venerdì 29 ottobre 2021

[Articolo di Miriam Mafai, pubblicato su Repubblica del 10 Giugno 1984, il giorno prima della morte dell’On. Enrico Berlinguer.]



cossiga-berlinguer


{L’On. Enrico Berlinguer e l’On. Francesco Cossiga erano cugini di terzo grado: i loro bisnonni erano infatti fratellastri. In comune avevano una trisavola, Maria Russo, che sposò in prime nozze Giuseppe Zanfarino, matrimonio dal quale nascerà Antonio Zanfarino, il nonno materno dell’On. Cossiga ed in seconde nozze Giuseppe Loriga dal quale nascerà Giovanni Loriga, nonno materno dell’On. Berlinguer.}



“Mi telefonò, qualche giorno fa, per dirmi che stava leggendo le poesie del mio bisnonno, Gavino Cossiga…”
Il libretto, dalla copertina chiara, è sul tavolo. Il titolo, in sardo, è Su Poeta Christianu e anche il nome dell’ autore è scritto alla maniera sarda: Bainzu. Francesco Cossiga si abbandona ai ricordi, alla tenerezza e all’ orgoglio di questa parentela apparentemente anomala. Da una parte il segretario del più grande partito comunista dell’ Occidente, dall’ altra uno dei leader della Dc, oggi presidente del Senato. I rami lunghi dei rispettivi alberi genealogici si intrecciano con quelli dei Segni, dei Siglienti, dei Satta Branca, degli Zanfarino, dei Soro Polino, grandi famiglie di Sassari, nobiltà di toga e di armi, avvocati, magistrati, massari e commercianti, sullo sfondo di una città di tradizione repubblicana e democratica, orgogliosa dei suoi intellettuali, della sua Università e della sua vita politica vivace. In questa città don Enrico Berlinguer, nonno del segretario del Pci, aveva fondato sul finire del secolo “La Nuova Sardegna” di orientamento radicale. “La mia famiglia veniva dall’ interno e noi eravamo di origine più modesta. I Berlinguer invece appartenevano alla piccola aristocrazia sarda non titolata, cavalieri ereditari di patrizi, con titolo di don ma senza feudi nè decime. Nè marchesi nè ricchi i Berlinguer, ma aristocratici sì, arrivati in Sardegna dalla Spagna sul finire del 500. Ma l’ origine catalana non esclude sangue tedesco; il circuito Spagna-Fiandre-Austria fu vivace per tutto il 700“. Lo studio del presidente del Senato è tappezzato di damasco color oro, dello stesso colore sono le poltrone e il divano. Sul muro, vicino alla bandiera tricolore, c’ è un crocefisso d’ avorio, alle pareti quadri di scuola fiamminga e del Pinturicchio. Nella penombra, Cossiga appare pallido, un po’ gonfio e stanco. Ieri è stato a Padova a vedere il cugino Enrico morente.




Un bisnonno ufficiale dei carabinieri, un nonno fondatore di giornali radicali, un padre deputato del blocco costituzionale, aventiniano, poi aderente a Giustizia e Libertà e al Psi; un altro nonno medico famoso; cugine cattoliche; zii democristiani o massoni… Come si cresce in una famiglia così? Tengono le fila di questa educazione familiare non solo gli uomini ma anche le donne, che nel racconto di Cossiga compaiono e scompaiono, affettuose ed eleganti, rapite dalle malattie o inghiottite dalla vecchiaia. Sono le bisnonne le nonne le zie le madri che reggono con mano ferma e grande parsimonia le famiglie, nobili e numerose, in cui si parla molto di politica e in cui i bambini vengono portati regolarmente in chiesa e comunicati anche quando i padri sono massoni o fanno professione di anticlericalismo. “La moglie di nonno Enrico, così piccolina, dipinta che camminava svelta…“. “Zia Mariuccia, bellissima, morta in modo così terribile…“. “Zia Ines, che sposò Stefano Siglienti, sì quello che fu il presidente dell’ Imi ma prima era stato ministro delle Finanze del governo Bonomi…“. Altre donne appaiono fuggevolmente in questo quadro sassarese: “Le sorelle Sant’ Elia, che erano molto amiche delle principesse Savoia, tanto che quando il principe Umberto arrivò a Sassari chiese di conoscere Mario Berlinguer, il padre di Enrico, perchè era loro amico e andavano tutti assieme a fare i bagni…“. Dolcezze di una vita di provincia di cinquanta anni fa, dove erano possibili singolari alleanze familiari e innesti culturali, tra deputati antifascisti, personaggi della Curia, figli di nobili e alti funzionari dello Stato. In questo ambiente, severo senza bigotteria, benestante senza sprechi, cordiale senza volgarità, i due ragazzi, Enrico e Giovanni rimasti presto orfani, crescono imparando le virtù che sono comuni a certa nobiltà e alla classe operaia: la serietà, il riserbo, l’ impegno nello studio e nel lavoro, la parsimonia. Nella famiglia Berlinguer, come nelle famiglie dei Segni dei Cossiga e dei Siglienti c’ è sempre stato il gusto (oltre che la necessità) della modestia nel vestire, nell’ abitare, nel vivere. Il rammendo era di casa, e gli abiti passavano dai fratelli più grandi a quelli più piccoli senza proteste e senza vergogna. Un certo ascetismo di Enrico ha origine in questa educazione prima di incontrarsi con il rigore tipico del rivoluzionario professionale. “Enrico era più chiuso di noi, più taciturno“, racconta Cossiga. “Leggeva molto. In casa c’ erano i libri del padre Mario e del nonno Enrico, anche lui avvocato, di idee radicali, amico di Garibaldi e di Mazzini. Nella biblioteca di famiglia ha certamente incontrato Amendola, Gobetti e Dorso, ma anche Bakunin, Croce e il Manifesto di Marx“. Croce il giovane Berlinguer lo conoscerà di persona quando nel 1944 va a Salerno a trovare il padre, Mario, già in corsa per un ministero (e difatti sarà nominato commissario aggiunto all’ epurazione). In casa di Croce quel giorno ci sono i sardi che contano: Antonio Segni, naturalmente, e Stefano Siglienti, che sono ben felici di presentare al filosofo il nipote, così giovane, così studioso, così magro, appena uscito da cento giorni di detenzione nel carcere di Sassari. Ma in casa Croce quel giorno c’ è anche un altro signore che a Sassari ha fatto il liceo e che alla Sardegna è molto legato: è Palmiro Togliatti, appena rientrato in Italia da un ventennale esilio, che al giovane Enrico chiede notizie dettagliate su questi “moti del pane” di cui l’ Unità aveva già dato notizia. Qualche mese dopo Enrico si trasferisce a Roma per lavorare al centro dell’ organizzazione giovanile del Pci. “Mio cugino“, dice Cossiga, “non è timido. E’ sardo. Ha sempre avuto un grande pudore dei suoi sentimenti. Può dire di conoscerlo solo chi lo ha visto in barca o nell’ intimità della sua casa… I nostri rapporti politici? Le dirò solo questo: se parlavo con lui, da sardo e da cugino, non gli mentivo. E so che la stessa cosa valeva per lui. Un giudizio? In questo momento è difficile: è certo che era profondamente comunista e insieme profondamente democratico. Come riuscisse a conciliare le due cose non so. Ma ci riusciva“

lunedì 25 ottobre 2021

Il conflitto come dono- Isaac Pennington ben capì il messaggio di Paolo nella lettera ai Romani, cap.14

Tradotto da una riflessione offerta all’incontro annuale (aprile 2016) degli Amici Irlandesi da Marisa Johnson, segretaria della sezione Europa e Medio Oriente del Consiglio Mondale Consultivo degli Amici (Quaccheri)[FWCC: Friends ' World Committee for Consultation].


La stella quacchera, utilizzata a partire dal XIX secolo e tutt'oggi ancora in uso


L'intero testo è scaricabile al seguente indirizzo facebook ed è disponibile per tutti 

https://www.facebook.com/groups/152794871433916/permalink/1119153378131389


Alcuni passi 

Per lo più il conflitto viene evitato o soppresso. Il desiderio di trovare una risoluzione, anche se più costruttivo e positivo, a volte è motivato dall’ansia di eliminare il disagio il più presto possibile. Quest’ansia forse ha origine nella percezione che la presenza di un conflitto nelle nostre relazioni, nelle nostre comunità rappresenta una mancanza nella vita che dovrebbe essere vissuta in armonia, secondo lo Spirito di Dio, rivelato nei frutti dello Spirito: amore, gioia, pace, pazienza, compassione, bontà, fede, gentilezza e autocontrollo (Paolo in Galati 5: 22-23). 

Il conflitto perciò è una sorta di fallimento, sembra quasi una conseguenza del nostro peccare, della nostra incapacità, individualmente e collettivamente, di vivere con fede, disponibili alla vita e all’opera dello Spirito in noi e nostro tramite. Il conflitto può persino minare la nostra fede,  delusi da ripetuti fallimenti nell'ottenere ‘shalom’, un senso di completezza, armonia e pace


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Ma in fin dei conti, cos'è un conflitto? E’ la dissonanza che risulta da esigenze, opinioni, ed esperienze diverse. E’ un fenomeno del tutto prevedibile, associato alla intrinseca realtà che siamo tutti unici e abbiamo interessi divergenti. La parola conflitto ha una radice latina che significa scontro, letteralmente ‘sbattere contro’ e suggerisce una scarica di energia. Prendiamo una parola di simile derivazione: ‘conflagrazione’. Certo un’improvvisa scarica di energia incontrollata può essere molto pericolosa ma potete immaginare un mondo senza energia, senza passione, senza tensione? Un tale stato di cose avrebbe poco a che fare con ‘la vita’. Sarebbe uno stato senza vigore, uno stato di morte. Per contro, la liberazione dell’energia creativa è l’essenza della vita - dal Big Bang in poi! Il prefisso ‘con’ indica ‘legame’ in questa parola - senza contatto, senza relazione non vi è conflitto. Dobbiamo essere abbastanza vicini l'uno all'altro perché nasca un conflitto. Se la creatività, l'energia, l'essere connessi e in relazione l'uno all'altro possono essere apprezzati come doni, dobbiamo anche accettare il conflitto che è intimamente parte di queste realtà. In un certo senso è analogo all'essere grati per il dono del fuoco che ci tiene caldi e ci consente di cuocere il cibo, ben sapendo che, fuori controllo, il fuoco può far danni e persino risultare in distruzione.


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Isaac Pennington ben capì il messaggio di Paolo nella lettera ai Romani, cap.14, quando scrisse, nel 1660: “Anche al tempo degli apostoli i cristiani erano troppo ansiosi di trovare unità ed uniformità nelle pratiche esteriori e nelle osservanze e a criticarsi a vicenda ingiustamente, per avere modi diversi di vivere la fede. Come è dolce e piacevole all’occhio veramente spirituale vedere tipi di credenti diversi...ciascuno impara quello che gli è dato di imparare, ed offre il suo particolare servizio, ci si riconosce e ci si rispetta, senza litigare gli uni con gli altri per il modo in cui si pratica la fede. Questo è il vero fondamento dell’amore e dell’unità, non che una persona cammini e si comporti esattamente come faccio io, ma il fatto che riconosco lo stesso Spirito e vita in colui che segue il suo percorso, a seconda della sua posizione, nella sua giusta strada, fedelmente: questo mi dà molta più gioia che non il suo seguire esattamente nel mio tracciato.” (da Vita e pratica dei Quaccheri della comunità britannica degli amici 27:13; da Vita e pratica dei Quaccheri 9,1)

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23 Ottobre 1956 la Rivolta Ungherese contro il comunismo. Il manifesto dei 101



Il 23 ottobre 1956 circa 200 mila studenti e operai scendono per le strade di Budapest


La sinistra italiana spaccata

L’Europa assiste agli eventi col fiato sospeso e in Italia si vive lo scontro frontale tra Pietro Nenni e Palmiro Togliatti, mentre un gruppo di intellettuali vicini al partito comunista, in aperto contrasto con il segretario Togliatti schierato coi sovietici, diffonde il «Manifesto dei 101» a sostegno degli insorti ungheresi. «Erano in centouno, giovani e forti, tutti comunisti ma non disposti a vendere l’anima per la maggiore gloria dell’Urss. Si ribellarono, in quei giorni tragici dell’invasione ungherese, e dissero no — addirittura — a Togliatti. Così attaccarono per la prima volta il muro di ortodossia ideologica del Pci, e fu un colpo di martello contro il muro del totalitarismo marxista-leninista» scrive Dario Fertilio sul Corriere (l’articolo sfiorando l’icona blu).



IL TESTO DEL MANIFESTO DEI 101 

sta in

https://tesi.luiss.it/15390/1/070742.pdf


I tragici avvenimenti d’Ungheria scuotono dolorosamente in questi

giorni l’intera opinione pubblica del Paese. La coscienza democratica e

il sentimento d’umanità dei lavoratori e di tutti gli uomini onesti

reagiscono con la forza delle grandi passioni civili alle notizie divenute

di giorno in giorno più drammatiche. La fedeltà all’impegno assunto

con l’atto di adesione al partito impone di prendere una posizione

aperta. Si formulano pertanto queste considerazioni politiche:

1) I fatti d’Ungheria dimostrano che quando prevalgono

resistenze, ritardi o addirittura il proposito di contenere il processo di

democratizzazione dei paesi comunisti e dei regimi sociali iniziato con

il XX congresso del Pcus, inevitabilmente si verificano profonde

fratture nel popolo e nelle stessa classe operaia, che il Partito è

impotente a superare. Mentre, dove il Partito stesso ha la maturità e il

coraggio di mettersi alla testa degli avvenimenti, il processo di

rinnovamento evolve lungo le sue naturali linee di sviluppo. È questa

l’unica maniera per resistere alle provocazioni antisocialiste. Sbagliata

sarebbe quindi ogni considerazione che, sulla base dei recenti

avvenimenti, tendesse a rimettere in forse i risultati del XX congresso.

La condanna dello stalinismo è irrevocabile.

2) Dagli avvenimenti di Polonia, e soprattutto d’Ungheria,

scaturisce una critica a fondo, senza equivoci, dello stalinismo, che

risulta fondato: a) sulla prevalenza di elementi di dura coercizione sulle

masse nell’opera di costruzione di un’economia collettivizzata; b)

sull’abbandono dello spirito di libertà, che si trova nel genuino pensiero

dei fondatori del socialismo scientifico, e che è ‘ideale stesso delle

grandi masse; c) sull’istaurazione dei rapporti tra i popoli, gli stati 

socialisti, e i partiti comunisti, che non sono di parità e fratellanza, ma

di subordinazione e di ingerenza; d) sulla concezione feticistica del

partito e del potere socialista, quasi che si possa parlare ancora di potere

socialista e di Partito comunista, quando manca il presupposto

essenziale dell’adesione attiva della classe operaia e di naturali alleati.

L’economia, i rapporti civili, i legami internazionali, che si

costruiscono su queste basi, non possono non deviare profondamente

dagli obiettivi che originariamente si intendeva perseguire. Il nostro

partito non ha formulato ancora una condanna aperta e conseguente

dello stalinismo. Da mesi si tende a minimizzare il significato del crollo

del culto e del mito di Stalin, si cerca di nascondere al partito i crimini

commessi da e sotto questo dirigente, definendoli “errori” o addirittura

“esagerazioni”. Non si affronta la critica del sistema edificato sulla base

del culto della personalità, come è stato analizzato nel recente rapporto

del compagno Gomulka al Comitato centrale del Poup.

3) I comunisti italiani si augurano che il popolo ungherese trovi

in una rinnovata concordia la forza per superare la drammatica crisi

attuale, isolando gli elementi reazionari che in questa crisi hanno agito,

riponendo la costruzione del socialismo sulle sue uniche basi naturali:

il consenso e la partecipazione attiva delle classi lavoratrici.

 Se non si vuole distorcere la realtà dei fatti, se non si vuole

calunniare la classe operaia ungherese, o rischiare di isolare in Italia il

Partito comunista italiano, o ripetere giudizi incomprensivi come quelli

formulati a proposito dei dolorosi avvenimenti di Poznan, e che furono

presto smentiti dal corso ulteriore dei fatti e dal riconoscimento dei

dirigenti del Partito operaio polacco, occorre riconoscere con coraggio

che in Ungheria non si tratta di un putsch o di un movimento

organizzato dalle reazione (la quale tra l’altro non potrebbe trascinare a

sé tanta parte della classe operaia) ma di un’ondata di collera che deriva

dal disagio economico, da amore per la libertà e dal desiderio di 

costruire il socialismo secondo una propria via nazionale, nonostante la

presenza di elementi reazionari.

 In particolare, è da deprecare - come è stato riaffermato in modo

assai significativo nel recente documento emesso dalla Segreteria della

Cgil – che l’intervento militare sovietico sia stato richiesto e concesso,

poiché esso contraddice ai principi che costantemente rivendichiamo

nei rapporti internazionali, viola il principio dell’autonomia degli Stati

socialisti, e gravemente compromette dinanzi alla classe operaia e alla

società italiana, la politica perseguita dal Partito e l’opera che esso potrà

dare per la realizzazione della via italiana al socialismo.

 Alla luce di questo è da auspicare che già ora, e poi nell’imminente

congresso, avvenga un rinnovamento profondo nel gruppo dirigente del

Partito.

 Nel presentare questo documento al Comitato centrale è dovere

dire che si ritiene indispensabile che queste posizioni vengano

conosciute e dibattute da tutto il Partito, e se ne domanda pertanto la

integrale e immediata pubblicazione su l’Unità giacché di fronte ad

avvenimenti così drammatici la nostra coscienza di militanti non ci

consente di rinunciare acché in tutto il Partito sia dato conoscere queste

posizioni.

 Ciò diciamo con il proposito che il nostro Partito proceda sulla via

italiana al socialismo, ridia fiducia e unità a tutti i militanti, recuperi la

sua tradizionale funzione decisiva, onde riesca consolidata in Italia la

democrazia, oggi più che mai minacciata dalla reazione capitalistica e

clericale 



Sulla storia anche tormentata del Manifesto dei 101 


https://it.wikipedia.org/wiki/Manifesto_dei_101.


https://www.corriere.it/extra-per-voi/2016/05/01/indimenticabile-terribile-56-manifesto-101-spacca-pci-fatti-d-ungheria-8e1a21e4-0e33-11e6-91a4-bd67d1315537.shtml


sabato 23 ottobre 2021

Per un immaginario del camminare. Postfazione. Elisa Mozzelin



sta. in


https://www.academia.edu/50751711/Derive_Per_un_immaginario_del_camminare_Postfazione


"ogni qualvolta un pedone si sposti nello spazio, mette in pratica. una metis ,un'astuzia , un'intelligenza pratica.

Chi cammina, al contrario di chi utilizza mezzi ad alta velocità, può intraprendere scorciatoie, deviare, azzardare il passaggio negli spazi interdetti o tornare sui suoi passi, senza sconvolgere il ritmo del traffico e degli altri pedoni, senza violare nessun ordine.....

Camminare infatti, non puoi essere mai un'azione disgiunta  dai luoghi attraversati, necessita sempre di una superficie per potere essere utilizzata, di uno spazio, anche temporaneo,  in cui accadere e farsi spazio.

E' proprio in questo senso che camminare si carica di una coloritura politica.....

sabato 2 ottobre 2021

Abele e Caino- Jorge Luis Borges.




Abele e Caino s'incontrarono dopo la morte di Abele. Camminavano nel deserto e si riconobbero da lontano, perché erano ambedue molto alti. I fratelli sedettero in terra, accesero un fuoco e mangiarono. Tacevano, come fa la gente stanca quando declina il giorno. Nel cielo spuntava qualche stella, che non aveva ancora ricevuto il suo nome. Alla luce delle fiamme, Caino notò sulla fronte di Abele il segno della pietra e lasciando cadere il pane che stava per portare alla bocca chiese che gli fosse perdonato il suo delitto. Abele rispose: "Tu hai ucciso me, o io ho ucciso te? Non ricordo più: stiamo qui insieme come prima". "Ora so che mi hai perdonato davvero" disse Caino "perché dimenticare è perdonare. Anch'io cercherò di scordare". Abele disse lentamente: "È così. Finché dura il rimorso dura la colpa".Jorge Luis Borges.


da: Elogio dell'ombra


https://www.facebook.com/settimo.chakra/posts/10226210818046214


sabato 28 agosto 2021

27 AGOSTO 1982: 39 ANNI FA CI LASCIAVA MAMMA LUCIA!


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Nel settembre del 1943 c’è lo sbarco degli Alleati a Salerno, (Operazione Avalanche) . Sulle alture di Cava de’ Tirreni (SA) si combatte aspramente, i soldati cadono a centinaia, sono tedeschi ed americani, tanti corpi rimangono dissepolti nella terra e nella sabbia, ma nessuno se ne occupa.
Lucia Apicella, mia illustre concittadina, era un’umile contadina cavese, ma seppe essere protagonista di una storia a dir poco incredibile, ma poco conosciuta. Io me la ricordo nitidamente, quando eravamo bambini aveva sempre una carezza ed una caramella in tasca per noi, accompagnate sempre dall'immancabile: "bell' i mamm'" (bello di mamma).
Un giorno mentre era intenta a lavorare nei campi, Lucia vede dei bambini giocare a calcio con un teschio di uno dei soldati caduti, riemerso dalla sabbia, e ne rimane sconvolta. La notte ebbe anche in sogno la visione di otto soldati morti che l’imploravano di restituirli alle loro madri; da quel momento sentì il dovere cristiano di dare una degna sepoltura a tutti i soldati. Provò a chiedere aiuto alle autorità, ma al comando alleato le rispondono di no, non è di loro competenza. Allora Lucia va dal sindaco di Cava de' Tirreni che le dice: ”va bene, ti metto a disposizione due becchini per prendere i resti ed uno spazio dove deporli”.
Poi i becchini, arrivati al dunque, si tirano indietro: troppo pericoloso, ci sono le mine.
Arrivata a quel punto, Lucia prende una decisione; aiutata solo da una nipote, si mette lei a ritrovare i resti di tutti i soldati morti in battaglia e lì abbandonati; li rimette insieme, li ricompone e le spoglie, a sue spese, venivano deposte in cassettine di zinco e trasportate nella chiesa più antica del Borgo Scacciaventi di Cava de’ Tirreni dove si recava ogni giorno a pregare. Per più di trent’anni, Lucia andrà poi ogni mattina a pregare per quei figli che non poté restituire alle loro madri, perché non identificati, e pertanto lì rimasti seppelliti. Tutti adottati da lei, la madre di chi era caduto e nessuno poteva riprendersi.
Ne raccolse centinaia a Cava, e poi dopo proseguì in giro per la Provincia senza sosta, arrivando fino alla Piana del Sele distante più di 60 km, dove ci erano stati violenti combattimenti e tanti morti; partiva all’alba in treno e ritornava al tramonto. Ci mette anni a raccoglierli tutti, alla fine furono più di 700 i corpi da lei ritrovati e ricomposti, tra di loro c’è anche gente che fucile in mano aveva occupato la sua terra. Ma a lei non importa, erano ragazzi. “Song' tutt' figl 'e mamma”(sono tutti figli di una mamma) era la semplice, ma lapidaria risposta di quella donna umile e forte a chi le chiedeva il perché stesse facendo tutto questo, rischiando la vita per via degli ordigni inesplosi e sprecando tempo e denaro. La sua storia fece il giro del mondo, era la donna che si era caricata il dolore di tutte le madri del mondo che avevano perso un figlio in guerra. I giornali e le televisioni ne parlarono, soprattutto in Germania dove la sua figura è ancora oggi molto amata. Nel 1951 a Mamma Lucia e suo marito venne organizzato un viaggio in Germania dagli stessi tedeschi per ringraziarla per l’immane opera compiuta dalla donna, fu ricevuta con gran calore e fu acclamata da tutti. Dal Presidente della Repubblica Federale Tedesca, Theodor Heuss, le fu conferita la Gran Croce dell’Ordine al Merito.
Durante questo viaggio Lucia fece visita a diverse famiglie alle quali la donna aveva riportato i resti dei loro cari. Radio Stoccarda dirà in quella occasione: “un popolo che ha dato i natali ad una donna come Mamma Lucia merita tutto il nostro amore, tutta la nostra gratitudine, tutto l’amore di cui siamo capaci”. Da allora, per i tedeschi Lucia diventa "Mama Luzia" o "Mutter der Toten", la madre dei morti.
Le venne anche concessa una pensione dalla Germania che Mamma Lucia declinò perché lei riteneva la sua opera una “opera d’amore” e come tale non doveva essere violata da un tornaconto economico.
Mamma Lucia andò in visita da Papa Pio XII che, nel '51 ne approvò l'opera definendola cristiana e caritatevole. Nel 1962 anche papa Giovanni XXIII la riceverà in udienza privata. In Italia ricevette la Commenda dell'Ordine al merito della Repubblica Italiana dall’allora Presidente della Repubblica Giovanni Gronchi, e la Medaglia d’oro al Merito Civile dal Presidente Sandro Pertini. Quest’ultimo, quando Mamma Lucia morì il 27 agosto del 1982 all’età di 94 anni, la ricordò con un messaggio toccante inviato al sindaco di Cava de’ Tirreni: “La scomparsa di mamma Lucia colpisce dolorosamente quanti riconoscono nell’amore e nella solidarietà, valori fondamentali per l’edificazione dell’uomo”.
I funerali furono pubblici e vi parteciparono migliaia di persone. Nessuno dimenticherà il suo amore per il prossimo e la sua celebre frase con cui chiudeva ogni conversazione: "Pace per tutto il mondo e mai più guerre."

venerdì 27 agosto 2021

la Carta globale della coscienza (The Global Charter of Conscience), un documento del 2012

 



Introduzione in lingua inglese 

https://christianembassy.ca/global-charter-of-conscience/



introduzione in lingua italiana

https://www.alleanzaevangelica.org/index.php/documenti-significativi/documenti-significativi/item/709-la-carta-globale-della-coscienza-disponibile-in-italiano


Nel sito italiano. si riscontra la traduzione italiana del documento 

http://www.alleanzaevangelica.org/documenti/La-Carta-globale-della-coscienza_2019.pdf


trascrivo i primi. tre articoli  e l'articolo 10


ARTICOLO – LIBERTÀ FONDAMENTALE

La libertà di pensiero, di coscienza e di religione, che nel complesso possono essere descritte come libertà religiosa, è un diritto umano prezioso, fondamentale e inalienabile: il diritto di adottare, detenere, esercitare liberamente, condividere o cambiare le proprie convinzioni, è soggetto unicamente ai dettami della coscienza ed è indipendente da ogni forma di influenza esterna,ed in particolare dal controllo governativo. Questa libertà include tutte le credenze e visioni del mondo, sia soprannaturali che secolari, trascendenti o naturalistiche.

ARTICOLO 2 - DIRITTO DI APPARTENENZA

Questo diritto alla libertà di pensiero, coscienza e religione è inerente all'umanità e radicato nella dignità inviolabile di ogni individuo umano, in particolare nel carattere della ragione e della coscienza. Come il diritto di nascita, la libertà di coscienza è il diritto che spetta allo stesso modo a tutti gli esseri umani indipendentemente dalla loro religione, genere, razza, classe, lingua, opinione politica o di altro genere, o nazionalità, e indipendentemente da qualsiasi menomazione mentale o fisica, e deprivazione sociale, economica o dal livello di scolarizzazione. La libertà di coscienza è il diritto dei credenti, non delle credenze, ed una protezione per gli esseri umani piuttosto che delle idee.

ARTICOLO 3 - INDIPENDENTE DA GOVERNI E DALLE MAGGIORANZE

Come diritto inerente all'umanità e alla dignità della persona umana, la libertà di pensiero, di coscienza e di religione non dipende, in via definitiva, dalle scoperte scientifiche, dai favori dello stato e dei suoi funzionari, o dalla volontà mutevole delle maggioranze. Non spetta al governo concedere o negare tale libertà, ma piuttosto la sua responsabilità consiste nel garantirla e custodirla. I diritti umani sono un baluardo contro indebiti controlli ed interferenze nella vita della persona umana.


ARTICOLO 10 - REGOLA D'ORO

Il principio secondo cui il diritto alla libertà di pensiero, di coscienza e di religione sia inalienabile e uguale per tutti, rappresenta la Regola d’Oro universale per la libertà religiosa e sottolinea l'importanza dell'universalità dei diritti nelle diverse società e nazioni. Non ci sono diritti esclusivi per alcuna religione, visione del mondo o gruppo. Qualsiasi affermazione di rivendicazione di diritti rispetto alla fede, alla libertà di credere, o di adorare, o di costruire luoghi di culto, o di convertire altri, richiede automaticamente a coloro che reclamano tali diritti di accordarli alle persone di tutte le altre fedi.