Trascrivo poi quanto anni fa trovai sul web(purtroppo non ho conservato l'indicazione del link )

"Una tradizione, di norma presso le Chiese Slave,vuole che nel giorno di Pentecoste, prima che cominci la liturgia,vengano distribuiti dei mazzetti di fiori ai fedeli, presso i rumeni (se non ricordo male) al posto dei fiori si usano delle felci.
Proprio presso i Rumeni si è conservata, inoltre, l'antica
denominazione di "Rosaliae". Secondo il prof. B. Rocco questa tradizione era ancora presente in Magna Grecia prima della latinizzazione dei Franchi, soprattutto in Sicilia, donde deriverebbe anche il nome della attuale Patrona di Palermo, Rosalia Secondo il Rocco il nome Rosalia indicava proprio il
mazzetto dei fiori, e questo era forse collegato alla memoria dei defunti nello psicosabato di Pentecoste. Quella delle "Rosaliae"era, presso i Romani, una festività in ricordo dei defunti già in età pagana, che in qualche modo è stata assorbita dalla liturgia
Cristiana all'interno del ciclo di Pentecoste "


(esempio dalla liturgia romena  "Duminica a XIV-a după Rusalii-XIV Domenica dopo Pentecoste "

Per la tradizione normanna  segnalo  il seguente link che offre notizie ampie ed ovviamente all'interno della propria confessione di fede
"4 settembre - S. Rosalia vergine ed eremita"   https://forum.termometropolitico.it/310575-4-settembre-s-rosalia-vergine-ed-eremita.html

ed ancora riscrivo "come non sottolineare la serietà orante di popolo palermitano che dalla notte del 3 settembre  con "l'annacchiata" (termine assolutamente intraducibile...diciamo salire a piedi) si recherà sul Montepellegrino  al Santuario di Rosalia per ringraziare e per chiedere..E' voce di popolo voce immediata,voce orante,voce dell'affidare ...voce dell'invocazione e dell'intercessione"

PS  poi in ambito di informazione ecclesiale   Nell'iconostasi della Chiesa Ortodossa Russa di Palermo è presente l'icona di Santa Rosalia e nel congedo finale alla Divina Liturgia  nella Chiesa Romena di Palermo si fa memoria di Santa Rosalia 



lunedì 3 settembre 2018

IL VESCOVO GORAZD E IL RITORNO DELL’ORTODOSSIA IN BOEMIA




IL VESCOVO GORAZD E IL RITORNO DELL’ORTODOSSIA IN BOEMIA


http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/vitesanti/vescovogorazd.htm


22 agosto / 4 settembre 2017: Memoria del Santo Nuovo Ieromartire Gorazd II (Pavlík), Vescovo di Praga, Boemia e Moravia - Slesia, che soffrì per mano dei Nazisti - Restauratore dell’Ortodossia nelle Terre Ceche e in Slovacchia 



https://www.johnsanidopoulos.com/2017/09/holy-new-hieromartyr-gorazd-of-prague.html

sabato 1 settembre 2018

SUL PRIMATO il pensiero di Gregorio Magno autore padre Gregorio Cognetti


 

 

SUL PRIMATO il pensiero di Gregorio Magno  autore



padre Gregorio Cognetti




Tutti sanno che una delle divergenze principali tra Ortodossi e Romano-Cattolici è costituita dal ruolo del Vescovo di Roma nella Chiesa Universale. Per i Romani, il Papa è il capo della Chiesa Universale. Secondo la dottrina Ortodossa, invece il Papa di Roma è soltanto un vescovo, uguale in dignità agli altri vescovi. A questo punto è interessante leggere un’opinione qualificata: quella di san Gregorio Magno, Papa di Roma (+ 604), la cui festa si celebra nella Chiesa Ortodossa il 12 Marzo.




Contemporaneo di san Gregorio, era Patriarca (1) di Costantinopoli san Giovanni il Digiunatore (festa il 2 Settembre), san Giovanni era un asceta dalla vita molto pia. Pregava gran parte della notte, e, per non essere vinto dal sonno, era solito inserire dei grossi chiodi nella cera della sua candela: il baccano del chiodo che cadeva in un piatto di metallo posto sotto la candela lo risvegliava se, per caso, aveva ceduto al sonno. san Giovanni, come dimostrato da tutta la sua vita, non era certo persona da tenere ad onori terreni, tuttavia, nell’anno 587 l’Imperatore Mauirizio gli conferì il titolo ufficiale di “Patriarca Ecumenico”.

Oggi questo titolo è indubbiamente altisonante, ma così non era nel VI secolo. Ecumenico viene dalla parola greca oikoumene, che letteralmente significa “il mondo abitato”. Vuoi per scarse conoscenze geografiche, vuoi per la tipica superbia dei conquistatori, i Romani prima, e i Bizantini poi, identificavano “il mondo abitato” con l’impero Romano. Nel VI secolo, appunto, la parola “ecumenico” era usata correntemente come sinonimo di “imperiale”.

Costantinopoli era la città “ecumenica”. Il bibliotecario capo di Costantinopoli, per esempio, si chiamava “bibliotecario ecumenico”, ma questo stava a significare soltanto che egli era il bibliotecario della città imperiale, e non che avesse la benchè minima autorità su tutti i bibliotecari dell’Impero. “Patriarca Ecumenico” pertanto, nel greco di allora, veniva inteso soltanto come “Patriarca della città imperiale”: nient’altro che una maniera differente di dire “Patriarca di Costantinopoli”. A riprova, l’uso sporadico di questo titolo è attestato già molto tempo prima.

Tutti i guai cominciarono quando il titolo fu tradotto in latino: diventò infatti “Patriarcha universalis”. E papa Gregorio reagì perchè credette che Giovanni si arrogasse il primato nella Chiesa. Naturalmente, come abbiamo visto, questa non era affatto l’intenzione del Patriarca. Alcuni autori di matrice Romano-cattolica affermano che la reazione di Gregorio era intesa a rivendicare il primato a sè stesso. Ma non è vero. I lettori possono controllarlo: le lettere di san Gregorio Magno sono a disposizione di chiunque voglia consultarle (2). Cominciamo proprio dalla lettera che egli inviò al Patriarca Giovanni: “Considera, te ne prego, che, a causa di questa tua sconsiderata presunzione la pace dell’intera Chiesa è turbata e che ciò [cioè il titolo di Patriarca Ecumenico] è in contraddizione con la grazia che è stata data in comune a tutti noi; nella quale grazia senza dubbio tu stesso hai il potere di crescere se avrai la volontà di farlo. E tu diverrai molto più grande se ti asterrai dall’usurpare un titolo superbo e folle: e tu progredirai nella misura in cui non ti farai arrogante a scapito dei tuoi confratelli... Certamente Pietro, il primo degli Apostoli che era egli stesso un membro della Chiesa santa e universale, Paolo, Andrea, Giovanni, che cosa erano essi se non capi di comunità individuali? Ed erano tutti membra sotto lo stesso Capo... tutti costituenti il Corpo del Signore in quanto membra della Chiesa, e nessuno di essi volle essere chiamato universale....ai presuli di questa sede Apostolica, dove io sono servo per volontà divina, fu offerto dal venerabile Concilio di Calcedonia l’onore di essere chiamati universali(3). Eppure nessuno di essi si è mai fatto chiamare con tale titolo, perchè, se qualcuno in virtù del rango pontificale avesse assunto su di sè stesso la gloria della unicità, sarebbe sembrato che la negasse a tutti i suoi confratelli...”

(Libro V; Lettera XVIII)

Non conosciamo la risposta di san Giovanni. Probabilmente non rispose affatto, perchè morì circa un anno dopo la data della lettera di san Gregorio (le comunicazioni a quell’epoca erano molto difficili, ed un anno era un tempo assolutamente ragionevole perchè una lettera arrivasse da Roma a Costantinopoli). Comunque san Gregorio continuò ad esprimere il suo pensiero sull’Episcopato Universale. Difatti egli scrisse congiuntamente ad Eulogio, Papa di Alessandria e ad Atanasio, Patriarca di Antiochia nei seguenti termini: “Questo nome di Universalità fu offerto dal Santo Concilio di Calcedonia (3) al pontefice della Sede Apostolica dove io sono servo per volontà divina. Ma nessuno dei miei predecessori ha mai acconsentito di usare un titolo così profano, infatti, senza dubbio se un Patriarca viene chiamato Universale, viene diminuito il nome di Patriarca per tutti gli altri. Ma lungi da ciò, lungi dalla mente di un Cristiano che qualcuno desideri arraffare per sè stesso ciò che potrebbe sembrare un abbassamento dell’onore dei suoi confratelli...”

(Libro V; Lettera XLIII)

E all’imperatore Maurizio:

“Ora in tutta confidenza dico che chiunque si consideri, o desideri essere considerato, Sacerdote Universale, è nella sua folle esaltazione il precursore dell’Anticristo, perchè egli si pone per orgoglio al disopra di tutti gli altri...”

E nuovamente ad Eulogio, Papa di Alessandria:

“Vostra Santità... voi mi scrivete dicendo ‘Come avete comandato’. Questa parola, ‘comando’, io vi prego di allontanarla dal mio orecchio, perchè voi sapete chi sono io e chi siete voi: perchè, in quanto a posizione, voi siete miei fratelli, quanto a virtù, padri miei...

“...nella prefazione della lettera che mi avete indirizzato, nonostante ve lo avessi proibito, avete ritenuto opportuno fare uso di un titolo superbo, chiamandomi ‘Papa Universale’. Ma io prego la Vostra Soavissima Santità di non farlo più, perchè ciò che voi date ad un altro oltre il ragionevole limite, voi lo sottraete a voi stesso... Perché se Vostra Santità mi chiama Papa Universale, voi negate a voi stesso ciò che voi date a me nel chiamarmi universale...” (Libro VIII; Lettera XXX)

Questa storia ci insegna un’altra lezione. Molte volte, quando assistiamo ad eventi che ci sembrano indegni della gloriosa immagine della Santa Chiesa Ortodossa, spesso ci chiediamo “Ma perchè Dio permette che tali brutte cose accadano nella sua Chiesa?”. Senza dubbio molta gente, all’epoca di questi avvenimenti si rattristò, a causa dell’equivoco che avvelenò i rapporti tra due pii Vescovi, tra due grandi Santi della Chiesa. E sicuramente, allora come adesso, qualcuno si sarà chiesto: “Ma perchè Dio permette che tali brutte cose accadano nella sua Chiesa?”. Oggi la risposta è chiara. Il Santo Spirito ha permesso questo equivoco affinchè venisse ben documentata l’opposizione all’ universalità del primato papale da parte di uno dei più grandi Papi della storia. Senza queste lettere, non avremmo una così drammatica evidenza della inconsistenza della dottrina del primato.

Come tutti ben sanno, la dottrina Romano-cattolica del primato pontificio si basa su due punti:

        1) Una presunta effettiva supremazia di san Pietro sugli altri Apostoli (e quindi non un semplice primato d’onore); e

        2) La trasmissione di questa supremazia ai Vescovi di Roma, in quanto esclusivi successori di san Pietro.

 L’opinìone di san Gregorio Magno sul primo punto l’abbiamo già vista espressa nella lettera a san Giovanni il Digiunatore, quando affermava che Pietro, Paolo, Andrea, Giovanni e gli altri Apostoli erano tutti ugualmente capi delle comunità particolari, e tutti ugualmente membra del Corpo di Cristo, e ugualmente sottoposti a Lui.

Per quanto riguarda invece il secondo punto, san Gregorio riteneva che la successione sul “trono di Pietro” fosse si un onore di cui mostrarsi responsabilmente degni, ma che non conferisse alcun potere particolare:anzi, che addirittura fosse ugualmente condiviso tra il Papa di Roma, il Papa di Alessandria e il Patriarca di Antiochia. Leggiamo infatti cosa egli scrive al già più volte citato Eulogio, Papa di Alessandria: “Vostra soavissima Santità: mi avete parlato molto nella vostra lettera della Cattedra di san Pietro, il primo degli Apostoli, e infatti colui che mi parla della Cattedra di san Pietro, altri non è che colui che occupa la Cattedra di san Pietro... difatti il suo seggio è in tre luoghi. Infatti egli ha esaltato il seggio in cui si è degnato di fermarsi e di finire la sua vita (4) Egli stesso ha adornato il seggio dove mandò il suo discepolo ed evangelista (5) Egli stesso ha stabilito il seggio in cui, prima di lasciarlo, sedette per sette anni (6). Pertanto il seggio è uno, su cui per autorità divina tre vescovi ora presiedono: tutto ciò di buono che sento di voi, io lo assumo per me, e se voi pensate qualche cosa di buono di me, assumetelo a vostro merito, perchè noi siamo una sola cosa in Lui che dice: come Tu, padre, sei in me, e io in Te, così essi siano una sola cosa in noi”. (Libro VII; Lettera XL)

E ad Anastasio, Patriarca di Antiochia: “Poichè noi abbiamo il principe degli Apostoli in comune, così nessuno di noi pensi di essere da solo il discepolo dello stesso principe”. (Libro V; Lettera XXXIX)

E nuovamente a Eulogio, Papa di Alessandria: “Lode e gloria nei cieli a [te] mio santo fratello, attraverso cui la voce di S.Marco continua a risuonare dalla Cattedra di san Pietro!” (Libro X; Lettera XXXV)

E sempre allo stesso Eulogio, in una lettera di presentazione per alcuni pellegrini:

“I latori di questi doni vengono dalla Sicilia, si sono convertiti dall’errore del monofisismo e si sono riuniti alla Chiesa Universale. Poiché desiderano recarsi alla Chiesa del Santo Pietro, primo degli Apostoli, mi hanno chiesto questa lettera di raccomandazione alla Vostra Santità, affinchè possiate assisterli contro gli attacchi degli eretici...”. (Libro XII; Lettera L)

E si potrebbe continuare ancora.

Se san Gregorio Magno, per un miracolo, tornasse in vita oggi, dove troverebbe professata la sua fede, nella Chiesa Cattolica Romana, o in quella Ortodossa?




NOTE 

1. Il titolo di Patriarca a quell’epoca era usato onorificamente per il Vescovo che era a capo di ciascuna delle cinque circoscrizioni ecclesiastiche in cui era diviso l’Impero. Essi erano: il vescovo di Roma, il Vescovo di Costantinopoli, il vescovo di Alessandria, il Vescovo di Antiochia e il vescovo di Gerusalemme. Il vescovo di Roma e quello di Alessandria venivano, e vengono tutt’oggi chiamati in alternativa anche “Papa”. In seguito al ben noto scisma del 1054, il Patriarcato di Roma si trovò a Costituire da solo la Chiesa detta Romano-Cattolica (o, comunemente, “Cattolica”) mentre gli altri quattro Patriarcati continuarono a usare il nome tradizionale di Chiesa Cattolica Ortodossa (o, comunemente, “Ortodossa”). Con la conversione degli Slavi, altri Patriarcati poi si aggiunsero a questi quattro.

2. Non esiste a tutt'oggi  per quanto io ne sappia, un’edizione italiana dell’Epistolario di san Gregorio Magno. La lacuna è alquanto strana, perchè tutte le altre opere dello stesso autore sono state tradotte e sono disponibili in varie edizioni. Bisogna pertanto ricorrere al testo latino. L’edizione di più facile reperimento, in quanto presente in tutte le buone biblioteche pubbliche, è la celeberrima Patrologia Latina del Migne.

3. San Gregorio si sbagliava nel ritenere che il Concilio di Calcedonia avesse dato questo titolo in particolare al Vescovo di Roma. in realtà, nei documenti del Concilio tutti i Patriarchi furono chiamati col titolo di “Arcivescovo Ecumenico” (Marsi VI: 1006, 1012), forse per sottolineare la loro posizione di preminenza in seno all'impero  Questo ulteriore errore in buona fede dà comunque ancora più vigore al ragionamento di san Gregorio.

4. Si tratta, appunto, di Roma.

5. Si tratta di Alessandria, dove san Pietro si fece succedere da san Marco.

6. Si tratta di Antiochia.