Questa meditazione del 2007 del mio amico Barsanufio sul primo social che frequentavamo "Politicaonline"
Barsanufio così aveva riflettuto presentando la sua esperienza
davanti al film Il Grande Silenzio", film di Philip Groening sui
monaci certosini, anno 2005, 3 ore di durata, quasi nessuna parola,
nessuna musica
Vi chiedo che cos'è per voi il senso della vita monastica. Qual è il
monachesimo possibile per un non monaco. Se sono immaginabili nuove
forme, e quali. Se invece pensate che tutto stia sparendo
Qualche considerazione operativa, sulla quale mi piacerebbe avere unavostra opinione.
Prima premessa: la tardo-modernità favorisce un possibilismo
esistenziale, che si proietta naturalmente sulla scelta dello stato
di vita. I gesti definitivi sono diventati non desiderabili,
eccessivamente azzardati, impossibili. Aumentano il numero delle
separazioni e dei divorzi nella famiglia, diminuiscono le vocazioni
religiose, e ciò proprio a causa dell'incombenza del per sempre
(titolo del secondo film citato, peraltro).
Seconda premessa: nell'orizzonte tradizionale - recepito dalla
visione cristiana non ancorando la professione religiosa al livello
del sacramento - la vita monastica non implica necessariamente la
definitività e il per sempre.
Ciò premesso, la mia proposta ai grandi Ordini religiosi della
cristianità è consentire un'appartenenza fluida, non necessariamente
definitiva, e non necessariamente vincolata all'acquisizione di uno
stato di vita preciso.
Per non essere eccessivamente complicato faccio un esempio.
Immaginiamoci un'abbazia cistercense, adagiata in una fertile valle
lombarda o provenzale. Io la vedrei così, nel terzo millennio.
C'è un gruppo di monaci, di un'età che varia - non so - tra i
venticinque e gli ottanta anni, che hanno scelto la professione
monastica definitiva, immergendo la propria vita nella dimensione del
per sempre. Alcuni di questi monaci sono sacerdoti. Tra di essi viene
scelto l'Abate.
Poi vi è un gruppo di monaci, generalmente di età piuttosto avanzata,
i quali hanno scelto di concludere la propria esistenza nel
monastero, pur proveniendo da esperienze differenti. Ci sono:
sacerdoti diocesani, oppure religiosi membri di Ordini "attivi", con
l'assenso del loro Vescovo o con quello del proprio Ordinario;
vedovi, i cui eventuali figli sono già pienamente autonomi; coniugati
anziani, con il consenso del proprio coniuge (il modello potrebbe
essere quello di Pieter e Anne-Marie Van der Meer, discepoli
olandesidi Leon Bloy e amici intimi di Jacques Maritain); non
coniugati(vocazioni 'adulte' o 'anziane') sottoposti a discernimento
attentoda parte dell'Abate.
Il terzo gruppo di monaci è composto da giovani uomini -
frequentemente studenti - che hanno deciso di vivere in monastero un
anno o più della loro preparazione alla vita. Le motivazioni possono
essere varie: attrazione per la vita monastica (ma problemi con
l'aspetto definitivo della stessa), desiderio di trovare un luogo
significativo e silenzioso per studiare, preparsi alla vita,
costruire la propria personalità cristiana. Generalmente questi
monaci (in questo caso potrebbe essere usata la parola 'oblati')
rimangono al monastero un anno, al massimo due. Ma altri restano
piùa lungo: in questo caso l'Abate li orienterà a pronunciare la
professione monastica definitiva, ma qualora essi manifestino
un'impossibilità reale a compiere un gesto esistenziale definitivo,
potranno - previo discernimento - rimanere 'ad libitum' nello stato
presente, rinnovando i voti anno dopo anno.
Poi vi è un quarto gruppo di oblati, totalmente eterogenei, i quali
passano in monastero periodi di estensione variabile, come 'pausa' di
ritorno al significato nella propria esistenza (vacate et videte).
Ciascuno di questi monaci e oblati ha una cella, un abito monastico,
acquisisce uno stile monastico, rispetta integralmente (anche se
provvisoriamente) i voti, rispetta la disciplina del monastero,
gioca - insomma - il gioco secondo tutte le sue regole. Non li vedo
come terziari o super-ospiti, ma come veri e propri monaci (pur per
un tempo limitato).
L'ispirazione - in generale - è quella, più tradizionale che
induista - dei quattro ashrama, ossia la visione della vita secondo
fasi cronologicamente intese: il giovane studente celibe
(brahmacarya) , l'adulto lavoratore e pater familias (Grihastha), il
maturo e anziano monaco (Vanaprastha) , il rinunciante, perduto
nell'erranza, nel vento e nel sole, senza più regole, indirizzi o
legami (Sannyasi). Mi limiterei ai primi tre ashrama, però, visto che
è evidente che, per il quarto, occidente e cristianesimo non sono
affatto pronti.
Personalmente credo che il monachesimo cristiano verrebbe
rivitalizzato, se accogliesse un'impostazione di questo tipo. E
sarebbe un ottimo modo di dialogo con la tardo-modernità .
Mi permetto di sollecitare un'opinione del padre Giovanni (che, se
non ho capito male, oltre ad essere sacerdote, sposo e padre è anche
periodicamente monaco, ed in tal modo è una vera e propria
incarnazione della tardo-modernità vocazionale, coniugata con le
radici spirituali viventi della tradizione ortodossa).
Grazie, Barsanufio

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