Nel mio testamento ho scritto che voglio che i miei eredi acquistino in mia memoria una panchina del Central Park di New York, possibilmente vicino al Quiet Lawn, e ci mettano su una targhetta col mio nome.
Sarà una spesa non indifferente, ma è una scelta ben precisa, e la volontà del defunto è sempre forte: lo faranno.
In primo luogo io amo le panchine, sono oggetti semplici, misteriosi, commoventi. Io alle panchine gli darei il premio Nobel, gli darei.
Le panchine sono una perenne offerta di riposo solitario o condiviso, un’opportunità di discorso o di corteggiamento, e di notte diventano il letto del senza casa e l’alcova degli innamorati inquieti. Neanche Madre Teresa ha fatto per i poveri e per gli afflitti più delle panchine, e io mi arrabbio tanto quando nelle stazioni moderne fanno in modo che siano scomode o addirittura non ci siano più.
Ma c’è una ragione più personale.
Qualche anno fa ero a New York e – come quasi sempre – stavo malissimo, e sul cuore e sulle spalle avevo un peso grande quanto un grattacielo. Era domenica, ero completamente solo, e non sapevo proprio cosa fare.
Allora in uno di quei giornaletti patinati per turisti coi ristoranti i musical gli eventi le serate i concerti ho visto che al museo della Scienza c’era una mostra dedicata alle farfalle, e c’era scritto che uno poteva entrare dentro uno spazio pieno di farfalle bellissime e colorate che volavano e potevano anche posarsi addosso, allora io ho pensato che forse le farfalle potevano togliermi un po’ il dolore e ho deciso di andarci.
Dalla casa dove vivevo, per arrivare al museo, bisognava attraversare il Central Park in diagonale, e il Central Park è tanto grande, e they say you should not wander in it after dark, ma era appena iniziato un bel pomeriggio di primavera.
Mentre camminavo nel parco sono passato accanto aun settore che si chiamava appunto Quiet Lawn, ed era un prato bellissimo dove si poteva fare qualunque cosa purché in modo silenzioso.
Io sono entrato e mi sono seduto a guardare. Il prato ospitava molte persone, disposte su di esso nel modo assieme omogeneo e caotico che hanno le stelle nel cielo. Accanto a me c’era una signora nera che leggeva e muoveva, in dondolare di culla, la carrozzina col suo bimbo. Più in là due ragazzi si passavano silenziosamente e acrobaticamente un frisbee arancione. Un tizio stava appoggiato su un braccio a leggere un libro. Una coppia di innamorati gay si scambiava delicate tenerezze. Un signore vestito di bianco, immobile nella postura del loto, meditava. Una donna un po’ grassa, con gli occhiali e le lentiggini, si riposava dopo la corsa. C’erano altri piccoli gruppi di due o tre persone.
Mi sono reso conto che ero entrato a far parte di una comunità molto particolare, una comunità di silenziosi la cui regola era fondata su una calda e piacevole indifferenza. Si stava da soli insieme. Sapevo che nessuno mi avrebbe disturbato e che si aspettavano che io non li disturbassi: per tutto il resto ero completamente libero.
Una sensazione in qualche modo simile penso possa provarla il monaco certosino o camaldolese, il semieremita magari stremato dal continuo fronteggiare l’Assoluto, che nella notte invernale vede brillare a pochi metri da lui la luce nell’eremo vicino, e sa che non è solo con Dio le tenebre i gufi e gli abeti, ma che una presenza umana gli abita accanto, perché o beata solitudo o sola beatitudo sì, ma è meglio sapere che nell’altra casetta c’è il padre Bernardo, dal profilo come i santi delle vetrate, che probabilmente in questo momento è indaffarato a fare quelle crocette di legno cesellato che poi vendono al negozio.
Insomma c’era un clima pacifico e piacevole. Mi sono tolto le scarpe e mi sono disteso: guardavo le nuvole, con quel bizzarro effetto fisheye dato dall’altezza dei grattacieli vicini. Dopo pochi minuti dormivo. Quando mi sono svegliato, dopo oltre tre ore di sonno, era buio, e sul prato non c’era quasi più nessuno. Io stavo molto meglio, ho ringraziato le mie consorelle e i miei confratelli eremiti e ho ripreso il cammino verso il museo, ma la mostra era già chiusa e io ho potuto solo comprare un bellissimo modellino di farfalla al bookshop.
Ecco, io vorrei una panchina col mio nome in quel parco e vicino a quel posto lì.
Perché non è vero che noi che siamo sempre tristi abbiamo bisogno di relazioni, ‘tipo come ti senti amico, amico fragile, se vuoi potrò occuparmi un’ora al mese di te’. A volte le relazioni sono purtroppo troppo e a volte sono purtroppo troppo poco. A volte c’è solo bisogno che la nostra solitudine sia un po’ accudita, senza nemmeno darcene a vedere, all’insaputa cioè del popolo di noi dolenti.
Io per esempio ho sempre amato i nonluoghi, e in particolare gli aeroporti.
Per un periodo sono andato a studiare e a leggere in aeroporto, mi sedevo nelle poltroncine dell’attesa e sentivo gli annunci del volo che partiva per Giava, di quello che arrivava da Mosca: mi faceva concentrare. Avevo anche fatto un sogno, c’erano degli aerei che atterravano e decollavano, e una voce diceva Terribilis est locus iste, haec domus Dei et porta coeli, come nel sonno sognante di Giacobbe con la scala degli angeli che scendevano e salivano.
Ma a un certo punto è arrivato un signore in giacca e cravatta e si è messo in piedi vicino a me e non diceva nulla, e io gli ho detto buongiorno, e lui mi ha detto buongiorno lei chi è, e io gli ho detto c’è qualche problema?, e lui mi ha detto me lo deve dire lei sono della Polizia, e io gli ho detto perché non si può stare qui?, e lui mi ha detto sì che si può, quelli che aspettano gli aerei, ma lei viene qui da giorni sta delle ore e poi va via, come mai? Fatto è che non ci sono più andato, all’aeroporto.
Adesso per dire il governo vuole che i centri commerciali chiudano la domenica.
Il governo dice che così le persone staranno con le famiglie, ma non si rende conto che il tinello domenicale – mentre fuori è tutto chiuso – può essere la stanza della tortura.
C’è una mia amica che detesta i centri commerciali e forse è d’accordo in questo caso col governo, mentre invece io li amo i centri commerciali, forse non gli darei il Nobel come alle panchine, ma mi piacciono. E io glielo ho scritto alla mia amica perché mi piacciono, e lo riscrivo qui.
Anzitutto sono dei templi in cui si possono ancora trovare gli altari di alcune divinità: Afrodite con i suoi profumi (un tempo nei grandi magazzini, non so come mai, il primo piano era sempre una immensa profumeria), Ermes con i suoi smartphone, Era con la smisurata offerta dei frutti della terra e del mare, e naturalmente Dioniso col suo vino e l’ebbrezza.
Sono i luoghi amati dai poveri, e accoglienti con i poveri: che infatti si muovono sicuri nei loro ambulacri, e crollano su una panchina (perché ci sono anche nei centri commerciali) o su una poltroncina, e dormono e magari sognano, circondati dagli dei affettuosamente indifferenti.
I poveri vi cercano il fresco e il calore, quando fuori la città infuoca o gela.
I soli li trovano aperti - giustamente, giustissimamente - durante le feste e le domeniche, e si lasciano avvolgere il cuore dalle luci e dalle toni lievi ambient o chillout della musica diffusa.
Domus mea domus orationis vocabitur, disse Gesù rovesciando i tavoli dei mercanti nel Tempio del Dio unico. Ma ecco le case di orazione sono diventate case spesso chiuse, vuote e tristi, e i mercanti hanno inventato altri templi che stanno nella rete, mentre qui ci entri senza che nessuno ti giudichi, e trovi un bagno pulito e il wifi libero.
Il ragazzino con la cresta si prende una birra e chatta con la ragazzina coi tatuaggi mentre guarda in vetrina le meravigliose e inarrivabili scarpe da corsa che poterebbero finalmente mettergli le ali ai piedi per volare da lei. Il vecchio con tre euro compra un gelato pieno di colori, e lo mangia lentamente - troppo lentamente, infatti si scioglie e gocce rosso lampone colano sul suo cuore - e parla trasognato con la moglie da poco morta, con cui veniva qui a fare la spesa, lui che quando era viva non ci parlava mai.
E poi vicino a Bergamo c’è un centro commerciale molto grande e dal secondo piano si vedono gli aerei atterrare e decollare molto vicini – perché è accanto a un aeroporto ma la Polizia non viene a chiederti che ci fai. Io ci vado spesso, peccato che quegli aerei non vadano lontano, vanno in Sardegna o a Amsterdam o a Parigi, sono aerei piccoli, nessuno che vada a San Francisco, o in India, oppure più in là, lasciando l’orbita, fra le stelle, poi le galassie, senza atterrare mai, che se ci fosse un volo così io venderei tutto quello che ho e comprerei il biglietto.
leonardo lenzi ed io concordo
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