
dal sito
https://qoelet.wordpress.com/2018/08/12/anfibi-di-carne-e-spirito/
Letture
Apostolos: 1 Cor 9, 2-12
Evangelo secondo Matteo (18, 23-35)
Apostolos: 1 Cor 9, 2-12
Evangelo secondo Matteo (18, 23-35)
Il Vangelo di questa Domenica vuole ricordarci una cosa fondamentale
per la nostra vita spirituale: il fatto di essere noi tutti dei debitori
insolventi. Di più: spesso noi siamo proprio quel debitore di cui si
parla nella parabola, quello che prima supplica perché si abbia pazienza
con lui ma che poi non è in grado di avere la tessa pazienza con il suo
fratello.
“Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6,
26) dice il Signore. E noi dovremmo chiederci: quanto siamo lontani
dall’essere misericordiosi?
Spesso, quando un ortodosso prova a spiegare a un non ortodosso le regole del digiuno, si sente invariabilmente rispondere: “Ma come fate?” Come se il non mangiare carne e latticini sia poi così difficile. Certo, può essere più o meno difficile, in base ai nostri bisogni, ma anche ai nostri vizi e alle nostre cattive abitudini, in generale però il digiuno non è difficile quanto sembra. Perdonare le offese, invece – rimettere i “debiti” – è difficile. Perché? È difficile perché noi siamo in un certo senso – senza saperlo – degli anfibi.
Gli anfibi sono quegli animali che vivono sia nell’acqua che sulla terraferma, come rane e salamandre. Questi animali vivono una parte della loro vita in acqua e poi si stabiliscono sulla terraferma. Hanno sempre bisogno però di vivere vicino all’acqua: se portiamo una rana in un luogo arido, infatti, morirà presto.
Spesso, quando un ortodosso prova a spiegare a un non ortodosso le regole del digiuno, si sente invariabilmente rispondere: “Ma come fate?” Come se il non mangiare carne e latticini sia poi così difficile. Certo, può essere più o meno difficile, in base ai nostri bisogni, ma anche ai nostri vizi e alle nostre cattive abitudini, in generale però il digiuno non è difficile quanto sembra. Perdonare le offese, invece – rimettere i “debiti” – è difficile. Perché? È difficile perché noi siamo in un certo senso – senza saperlo – degli anfibi.
Gli anfibi sono quegli animali che vivono sia nell’acqua che sulla terraferma, come rane e salamandre. Questi animali vivono una parte della loro vita in acqua e poi si stabiliscono sulla terraferma. Hanno sempre bisogno però di vivere vicino all’acqua: se portiamo una rana in un luogo arido, infatti, morirà presto.
Anche noi siamo anfibi, come le rane, anche se in un modo diverso.
Noi viviamo nel nostro corpo e nello spirito, e per questo abbiamo
bisogno sia di cibo carnale che di cibo spirituale, siamo carnali e
spirituali insieme. C’è però una grande differenza tra noi e le rane: le
rane cercano istintivamente l’acqua. È da lì che sono nate ed è lì che
passano la maggior parte della loro vita e del loro tempo anche quando
hanno finito di trasferirsi sulla terra e hanno perso le branchie. Tutto
il ciclo della vita della rana gira intorno all’acqua. Noi, al
contrario, potremmo vivere tutta la vita ignorando il fatto di essere
degli anfibi, delle creature di carne e spirito e così, spesso, ci
curiamo della nostra carne ma non del nostro spirito. Per questa
ragione, anche quelli che sanno bene di essere fatti di carne e di
spirito si trovano di fatto più a loro agio a trattare con la propria
carne. Per questo, quindi, troviamo più facile il digiuno che il
perdono.
Ritorniamo però al Vangelo di oggi. Noi preghiamo tutti i giorni con
le parole del Padre nostro, che siano rimessi i nostri debiti “come
anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Forse non c’è commento
migliore di questa parabola alle parole della preghiera. Il servo
spietato della parabola è infatti un debitore che non rimette il debito.
Questo ci mostra un fatto importante: è Dio, per primo, a rimettere il
debito. Dio non aspetta che noi siamo degni di questa remissione.
Semplicemente, rimette il nostro debito e ci lascia andare. Dio dà il
perdono all’uomo senza attendere che sia stato lui, prima, a perdonare
il suo fratello. Il “come noi li rimettiamo ai nostri debitori” non è
una condizione, è la conseguenza del nostro credere realmente al perdono
di Dio. Se infatti noi credessimo realmente al fatto che Dio,
incarnandosi e morendo sulla Croce per noi, ci abbia dato il perdono,
saremmo portati a ripetere spontaneamente questo gesto verso i nostri
fratelli. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8),
dice il Signore. Ecco: se noi non diamo è perché non abbiamo apprezzato
il dono di Dio, è perché non crediamo realmente di aver ricevuto
qualcosa da Lui. Eppure Dio stesso si è fatto anfibio, come noi. Ha
preso carne e si è fatto uomo e ha vissuto la nostra stessa vita nella
carne, perché l’uomo potesse prendere spirito e farsi Dio vivendo nello
Spirito.
Noi siamo abituati a trattare il nostro corpo e il nostro spirito
come scompartimenti stagni, senza comunicazione. Il fine della vita
spirituale, invece, è proprio di metterli in comunicazione. Non è solo
la mia anima che deve salvarsi, devo salvarmi io, tutto intero. Per
questo noi dobbiamo imparare a vivere la nostra condotta morale come una
conseguenza della nostra fede, non come una serie di regole a cui
bisogna obbedire. Non dobbiamo perdonare il nostro fratello perché Dio
ci ordina di fare così: dobbiamo perdonarlo perché Dio, per primo, ha
perdonato noi per l’opera del Figlio suo Unigenito a cui è l’onore e la
gloria, col Padre e con il Santo Spirito. Amin.
(Pronunciata il 30 Luglio /12 Agosto 2018)
Nessun commento:
Posta un commento