la lotta con il demonio nel monachesimo
Intervento della Prof.Maria Grazia Mara - 10 Maggio 2003
Fin
dalle sue origini, il cristianesimo non ha mai messo in dubbio
l’esistenza di spiriti demoniaci, e ciò perché, radicato nella
Scrittura, ha letto la lotta contro Satana e i demoni, condotta da
Cristo lungo la sua vita e nella conclusione della sua
passione e morte, come il prezzo da lui pagato perché umanità e cosmo
fossero liberati dal potere demoniaco. E’ quanto testimoniano, tra
altri, questi due passi scritturistici: l’espressione giovannea: “..il
diavolo fin da principio pecca. Per questo il Figlio di Dio si è
manifestato, per sciogliere le opere del diavolo” (1Gv 3,8), e quella
della lettera agli Ebrei: “Fratelli, poiché i figli hanno in comune il
sangue e la carne, anche Gesù ne è divenuto partecipe, per ridurre
all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè
il diavolo, e liberare così quelli che per
timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Ebr
2,14-15).
Anche se nel narrare la storia d’Israele, la Prima Economia non ama dilungarsi su questo misterioso personaggio chiamato diavolo, è noto che la narrazione di Gn 3, a cui la Bibbia fa esplicito riferimento solo nei secoli che precedono l’era cristiana[1], ((come in Sap 2,23-24, dove si legge: “ Iddio certo creò l’uomo per l’immortalità, avendolo fatto a immagine della sua propria natura. Per invidia del diavolo la morte entrò nel mondo e quelli che lo seguono ne fanno
l’esperienza”)), la narrazione
genesiaca parla del ruolo avuto dal “serpente” alle origini dell’umanità; e anche se non dice il nome del “serpente” e nulla fa sapere sulla sua natura e sulla sua origine, fa conoscere le conseguenze negative che la sua azione ha avuto per l’umanità. [2].
Questo
modo di presentare la realtà demoniaca nella narrazione di Genesi è ben
comprensibile avendo presente la preoccupazione, da parte del testo, di
evitare ogni possibile interpretazione dualista; Dio è posto
all’origine di ogni creatura, quindi anche del serpente, di cui è detto
che “era astuto più di ogni altro animale della campagna, che il Signore
Iddio aveva formato” (Gn 3,1).
Molto più esplicita è la demonologia del NT[3] , che chiama il serpente genesiaco, con i nomi
di: grande dragone, diavolo, Satana (Ap 12,9; Gv 8,44; 1Gv 3,8; 2Cor
11,3) o, come accade nella parabola del seminatore, con i nomi di: Satana (Mc), il Maligno (Mt), il diavolo (Lc). E ancora, in altri passi dei sinottici, dove viene chiamato:
il nemico ( parabola dell’oglio), il tentatore (Mt 4,3), Beelzebub,
principe dei demoni (Mc 9,34; 10,25; 12,24-27; Lc 11,15-19).
A
questi titoli Giovanni vi aggiunge quello di “principe di questo mondo”
(Gv 12,31; 14,30; 16,11). Paolo, oltre a parlare di Satana come del
“dio di questo secolo”(2Cor 4,4), contrapponendolo a Cristo, lo chiama
Beliar (2Cor 6,15) . “Anche se - come diceva Pietro Rossano
- Satana, agli occhi di Paolo rimane ‘aniconico’, mediante numerosi
testi , l’Apostolo mostra attraverso quali spazi si insinui l’azione di
Satana nell’uomo (( sono la durezza del cuore e la mancanza del perdono
(cfr. 2Cor 2,11); sono la fragilità umana e la difficoltà di autodominio,
che rendono difficile il controllo dei sensi (1Cor 7,5), sono
l’orgoglio e l’avidità del denaro (2 Tm 6,9); la depressione,
l’avvilimento “)) . Egli mostra “ quale sia il valore redentivo della lotta di
Gesù con le forze demoniache, quale il valore e la
forza della sua preghiera (Ef 6,16) e il valore espiatorio della sua
morte (Rm 16,20; 1Cor 5,5; 1Tim 1,20). Paolo proclama inoltre che anche
il cristiano, mediante Cristo, partecipa già alla vittoria sul demoniaco, perché il Signore è fedele e lo renderà saldo e lo difenderà dal maligno” [4].
Nel
capitolo dodicesimo dell’Apocalisse viene poi ripresa e completata la
narrazione di Genesi, riassumendo per sommi capi la dottrina della
Bibbia sul demonio e sul suo ruolo nella storia della salvezza[5], e rappresentando lo scontro personale che oppone l’Uomo-Dio al “seduttore” e “principe di questo mondo” (Gv 8,44).
E’
in questa prospettiva che gli scrittori cristiani antichi interpretano
alcuni avvenimenti della vita di Cristo, come le tentazioni nel deserto
dopo il battesimo e soprattutto la sua morte in croce. E’ quanto
testimonia Teodoro Studita che, a quanti gli domandavano perché Cristo
fosse stato crocifisso, rispondeva: per crocifiggere il diavolo [6].
Nonostante
questa forte presenza del demoniaco nella Scrittura e la convinzione,
lungo tutta la storia del cristianesimo, che gli spiriti malvagi
esistono e che, come si legge in Ef 6,12, per i cristiani
la vita spirituale è un combattimento contro i demoni, la fede in questa
presenza non è divenuta articolo di fede[7],
anche se una trattatistica teologica se ne è occupata fin dal III
secolo e non sono mancate, da parte della chiesa, indicazioni in merito .
Leone
Magno, nella Epistola inviata nel 447 a Turribio, vescovo delle
Asturie, ricordava che il diavolo non è una creatura cattiva per natura
ma è divenuto tale a causa del peccato; e nella Sinodo
Costantinopolitana del 543, il canone 7 proclamava l’anatema contro chi
avesse sostenuto che nel secolo futuro Cristo avrebbe realizzato
nuovamente l’opera redentiva morendo sulla croce a favore
dei demoni così come l’aveva realizzata per gli uomini. La condanna
aveva di mira Origene che con la teoria dell’apocatastasi finale aveva
sostenuto, se pure in via ipotetica, che anche il diavolo sarebbe stato
salvato da Cristo.
Prima di questi pronunciamenti e forse alla loro origine vi è, scritto tra il 420 e il 426, il l. VIII delle Conferenze ai Monaci di Cassiano, libro interamente dedicato ai “Principati”, cioè alla varietà e diversità degli spiriti del male e a spiegare
che la Scrittura non è di immediata comprensione quando parla dei
demoni, perché richiede la capacità di penetrare con la purificazione,
la preghiera, la nuditas, l’argomento di cui tratta . Cassiano
chiarisce inoltre non solo che l’origine di colui che sarebbe poi stato
il demonio è buona, perché è da Dio, ma si sofferma a illustrare quale
sia l’origine della sua caduta: prima ancora di tentare Eva
egli si sarebbe allontanato dalla santità angelica, meritando il nome
di serpente per il peccato di vanagloria che lo aveva portato a nutrire
gelosia nei
confronti dell’uomo elevato a quella gloria da cui egli era caduto [8].
Nonostante
queste e altre scarne indicazioni di autorità ecclesiastiche, l’assenza
di un vero e proprio articolo di fede sul demonio non ha impedito che
fosse ferma, nella comunità ecclesiale, la credenza nella sua esistenza e
nella sua azione[9]. Questa credenza è sicuramente rappresentata dall’esorcismo, particolarmente quello liturgico, dalla letteratura martirologica e
dalla letteratura monastica. In altre parole: a) dal prolungamento,
nella storia, dell’opera liberatrice di Cristo che, attraverso le parole
della Scrittura [10] e la mediazione dell’esorcista, che nella viva coscienza ecclesiale è Cristo stesso, libera e salva il fedele dal maligno [11]; b) dalle
testimonianze che, nel corso della storia, veicolano modelli diversi di
imitazione di Cristo e, in lui, del perdurare della sua azione
liberatrice: prima il modello del martire, inserito nella passione e
morte di Cristo e con lui vincitore del
demonio e della morte; poi, finite le più evidenti occasioni esterne di martirio, il modello del monaco che, in un nuovo modo di imitatio Christi, continua la sua opera di liberazione
degli uomini e del cosmo dal demoniaco. Al di sopra di altri motivi,
pur presenti nello svolgimento della storia, è la costante esigenza,
avvertita da non pochi cristiani di fare della propria vita una sequela Christi, a individuare nel monaco il portatore di quella vita teandrica che continua, nella storia, l’azione liberatrice di Cristo.
Se il cristiano dei primi secoli, concependo la propria vita come partecipazione al mistero di Cristo, tendeva a
quella identificazione con lui che Paolo dichiara con l’espressione di
Gal 2,20: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”, lo stesso
desiderio di identificazione con Cristo accompagna il cristiano lungo
la storia, pur manifestandosi in modi diversi per rispondere all’evolversi delle situazioni storiche.
Se
prima era stato l’ideale del martirio, come imitazione di Cristo, a
motivare la preparazione ascetica, ora è la stessa ascesi, nell’uguale
desiderio di imitazione di Cristo, a divenire l’equivalente del
martirio; basterebbe solo ricordare la fortuna del versetto paolino : cotidie morior (1Cor 15,31) nella letteratura monastica. [12]
Che le due proposte, martirio e vita ascetica monastica, si avviino a
divenire equivalenti lo mostra già nel III s. Clemente Alessandrino
quando scrive: “Se la confessione davanti a Dio è martirio, ogni anima
che ha vissuto in purezza nella conoscenza di Dio,
cioè che ha obbedito ai comandamenti, in qualsiasi maniera questo sia
stato realizzato dal suo corpo, è martire sia nella vita che nella
parola perché ha versato la sua fede come sangue lungo tutta la sua vita
fino alla fine”[13]. Un secolo dopo Girolamo sarà più esplicito quando presenterà l’ascesi monastica intrapresa da Blesilla[14] e da Demetriade [15] come “un secondo battesimo”, così come veniva considerato il martirio cruento delle persecuzioni.
Questi testi ne richiamano uno anteriore, del II s., la Passio Perpetuae et Felicitatis , dove si
legge: “Così Felicita, lieta di essere sopravvissuta al parto per
combattere con le fiere, passando da sangue a sangue, dall’ostetrica al
reziario , per purificarsi dopo il parto con il secondo
battesimo”(XVIII, 3)[16].
Se
prima era la letteratura martirologica a veicolare la proposta di
imitazione, ora si sostituisce ad essa l’agiografia monastica. Prima la
letteratura martirologica aveva presentato il martire come il perfetto
imitatore di Cristo nelle sofferenze sopportate, nella testimonianza
resa, nella mitezza e al tempo stesso nella lotta sostenuta contro il
demoniaco nelle sue varie forme, nel perdono concesso, nella vittoria
sulla morte, tutti elementi che, secondo le narrazioni neotestamentarie
avevano caratterizzato il comportamento di Cristo nella sua
passione-morte- risurrezione . Poi l’agiografia monastica aveva proposto
l’imitatio non più della passione e morte di Cristo, ma della
sua vita terrena, recuperandone lo schema narrativo evangelico. Prima la
divinizzazione del martire faceva riferimento alla morte
sofferta ed era su quest’ultimo nemico il suo trionfo
definitivo; poi la divinizzazione del monaco, nuovo martire, faceva
riferimento al mondo e al demoniaco che lo domina , perché è su di esso
che egli trionfa lottando, fino a tradurre nel vissuto il noto cotidie morior di Paolo (1Cor 15,31). Giustamente quindi è stato osservato che
“la svolta del modello dal martire a quello del monaco è…una svolta
epocale: il modello monastico è destinato a durare nella chiesa un
intero kairòs”.[18]
Tra le testimonianze che la letteratura martirologica offre
sulla lotta del martire con il demoniaco, ricordo le lettere di Ignazio
nelle quali il vescovo di Antiochia fa riferimento alla lotta da
sostenere con il “ principe di questo mondo “ [19].
Particolarmente significativa è la lettera scritta alla comunità romana
per supplicarla di non adoperarsi per evitare il suo martirio, martirio
che, unito a Cristo e con lui e per lui, egli attende come momento prezioso
per sconfiggere il diavolo. Scrive: “Il principe di questo mondo vuole
distruggermi e corrompere la mia
mente rivolta a Dio. Quindi, nessuno di voi che sarete presenti, lo
aiuti; state piuttosto dalla mia parte che è quella di Dio…”(Ad Rom.1).
Ancora più evidente è nella Passio Perpetuae la lotta della martire con il diavolo, identificato col serpente antico[20] e con l’orrida figura simbolica dell’Egizio [21], chiamato il diavolo [22], lotta sostenuta dalla martire Perpetua prima di conseguire , finalmente, il suo trionfo.
Nella
spiritualità monastica del deserto acquista nuovo rilievo il
combattimento contro i demoni, perché il deserto è, per eccellenza, il
regno dove i demoni si ritirano e il monaco vi si reca per affrontarli e
cooperare alla liberazione dell’umanità dal loro influsso nefasto. Non stupisce quindi che la demonologia conosca, con il monachesimo, una nuova fioritura.
Nella demonologia presente nella Vita Antonii [23], nell’opera di Evagrio[24] e in quella di Cassiano[25], al monaco è affidato il
compito di purificare, per mezzo della fede in Dio e dell’ascesi, i luoghi della potenza del male, dove egli sceglie di abitare per lottare e vincere i demoni che vi si trovano. E tra i luoghi abitati dai demoni il deserto è luogo privilegiato e ultimo rifugio.
Nella
letteratura monastica viene frequentemente sottolineato il fatto che
l’azione dei demoni, che non solo non è estranea ma anzi è soggetta alla
provvidenza divina, finisce col diventare strumento di quelle prove che
il monaco subisce prima della vittoria. Così , di Melania,
nobile romana che verso la fine del IV s. aderì al monachesimo, viene
detto che: “Il nemico essendosi reso conto che non otteneva nulla contro
di lei e anche che, vinto, le dava delle corone molto più belle,
confuso, non osò più importunarla”[26]. E di Saba, fondatore della Grande Laura
presso Gerusalemme, verso la fine del V s., si narra che, poiché non temeva Satana apparsogli sotto forma di un leone spaventoso, a ricompensa della sua fede “Dio gli sottomise ogni bestia velenosa e carnivora”.[27]
L’azione demoniaca, soggetta alla provvidenza divina, sconfitta
dalla vita di fede e dall’ascesi del monaco e quindi strumento della
sua vittoria, è tema ricorrente anche nei detti del deserto, quegli Apophtegmata patrum, redatti verso la fine del V s., che fanno conoscere gli insegnamenti trasmessi da maestro a discepolo fra i monaci egiziani [28].
In essi si legge che:
‘
Una volta venne a Scete un indemoniato e dopo molto tempo non era stato
ancora guarito. Un anziano ne provò compassione, tracciò su di lui il
segno di croce e lo guarì. Il demonio infuriato disse all’anziano: “Ecco
tu mi hai scacciato e io vengo da te!”. L’anziano gli disse: “Vieni, mi
fai piacere!”. L’anziano passò dodici anni sopportando il demonio e lo
mortificava mangiando ogni giorno 12 noccioli di datteri. Alla fine il
demonio uscì e se ne partì da lui. L’anziano vedendolo uscire gli disse:
“perché fuggi? Resta ancora!”. Il demonio gli rispose: “Ti domerà Dio
perché soltanto lui ha potere su di te!” (n. 12).
E ancora:
Un
grande anacoreta che diceva: “Satana, perché mi fai guerra in questo
modo?” udì Satana rispondere: “Sei tu che mi combatti con forza!”
(n.33).
Nell’Apophtegma 36
si legge che: “Un anacoreta vide un demonio che ne spingeva un altro
perché andasse a svegliare un monaco che dormiva. E sentì l’altro dire: “
Non posso farlo. Una volta l’ho svegliato ed egli si è alzato e mi ha
bruciato con le preghiere e i salmi” (n.36).
Una testimonianza eloquente di quanto, nella vita monastica, fosse radicata la certezza dell’esistenza del demonio e di quanto l’uomo di Dio, il monaco, potesse sconfiggere i demoni con l’aiuto di Cristo, è offerta dalla Vita Antonii ,
scritta da Atanasio nel 357, (un anno dopo la morte del protagonista) ,
nella quale abbondano gli episodi in cui il diavolo e i demoni che lo
accompagnano costituiscono il centro del racconto. L’importanza
di questo scritto monastico, il primo di cui abbiamo conoscenza, appare
subito se si ricorda che una quindicina di anni dopo la redazione
atanasiana almeno due versioni latine la diffondevano già in Occidente.
Una tale richiesta e accoglienza della Vita Antonii sembra indicare che anche l’Occidente doveva trovarsi in sintonia non solo con la proposta monastica che
l’agiografia offriva ma anche con la demonologia presente e con il ruolo assegnato al monaco per combatterla e vincerla. [29]
Sui 94 capitoli che costituiscono la Vita Antonii (VA) circa i due terzi (48) interessano la demonologia.
La ragione di tanta insistenza è stata dichiarata alla fine del lavoro , e testimonia come la credenza nell’esistenza di spiriti malvagi fosse condivisa da cristiani e pagani:
“Se
sarà utile, leggete queste cose anche ai pagani, affinché almeno così
riconoscano che non solo il Signore Gesù Cristo è Dio e Figlio di Dio,
ma anche che coloro che lo adorano in modo legittimo e credono in lui
devotamente – i cristiani – vituperano quei demoni che i pagani stessi
ritengono dei; e non soltanto dimostrano che non sono dei, ma
addirittura li calpestano come seduttori e li scacciano ritenendo che
siano corruttori degli uomini” (VA 94,2).
Non solo la Vita Antonii testimonia
la credenza di cristiani e pagani nella esistenza dei demoni, ma
testimonia anche quanto sia costante la lotta che Antonio deve sostenere
con i demoni. I combattimenti principali nei quali egli deve affrontarli sono tre, in corrispondenza delle tre tappe decisive verso la vita solitaria:
1- quando si ritira in una tomba (VA 8);
2- quando si inoltra nel deserto per stabilirsi in un vecchio fortino (VA 12-13);
3- quando raggiunge il deserto vicino al mar Rosso (VA 51-52).
Il
perché del collegamento tra la lotta del demonio e la vita solitaria è
suggerito dalla stessa agiografia lì dove Atanasio mette in bocca ad
Antonio una dichiarazione che racchiude anche un intento apologetico: il
cristianesimo si è ormai esteso nelle città e quindi i demoni non hanno
più città; con l’arrivo degli asceti nel deserto essi temono di perdere
anche questo luogo dove si sono dovuti ritirare (VA 41), perché il
deserto è diventato luogo di una presenza teandrica che, per la forza
trascinante che esercita rischia di trasformare il deserto in città (VA
8,2).
Una preoccupazione che affiora continuamente nei numerosi episodi demoniaci narrati nella VA è infatti quella di dimostrare che il demonio, indicato con i nomi biblici di diabolus [30] , daemon [31], inimicus [32], draco [33] , tyrannus [34], spiritus fornicationis [35], princeps daemoniorum [36] , non deve essere temuto, perché il monaco che contro di lui lotta e combatte sa che con lui vi è “il Signore che li ha vinti e ha tolto loro ogni forza”.[37] La Scrittura , con quanto detto
dal Signore nella citazione lucana: “Vedevo
Satana cadere come una folgore” [38], corrobora la fede del monaco, il quale in questa lotta riconosce anche il perpetuarsi di quella lotta di cui parla Paolo: “ Non contro la carne e
il sangue, ma contro i principati , contro le potestà, contro i padroni
delle tenebre di questo mondo, contro gli spiriti del male che sono nei
cieli” (Ef 6,12 in VA 21). E il versetto di Paolo, già in lui eco di un
insieme di credenze, richiama, nella demonologia atanasiana, quel
patrimonio religioso della letteratura giudaica extrabiblica,
particolarmente sviluppato da Origene, secondo cui l’aria era la dimora
dei demoni [39] .
E’ interessante notare che nella Vita Antonii, come
poi nella successiva letteratura monastica, se tutti credono nella
esistenza del diavolo, quando si approfondisce in che cosa e in che modo
si crede, emerge una sostanziale differenza: mentre infatti i pagani e
la maggior parte dei cristiani vi crede e lo teme, i santi,
monaci-asceti, vi credono ma non lo temono, denunciandone così la sua
radicale falsità, vacuità e debolezza.
Il
concetto espresso da Paolo in Ef 6,12 acquista, nella spiritualità
monastica del deserto, un nuovo rilievo perché il deserto è, come già
detto, il luogo. per eccellenza, in cui i demoni dominano e dove il
monaco si ritira per affrontarli in un combattimento diretto. Si
legge nella VA: “Grande è la loro moltitudine nell’aria che ci
circonda, e non sono lontani da noi. Molte sono le loro varietà; e il
discorso sulle loro proprietà e varietà sarebbe lungo…Ciò che importa ed è necessario per noi è conoscere le astuzie che essi adoperano nei nostri riguardi”.
Evagrio, nato nel Ponto verso il 345, nel Trattato Pratico,
precisando maggiormente quanto è detto nella VA, con la quale l’opera
evagriana ha molti contatti, dirà che la lotta degli anacoreti con i
demoni (principati, potestà, padroni delle tenebre) è una lotta senza
intermediari, mentre nella lotta contro coloro che, pur praticando
l’ascesi, vivono nei cenobi, i demoni si servono di altri uomini. Scrive
Evagrio : “Contro gli anacoreti i demoni combattono senza
armi; ma contro coloro che si esercitano nella virtù nei monasteri o
nelle comunità, i demoni armano i più negligenti tra i fratelli. Ora
questa seconda guerra è molto meno pesante della prima perché non è
possibile trovare sulla terra uomini che siano più cattivi dei demoni o che possano assumere, ad un tempo, tutte le loro malefatte” (Tr.Pr. 5). In altre parole, per
quanto gli uomini siano cattivi non possono raggiungere quel grado di cattiveria e di collera a cui giungono i demoni.
Abbiamo visto come nella Vita Antonii la
credenza nell’esistenza di spiriti malvagi non venga mai messa in
discussione, la presenza del diavolo è un dato di fede, la sua esistenza
è un “a priori” che deriva dall’interpretazione dei dati biblici della
creazione, della caduta e della redenzione. Ma è soprattutto il tema del combattimento spirituale contro i demoni e le loro astuzie, a percorre tutta l’opera atanasiana. Questo tema ritornerà con insistenza anche negli Apophtegmata Patrum.
La Vita Antonii
permette inoltre di individuare le caratteristiche con cui il diavolo,
creduto, viene rappresentato; quali sono i suoi titoli, (a quelli più
noti aggiunge quello di “amico della fornicazione”, di spirito di
fornicazione VA 6), quali le sue azioni, ( le percosse VA 8), le tipologie in cui appare, ( in pensieri sordidi VA 5, le sembianze di una donna VA 5, di un fanciullo negro VA 5, di belve e di serpenti VA 9), le sue vittime, (i timorosi VA 13) i suoi strumenti, i
suoi poteri (trasformazioni reali o che incidono sull’immaginazione) e
le sue debolezze (non sopportare il segno della croce VA 13, la recita
dei salmi VA 13).
In
altre parole, gli interventi del diavolo si susseguono nella VA secondo
una tattica finemente psicologica, ed è difficile riconoscere quanto
questa sia presentazione fedele dell’esperienza di Antonio o quanto sia
frutto di una sistematizzazione dei dati operata da
Atanasio. Dapprima il diavolo appare come il tentatore sulla memoria e
sul desiderio, suscitando il ricordo di piaceri e affetti, come l’amore
per i parenti (VA 5), l’agio delle ricchezze godute (VA 5), il desiderio
del denaro (VA 11-12), della vanagloria, del piacere del cibo (VA 5), quella nostalgia del passato su cui si misura l’asprezza della virtù, la fatica del presente. Poi, mediante i pensieri sordidi il
diavolo vuole piegare la volontà di Antonio, che ripetutamente reagisce
e vince. Scrive Atanasio: “L’uno (il diavolo) suggeriva pensieri
sordidi,
l’altro (Antonio) li respingeva con la preghiera. L’uno spingeva la
volontà contro le cose immonde: l’altro, quasi provasse vergogna,
circondava il suo corpo con la fede e i digiuni, come se fossero un
muro. Il diavolo miserabile si adattava anche a trasformarsi di notte in
una donna e a imitarla in tutte le maniere, pur di sedurre Antonio” (VA
5,4-5).
O
ancora suscita un senso di stanchezza, di insofferenza, di torpore, di
mancanza d’interesse per la vita intrapresa (VA 36,2). E’ questa
quell’acedia che già nella Vita Antonii è orientata verso quell’interpretazione che ne darà Evagrio quando, identificando il demone dell’acedia con il “demone di mezzogiorno” del Sal 90,6 [40], indicherà
quel particolare stato d’animo, legato alla vita anacoretica, che
conduce il monaco a desiderare di abbandonare la sua cella per altri
luoghi, nella speranza di potervi trovare quella
comprensione, quella compagnia che non trova negli altri monaci e
dove sogna di trovare un lavoro meno faticoso, una solitudine meno
opprimente. L’interesse dell’azione del demonio è quello di condurre il
monaco al rifiuto della stessa vita anacoretica, mostrandogli che per
piacere al Signore non occorre seguire una via così singolare perché,
come il Signore stesso ha insegnato, la divinità può essere adorata
ovunque ( cfr. Gv 4, 21-24 in TP 12).
E’ proprio nel deserto che gli anacoreti e i monaci hanno conosciuto quella tentazione
che mina alla radice stessa la vocazione cristiana: lo scoraggiamento
che sconfina nella disperazione, e le hanno dato il nome di “acedia”, chiamata anche “il demone meridiano” (cf. Sal 90,5),
perché assale l’abba del deserto soprattutto a mezzogiorno, con un
senso di noia e di mortale stanchezza di fronte alla vita, mentre viene
constatata la radicale vanità di ogni sforzo umano “sotto il sole” (Qo
1,3). [41]
A proposito della stessa azione demoniaca dell’acedia si legge nel n. 33 degli Apophtegmata Patrum :
- Nella Tebaide vi era un anziano di nome Ierace che era giunto all’età di circa 90 anni. I demoni volevano farlo cadere nell’acedia prospettandogli
il pensiero che avrebbe dovuto vivere ancora a lungo e così un giorno
si presentarono a lui e gli dissero: “Anziano che farai? Ti toccherà
vivere ancora 50 anni!” .Ma quello rispose: “Mi avete proprio
rattristato. Mi ero preparato a vivere ancora duecento anni”. Ed essi se
ne partirono da lui ululando”.
Il tema dell’acedia, come tentazione demoniaca contro una risposta data al Signore in un rapporto personale con lui, è presente anche in Cassiano, che mostra la necessità di combattere: “.. quella che i Greci chiamano acedia (axedian), che possiamo chiamare noia o ansietà del cuore”. Di essa: “ alcuni
degli anziani dicono che si tratta del “demonio di mezzogiorno”, quello
di cui parla il Sal 90”. E prosegue: “ E quando questo prende possesso di una miserevole mente vi genera orrore per il luogo, disgusto della cella, disprezzo per i fratelli…che considera negligenti e poco spirituali”.[42]
Nella lotta contro il demonio, Evagrio mostra come il demonio non possa raggiungere direttamente l’ intelletto umano, mentre può introdurvi delle immagini[43].
Così, per Evagrio, la lotta contro il demonio si svolge soprattutto a livello di logismòi,[44] nel mondo immaginario delle illusioni, delle false consolazioni, degli inganni di ogni specie, dove il monaco combatte e vince con il discernimento e con la vigilanza del cuore, a cui aggiunge anche digiuni e penitenze varie perché i demoni si servono del corpo per introdursi nell’uomo. E ciò anche se in sé il corpo è buono e può , se in sintonia con un cuore vigile, essere
una protezione contro il demonio stesso.
E’ per questo motivo che il demonio attacca soprattutto durante il sonno, quando la persona umana è senza difesa[45].
I vari gradi di penetrazione di un pensiero cattivo nel cuore sono stati oggetto di una attenta analisi [46]; si tratta di una gradatio che dalla suggestione (“una semplice idea o un’immagine suggerita allo spirito o al cuore dal nemico” [47]) passa all’avvicinamento,
(cioè al “conversare” con quella suggestione) , al consenso dato al piacere proibito [48],
(è il momento del peccato vero e proprio), alla “prigionia”, dovuta
all’attrazione violenta del cuore, alla passione, a quella abitudine
viziosa che finisce per diventare come una seconda natura, prodotta da
una lunga serie di consensi [49]. Quella lunga serie di consensi che Agostino chiamerà
consuetudo.
Per
Evagrio, come prima per Antonio, è attraverso la custodia del cuore che
si ostacola la penetrazione del demoniaco nell’uomo, anche se, per
alcuni scrittori cristiani antichi non solo è difficile, ma forse
impossibile, così ritiene Origene, liberarsi del tutto dai pensieri
cattivi con solo le proprie forze; l’aiuto di Dio rende però possibile
sopportare le battaglie a cui questi pensieri obbligano. [50]
Secondo
la tradizione monastica, come insegna lo Pseudo-Macario: “Tutto il
combattimento dell’uomo avviene nei pensieri e consiste nell’eliminare
la materia dei pensieri cattivi” ( Homilia 6,3).
Nella Vita Antonii, la gradatio
che caratterizza l’azione del demonio non si ferma alle suggestioni né
al “demone di mezzogiorno”, ma prosegue il suo intervento più esteriore contraffacendosi in modi diversi, particolarmente come animale, secondo un vero e proprio bestiario del deserto, e con autentiche aggressioni fisiche, quasi a conferma della sua presenza invisibile e visibile. Atanasio sembra voler mostrare così, in parallelo con la storia di Giobbe, fin dove può giungere il potere che Dio concede al demonio.
Narra
Atanasio che Antonio, ritiratosi fra i sepolcri lontani dalla città,
sia entrato in una tomba facendovisi chiudere dentro; ciò non piacque al
demonio che gli “si avvicinò una notte con una moltitudine di demoni e
tanto lo percosse che Antonio, vinto dai tormenti, giacque a terra senza
voce. Narrò poi, prosegue Atanasio, che il dolore dei colpi ricevuti
era stato così insopportabile, che colpi umani non avrebbero mai potuto
dargli un simile tormento” (VA 8,2-3). Dopo essere stato ristorato da un
suo discepolo, Antonio volle tornare nel sepolcro suscitando la collera
dei demoni che, trasformatisi in belve e in serpenti, aggredirono
Antonio che tutto sopportava e “Pieno di fiducia diceva..: ‘Se avete
forza e vi è dato qualche potere, perché esitate? Venite. Ma se non
potete, perché mi disturbate inutilmente? Noi abbiamo per darci forza il
segno della croce e
un muro, la fede che abbiamo nel Signore” (VA 9,10)
Per
dare più credibilità alle sue parole il demonio fa uso della Scrittura
secondo il modello del tentatore di Gesù in Mt 4,9: “..tutto questo io
ti darò se ti prostri e mi adori” (cfr. VA 37,2).
Alle visioni e allucinazioni, nelle quali il diavolo e la sua corte assumono le sembianze di eremiti che salmodiano, cantano (cfr.
VA 25,1-4), citano la Scrittura (cfr. VA 26,6) Antonio oppone, per
sconfiggerle e allontanarle, il segno della croce (cfr. VA 9,10; 78,5), a dimostrazione che non lo sforzo umano ma la forza salvifica di Cristo riporta la vittoria
In
tutte queste narrazioni Antonio non attribuisce mai a sé, alle sue
veglie e digiuni la vittoria sul demonio - forse proprio in polemica con
altre correnti monastiche che sembravano accentuare troppo la
dimensione volontaristica dell’uomo – ma, facendo sue le parole di
Paolo, attribuisce ogni vittoria al Cristo che vive in lui (1Cor 15,10
in VA 5,6-7), pur non tralasciando di indicare la parte che nella lotta
spetta all’uomo, a lui, Antonio, lotta che comporta fede, preghiera,
digiuni (cfr. VA 5,3-5). In altre parole, vi è già nella Vita Antonii la
consapevolezza che ogni vittoria dell’uomo, ogni sua buona azione è al
tempo stesso di Dio e dell’uomo. Una quarantina d’anni dopo, Agostino,
commentando Rm 9,15-16 alla luce di Lc 2,14: “E sulla terra pace agli
uomini di buona volontà” e di 1Cor 9,24: “Correte così da riportare il
premio”, affermerà che Paolo aveva inteso mostrare che nel piano di Dio
vi è che “il nostro volere sia suo e nostro” (Ad Simpl. I,2.10). Concludendo poi le Confessiones, Agostino
ritornerà, poeticamente, su questa raggiunta convinzione e scriverà:
“..noi pure, dopo compiute le nostre opere, buone assai per tua
generosità, nel sabato della vita eterna riposeremo in te. Anche allora
sarai tu a riposare in noi, come ora sei tu a operare in noi. Sarà,
quello, un riposo tuo per mezzo nostro, come sono, queste, opere tue per
mezzo nostro”(Conf. XIII, 36.51-37.52) .
Nella lotta contro il demonio, così come nella lotta quotidiana, il monaco ha piena coscienza del grande tema che attraverserà, con alterne vicende, tutto il vivere dei cristiani nella
storia: il rapporto grazia divina-agire umano, cioè il primato
dell’agire invisibile di Cristo sull’agire necessario e visibile
dell’uomo.
Avendo constatato quanto insistente sia la presenza del diavolo nella Vita Antonii
e avendo individuato le caratteristiche con le quali Atanasio lo
presenta , anche se l’opera non offre una spiegazione teologica
articolata sul demonio e sulla sua storia, mi pare possibile dire che il
diavolo di cui parla l’opera, quello contro cui Antonio lotta, e contro
cui lotteranno i monaci di Evagrio e di Cassiano, nella cui esistenza
Atanasio crede, così come vi crede il pubblico per il quale Atanasio
scrive, mantenendone viva la credenza, è quella stessa realtà
spirituale, creata buona da Dio e divenuta cattiva per
ribellione, contro cui Cristo ha lottato fino a morire in croce,
trionfando su di lei con la resurrezione, per liberare l’umanità dalla
sua costante azione negativa e da quell’ultimo nemico con cui si
presenta, che è
la morte. La vita monastica, lottando contro il demoniaco nelle
molteplici e varie manifestazioni con cui si presenta e si presenterà [51], intende attualizzare, nel trascorrere della storia, l’azione liberatrice di Cristo.
MARIA GRAZIA MARAUniversità "La Sapienza" - Roma
[1] Cfr. S. Lyonnet, Le démon dans l’Ecriture, DS 3 (1957), 142.
[2] Cfr. Idem, 144.
[3] Per il suo debito nei confronti della letteratura giudaica non canonica cfr. J. Bonsirven, Le Judaisme palestinien, t.1, Paris 1934, 239-246; DSB, t.4, coll.1164-1166.
[4] Cfr.2Tess 3,3: “Tuttavia fedele è il Signore: egli vi renderà saldi e vi difenderà dal maligno”; e 1Cor
10,13: “Dio è fedele: egli non permetterà che siate tentati al di sopra
delle vostre forze, ma insieme alla tentazione vi darà pure il mezzo
per poterla sopportare”. Cfr. P. Rossano, “Diabolos-Daimon nel corpus
paolino”, in “L’Autunno del diavolo”, vol. I, Milano 1990, 183.
[5] Cfr. S.Lyonnet, Le démon dans l’Ecriture, DS 3 (1957), 142-152.
[6] Cfr. Teodoro Studita, Oratio 4,6 e J.Kirchmeyer, Grecque (eglise). Libération du Malin , DS 6 (1967), 833.
[7] Cfr. F. Bolgiani,, Dei, astri e demoni negli scrittori cristiani dei primi secoli, 218-219, in “L’Autunno del diavolo”, Milano 1990.
[8] Cassiano, Conlationes, VII-VIII.
[9]
Basterebbe ricordare la raccolta di Testi e Tradizioni (secoli I-III)
ne “Il Diavolo e i suoi angeli” a cura di Adele Monaci Castagno, Fiesole
1996
[10] Cfr. Atanasio, Epistola ad Marcellinum, 33: “Nelle parole della Scrittura si trova il Signore di cui i demoni non possono sopportare la presenza”.
[11] Cfr. J.Daniélou, Exorcisme, DS 4,2 (1961), 1995-2004.
[12] Cfr.Vita Antonii 19,2.
[13] Clemente Aless., Stromata IV.4
[14] Cfr.Girolamo, Epistola 39,3.4
[15] Cfr. Girolamo, Epistola 130, 7.14.
[16] Cfr. anche Passio Perpetuae et Felicitatis XXI,1. Cfr. anche Tertulliano, De bapt, 16,1-2
[17] Cfr. E.E. Malone, The Monk and the Martyr in Antonius Magnus Eremita, Studia Anselmiana 38, Roma 1956, 201-228.
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