Monsignor Giovanni Battista Montini,(poi San Paolo VI Papa di Roma ) quale arcivescovo metropolita di Milano, il 4 ottobre 1958 in occasione del pellegrinaggio delle diocesi della Lombardia pronunciò ad Assisi un discorso
Non si vive per l'economia, anche se si deve vivere di economia
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Il link indicato presenta l'intero discorso ..Pubblico la preghiera finale al Nostro Padre tra i Santi Francesco monaco ad Assisi
Francesco, aiutaci a purificare i beni economici dal loro triste potere di perdere Dio, di perdere le nostre anime, di perdere la carità dei nostri concittadini. Vedi, Francesco, noi non possiamo straniarci dalla vita economica, è la fonte del nostro pane e di quello altrui; è la vocazione del nostro popolo, che sale alla conquista dei beni della terra, che sono opere di Dio; è la legge fatale del nostro mondo e della nostra storia. È possibile, Francesco, maneggiare i beni di questo mondo, senza restarne prigionieri e vittime? È possibile conciliare la nostra ansia di vita economica, senza perdere la vita dello spirito e l'amore? È possibile una qualche amicizia con Madonna Economia e Madonna Povertà? O siamo inesorabilmente condannati, in forza della terribile parola di Cristo: «È più facile che un cammello passi per la cruna d'un ago, che un ricco entri nel regno dei cieli»? (Mt. 19, 24). Anche il nostro sant’Ambrogio ci aveva detto quelle parole tremende: «O ricco, tu non sai quanto sei povero!» (De Nabuth, 2, 4), ma non le ricordiamo più: e non le abbiamo mai bene comprese. E anche Tu, Francesco, non hai insegnato ai tuoi figli a lavorare, a mendicare e a beneficiare, cioè a cercare ed a trattare quei beni economici, di cui la vita umana non può essere priva?
Non sono cose nuove, Francesco, quelle che ora ci predica, ma diventano Vangelo, per il nostro tempo. Non nuove per sé, ché derivano dalla dottrina di Cristo perennemente viva; ma, purtroppo, sempre nuove per noi che le sappiamo così male ricordare, e così male applicare. Non nuove, ma sempre sagge specialmente per noi, quando diventiamo amministratori del pubblico bene, che tante ricchezze richiede, tante maneggia, tante traffica e spende; e vuole le nostre mani monde e povere come le tue. Non nuove ma sempre difficili, e perciò bisognose di un esempio radicale e sublime come il Tuo, affinché noi riusciamo a meglio comprenderle ed a meglio seguirle, ed a ravvisarvi il principio di quella giustizia sociale, che forma l'aspirazione più nobile e più dinamica del nostro tempo.
Ecco, allora, Francesco, che la Tua Povertà ci diventa amica e maestra. Ecco che ammonisce coloro che mettono nei beni economici le loro somme speranze a mirare più in alto, a svincolare il cuore dall'amore delle cose terrene, e a saperle considerare come buone solo quando ci sono scala per salire le vie dello spirito e ci sono specchio per riflettere la bellezza, la bontà, la provvidenza di Dio; come Tu, povero, le hai viste, alla fine, cantandole, come libero poeta, nel Tuo cantico delle creature.
Così insegnaci, così aiutaci, Francesco, ad essere poveri, cioè liberi, staccati e signori, nella ricerca e nell'uso di queste cose terrene, pesanti e fugaci, perché restiamo uomini, restiamo fratelli, restiamo cristiani, noi Lombardi, noi Italiani.
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