giovedì 1 gennaio 2026

Chiesa Vetero Cattolica Riformata. Riflessione del Vescovo Primate sul Prologo Evangelico




PROLOGO ODIERNO (prima parte)

All’inizio non c’era il silenzio, ma una Voce.

Una Voce che non gridava, ma dava senso alle cose.

Quella Voce stava al centro di tutto,

prima degli schermi, prima degli algoritmi,

prima delle paure che ci tengono svegli la notte.

E quella Voce era già relazione, era dialogo, era Dio.

Tutto ciò che esiste ha preso forma attraverso di lei:

le città illuminate di notte, le mani che curano gli altri,

le parole che costruiscono e distruggono.

Senza quella Voce, nulla di ciò che conta davvero avrebbe avuto vita.

In lei c’era la vita, e quella vita era luce per le persone:

una luce che non acceca, ma orienta; 

che non domina, ma accompagna.

La luce continua a brillare nel rumore costante delle tante notifiche, nelle crisi, nelle guerre, nelle solitudini affollate, e l’oscurità prova a soffocarla, ma non ci riesce.

Ci sono stati uomini e donne mandati a ricordare quella luce: non erano la luce, ma indicavano una direzione,

in mezzo alla confusione.

La loro voce invitava a non smettere di credere

che un altro modo di vivere fosse possibile.

La luce vera era già nel mondo,

anche se il mondo non se ne accorgeva.

Camminava tra grattacieli e periferie,

tra successi esibiti e fallimenti nascosti.

Il mondo era nato attraverso di lei,

eppure l’hanno ignorata.

È venuta tra la sua gente, ma molti erano troppo occupati, troppo diffidenti, troppo stanchi per accoglierla.

Eppure, a chi l’ha riconosciuta, a chi le ha aperto uno spiraglio, ha dato la possibilità di diventare davvero umano: non per status, non per potere, non per merito,

ma per scelta.

Questa nuova nascita non viene dal nulla,

né dalla volontà di prevalere sugli altri, ma da Dio.

E quella Voce si è fatta carne: ha abitato le nostre strade, ha condiviso le nostre fragilità, ha conosciuto la fatica, la gioia, la paura.

Non da lontano, ma da dentro.

E noi abbiamo intravisto la sua grandezza:

non una gloria fatta di applausi, ma di amore che resta.

Un amore fedele, pieno di verità.

Da quella pienezza continuiamo a ricevere:

non risposte facili, ma grazia che rinnova, ancora e ancora. La legge dell'uomo è ormai limite, ma la grazia e la verità sono diventate concrete attraverso il nuovo Gesù.


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giovedì 25 dicembre 2025

Chiesa Vetero Cattolica Riformata Omelia del Vescovo Primate Notte di Natale 24 Dicembre 2025




Cari fratelli e sorelle in Cristo,

in questa notte santa del Natale 2025, mentre il mondo è travolto da un’ondata di violenza, paura e disperazione come non vedevamo da decenni, vi parlo da padre e fratello, da discepolo che cammina nelle strade ferite della nostra società. Vi parlo nella fedeltà alla tradizione apostolica viva, libera da ogni centralismo autoritario e spalancata alla profezia evangelica che non consola, ma scuote.

Il profeta Isaia annunciava:

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1).

Ma oggi, nel 2025, diciamolo senza ipocrisie: le tenebre sembrano più fitte che mai. Guerre devastano intere regioni – Ucraina, Medio Oriente, Sudan, Siria, Congo, Myanmar – lasciando dietro di sé milioni di morti, feriti, mutilati, profughi senza nome. La crisi climatica non è più una minaccia futura: è un giudizio presente, che affoga città, brucia terre, produce carestie e nuove migrazioni forzate. Le disuguaglianze crescono come una piaga aperta, mentre la polarizzazione sociale trasforma la paura in odio e l’odio in violenza. E non possiamo tacere davanti al genocidio che Israele sta perpetrando ai danni della Palestina, ferita aperta nel corpo dell’umanità. A Gaza, in Cisgiordania, bambini vengono freddati, altri vengono sepolti sotto le macerie mentre il mondo discute di “equilibri geopolitici”. Questo non è equilibrio: è abominio!  Condanniamo senza ambiguità ogni forma di terrorismo, ogni violenza che colpisce civili innocenti, ogni odio antisemita e islamofobo, ogni emarginazione dovuta a motivo di religione, sesso e orientamento sessuale. Ma con la stessa chiarezza evangelica denunciamo l’oppressione sistematica dei popoli, l’occupazione, l’assedio, la distruzione deliberata di vite, case, ospedali, scuole. Non c’è sicurezza costruita sulla negazione della dignità dell’altro. Non c’è promessa biblica che giustifichi l’umiliazione permanente di un popolo. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non benedice i carri armati e le armi come fanno ancora oggi certe chiese patriarcali e retrograde, ma ascolta il grido degli oppressi. E chi usa Dio per giustificare la morte tradisce Dio stesso.

È questo il mondo in cui vogliamo fare memoria del Bambino di Betlemme?

Il Verbo si fa carne proprio qui, proprio ora, per squarciare le tenebre, per gridare un "basta!” profetico contro l’idolatria della guerra, del profitto, della sicurezza armata, del potere che schiaccia i piccoli.

Osserviamo il presepe per cinque secondi.

Vediamo Giuseppe e Maria, poveri, vulnerabili, profughi, costretti a fuggire in Egitto per strappare il figlio alle mani assassine di Erode. Questo non è folklore: è Vangelo allo stato puro. Oggi quel Vangelo si sta ripetendo nella nostra società: milioni di uomini, donne e bambini fuggono da bombe, fame e disastri climatici. Bussano alle nostre porte e trovano muri, respingimenti, filo spinato, indifferenza di una società che è tornata indietro di un secolo.

Come possiamo celebrare il Natale voltandoci dall’altra parte davanti a questa nuova strage degli innocenti?

Il Magnificat di Maria non è una ninna nanna: è dinamite spirituale.

«Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53).

Questa è una rivoluzione evangelica, non un’immagine poetica. Dio prende partito.

Si incarna nella debolezza umana, massacrata dell'umanità ormai senza pietà, si manifesta negli oppressi, negli emarginati e nei discriminati, contro i sistemi che accumulano ricchezza sulla pelle dei poveri, devastano il creato e seminano morte con armi sempre più sofisticate e “legittimate”.

Come Chiesa, radicata nella libertà dello Spirito e nel rifiuto di ogni forma di dominio clericale e politico, non possiamo tacere, dobbiamo alzare la nostra voce e denunciare le violenze che crocifiggono la nostra società. In questo tempo che ha tratti apertamente apocalittici, siamo chiamati a essere voce profetica, non eco rassicurante del potere non più democratico, dove i giornalisti sono messi a tacere, ogni manifestazione pacifica viene sedata con l'oppressione e la libertà ci sta per venire tolta da chi brandisce rosari e crocifissi.

È finito il tempo delle pie devozioni!

Il Natale ci chiede conversione radicale, e non c’è più tempo di pensare da che parte stare. O si sta dalla parte del Vangelo o si sta contro il Vangelo.

Denunciamo senza ambiguità le guerre che, nel solo 2025, hanno raggiunto livelli record, alimentate da interessi economici, complessi militari-industriali e nazionalismi idolatrici. Speriamo nel disarmo immediato, non come utopia ingenua ma come necessità di sopravvivenza. Auspichiamo la conversione evangelica dei governanti per un'accoglienza reale e incondizionata dei migranti. Speriamo nella giustizia climatica per i popoli del Sud del mondo, che pagano il prezzo più alto della nostra avidità travestita da progresso.

Gesù è chiarissimo, e non lascia scappatoie: «Ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40) e «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Non illudiamoci: la pace non è quiete, non è equilibrio armato, non è il silenzio dei cimiteri. La pace è giustizia incarnata, è resistenza nonviolenta, è fedeltà ostinata al Vangelo contro ogni sistema che nega la dignità umana.

Fratelli e sorelle,

questo Natale non sia una fuga consolatoria, ma un impegno che brucia.

Nelle nostre comunità, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni.

Stiamo dalla parte di chi costruisce pace, di chi difende il creato, di chi accoglie lo straniero non per carità, ma per giustizia.

La luce di Betlemme non è una luce soffusa da presepe:

è fuoco che brucia l'ingiustizia e nel suo cammino fa sbocciare pace, amore, uguaglianza e libertà.

Un fuoco che deve bruciare le nostre ipocrisie, smascherare le nostre complicità e illuminare i nostri cuori e le nostre menti per una possibilità concreta di un mondo nuovo, del Regno di Dio su questa terra.

Che il Principe della Pace ci conceda il coraggio di essere testimoni scomodi, audaci, fedeli fino in fondo.

++Stefano, arcivescovo primate


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martedì 25 novembre 2025

Il capitalismo in tutte le sue declinazioni e gli Angeli

Non esiste critica al capitalismo e lotta per l'uguaglianza senza considerare la dimensione relazionale dell’esistenza: la vita nelle famiglie, nelle comunità, negli spazi intimi(Rodolfo Pezzi-settimanale online L'Indipendente)"


Il capitalismo del profitto, del "pochi, maledetti e subito", della violenza, realizzata in vari modi, dei potenti sugli oppressi e sui fragili, il capitalismo selvaggio di chi chiude con un recinto un orto pubblico e dice "questo è mio", distrugge ogni umana
relazione e l'umana relazione non è pensabile dentro il capitalismo tutto e tutto quanto. Pensare alla relazione e adoperarsi per costruirla è per il capitalismo della sorveglianza un fatto criminale e sovversivo. Chi dice e scrive" relazione umana" "con-divisione" com-passione" , "ha abbattuto i potenti dai troni e ha innalzato gli ultimi ; ha ricolmato di beni gli affamati e ha rimandato i ricchi a mani vuote" è già indagato per terrorismo ed è candidato al 41 bis (Myriam di Nazareth per il suo Magnificat è già al 41 bis ,come il buon samaritano, l'emoroissa e il rabbi di Nazareth e tanti altri ed altre di qualsovoglia orientamento personale e spirituale... Ovviamente il giovane ricco che non voleva lasciar nulla è candidato a diventare segretario generale della Nato )
Il capitalismo della sorveglianza ha un solo obiettivo, riuscitissimo
"fratelli coltelli, parenti serpenti"

il DNA di ogni potere dal web "[...a Milano ] partecipare alla cena charity destinata a raccogliere fondi per la ricerca oncologica e cardiovascolare. Un appuntamento che, come da tradizione, ha attirato volti noti dello spettacolo, della moda e dell’imprenditoria, trasformando la solidarietà in un palcoscenico glamour.

***
Ed anche gli Angeli esiteranno a poggiare il loro piede su questo nostro pianeta dominato dal pensiero unico e dallo sfruttamento, dall'oppressione, dai massacri e dai genocidi e dai signori delle guerre. Non hanno intenzione di essere arruolati nel partito dei massacratori. E non riescono a presentarsi dai massacrati: non ne hanno coraggio. Sanno di essere classificati nella categoria" nemico di classe" E se proprio, per struttura ontologica, devono poggiare il piede sul nostro pianeta, dovranno indossare mutande d'acciaio ed è sempre preferibile che siano guidati dal noto Arcangelo Michele con la spada di fuoco, l'Excalibur che dovrebbe abbattere i potenti e rendere giustizia agli ultimi ...forse... FORSE

Ed anche con la protezione di Myriam di Nazareth che FORSE riuscirà a presentarli ai massacrati, lei che dei massacrati fa parte a pieno titolo.




Tre anni dopo la pubblicazione in Italia di "Dove gli angeli esitano. Verso un’epistemologia del sacro" di Gregory e Mary C. Bateson (Adelphi, 1989, trad. di Giuseppe O. Longo; tit. originale Angels Fear, 1987), “aut aut” dedicò al libro quasi un intero numero della rivista (n. 251, settembre-ottobre 1992), in una sezione intitolata “Bateson: dove gli angeli esitano”, curata da Rocco De Biasi. La sezione (pp.2-66) comprende alcune note di G. Bateson “La Creatura e la sua Creazione”), un testo di Mary C. Bateson sulla genesi del libro (“Come è nato Angels Fear “) e contributi di Alessandro Dal Lago (“Il meta-libro di Bateson”), Rocco De Biasi (“Il fine non perseguibile. Su Bateson e la non-comunicazione”), Gianfranco Gabetta (“La regola di Bateson”) e Pier Aldo Rovatti (“Un occhio appeso al collo”).
 Il Circolo Bateson ha chiesto e ottenuto dall’editore di “aut aut” l’autorizzazione a riprodurre e pubblicare quelle pagine sul proprio sito. Ringraziamo l’editore e l’attuale direttore di “aut aut” - Pier Aldo Rovatti - per aver risposto gentilmente alla nostra richiesta.


domenica 29 giugno 2025

Claudio Lupo Tabacco. .La Democrazia è un Mito che gronda sangue

Fenomenologia della Democrazia.


https://www.facebook.com/cldtabacco/posts/pfbid0FTEGNsJUrhwis4t5jAafTaB7rywTX2ALQsYqsQUXVHtHa7CDjS4kT8sjM5e7hfC4l

Gaza è il “Fenomeno della Democrazia”. Si avete capito bene: il Genocidio, la fame la sete usate come arma di guerra, lo stupro sui corpi impotenti dei Prigionieri, gli abusi anche sessuali sui minori detenuti per aver sventolano una bandiera della Palestina a casa loro, gli stupri di Guerra sulle donne, la Tortura come pratica abituale, usare mortai e cannoni dei carri armati contro civili indifesi che fanno la fila per il pane sono il “Fenomeno della Democrazia”. Quando De Gasperi, quello che vendeva I contadini meridionali un tanto a tonnellata di carbone ai belgi e che ci ha svenduto agli USA, all’Assemblea Costituente disse “Le Democrazie non sono tigri di carta” annunciò Avola I Morti di Reggio Emilia, la terribile stagione della Guerra Civile a bassa intensità, delle bombe fasciste sui treni e nelle stazioni delle uccisioni selettive di compagni come Fausto e Iaio impegnati in indagini sullo spaccio nel quartiere e la correlazione tra spaccio e strutture neo-fasciste, il Corpo/Colpo di Stato di Aldo Moro, il suicidio di Stato della Rote Armee Fraktion. Gaza è l'evidenza radicale della Democrazia, del Totalitarismo Democratico. “Dentro” Gaza ci sono i Decreti Sicurezza, il Panpenalismo, il Codice Penale del Nemico, il Crimine d'Autore, il precariato Sociale, il Lavoro povero, il Riarmo, l'attacco contro la Comunità Lgbtqia+, il 41bis e l'ergastolo ostativo. La Democrazia è un Mito che gronda sangue, la Democrazia non è che il fascismo delle vacche grasse. Gaza è l'essenza della Democrazia nuda dei suoi veli adattativi.

lunedì 23 giugno 2025

Antonio Marra “L’Ekklesia del Cielo Vuoto”






Nel Tempio d’oro,

i sacerdoti contano le monete del Re.
Le vesti di broccato sfiorano la polvere,
mentre le labbra ripetono il Nome.

Ma il Vento che porta il Sussurro dell’Uno
non abita nei palazzi dei trionfi,
non conosce le cattedre dei Dottori,
né il trono dei supremi.

Dicono:
«Fuori dalla nostra casa, solo perdizione!»
Ma il Cielo ride senza suono.
La pioggia cade sui campi dei giusti e dei peccatori.
Il sole accarezza la fronte del mendicante e del re.

L’Ekklesia del Vivente
non ha muri,
non ha dottrine scolpite.
È il respiro che unisce chi ama,
è la carezza del Bambino,
è il perdono dato senza prezzo.

Colui che si crede padrone del Regno
già si chiude fuori dal Giardino.
Colui che offre il cuore
già dimora nell’Abbraccio.

Ascolta, o uomo che temi:
Non il possesso salva,
ma il vuoto fertile del Cuore.

(Antonio Marra © 2025)
Vignetta di NakedPastor

venerdì 20 giugno 2025

Claudio Lupo Tabacco. Apocalisse







Ἀποκάλυψις Ἰησοῦ Χριστοῦ Apocalisse / Ri-Velazione di Gesù Cristo, questo significa Apocalisse. Colui che fu umiliato, torturato, Crocefisso, gettato cadavere nel carnaio della Storia, perso per sempre nella tragedia e nella paura ora torna, si Ri-Vela nella Crisi della Storia come Das Prinzip Hoffnung - Il Principio Speranza, allusione esplicita tanto ad Ernst Bloch quanto a Jürgen Moltmann. Tradotto in termini Secolari le Strutture della Storia sono sovvertite dall’irruzione violenta e Profetica di coloro che hanno subito la perdita della Libertà, l’affamamento come arma di guerra e strumento di tortura, l'abuso sessuale come strumento di distruzione della personalità, la Tortura, la disperazione della cella liscia non importa dove ciò accada, se nei carceri dell’Occupazione o nei CPR italiani o nella Guantanamo dei Migranti e dei Combattenti non importa con quale aggettivo chiamino Dio sono le a simmetriche Strutture della Speranza che avanzano fracassando le Strutture della Storia dell’Oppressione. 

“In carcere è in corso una vera e propria rivoluzione. Nonostante le guardie ascoltino tutto quello che i palestinesi dicono ai loro avvocati in carcere e li puniscano per le testimonianze che fanno, i prigionieri non smettono di parlare e di denunciare. Il loro è un urlo di resistenza, di giustizia e di verità che noi abbiamo il dovere di amplificare. Noi siamo la loro voce. Il mondo deve sapere”. J. operatore della Ong Ad Daamer che opera nelle carceri dell’Occupazione. 
Non diversamente avviene nei CPR dove centinaia di Migranti in detenzione amministrativa vengono devastati nella psiche attraverso la Sottomissione chimica e nel corpo attraverso la costrizione, le botte, la solitudine di chi sa di essere odiato solo perché esiste. La Narrazione degli Abusi, delle Torture, delle procedure di deumanizzazione sono quel Grido che provocò il crollo delle Mura di Gerico. Noi, felice Kairos, viviamo sul crinale dell’Apocalisse dei Crocefissi e degli Spezzati e sulla Epifania del Male, dell’Oppressione, della Guerra come Orizzonte Normalizzato e Finale del Neo-Impero. Chi vincerà? Dipende da chi si Ri-Velerà nell’ in me.

martedì 27 maggio 2025

Riordino del mio Archivio Ecclesiale data 12 Maggio 2007 dal mio caro amico Barsanufio

Questa meditazione  del 2007  del mio amico Barsanufio sul primo social che frequentavamo "Politicaonline"

Barsanufio così aveva riflettuto presentando la sua esperienza

davanti al film Il Grande Silenzio", film di Philip Groening sui

monaci certosini, anno 2005, 3 ore di durata, quasi nessuna parola,

nessuna musica




Vi chiedo che cos'è per voi il senso della vita monastica. Qual è il

monachesimo possibile per un non monaco. Se sono immaginabili nuove

forme, e quali. Se invece pensate che tutto stia sparendo


Qualche considerazione operativa, sulla quale mi piacerebbe avere unavostra opinione.

Prima premessa: la tardo-modernità favorisce un possibilismo

esistenziale, che si proietta naturalmente sulla scelta dello stato

di vita. I gesti definitivi sono diventati non desiderabili,

eccessivamente azzardati, impossibili. Aumentano il numero delle

separazioni e dei divorzi nella famiglia, diminuiscono le vocazioni

religiose, e ciò proprio a causa dell'incombenza del per sempre

(titolo del secondo film citato, peraltro).


Seconda premessa: nell'orizzonte tradizionale - recepito dalla

visione cristiana non ancorando la professione religiosa al livello

del sacramento - la vita monastica non implica necessariamente la

definitività e il per sempre.


Ciò premesso, la mia proposta ai grandi Ordini religiosi della

cristianità è consentire un'appartenenza fluida, non necessariamente

definitiva, e non necessariamente vincolata all'acquisizione di uno

stato di vita preciso.


Per non essere eccessivamente complicato faccio un esempio.


Immaginiamoci un'abbazia cistercense, adagiata in una fertile valle

lombarda o provenzale. Io la vedrei così, nel terzo millennio.


C'è un gruppo di monaci, di un'età che varia - non so - tra i

venticinque e gli ottanta anni, che hanno scelto la professione

monastica definitiva, immergendo la propria vita nella dimensione del

per sempre. Alcuni di questi monaci sono sacerdoti. Tra di essi viene

scelto l'Abate.


Poi vi è un gruppo di monaci, generalmente di età piuttosto avanzata,

i quali hanno scelto di concludere la propria esistenza nel

monastero, pur proveniendo da esperienze differenti. Ci sono:

sacerdoti diocesani, oppure religiosi membri di Ordini "attivi", con

l'assenso del loro Vescovo o con quello del proprio Ordinario;

vedovi, i cui eventuali figli sono già pienamente autonomi; coniugati

anziani, con il consenso del proprio coniuge (il modello potrebbe

essere quello di Pieter e Anne-Marie Van der Meer, discepoli 

olandesidi Leon Bloy e amici intimi di Jacques Maritain); non 

coniugati(vocazioni 'adulte' o 'anziane') sottoposti a discernimento 

attentoda parte dell'Abate.


Il terzo gruppo di monaci è composto da giovani uomini -

frequentemente studenti - che hanno deciso di vivere in monastero un

anno o più della loro preparazione alla vita. Le motivazioni possono

essere varie: attrazione per la vita monastica (ma problemi con

l'aspetto definitivo della stessa), desiderio di trovare un luogo

significativo e silenzioso per studiare, preparsi alla vita,

costruire la propria personalità cristiana. Generalmente questi

monaci (in questo caso potrebbe essere usata la parola 'oblati')

rimangono al monastero un anno, al massimo due. Ma altri restano 

piùa lungo: in questo caso l'Abate li orienterà a pronunciare la

professione monastica definitiva, ma qualora essi manifestino

un'impossibilità reale a compiere un gesto esistenziale definitivo,

potranno - previo discernimento - rimanere 'ad libitum' nello stato

presente, rinnovando i voti anno dopo anno.


Poi vi è un quarto gruppo di oblati, totalmente eterogenei, i quali

passano in monastero periodi di estensione variabile, come 'pausa' di

ritorno al significato nella propria esistenza (vacate et videte).


Ciascuno di questi monaci e oblati ha una cella, un abito monastico,

acquisisce uno stile monastico, rispetta integralmente (anche se

provvisoriamente) i voti, rispetta la disciplina del monastero,

gioca - insomma - il gioco secondo tutte le sue regole. Non li vedo

come terziari o super-ospiti, ma come veri e propri monaci (pur per

un tempo limitato).


L'ispirazione - in generale - è quella, più tradizionale che

induista - dei quattro ashrama, ossia la visione della vita secondo

fasi cronologicamente intese: il giovane studente celibe

(brahmacarya) , l'adulto lavoratore e pater familias (Grihastha), il

maturo e anziano monaco (Vanaprastha) , il rinunciante, perduto

nell'erranza, nel vento e nel sole, senza più regole, indirizzi o

legami (Sannyasi). Mi limiterei ai primi tre ashrama, però, visto che

è evidente che, per il quarto, occidente e cristianesimo non sono

affatto pronti.


Personalmente credo che il monachesimo cristiano verrebbe

rivitalizzato, se accogliesse un'impostazione di questo tipo. E

sarebbe un ottimo modo di dialogo con la tardo-modernità .


Mi permetto di sollecitare un'opinione del padre Giovanni (che, se

non ho capito male, oltre ad essere sacerdote, sposo e padre è anche

periodicamente monaco, ed in tal modo è una vera e propria

incarnazione della tardo-modernità vocazionale, coniugata con le

radici spirituali viventi della tradizione ortodossa).


Grazie, Barsanufio