venerdì 13 marzo 2020

lettera sul silenzio



Cari amici,
un elemento importante – e direi addirittura caratterizzante – di una comunità monastica è quello del silenzio. Sono molte le ragioni di questa antica consuetudine! Ma non è su questo che vorrei che fermassimo la nostra attenzione.
Anzitutto bisogna sgomberare il campo da alcuni “silenzi” da cui guardarsi. Perché non sempre il silenzio è buono nella vita comune e nella vita dell’uomo, in generale. C’è ad esempio il silenzio sprezzante di chi si sente superiore agli altri o di chi si mette sempre un gradino sotto gli altri. È un silenzio che nasconde giochi di forza poco vicini al Vangelo e anche profondamente disumani. Questo sarebbe un silenzio cattivo e dannoso. C’è poi il silenzio che nasce dalla rabbia, dal risentimento, dall’ira. È un silenzio che uccide e che crea disagio. Che contraddice se stesso, perché urla in modo scomposto e disumano. Non vogliamo che il silenzio monastico sia la tana di questi silenzi malati e assurdi. Non vogliamo neanche che il silenzio monastico sia quello che si trova nello spazio siderale: quello di mondi che vivono ognuno per conto proprio, del gelo delle relazioni. Questo silenzio talvolta è stato anche scambiato per una sorta di virtù e di eroismo spirituale, mentre dobbiamo guardarcene bene: quando in un monastero – ma potrebbe valere per una famiglia o per qualunque comunità – ci si trincera dietro l’incomunicabilità giustificata addirittura con ideali che poco hanno a vedere con quella, allora è davvero drammatico. Anche questo silenzio non ci deve piacere e dobbiamo sconfiggerlo con il suono della Parola che ci chiama a convertirci!
Ma c’è spazio per un silenzio “buono”, “bello”, “giusto”?
Per vivere bene il silenzio, penso che bisogni andare alle origini. Cioè da dove esso nasce. E, mi piace molto pensare e ricordare questo: Dio è silenzio. Dio, in sé stesso, non è un chiacchiericcio per quanto bello ed armonico. Dio, nella sua vita “interiore”, così come il Vangelo l’ha insegnato alla Chiesa, è silenzio. E non come mancanza di parola o di suono. Nella santissima Trinità c’è ogni parola possibile, c’è l’armonico incontrarsi ogni suono. Il bello è che questa ricchezza di parole e di suoni diventa un sublime silenzio. Perché tutto è a servizio dell’amore reciproco. Forse potremmo cogliere questa cosa quando anche a noi succede che siamo così pieni di parole da dire che, davanti alla persona cui vogliamo dirle, restiamo come se fossimo muti. E non riusciamo a parlare che guardando. Un po’ così possiamo pensare Dio. Una serie di sguardi che dicono tutto. Un gioco di persone che si dicono ogni cosa senza proferire neanche una parola. È un silenzio che incontra l’altro. Che si dona all’altro. Che genera l’altro e continuamente lo rigenera.
È importante comprendere come Dio – per come ci è stato rivelato dal Signore Gesù – è Trinità di persone, dove non viene “prima” l’essenza divina, ma le persone, le quali sono relazione che si dona totalmente. Da questo dono totale, l’uno dell’altro, proviene l’unità divina. Non un’unità che, a un certo punto, si frantuma. Ma è un’unità che si forma dall’incontro e dal donarsi delle persone divine. Ora è davvero interessante che questa unità non è una fusione. Perché tra le persone divine c’è una sorta di spazio che le separa e che è la vera forza della loro comunione. Il Padre ama il Figlio e entrambi amano lo Spirito Santo. E non si perdono l’uno nell’altro. Piuttosto si donano. Così che nella loro relazione c’è una distanza essenziale, necessaria. Questo è il luogo dove abita il silenzio. Questo è il luogo dove Dio accoglie ogni cosa e dove ogni cosa è creata, amata e salvata. Proprio in questo stare l’uno davanti all’altro per potersi amare senza perdersi l’uno nell’altro c’è tutto il creato e tutta l’opera di salvezza. Noi abitiamo nella distanza delle persone divine. Noi abbiamo dimora nel silenzio che è nel cuore di Dio! Possiamo dirlo con entusiasmo: il silenzio è la nostra patria.
Ora come questo può tradursi nella nostra vita comune? Come fare del nostro silenzio un’eco del silenzio trinitario? Direi che dobbiamo mettere al centro il modo in cui ci vogliamo bene. Con una doppia attenzione. Da una parte l’attenzione all’altro e l’altro la distanza dall’altro. Amarsi, infatti, non è imporsi nella vita dell’altro, invaderlo con il mio bisogno di amare. Amare è sopportare la distanza dall’altro. É scoprirlo ogni giorno altro. E amarlo per questo. Non perché mi è uguale. Ma amarlo perché è altro. Il Padre ama il Figlio, ma lo contempla e lo ama non perché è un altro Padre, ma perché è il Figlio. E così con lo Spirito Santo. La ragione dell’amore reciproco non è la consonanza, la simpatia, lo star bene insieme o non si sa bene che altro. Non reggono neanche le parole istituzionali “non ci siamo scelti”. L’unica ragione dell’amore reciproco è che tu sei un altro da me. In tante cose ci sono consonanze, vicinanze, complicità. Ma poi c’è uno spazio dove l’altro diventa diverso. C’è una distanza che talvolta può far paura. O che non vogliamo accettare. Vorremmo entrare nella vita dell’altro. O vorremmo che qualcuno venisse nella nostra per colmarla. La persona – ogni persona umana e divina – è radicalmente diversa dall’altra. E la via dell’unità non è quello del perdersi nell’altro. Ma quello di amare l’altro proprio perché è un altro da me. Questo è lo spazio del silenzio. In Dio. E nelle nostre vita. È lo spazio della fecondità dell’amore. È il luogo dove io accolgo la mia unicità e l’unicità dell’altro. È il momento dove io rendo lode alla diversità e ne faccio un inno di silenzio. Di adorazione. Ecco. Qui c’è la radice comunitaria del silenzio. Questo silenzio può essere lo spazio dove costruiamo la nostra tana di solitudine. O può essere il luogo dove intessiamo la comunione vera e ci immergiamo in Dio. Talvolta nel silenzio - penso lo abbiate sperimentato tante volte! - leggi come il dolore e la fatica interiore del fratello o della sorella che hai accanto, anche quello è un silenzio prezioso. È il silenzio che può guarire. Che può far vincere la comunione sulla tentazione della solitudine amara. Quando nella preghiera comune siamo gli uni accanto agli altri il silenzio ci fa scoprire come l’anima di chi ci sta accanto. E possiamo davvero amarci totalmente. Perché – lo sappiamo bene – l’amore non è confondersi con l’altro, ma è stare davanti all’altro e costruire comunione.
Vivere il silenzio in modo radicale è, così, una sfida essenziale per le nostre comunità contemplative. Chi viene a incontrarci scopre in questo silenzio qualcosa che, magari, non ha mai conosciuto e vi legge qualcosa che gli serve, vi intravede una patria perduta e neanche mai immaginata. Perché quando il silenzio è luogo di comunione, annuncia la Trinità. È una parola chiara che parla ad un livello più profondo di quello dell’inconscio. È come quelle frequenze che ci sono ma non le senti. Però possono agire su di te. Le persone che colgono il Vangelo nella nostra vita non lo fanno per quanto diciamo, per quanto siamo capaci. Lo colgono in questa comunione che sa fare del silenzio il suo punto di forza. E d’altra parte sono chiare le parole del Vangelo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).
Così noi viviamo il silenzio nelle nostre comunità per assaporare la natura silenziosa della Trinità. Per scoprirci realmente persone. Per amarci in modo vero. E combattiamo senza pietà i silenzi cattivi e malati che spesso lasciamo crescere come erbacce velenose tra di noi. Lo facciamo non per essere più in gamba. Ma perché vogliamo vivere totalmente la nostra vita. E perché solo amandoci davvero siamo un Vangelo di silenzio per chi oggi pensa che amare significhi riempire l’altro di parole o di cose. O sopportare le parole e le cose dell’altro. Amare è incamminarsi nel silenzio della irriducibile diversità dell’altro, dell’Altro. Che in ogni cosa mi invita alla comunione con Lui.
Così, cari amici, vi invito ad assaporare la bellezza del silenzio. Ad avventurarvi per i sentieri dove il silenzio ci conduce al cuore della Trinità e nel cuore più vero di chi ci vive accanto.
Affidatevi alla Madonna del silenzio, a Lei che, immagine della Chiesa, si è immersa totalmente nel silenzio di Dio fino ad essere lei stessa silenzio che parla e che guida alla fonte dell’amore!
Statemi bene!
Francesco Guglietta

Priore

Fraternità di San Bonifacio




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