sabato 13 gennaio 2018

L'episodio dei dieci lebbrosi .La Nuova Alleanza

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 Guarigione dei dieci lebbrosi, manoscritto dal Codex Aureus, 1035-1040 circa, Norimberga




Nell'episodio evangelico dei 10 lebbrosi l'evento spirituale più significativo è incredibile : non sta  nell'ingratitudine dei 9 che non tornarono e neppure soltanto nella lode resa a Dio dal lebbroso samaritano guarito ma sta nel paradosso  per  il quale  i 9  secondo la legge di Mosè si sono ben comportati in quanto avevano chiesto  nella logica dell'Antica Alleanza di rientrare  dalla situazione di impurità a quella di purezza.Quindi non dovevano nulla a Dio come ringraziamento  se non il presentarsi  presso i sacerdoti Il samaritano torna invece e torna egli che è fuori dall'alleanza riconoscendo la pienezza della nuova  alleanza in Cristo Dio dal quale ottiene l'annuncio  di salvezza.Ai primi la   guarigione nella  tradizione del Primo Patto biblico ,al samaritano guarigione e annuncio di salvezza,l'appartenenza a Cristo Dio  e nell'icona d'occidente altotedesco da chiesa una ed indivisa qui collocata questo transito dalla guarigione alla  ricezione  è  ben scandito dal movimento delle mani del Cristo:Nella guarigione il  gesto benedicente ..nella guarigione avvenuta e nella ricezione per il  samaritano  la mano nel gesto sacerdotale di consegna dello Spirito Santo. Amin

Vangelo- XII Domenica di Luca (Lc 17, 12-19) 



Luca 17,12-19


12 Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, 13 e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!» 14 Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati. 15 Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; 16 e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo. Or questo era un Samaritano. 17 Gesù, rispondendo, disse: «I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? 18 Non si è trovato nessuno che sia tornato per dare gloria a Dio tranne questo straniero?» 19 E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato»

lunedì 8 gennaio 2018

8 Gennaio 2018 sempre dal maestro Ivan Polverari .Non c'è necessità alcuna di commento .L' icona parla e ci interroga




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Martirologio Romano: Presso Riez nella Provenza, in Francia, san Massimo, padre del cenobio di Lérins dopo sant’Onorato e poi vescovo della Chiesa di Riez. -V secolo 

Memoria il 27  Novembre 
primum Lirinensis coenobii Pater, deinde Regiensis Ecclesiae Episcopus, signis et prodigiis inclytus exstitit

http://www.santiebeati.it/dettaglio/92152

E' patrono dei cittadini di Agliè in Piemonte in Provincia di Torino 

domenica 7 gennaio 2018

p. Placide Deseille Preghiera, digiuno, sonno

  http://www.donbosco-torino.it/image/Archivio/Santi/27-San-Benedetto-1.jpg
 
Il digiuno e l'astinenza ai quali il monaco è chiamato non sono dunque una semplice moderazione nel bere e nel mangiare, tali da farci evitare ogni eccesso, né una semplice osservanza di regole esteriori, per quanto queste siano necessarie e debbano essere osservate fedelmente nello spirito che le ha redatte; il senso dell'astinenza deve ancora spingerci a tagliare con fermezza, con un generoso slancio spirituale e con con la libertà d'animo che offre l'assenza di ogni ricerca mascherata di se stessi, tutte le nostre "volontà proprie" e tutte le nostre voglie di cercare la nostra soddisfazione nell'alimentazione. La debolezza di salute obbliga forse l'uomo moderno ad utilizzare maggior moderazione rispetto al passato per quanto riguarda il digiuno in senso stretto. Ma esistono pure forme di digiuno che gli sono particolarmente necessarie: la restrizione dell'uso di eccitanti, di tranquillizzanti e di diversi prodotti farmaceutici di cui si ha, talora, un abusivo consumo in certe realtà comunitarie.
Seguendo la Scrittura, i Padri stabiliscono uno stretto legame tra il digiuno e la preghiera. Da una parte, in effetti, il digiuno (come d'altra parte il servizio effettivo del prossimo) da consistenza e autenticità alla nostra preghiera [...]. La nostra contrizione, la riconoscenza della nostra miseria e il nostro amore al Signore rischierebbero di essere più teorici, immaginari e sentimentali che reali, se non fossero vitalmente simbolizzati dal digiuno; grazie a quest'ultimo la nostra preghiera può divenire più veridicamente un atto che procede dal nostro cuore, dal fondo più intimo del nostro essere e nella quale siamo interamente impegnati. E, d'altra parte, il digiuno è un ausilio indispensabile della preghiera contemplativa perché sviluppa in noi il senso delle realtà spirituali e il gusto di Dio. Ecco perché il digiuno ha una grande affinità con il silenzio e il raccoglimento: i giorni in cui digiuniamo devono essere giorni di maggior silenzio e, al contrario, una giornata di ritiro non può di certo concepirsi senza digiuno.
Ecco perché al digiuno i Padri associano ordinariamente le veglie. Il digiuno sviluppa in noi il gusto di Dio e tale gusto ci incita a prevalere sul nostro sonno, a sacrificare una parte del nostro riposo corporeo, per prolungare o anticipare il nostro intrattenimento con Dio. Nulla lo esprime meglio se non le veglie, la vigilanza dell'attenta anima in modo che il torpore spirituale non la invada e attenda ardentemente il divino incontro,  tali visite dello Sposo quali preludi a quella dell'ultimo giorno.
"Da quando si inizia a digiunare, dice sant'Isacco di Ninive, si è immediatamente spinti dallo Spirito Santo ad intrattenersi con Dio. Un corpo che digiuna non sopporta passare la notte intera nel letto poiché il digiuno porta naturalmente a vegliare in compagnia di Dio" (Sant'Isacco di Ninive, Trattati Mistici [in inglese], Wensinck, p. 161)

p. Placide Deseille, Nous avons vu la vrai lumière
L'age d'Homme, Lausanne 1990,  p. 86.
 
tratto  da 
http://traditioliturgica.blogspot.it/2017/11/preghiera-digiuno-sonno.html 
 
 

Décès de l’archimandrite Placide Deseille

sta in

 https://orthodoxie.com/deces-de-larchimandrite-placide-deseille/

sabato 6 gennaio 2018

antiche omelie di un antico e venerabile eremita di città (ancora vivente)sulla Festa del Battesimo di Gesù




a) "....Quest'oggi fissiamo lo sguardo su Gesù che, all'età di circa trent'anni, si fece battezzare da Giovanni nel fiume Giordano. Si trattava di un battesimo di penitenza, che utilizzava il simbolo dell'acqua per esprimere la purificazione del cuore e della vita. Giovanni detto il "Battista", cioè il "Battezzatore", predicava questo battesimo ad Israele per preparare l'imminente venuta del Messia; e a tutti diceva che dopo di lui sarebbe venuto un altro, più grande di lui, il quale avrebbe battezzato non con l'acqua, ma con lo Spirito Santo (cfr Mc 1, 7-8). Ed ecco che quando Gesù fu battezzato nel Giordano, lo Spirito Santo discese, si posò su di Lui in apparenza corporea come di colomba, e Giovanni il Battista riconobbe che Egli era il Cristo, l'"Agnello di Dio" venuto per togliere il peccato del mondo (cfr Gv 1, 29). Perciò il Battesimo al Giordano è anch'esso un'"epifania", una manifestazione dell'identità messianica del Signore e della sua opera redentrice, che culminerà in un altro "battesimo", quello della sua morte e risurrezione, per il quale il mondo intero sarà purificato nel fuoco della divina misericordia (cfr Lc 12, 49-50)."

b) si celebra oggi la festa del Battesimo del Signore, che chiude il tempo del Natale. La liturgia ci propone il racconto del Battesimo di Gesù al Giordano nella redazione di san Luca (cfr 3,15–16.21–22). Narra l’evangelista che, mentre Gesù stava in preghiera, dopo aver ricevuto il Battesimo tra i tanti che erano attratti dalla predicazione del Precursore, si aprì il cielo e sotto forma di colomba scese su di Lui lo Spirito Santo. Risuonò in quel momento una voce dall’alto: "Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Lc 3,22).
Il Battesimo di Gesù al Giordano è ricordato e posto in evidenza, sia pure in grado diverso, da tutti gli Evangelisti. Faceva parte infatti della predicazione apostolica, giacché costituiva il punto di partenza dell’intero arco dei fatti e delle parole di cui gli Apostoli dovevano rendere testimonianza (cfr At 1,21-22;10,37-41). La comunità apostolica lo riteneva molto importante, non solo perché in quella circostanza, per la prima volta nella storia, c’era stata la manifestazione del mistero trinitario in maniera chiara e completa, ma anche perché da quell’evento aveva avuto inizio il ministero pubblico di Gesù sulle strade della Palestina. Il Battesimo di Gesù al Giordano è anticipazione del suo battesimo di sangue sulla Croce, ed è simbolo anche dell’intera attività sacramentale con cui il Redentore attuerà la salvezza dell’umanità. Ecco perché la tradizione patristica ha dedicato molto interesse a questa festa, che è la più antica dopo la Pasqua. "Nel Battesimo di Cristo - canta l’odierna liturgia - il mondo è santificato, i peccati sono perdonati; nell’acqua e nello Spirito diveniamo nuove creature" (Antifona al Benedictus, uff. delle Lodi).
C’è una stretta correlazione tra il Battesimo di Cristo ed il nostro Battesimo. Al Giordano si aprirono i cieli (cfr Lc 3,21) ad indicare che il Salvatore ci ha dischiuso la via della salvezza e noi possiamo percorrerla grazie proprio alla nuova nascita "da acqua e da Spirito" (Gv 3,5) che si realizza nel Battesimo. In esso noi siamo inseriti nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, moriamo e risorgiamo con Lui, ci rivestiamo di Lui, come a più riprese sottolinea l’apostolo Paolo (cfr 1 Cor 12,13; Rm 6,3–5; Gal 3,27)."

c) Il Bambino, che a Betlemme i Magi vennero ad adorare dall’oriente offrendo i loro doni simbolici, lo ritroviamo ora adulto, nel momento in cui si fa battezzare nel fiume Giordano dal grande profeta Giovanni (cfr Mt 3,13). Nota il Vangelo che quando Gesù, ricevuto il battesimo, uscì dall’acqua, si aprirono i cieli e scese su di lui lo Spirito Santo come una colomba (cfr Mt 3,16). Si udì allora una voce dal cielo che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" (Mt 3,17). Fu quella la sua prima manifestazione pubblica, dopo trent’anni circa di vita nascosta a Nazaret. Testimoni oculari del singolare avvenimento furono, oltre al Battista, i suoi discepoli, alcuni dei quali divennero da allora seguaci di Cristo (cfr Gv 1,35-40). Si trattò contemporaneamente di cristofania e teofania: anzitutto Gesù si manifestò come il Cristo, termine greco per tradurre l’ebraico Messia, che significa "unto": Egli non fu unto con l’olio alla maniera dei re e dei sommi sacerdoti d’Israele, bensì con lo Spirito Santo. Al tempo stesso, insieme con il Figlio di Dio apparvero i segni dello Spirito Santo e del Padre celeste.
Qual è il significato di questo atto, che Gesù volle compiere – vincendo la resistenza del Battista – per obbedire alla volontà del Padre (cfr Mt 3,14-15)? Il senso profondo emergerà solo alla fine della vicenda terrena di Cristo, cioè nella sua morte e risurrezione. Facendosi battezzare da Giovanni insieme con i peccatori, Gesù ha iniziato a prendere su di sé il peso della colpa dell’intera umanità, come Agnello di Dio che "toglie" il peccato del mondo (cfr Gv 1,29). Opera che Egli portò a compimento sulla croce, quando ricevette anche il suo "battesimo" (cfr Lc 12,50). Morendo infatti si "immerse" nell’amore del Padre ed effuse lo Spirito Santo, affinché i credenti in Lui potessero rinascere da quella sorgente inesauribile di vita nuova ed eterna. Tutta la missione di Cristo si riassume in questo: battezzarci nello Spirito Santo, per liberarci dalla schiavitù della morte e "aprirci il cielo", l’accesso cioè alla vita vera e piena, che sarà "un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia"

giovedì 4 gennaio 2018

Senza farmi problema alcuno. 29 dicembre elogio iconografico per Santo Tommaso Becket Arcivescovo di Camterbury e martire per Cristo ..ucciso in odium fidei

 http://communio.stblogs.org/wp-content/uploads/2016/12/Becket.jpg



“Se tutte le spade d'Inghilterra fossero puntate alla mia testa, le vostre minacce non mi 
smuoverebbero. Sono pronto a  morire per il mio Signore, che nel mio sangue la Chiesa 
possa ottenere libertà e pace.”
Thomas Becket, Arcivescovo di Canterbury



il post è del 2018 ed ogni anno ritengo necessario,doveroso e cristianamente opportuno 


ripubblicarlo  e  ,per il 2020, riportando  come  introduzione  un dialogo telematico con il 

fratello Stefano Grandesso



Giovanni Festa "quando il potere politico (spesso alleato,condizionato,ricattato o dal turbocapitalismo 

americano in salsa liberal et similia o dall'arroganza politica del sovranismo in salsa zio Vlad che usa il 

cristianesimo come instrumentum regni ) entra arrogantemente negli affari delle chiese,allora sono sempre 

"uccelli senza zucchero " e le chiese si dividono spesso in modo trasversale sia esso implicito con la modalità 

dello scisma sommerso o in modo esplicito con schieramenti mondanizzati che nulla e per nessuno hanno di 

ecclesiale e di cristico. Io ormai la vedo brutta ma proprio brutta per tutte le chiese cristiane


Stefano Grandesso "concordo in pieno. O ci si riprende la "Libertas Ecclesiae", anche come dato psicologico e 


metodologico, o si diventa instrumentum regni o Ong



Martirologio Romano : "In Inghilterra, nel 1170, martirio di san Tommaso Becket , arcivescovo di Canterbury. Esiliato a causa della giustizia e della libertà, trascorse sei anni a Pontigny, dove vestì l'abito cistercense benedetto dal papa Alessandro III. Ritornato nella sua diocesi, dopo innumerevoli fatiche e sofferenze, venne assassinato nella sua cattedrale dai sicari del re. Fu sepolto con la cocolla cistercense."




 Ovviamente sul piano dei calendari San Tommaso Becket Vescovo e martire Londra, Inghilterra, c. 1118 - Canterbury, Inghilterra, 29 dicembre 1170 non è nel nostro sinassariio.Per me non è un problema.. Tommaso ha difeso la libertas ecclesiae senza se e senza ma e fino al martirio davanti al potere anche davanti al potere cosidetto cristiano ed è quindi stato ucciso perchè cristiano,prete e vescovo e allora De Hoc satis..

INFATTI 


 la canonizzazione come Martire di Tommaso Beket , anche se avvenuta dopo la data convenzionale di scisma, fu accolta dalla Chiesa della Rus e che a Kiev si cantò una dossologia nella Chiesa di santa Sofia quando arrivò la lettera che annunciava la canonizzazione del martire

 https://nicolettadematthaeis.files.wordpress.com/2013/05/mosaico-becket1.jpg

Una delle scelte più indovinate del grande sovrano inglese Enrico II fu quella del suo cancelliere nella persona di Tommaso Becket, nato a Londra da padre normanno verso il 1117 e ordinato arcidiacono e collaboratore dell'arcivescovo di Canterbury, Teobaldo. Nelle vesti del cancelliere del regno, Tommaso si sentiva perfettamente a proprio agio: possedeva ambizione, audacia, bellezza e uno spiccato gusto per la magnificenza. All'occorrenza sapeva essere coraggioso, particolarmente quando si trattava di difendere i buoni diritti del suo principe, del quale era intimo amico e compagno nei momenti di distensione e di divertimento.
L'arcivescovo Teobaldo morì nel 1161 ed Enrico II, grazie al privilegio accordatogli dal papa, poté scegliere Tommaso come successore alla sede primaziale di Canterbury. Nessuno, e tanto meno il re, prevedeva che un personaggio tanto "chiacchierato" si trasformasse subito in uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa e in uno zelante pastore d'anime. Ma Tommaso aveva avvertito il suo re: "Sire, se Dio permette che io diventi arcivescovo di Canterbury, perderò l'amicizia di Vostra Maestà".
Ordinato sacerdote il 3 giugno 1162 e consacrato vescovo il giorno dopo, Tommaso Becket non tardò a mettersi in urto col sovrano. Le "Costituzioni di Clarendon" del 1164 avevano ripristinato certi abusivi diritti regi decaduti. Tommaso Becket rifiutò perciò di riconoscere le nuove leggi e si sottrasse alle ire del re fuggendo in Francia, dove visse sei anni di esilio, conducendo vita ascetica in un monastero cistercense.
Conclusa con il re una pace formale, grazie ai consigli di moderazione di papa Alessandro III, col quale si incontrò, Tommaso poté far ritorno a Canterbury, accolto trionfalmente dai fedeli, che egli salutò con queste parole: "Sono tornato per morire in mezzo a voi". Come primo atto sconfessò i vescovi che erano scesi a patti col re, accettando le "Costituzioni", e il re questa volta perse la pazienza, lasciandosi sfuggire una frase incauta: "Chi mi toglierà di mezzo questo prete intrigante?".
Ci fu chi si prese questo incarico. Quattro cavalieri armati partirono alla volta di Canterbury. L'arcivescovo venne avvertito, ma restò al suo posto: "La paura della morte non deve farci perdere di vista la giustizia". Egli accolse i sicari del re nella cattedrale, vestito dei paramenti sacri. Si lasciò pugnalare senza opporre resistenza, mormorando: "Accetto la morte per il nome di Gesù e per la Chiesa". Era il 23 dicembre del 1170. Tre anni dopo papa Alessandro III iscrisse il suo nome nell'albo dei santi.




 

 Mosaico di S. Tommaso Becket tra i SS. Silvestro, Lorenzo e Nicola, 1180 circa, Cattedrale, Monreale.
Il Santo vescovo ebbe diversi contatti con la Sicilia, che gli rimase legata anche dopo il martirio (v. qui).



 La Sicilia e l'Inghilterra ebbero, nel XII secolo, importanti relazioni politiche e culturali, culminate nel 1177, nel matrimonio celebrato o Palermo tra il Re di Sicilia Guglielmo II detto il buono e la Principessa Giovanna d'Inghilterra sorella di Riccardo Cuor di Leone e figlia di Enrico II il Plantageneto. Palermo ospitava allora una folta colonia di studiosi, ecclesiastici ed uomini politici inglesi che costituivano, insieme ai greci, agli arabi ed ai francesi, parte integrante di una corte raffinata e cosmopolita. La capitale dell'Isola era allora uno dei poli più importanti per la politica europea oltre che cerniera culturale tra l'Oriente e l'Occidente.
> Tra gli inglesi presenti a Palermo spiccava Walterius Offamilio,
precettore del futuro Re Guglielmo, ed in seguito arcivescovo di Palermo, costruttore della Cattedrale e della chiesa di Santo Spirito (in seguito detta dei Vespri). Il fratello Bartolomeo fu vescovo d'Agrigento. Un altro inglese, Riccardo Palmer, fu vescovo di Siracusa ed amico del Re d'Inghilterra. Uomini di scienze e di lettere come Abelardo di Bath, soggiornarono in Sicilia per conoscere le opere dei filosofi greci, tradotte dagli studiosi arabi. La Sicilia divenne per gli Inglesi una terra leggendaria: Gervasio di Tillbury che fu a Palermo nel 1183 ambientò sull'Etna la conclusione della storia di Re Artù scrivendo che il sire mortalmente ferito, fu trasportato dalla sorella Morgana tra le selve del vulcano Siciliano dove attende ancora di ritornare tra i Cavalieri della Tavola Rotonda.
> Gli avvenimenti politici accaduti in quegli anni nelle due
corti ebbero talvolta un reciproco, anche se indiretto coinvolgimento. Il caso più eclatante riguardò la disputa tra l'arcivescovo di Canterbury, Tommaso Becket ed il suo Re, Enrico II il Plantageneta, deciso ad affermare il suo potere temporale sulla Chiesa inglese. Sia il Re che l'Arcivescovo si appellarono alla corte di Palermo. Il primo, chiese appoggio politico, il secondo protezione per i suoi parenti che, perseguitati in Inghilterra, ebbero in seguito asilo in Sicilia, grazie all'aiuto della Regina Margherita di Navarra, madre di Guglielmo II e di Riccardo Palmer.
> Per la corte di Palermo, il contrasto tra i due illustri
personaggi fu davvero imbarazzante. Se da un lato, emotivamente e politicamente si parteggiava per Becket, dall'altro non si poteva ignorare che Enrico II chiedeva solo una parte dei privilegi accordati dal Papa, decenni prima, ai regnanti normanni di Sicilia. Da parte sua, anche la Regina di Sicilia ebbe bisogno dell'autorevole aiuto dell'Arcive-scovo di Canterbury. Morto il marito Guglielmo I Margherita divenne reggente di una nazione multietnica, in attesa che il figlio, Guglielmo II, divenisse maggiorenne.
> Ben presto i baroni normanni non tollerarono più che funzionari
di corte arabi reggessero le fila dello stato e si ribellarono, fomentando congiure e disordini. Margherita chiamò in aiuto dalla Francia il cugino Stefano di Perche, amico fraterno di Becket. Uomo energico ed onesto, Stefano riprese ben presto in pugno il controllo del regno, ricoprendo la carica di Cancelliere e successivamente di Arcivescovo di Palermo. Tuttavia a causa della sua inflessibile rettitudine si attirò l'inimicizia dei poteri occulti della corte e al culmine di una sommossa fu costretto all'esilio. Al suo posto venne eletto arcivescovo: Walterius Offamilio. La Regina costernata scrisse all'Arcivescovo di Canterbury, affinchè facesse leva, con il suo autorevole intervento, presso il re di Francia ed il Papa al fine di non ratificare l'elezione di Gualtiero e far tornare a Palermo Stefano. Thomas Becket fece di tutto per esaudire la Regina, ma ogni sforzo fu vano. Persino una lettera scritta al suo vecchio amico Riccard, vescovo di Siracusa e personaggio influente alla corte di Palermo, rimase senza esito. D'altronde lo stesso Riccardo e gli altri inglesi di Palermo si preparavano ad abbandonare la causa di Becket, nella speranza d'imparentare il giovane re di Sicilia con i regnanti inglesi. Intanto gli eventi precipitarono e malgrado una breve riappacificazione tra Tommaso ed Enrico avvenuta a Frétéval i rapporti tra i due peggiorarono: il 29 Dicembre del 1170 quattro cavalieri di Enrico convinti di eseguire il volere del loro sovrano uccisero l'arcivescovo nella Cattedrale di Canterbury. Tommaso spirò mormorando: Accetto la morte in nome di Gesù e della sua Chiesa. I drammatici eventi consumati dagli uomini del Re nella cattedrale di Canterbury, suscitarono orrore e riprovazione in tutto il mondo ed ebbero a Palermo l'effetto di allontanare l'idea di un matrimonio inglese per il Re di Sicilia. Tuttavia, trascorsi due anni dal martirio di Tommaso Becket, il Papa Alessandro III, constatato il sincero e pubblico pentimento del monarca inglese, lo perdonò, dandogli l'assoluzione. L'anno dopo (1173), lo stesso Alessandro canonizzò Tommaso Becket: Canterbury divenne così il più importante centro di pellegrinaggio in Inghilterra.
Una volta ripristinati i rapporti tra la Santa Sede e la corona
inglese, alla corte di Palermo si ripresero le trattative per il tanto auspicato matrimonio anglo-siculo, visto di buon occhio anche dal Papa che così avrebbe avuti due baluardi omogenei a Nord ed a Sud d'Europa contro la minaccia dell'imperatore tedesco. Il matrimonio fu celebrato a Palermo il 13 Febbraio del 1177 tra l'entusiasmo dei palermitani per la giovanissima regina inglese e lo stupore dei dignitari del suo seguito per le ricchezze e lo sfarzo della città siciliana.
> Giovanna fu per i suoi sudditi una buona regina e nonostante fosse
la figlia dell'implacabile nemico di S. Tommaso si ha notizia che fosse a questi sinceramente devota. Il martire di Canterbury non venne mai dimenticato a Palermo da quanti lo avevano conosciuto, amato e venerato, ed abbiamo visto quanto egli fosse stato vicino alla Sicilia. Alcuni dei suoi parenti si erano stabiliti definitivamente nell'Isola a Palermo e a Sciacca. Guglielmo II volle, tra le prime immagini dei santi mosaicate nell'abside del duomo di Monreale anche quella di Tommaso di Canterbury, collocata non a caso, tra gli altri martiri caduti in difesa della Chiesa. E' una delle effigi più belle che si conoscano del martire inglese ed ha un notevole valore storico, poiché fu composta dopo circa tre anni dalla sua morte. Ma non fu questo l'ultimo omaggio che Palermo tributò al Santo; nella cappella della Trinità della Cattedrale di Canterbury esiste un pavimento a mosaico nel luogo che dal 1220 al 1538¸ ospitò il reliquiario di Tommaso. Questo pavimento mostra, nello stile e nel disegno geometrico, l'impronta inconfondibile degli artigiani palermitani. ( da www. Duomomonreale.it )
 
Gli fu intitolata una Cappella in Vicolo del Lombardo annessa al Palazzo Papè di Valdina e il Duomo di Marsala ( TP )


https://reliquiosamente.com/2013/05/14/tommaso-becket-e-la-ragion-di-stato/




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Today, the 29th of December, in the HCCI, we remember St Thomas of Canterbury, Bp.M.


O God, our strength and our salvation, who didst call thy servant Thomas Becket to be a shepherd of thy people and a defender of thy Church: Keep thy household from all evil and raise up among us faithful pastors and leaders who are wise in the ways of the Gospel; through Jesus Christ the shepherd of our souls, who liveth and reigneth with thee and the Holy Spirit, one God, for ever and ever. Amen.





Un Omaggio cristico e cristiano  pieno e totale alle sorelle e ai fratelli della Chiesa di Roma Antica che il 29 dicembre  ricordano la memoria  di un grande martire  della loro santa tradizione (a separazione avvenuta ahinoitutti...) ..San Tommaso Beckett  martire  per avere difeso davanti al potere politico  la radicalità del Vangelo e la Libertas Ecclesiae
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 https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/43/Thomas_Becket_Murder.JPG

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 museo-diocesano-Treviso-martirio Becket-particolare-affresco XIII secolo 1


 

 Martyrium Thomas Beckets im Braunschweiger Dom, Seccomalerei um 1250
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 Il Martirio di Thomas Becket. Spoleto Chiesa dei SS Giovanni e Paolo

 https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fe/Martirio_di_Thomas_Becket._Spoleto.jpg


 Martirio di Thomas Becket. Immagine contenuta nell'opera di Umberto Gnoli, Pittori e miniatori nell'Umbria. Spoleto 1923









Opera Omnia e tutte le biografie dell'epoca dal Migne Patrologia Latina, con indici analitici.

sta in 
http://www.documentacatholicaomnia.eu/30_10_1162-1170 _Thomas_Cantuariensis_Archiepiscopus.html

Tomaso Becket nella basilica di Aquileia: celebrazione o propaganda?

sta in
Il 29 dicembre 1170 fu ucciso nella cattedrale di Canterbury l’arcivescovo, primate d’Inghilterra, Tomaso Becket. Il 29 febbraio 1173 Alessandro III chiuse positi vamente, e in tempi inusitatamente breve, il processo di canonizzazione. Se la cattedrale di Canterbury era divenuta immediatamente meta di pellegrinaggi per la profonda commozione nata attorno alla vicenda dell’arcivescovo, sono molte le testimonianze ad attestare che anche in Italia, come nel resto d’Europa, il culto del martire inglese si diffuse velocemente grazie allo slancio propagandistico impresso dalla Sede Apostolica, al tempo in pieno conflitto con l’impero di Federico I. Agli inizi degli anni Ottanta del secolo xii Becket venne dunque rappresentato anche ad Aquileia, sede patriarcale da sempre legata alla politica imperiale, quale simbolo della Chiesa Romana e della sua resistenza contro l’autoritarismo temporale. Si propone qui una considerazione dell’antependio aquileiese effigiante Becket nel contesto della complessa situazione politica patriarchina e di una rassegna delle prime testimonianze del culto.

Riflessione sul Natale..un brano di Dino Buzzati, tratto da Milano nostra CE N'É TROPPO DI NATALE di Dino Buzzati.


 
Nel paradiso degli animali l’anima dell’asinello chiese all’anima del bue: “Ti ricordi per caso quella notte, tanti anni fa, quando ci siamo trovati in una specie di capanna e là, nella mangiatoia…?”
“Lasciami pensare… Ma sì - rispose il bue - nella mangiatoia,  se ben ricordo, c’era un bambino appena nato”.
“Bravo. E da allora sapresti immaginare quanti anni sono passati?”
“Eh no, figurati! Con la memoria da bue che mi ritrovo”.
“Più di duemila”.
“Accipicchia”.
“E a proposito, lo sai chi era quel bambino?”
“Come faccio a saperlo? Era gente di passaggio, se non sbaglio. Certo, era un bellissimo bambino”.
L’asinello sussurrò qualche cosa al bue.
“Ma no! - fece costui - sul serio? Vorrai scherzare spero”.
“La verità, lo giuro. Del resto io lo avevo capito subito…”
“Io no - confessò il bue - si vede che tu sei più intelligente. A me, non aveva neppure sfiorato il sospetto. Benché, certo, a vedersi, era un bambino straordinario”.
“Bene, da allora gli uomini ogni anno fanno grande festa per l’anniversario della nascita. Per loro è la giornata più bella. Tu li vedessi. È il tempo delle serenità, della dolcezza, del riposo dell’animo, della pace, delle gioie familiari, del volersi bene. Perfino i manigoldi diventano buoni come agnelli. Lo chiamano Natale. Anzi, mi viene un’idea, già che siamo in argomento, perché non andiamo a dare un’occhiata?”
“Dove?”
“Giù sulla terra, no!”
“Ci sei già stato?!"
“Ogni anno, o quasi, faccio una scappata. Ho un lasciapassare speciale. Te lo puoi fare anche tu. Dopo tutto, qualche piccola benemerenza possiamo vantarla, noi due”.
“Per via di aver scaldato il bambino col fiato?”
“Su, vieni, se non vuoi perdere il meglio. Oggi è la vigilia”.
“E il lasciapassare per me?”
“Ho un cugino all’ufficio passaporti”.
Il lasciapassare fu concesso. Partirono. Lievi, lievi. Planarono sulla terra, adocchiarono un lume, vi puntarono sopra.
Il lume era una grandissima città.
Ed ecco il somarello e il bue aggirarsi per le vie del centro, trattandosi di spirito, automobili e tram gli passavano in mezzo senza danno, e a loro volta le due bestie passavano attraverso come se fossero fatti d’aria. Così potevano vedere bene tutto quanto.
Era uno spettacolo impressionante, mille lumi, le vetrine, le ghirlande, gli abeti e lo sterminato ingorgo di automobili, e il vertiginoso formicolio della gente che andava e veniva, entrava ed usciva, tutti carichi di pacchetti, con un’espressione ansiosa e frenetica, come se fossero inseguiti.
Il somarello sembrava divertito. Il bue si guardava intorno con spavento.
“Senti amico: mi avevi detto che mi portavi a vedere il Natale. Ma devi esseri sbagliato. Qui stanno facendo al guerra”.
“Ma non vedi come sono tutti contenti?”
“Contenti? A me sembrano pazzi”.
“Perché tu sei un provinciale, caro il mio bue. Tu non sei pratico degli uomini moderni, tutto qui. Per sentirsi felici, hanno bisogno di rovinarsi i nervi”.
Per togliersi da quella confusione, il bue, valendosi della sua natura di spirito, fece una svolazzatine e si fermò a curiosare a una finestra del decimo piano. E l’asinello, gentilmente, dietro.
Videro una stanza riccamente ammobiliata e nella stanza, seduta a un tavolo, una signora molto preoccupata.
Alla sua sinistra, sul tavolo, un cumulo alto messo metro carte e cartoncini colorati, alla sua destra cartoncini bianchi. Con l’evidente assillo di non perdere un minuto, la signora, sveltissima, prendeva uno dei cartoncini colorati lo esaminava un istante poi consultava grossi volumi, subito scriveva su uno dei cartoncini bianchi, lo infilava in una busta, scriveva qualcosa sulla busta, chiudeva la busta quindi prendeva dal mucchio di destra un altro cartoncino e ricominciava la manovra. Quanto tempo ci vorrà per smaltirlo? La sciagurata ansimava.
“La pagheranno bene, immagino, - fece il bue - per un lavoro simile”
“Sei ingenuo, amico mio. Questa è una signora ricchissima e della migliore società”.
“E allora perché si sta massacrando così?”
“Non si massacra. Sta rispondendo ai biglietti di auguri”.
“Auguri? E a che cosa servono?”
“Niente. Zero. Ma chissà come, gli uomini ne hanno una mania”.
Si affacciarono più in là, a un’altra finestra. Anche qui gente che, trafelata, scriveva biglietti su biglietti, la fronte imperlata di sudore. Dovunque le bestie guardassero, ecco uomini e donne fare pacchi, preparare buste, correre al telefono, spostarsi fulmineamente da una stanza all’altra portando pacchi, spaghi, nastri, carte, pendagli e intanto entravano giovani inservienti con la faccia devastata portando altri pacchi altre scatole, altri fiori, altri mucchi di auguri. E tutto era precipitazione, ansia, fastidio, confusione e una terribile fatica.
Dappertutto lo stesso spettacolo.
Andare e venire, comprare e impaccare, spedire e ricevere, imballare e sballare, chiamare e rispondere e tutti guardavano continuamente l’orologio, tutti correvano, tutti ansimavano con il terrore di non fare in tempo e qualcuno crollava boccheggiando.
“Ma avevi detto - osservò il bue - che era la festa della serenità e della pace”.
“Già - rispose l’asinello - una volta era così. Ma cosa vuoi, da qualche anno, sarà questione della società dei consumi… Li ha morsi una misteriosa tarantola. Ascoltali, ascoltali!”
Il bue tese le orecchie. Per le strade, nei negozi , negli uffici, nelle fabbriche uomini e donne parlavano fitto fitto scambiandosi come automi delle monotone formule di buon Natale, auguri, auguri, altrettanto auguri a lei grazie. Un brusio che riempiva la città.
“Ma  ci credono? - chiese il bue - Lo dicono sul serio? Vogliono veramente tanto bene al prossimo?”
L’asinello tacque.
“E se ci ritirassimo un poco in disparte? - suggerì il bovino - Ho ormai la testa che è un pallone. Sei proprio sicuro che non sono usciti tutti matti?”
“No, no. È semplicemente Natale”.
“Ce n’è troppo, allora. Ti ricordi quella notte a Betlemme, la capanna, i pastori, quel bel bambino. Era freddo anche lì, eppure c’era una pace, una soddisfazione. Come era diverso!” “E quelle zampogne lontane che si sentivano appena appena”. “E sul tetto, ti ricordi, come un lieve svolazzamento. Chissà che uccelli erano”.
“Uccelli? Testone che non sei altro. Angeli erano!”.
“E la stella? Non ti ricordi che razza di stella, proprio sopra la capanna? Chissà che non ci sia ancora, le stelle hanno la vita lunga”.
“Ho idea di no - disse l’asino - c’è poca aria di stelle, qui”.
Alzarono il muso a guardare, e infatti non si vedeva niente, sulla città c’era un soffitto di caligine e di smog.

mercoledì 3 gennaio 2018

Elisabeth Behr-Sigel: una grande donna dell’Ortodossia in Occidente. Intervista di Tudor Petcu a padre Michael Plekon


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La signora Elisabeth Behr Sigel è stata una delle più significative donne e teologhe ortodosse del XX secolo in occidente. Era nata in Alsazia, in Francia nel 1907. Suo padre era protestante e sua madre ebrea. Studiò teologia presso la Facoltà protestante a Strasburgo e iniziò un ministero pastorale. Dopo poco tempo andò a Parigi per studiare teologia. Durante i suoi studi entrò in contatto con la diaspora ortodossa russa e si unì alla Chiesa ortodossa attraverso i suoi amici e colleghi dell’emigrazione russa. Fu influenzata da alcune delle più importanti figure teologiche dell’epoca (Metropolitan Evlogy, Vladimir Lossky, Paul Evdokimov, Lev Gillet, Maria Skobtsova, ecc.). All’età di 24 anni, abbracciò ufficialmente l’ortodossia. Col tempo incontrò e sposò un immigrato e ingegnere russo Andrý Behr. Durante la seconda guerra mondiale a Nancy, dove Elisabeth insegnava nel sistema scolastico pubblico e viveva con la famiglia, era attiva nel movimento di resistenza durante l’occupazione nazista. Dopo la guerra insegnò all’Istituto cattolico di Parigi, alla Facoltà teologica di San Sergio, all’Istituto ecumenico di Tantur vicino a Gerusalemme e al Collegio domenicano di Ottawa. Behr-Sigel insegnò in tutto il mondo e pubblicò molti libri e articoli ortodossi in inglese, francese e tedesco. Ha dedicato molto tempo ed energie alla promozione delle donne nella Chiesa ortodossa – rispettosamente, quasi con umiltà ma con ferma convinzione e solidi argomenti teologici. È diventata nota per la sua instancabile attività ecumenica. Il 26 novembre 2005, Elisabeth Behr-Sigel è morta mentre leggeva a letto. Aveva 98 anni.

Proprio di Elisabeth Behr-Sigel ci parla padre Michael Plekon (sacerdote ortodosso, sociologo e teologo statunitense) intervistato dal dottor Tudor Pectu.

Prima di tutto apprezzerei molto se potesse parlare un po’ della personalità di Elisabeth Behr Sigel in modo che i nostri lettori abbiano l’opportunità di comprenderla in modo spirituale.

Ho avuto il privilegio di conoscere EBS. Sebbene fosse anziana quando l’ho incontrata, era come un roveto ardente, piena di vita, di entusiasmo e di grande umorismo. Quando io e mia moglie abbiamo detto che non riuscivamo a trovare il segnale stradale per il suo appartamento, lei ha detto che nessuno qui ne ha bisogno – tutti sanno dove è! Ha chiesto se poteva fumare e ci ha offerto delle Galouises, oltre ad un ottimo liquore. Era piena di vita. Penso che la bella biografia di Olga Lossky catturi EBS molto bene.

La sua vita è stata sicuramente definita dalla conversione dal protestantesimo all’ortodossia. Cosa significavano veramente le origini protestanti e il proprio retaggio per Elisabeth Behr Sigel come futuro teologo ortodosso?

EBS mi ha detto di essere stata incoraggiata da padre Lev Gillet ad onorare e mantenere sempre le sue radici luterane. Fu attraverso la chiesa luterana, il battesimo, l’istruzione catechetica, la comunione, in seguito il lavoro teologico, il lavoro con il Movimento degli studenti cristiani e il suo lavoro di pastore laico che visse in Cristo. Questo non è mai stato portato via dal suo ingresso nella Chiesa ortodossa. Anch’io sono entrato nella Chiesa ortodossa dal luteranesimo, quindi c’era un legame speciale tra EBS e me stesso, come c’era anche tra lei e Sarah Hinlicky Wilson, lei stessa un pastore e teologo luterano. Detto questo, non definirei il lavoro teologico e ecclesiastico di EBS come qualcosa di diverso da quello di un cristiano ortodosso occidentale, uno che aveva vissuto e aveva radici in entrambe le chiese dell’ovest e dell’est. Non conosco un teologo più cattolico e ortodosso di EBS.

Elisabeth Behr Sigel era amica di uno dei più noti teologi ortodossi, Vladimir Lossky. In che modo il suo modo di pensare ha influenzato l’approccio teologico di Behr Sigel?

EBS era amica di numerosi teologi ortodossi tra le due guerre. Di tutti loro, credo, padre Sergius Bulgakov, suo padre spirituale per un certo periodo, padre Lev Gillet, suo caro amico e padre spirituale, e il professor George Fedotov furono le più grandi influenze, insieme a Paul Evdokimov, il teologo, anche lui un caro amico. La dedizione ecumenica di EBS e il suo impegno per la “tradizione vivente” della chiesa la collocano nella “scuola di Parigi” di cui, ovviamente, Bulgakov, Gillet, Evdokimov e Fedotov erano voci importanti. EBS conosceva anche un’altra luce brillante di quella “scuola”, ora una santa, Madre Maria Skobtsova, e aiutava il suo ministero di servizio ai poveri e ai cacciati dai nazisti. EBS aiutò coloro che erano destinati allo sterminio dalla Gestapo ad uscire da Parigi e nascondersi.

Pensa che possiamo parlare di una sorta di teologia della speranza nel pensiero di Elisabeth Behr Sigel?

Probabilmente EBS era l’erede della “nuova agiografia” di George Fedotov, l’uso del metodo storico nello studio delle vite e degli insegnamenti dei santi e più in generale della chiesa. EBS pubblicò per la prima volta sui santi della Russia, ma poi venne a scrivere della vita spirituale nella quotidianità per le persone del XX secolo. Venne anche a scrivere molto sul ruolo delle donne nella chiesa e sostenne un ripristino del diaconato femminile. I suoi saggi sulle donne e sull’ordinazione sono dei classici e tra i più importanti testi teologici sul perché l’ordinazione non sia assolutamente o inevitabilmente esclusa per le donne. In questo è stata sostenuta, tra gli altri, dai Metropoliti Anthony Bloom e Gerooes Khodr e Kallistos Ware.

Qual è la ragione principale per cui l’approccio di Elisabeth Behr Sigel potrebbe essere considerato qualcosa di originale nella teologia ortodossa?

EBS è stata davvero un personaggio “originale” nella teologia ortodossa contemporanea. Era dedicata al ripristino dell’unità nelle chiese divise dell’est e dell’ovest. Lei, insieme ad altri nella “scuola di Parigi”, celebrava la tradizione come viva e costantemente bisognosa di reinterpretazione e applicazione a nuove circostanze. Vide la chiesa come vibrante, la “Pentecoste continua” di cui parlava il suo insegnante p. Bulgakov. Quindi, il suo lavoro pionieristico sulla santità di tutti i giorni, argomento che anch’io ho approfondito (cfr. la mia trilogia di libri sulla santità e le persone di fede nel nostro tempo: Living Icons, Hidden Holiness, Saints As They Really Are, University of Notre Dame Press, 2002, 2009, 2012 e il più recente Uncommon Prayer del 2016 sempre edito da University of Notre Dame Press).

Considerato l’intero sistema teologico di Elisabeth Behr Sigel, sarebbe corretto parlare di femminismo ortodosso, se posso chiamarlo così?
Penso che sarebbe corretto dire che EBS conoscesse e capisse il movimento femminista degli anni ’60, ’70, ’80, ’90 e del XXI secolo. Morì nel 2005. Ha simpatizzato con molte critiche femministe della cultura e della società. Tuttavia, penso che EBS considerasse  che lo studio e la critica del modo in cui le donne venivano trattate nella chiesa trascendesse il femminismo come comunemente inteso … questo perché “in Cristo non c’è greco, ebreo, padrone, schiavo, maschio o femmina”. Non condivideva gli sforzi del suo amico Paul Evdokimov per delineare i distinti carismi della donna. Piuttosto sosteneva che i vangeli, il resto del Nuovo Testamento, la tradizione liturgica, in particolare il battesimo, offrivano tutti indicazione di un ruolo e una dignità pari tra uomini e donne. Ma nel corso della storia il carattere patriarcale della politica, della società e della cultura ha trasformato e smarrito dentro la chiesa l’originaria intuizione della parità di genere. Da queste considerazioni sono nati i numerosi saggi di EBS sulle donne nei vangeli, sulla Madre di Dio, sulle donne sante nella storia della chiesa e sui temi teologici dell’ordinazione e delle donne.

Come possiamo trovare un’influenza forte e reale del pensiero di Elisabeth Behr Sigel nell’ortodossia contemporanea? E quando dico “ortodossia contemporanea” in particolare faccio riferimento all’ortodossia occidentale.
Considerato il recente neotradizionismo e lo spostamento verso destra del pensiero ortodosso, non solo in teologia, ma anche in politica, cultura e pensiero sociale, EBS oggi si distingue come figura e voce profetica. Qui e là conosco molti teologi donne, come Teva Regule, Kyriaki Fitzgerald, Valerie Karras, Susan Ashbrook Harvey, Carrie Frederick Frost, Sarah Hinlicky Wilson, e direi che portano avanti il lavoro e la visione di EBS, anche senza collegamenti o riferimenti diretti a lei ed ai suoi libri. L’unica eccezione è Sarah Hinlicky Wilson, che come pastore e teologo luterano presso l’Istituto ecumenico di Strasburgo, conosceva EBS, ha fatto la prima dissertazione su di lei e sul suo lavoro e porta avanti la sua eredità in molti modi.

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 https://bottegadinazareth.com/2018/01/01/elisabeth-behr-sigel-una-grande-donna-dellortodossia-in-occidente-intervista-di-tudor-petcu-a-padre-michael-plekon/

Aggiungo un testo di Elisabeth Behr Sigel

La preghiera di Gesù:
mistero della spiritualità ortodossa

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