Galatina - Museo Civico Pietro Cavoti - Tele di Luigi Caiuli - Galleria dedicata al Tarantismo
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Mi capitò questo libro affascinante fra le mani, parlava di un fenomeno rituale, il tarantismo. C’era un potente richiamo simbolico. Il morso di una taranta, il veleno, il rimorso come senso di colpa. Chi erano queste donne che danzavano per ammazzare simbolicamente il ragno che le aveva morse? Leggevo. Per far crepare la taranta, bisogna mimare la sua danza. Occorre danzare come danza il ragno, fino a diventare il ragno stesso. Straordinaria identificazione. Costringere il ragno a danzare fino a esaurire le sue energie. Prodigioso, no? “La bestia si combatte identificandosi in essa”. Ragionai a lungo su quelle parole: se io mi identifico nella bestia, magari posso prenderne il controllo. Ma certo. Mentre io mi muovo attraverso i suoi movimenti, posso decidere il suo orientamento, posso decidere come muoverla, dove fermarla, quanto sfiancarla. Ebbi un istante di straniamento. Mi accorsi che avevo fatto anch’io qualcosa del genere. Avevo un nemico, tempo fa. Simbolicamente ero stata morsa da lui. Il suo veleno lo conoscevo bene. E un giorno mi identificai così tanto in lui, che ebbi compassione di me stessa. Che cosa significava danzare come danza il nemico? Mi dissi, be’, magari significa danzare secondo i suoi ritmi evolutivi. Danzare come danza il nemico significa qualcosa come: ripercorrere la storia della sua vita. La danzatrice doveva imitare i passi del ragno che l’aveva morsa, e perciò io volli imitare i passi del mio nemico. I passi tracciati nel percorso della sua crescita. E la danza diventò un’astrazione mentale dei suoi ritmi vitali. Così mi identificai nella sua fanciullezza, e lo vidi inciampare e crollare fra le braccia di suo padre, lo vidi stringere le labbra quando sua madre lo abbandonava in mezzo ai giocattoli, troppo affaccendata per una carezza. Provai compassione. Mi identificai nella sua adolescenza, e lo vidi agitarsi per il primo giorno di scuola, per la paura di non essere all’altezza delle aspettative, lo vidi indossare un’armatura resistente, per non essere incluso nel circolo degli sfigati. Provai compassione. Mi identificai persino nella sua vecchiaia, in una previsione infelice, nomi dimenticati, fornelli lasciati accesi, cervello in fumo, pressione sanguigna instabile, medicine dappertutto, autonomia fottuta, sì, a quanto pare nel circolo degli sfigati ti tocca entrarci da vecchio, pure se nell’adolescenza l’hai scansato. Provai compassione. Chiaro, non fu una danza assimilabile al tarantismo, ma di certo fu un movimento: perché veramente, alla fine, io ritrovai un equilibrio. Grazie all'imitazione dei passi del nemico, mi identificai in lui, fino a provarne compassione, fino a perdonarlo.
E da un perdono vertiginoso, il mio equilibrio interiore si ristabilì
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