venerdì 13 marzo 2020

lettera sul silenzio



Cari amici,
un elemento importante – e direi addirittura caratterizzante – di una comunità monastica è quello del silenzio. Sono molte le ragioni di questa antica consuetudine! Ma non è su questo che vorrei che fermassimo la nostra attenzione.
Anzitutto bisogna sgomberare il campo da alcuni “silenzi” da cui guardarsi. Perché non sempre il silenzio è buono nella vita comune e nella vita dell’uomo, in generale. C’è ad esempio il silenzio sprezzante di chi si sente superiore agli altri o di chi si mette sempre un gradino sotto gli altri. È un silenzio che nasconde giochi di forza poco vicini al Vangelo e anche profondamente disumani. Questo sarebbe un silenzio cattivo e dannoso. C’è poi il silenzio che nasce dalla rabbia, dal risentimento, dall’ira. È un silenzio che uccide e che crea disagio. Che contraddice se stesso, perché urla in modo scomposto e disumano. Non vogliamo che il silenzio monastico sia la tana di questi silenzi malati e assurdi. Non vogliamo neanche che il silenzio monastico sia quello che si trova nello spazio siderale: quello di mondi che vivono ognuno per conto proprio, del gelo delle relazioni. Questo silenzio talvolta è stato anche scambiato per una sorta di virtù e di eroismo spirituale, mentre dobbiamo guardarcene bene: quando in un monastero – ma potrebbe valere per una famiglia o per qualunque comunità – ci si trincera dietro l’incomunicabilità giustificata addirittura con ideali che poco hanno a vedere con quella, allora è davvero drammatico. Anche questo silenzio non ci deve piacere e dobbiamo sconfiggerlo con il suono della Parola che ci chiama a convertirci!
Ma c’è spazio per un silenzio “buono”, “bello”, “giusto”?
Per vivere bene il silenzio, penso che bisogni andare alle origini. Cioè da dove esso nasce. E, mi piace molto pensare e ricordare questo: Dio è silenzio. Dio, in sé stesso, non è un chiacchiericcio per quanto bello ed armonico. Dio, nella sua vita “interiore”, così come il Vangelo l’ha insegnato alla Chiesa, è silenzio. E non come mancanza di parola o di suono. Nella santissima Trinità c’è ogni parola possibile, c’è l’armonico incontrarsi ogni suono. Il bello è che questa ricchezza di parole e di suoni diventa un sublime silenzio. Perché tutto è a servizio dell’amore reciproco. Forse potremmo cogliere questa cosa quando anche a noi succede che siamo così pieni di parole da dire che, davanti alla persona cui vogliamo dirle, restiamo come se fossimo muti. E non riusciamo a parlare che guardando. Un po’ così possiamo pensare Dio. Una serie di sguardi che dicono tutto. Un gioco di persone che si dicono ogni cosa senza proferire neanche una parola. È un silenzio che incontra l’altro. Che si dona all’altro. Che genera l’altro e continuamente lo rigenera.
È importante comprendere come Dio – per come ci è stato rivelato dal Signore Gesù – è Trinità di persone, dove non viene “prima” l’essenza divina, ma le persone, le quali sono relazione che si dona totalmente. Da questo dono totale, l’uno dell’altro, proviene l’unità divina. Non un’unità che, a un certo punto, si frantuma. Ma è un’unità che si forma dall’incontro e dal donarsi delle persone divine. Ora è davvero interessante che questa unità non è una fusione. Perché tra le persone divine c’è una sorta di spazio che le separa e che è la vera forza della loro comunione. Il Padre ama il Figlio e entrambi amano lo Spirito Santo. E non si perdono l’uno nell’altro. Piuttosto si donano. Così che nella loro relazione c’è una distanza essenziale, necessaria. Questo è il luogo dove abita il silenzio. Questo è il luogo dove Dio accoglie ogni cosa e dove ogni cosa è creata, amata e salvata. Proprio in questo stare l’uno davanti all’altro per potersi amare senza perdersi l’uno nell’altro c’è tutto il creato e tutta l’opera di salvezza. Noi abitiamo nella distanza delle persone divine. Noi abbiamo dimora nel silenzio che è nel cuore di Dio! Possiamo dirlo con entusiasmo: il silenzio è la nostra patria.
Ora come questo può tradursi nella nostra vita comune? Come fare del nostro silenzio un’eco del silenzio trinitario? Direi che dobbiamo mettere al centro il modo in cui ci vogliamo bene. Con una doppia attenzione. Da una parte l’attenzione all’altro e l’altro la distanza dall’altro. Amarsi, infatti, non è imporsi nella vita dell’altro, invaderlo con il mio bisogno di amare. Amare è sopportare la distanza dall’altro. É scoprirlo ogni giorno altro. E amarlo per questo. Non perché mi è uguale. Ma amarlo perché è altro. Il Padre ama il Figlio, ma lo contempla e lo ama non perché è un altro Padre, ma perché è il Figlio. E così con lo Spirito Santo. La ragione dell’amore reciproco non è la consonanza, la simpatia, lo star bene insieme o non si sa bene che altro. Non reggono neanche le parole istituzionali “non ci siamo scelti”. L’unica ragione dell’amore reciproco è che tu sei un altro da me. In tante cose ci sono consonanze, vicinanze, complicità. Ma poi c’è uno spazio dove l’altro diventa diverso. C’è una distanza che talvolta può far paura. O che non vogliamo accettare. Vorremmo entrare nella vita dell’altro. O vorremmo che qualcuno venisse nella nostra per colmarla. La persona – ogni persona umana e divina – è radicalmente diversa dall’altra. E la via dell’unità non è quello del perdersi nell’altro. Ma quello di amare l’altro proprio perché è un altro da me. Questo è lo spazio del silenzio. In Dio. E nelle nostre vita. È lo spazio della fecondità dell’amore. È il luogo dove io accolgo la mia unicità e l’unicità dell’altro. È il momento dove io rendo lode alla diversità e ne faccio un inno di silenzio. Di adorazione. Ecco. Qui c’è la radice comunitaria del silenzio. Questo silenzio può essere lo spazio dove costruiamo la nostra tana di solitudine. O può essere il luogo dove intessiamo la comunione vera e ci immergiamo in Dio. Talvolta nel silenzio - penso lo abbiate sperimentato tante volte! - leggi come il dolore e la fatica interiore del fratello o della sorella che hai accanto, anche quello è un silenzio prezioso. È il silenzio che può guarire. Che può far vincere la comunione sulla tentazione della solitudine amara. Quando nella preghiera comune siamo gli uni accanto agli altri il silenzio ci fa scoprire come l’anima di chi ci sta accanto. E possiamo davvero amarci totalmente. Perché – lo sappiamo bene – l’amore non è confondersi con l’altro, ma è stare davanti all’altro e costruire comunione.
Vivere il silenzio in modo radicale è, così, una sfida essenziale per le nostre comunità contemplative. Chi viene a incontrarci scopre in questo silenzio qualcosa che, magari, non ha mai conosciuto e vi legge qualcosa che gli serve, vi intravede una patria perduta e neanche mai immaginata. Perché quando il silenzio è luogo di comunione, annuncia la Trinità. È una parola chiara che parla ad un livello più profondo di quello dell’inconscio. È come quelle frequenze che ci sono ma non le senti. Però possono agire su di te. Le persone che colgono il Vangelo nella nostra vita non lo fanno per quanto diciamo, per quanto siamo capaci. Lo colgono in questa comunione che sa fare del silenzio il suo punto di forza. E d’altra parte sono chiare le parole del Vangelo: “Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,35).
Così noi viviamo il silenzio nelle nostre comunità per assaporare la natura silenziosa della Trinità. Per scoprirci realmente persone. Per amarci in modo vero. E combattiamo senza pietà i silenzi cattivi e malati che spesso lasciamo crescere come erbacce velenose tra di noi. Lo facciamo non per essere più in gamba. Ma perché vogliamo vivere totalmente la nostra vita. E perché solo amandoci davvero siamo un Vangelo di silenzio per chi oggi pensa che amare significhi riempire l’altro di parole o di cose. O sopportare le parole e le cose dell’altro. Amare è incamminarsi nel silenzio della irriducibile diversità dell’altro, dell’Altro. Che in ogni cosa mi invita alla comunione con Lui.
Così, cari amici, vi invito ad assaporare la bellezza del silenzio. Ad avventurarvi per i sentieri dove il silenzio ci conduce al cuore della Trinità e nel cuore più vero di chi ci vive accanto.
Affidatevi alla Madonna del silenzio, a Lei che, immagine della Chiesa, si è immersa totalmente nel silenzio di Dio fino ad essere lei stessa silenzio che parla e che guida alla fonte dell’amore!
Statemi bene!
Francesco Guglietta

Priore

Fraternità di San Bonifacio




domenica 8 marzo 2020

Icona..la preghiera orante del fratello il maestro Ivan Polverari

L'immagine può contenere: 1 persona


Santa Sofia di Roma.  la madre delle SS. Fede, Speranza e Carità

http://sinassariortodosso.blogspot.com/2017/09/17-settembre-santi-italici-ed-italo.html

http://www.sentiericona.it/public/icone/?p=3757

Settimana di Quaresima da lunedi 9 Marzo 2020 a Sabato 14 Marzo 2020.Le meditazioni del Santo VescovoÉvêque Jean de Saint-Denis (Eugraph Kovalevsky)

Le riflessioni del Santo Vescovo sono tratte da

Livret de Prière Carême 2020- Eglise Orthodoxe des Gaules


Le 9 mars 2020

« Il faut trouver le juste équilibre entre les états de tension et de détente. Un homme trop tendu, en   effet, ne peut entrer en soi. Trop détendu, il ne le peut pas non plus car ses gestes sont   désordonnés.»


Dobbiamo trovare il giusto equilibrio tra stati di tensione e rilassamento. Un uomo troppo teso, infatti, non può entrare in se stesso. Troppo rilassato, non può nemmeno perché le sue azioni sono disordinate.


Le 10 mars 2020

« Toutes les prières doivent conduire à la prière du silence.
Elle est parfaite lorsque le coeur prie sans paroles.»

“Tutte le preghiere devono condurre alla preghiera del silenzio.
Ed è  perfetto ,conforme alla sua natura, quando il cuore prega senza parole. "

Le 11 mars 2020

« L’esprit de l’homme intérieur est écrasé par l’homme extérieur. Le mot hésychasme signifie
silence, tranquillité, sérénité. Le silence est le langage du siècle à venir. Si nous voulons creuser le
monde visible, parlons, mais si nous voulons toucher notre esprit, tenons-nous en silence intérieur.
La première fois, vous éprouverez une grande difficulté, mais si vous le faites souvent, cela
deviendra peu à peu un climat. Hors du silence, nous ne trouverons jamais l’esprit, nous serons
étrangers à notre âme. Nous aurons des concepts de Dieu, des idées de Dieu, mais non lui, Dieu.»


"Lo spirito dell'uomo interiore è schiacciato dall'uomo esteriore. La parola esicasmo significa
silenzio, tranquillità, serenità. Il silenzio è la lingua del secolo a venire. Se vogliamo approfondire  il
mondo visibile, parliamo, ma se vogliamo rintracciare  il nostro spirito , stiamo in silenzio interiore.
La prima volta, sperimenterai grandi difficoltà, ma se lo fai spesso, allora 
diventerà gradualmente tempo opportuno e benefico . Senza silenzio, non troveremo mai lo spirito, resteremo estranei alla nostra anima. Avremo concetti di Dio, idee di Dio, ma non lui, Dio ".

Le 12 mars 2020

N’oublions cependant jamais que chacun a son chemin, sa vocation propre et qu’aucun chemin
n’est en soi supérieur aux autres. Celui qui est consciencieux de son âme, celui qui est fidèle dans
son élan vers la Divine Trinité, celui qui combat le mal comme un soldat, tous cheminent vers Dieu
et toutes les routes vers Dieu sont merveilleuses.»


Non dobbiamo mai dimenticare, tuttavia, che ognuno ha il proprio percorso, la propria vocazione e che nessun percorso  è di per sé superiore agli altri. Uno che è coscienzioso della sua anima, uno che è fedele nel suo slancio  verso la Divina Trinità, colui che combatte il male come un soldato, cammina verso Dio  e tutte le strade verso Dio sono meravigliose ”.
 



Le 13 mars 2020

« Rien n’est vide dans le monde. Tout est habité par l’Esprit de lumière ou l’esprit des ténèbres.»


Niente è vuoto dentro  mondo. Tutto è abitato dallo Spirito della luce o dallo spirito delle tenebre. "


Le 14 mars 2020

« La tradition de l’icône est la connaissance directe où le sujet se confond avec la réalité spirituelle.
L’icône rayonne la présence spirituelle. Elle est vision du monde transfiguré, valeur agissante des
formes et des couleurs, une sorte de sacrement. Tout icône est miraculeuse ; comme le temple, elle
renferme la puissance divine.»

La tradizione dell'icona è la conoscenza diretta in cui il soggetto si fonde con la realtà spirituale.
L'icona irradia presenza spirituale. È una visione del mondo trasfigurato, un valore attivo di
forme e colori, una specie di sacramento. Ogni icona è miracolosa; come il tempio lei
contiene la potenza e la presenza di Dio ".

per EGLISE CATHOLIQUE ORTHODOXE DE FRANCE  si rimanda al seguente link 




Dapprima in data 12 October 2008

Eglise Orthodoxe des Gaules  -sito  web 
http://www.eglise-orthodoxe.eu/orthodoxe_gaules_1.htm

 Église Orthodoxe Celtique- sito web della Chiesa 
http://www.eoc-coc.org/accueil

 EGLISE ORTHODOXE FRANÇAISE- SITO WEB DELLA CHIESA
HTTPS://WWW.EOF.FR/ 

HANNO CANONIZZATO NELLA SANTA GLORIFICAZIONE  IL VESCOVO JEAN DE SAINT DENIS 



Successivamente
ÉGLISE CATHOLIQUE ORTHODOXE DE FRANCE  Weekend des 30 et 31 janvier, 1er et 2 février 2020  CANONISATION des Hiérarques Irénée (Louis) WINNAERT et Jean (Eugraph) KOVALEVSKY


mercoledì 4 marzo 2020

Per la Quaresima Meditazione del Vescovo Jean de Saint Denis di venerata memoria-de l’Église catholique orthodoxe de France.


EGLISE CATHOLIQUE ORTHODOXE DE FRANCE

Homélie du 24 février 1957[1]


Ép : 2 Co 11, 19 à 12, 9 ; Év : Lc 8, 4-15.

Au nom du Père, du Fils et du Saint-Esprit. Amen !
La Sexagésime est le deuxième dimanche qui prépare la période de Carême. Hier, nous lisions aux vêpres le récit du déluge ; aujourd’hui, l’Église nous propose l’Introït : « Sois-moi un Dieu protecteur, une forteresse où je trouve le salut », l’épître de saint Paul où l’apôtre se glorifie de ses faiblesses afin que le Christ agisse en lui, et l’Évangile de la semence.
À juste titre, saint Augustin disait que la période de pénitence, de jeûne, de Carême est celle de notre printemps. Et vous entendrez tout à l’heure la préface – l’immolatio – du rite des Gaules rappeler cette analogie entre le printemps, la nature qui s’éveille, la semence évangélique qui porte de plus en plus de fruits, et notre purification que produit le Carême.
Quarante jours de Carême. Cette totale renaissance intérieure de notre âme, ce deuxième baptême que nous renouvelons chaque année, non dans les eaux mais dans la pénitence, est aussi l’époque de la lutte et de la conquête spirituelles, dans lesquelles le dernier mot appartiendra à la Croix du Christ qui nous ouvre la victoire de la Résurrection. Mais si nous voulons ne pas demeurer en dehors de la Résurrection du Christ, ressusciter véritablement en Lui, suivons fidèlement les services du Carême, imprégnons-nous de l’enseignement de l’Église, car chacune de ses paroles, chacun de ses rites nous aideront à poursuivre avec justesse cette lutte et la purification de notre âme.
Le Christ nous propose la parabole de la semence et du Semeur, et, disant ces choses, Il s’écrie : « Que celui qui a des oreilles pour entendre, entende ![2] » ; plus loin, Il ajoute : « À vous, il a été donné de connaître le mystère du royaume de Dieu, mais aux autres il n’est proposé qu’en paraboles[3] ». À vous les apôtres, Je dévoile les mystères du Royaume. Et pourtant, lorsqu’Il explique cette parabole des grains tombés sur la route, en terre pierreuse, dans une terre où poussent les ronces, ou des grains tombés en bonne terre, l’explication nous semble étonnamment simple. Où donc est ce mystère du Royaume de Dieu, cette difficulté qui le voile aux gens du dehors ? Pourquoi notre Seigneur n’a-t-il point parlé ouvertement, comme dans le Sermon sur la montagne ? Car, en vérité, ces symboles d’apparence simple, ne le sont pas dans la réalisation.
Quel est le sens de cette bonne ou mauvaise terre, ce sol qui reçoit les semences de la grâce divine ? Ce sol, cette terre, sont nos âmes. Dieu nous donne la grâce et la parole de vie, Dieu nous donne les sacrements ; à nous de cultiver notre cœur, notre intelligence et notre esprit afin que le grain divin porte fruit. Nous ne réussissons pas dans la vie spirituelle parce que nous n’avons pas compris le mystère du Royaume qui s’épanouit dans le labeur, la lutte intérieure et l’acquisition de la connaissance de nos âmes. Mystère des deux volontés, divine et humaine ; Dieu sème, l’homme cultive. Sans travail personnel, les meilleures paroles du Verbe, les plus fortes grâces de Dieu, ne mûriront pas notre salut.
Le Christ nous indique quatre catégories d’âmes.
Il commence par celles qui tombent sur la route et que le diable ravit. Qu’est-ce, cette image de la route ? Notre Seigneur répond : ce sont les âmes incapables de stopper le vagabondage de leurs pensées, « âmes oisives », selon l’expression de saint Éphrem. Comment agir pour empêcher le diable d’effacer les paroles de nos cœurs ? L’image de la route nous fournit l’explication.
Le premier combat que nous devons entreprendre pour que le démon ne saisisse pas les paroles du Christ dans notre cœur, est le combat avec les pensées. L’ennemi pénètre par les pensées et non par les désirs. Au début de la vie spirituelle, nous ne pouvons mater nos désirs. Que les faux maîtres se taisent ! Peut-on aisément mater un désir charnel, un désir de repos, de sainteté ou de grandeur ?
La lutte commence dans les pensées. Avant tout, mes amis, arrêtons les pensées qui errent de droite et de gauche, chez nous, en nous. Comment y parvenir ? Par le silence intérieur ? C’est trop dur. Nous y parviendrons en fixant une seule pensée, une pensée unique. Essayez, par exemple, de planter une pensée au centre de votre journée et dès que vous vous évaderez, revenez à elle. Car si vous laissez les pensées vous envahir et s’entrechoquer en vous, vous perdez toute défense contre le diable. Et les plus lumineuses paroles du Christ vous seront ravies. Tout être peut nourrir une pensée intense si elle est entretenue par un désir. Admettons qu’un homme veuille gagner de l’argent ou qu’il subisse une quelconque grande passion, bonne ou mauvaise, le désir tenaillera sa pensée et du matin au soir, la nuit et le jour, il pensera à obtenir ce qu’il recherche. Nous ne désirons pas le ciel … ou si peu, que ce désir de Dieu n’a pas la force d’engendrer une pensée unique. Notre pensée doit précéder, soutenir notre désir du ciel. Dans le monde, c’est le désir qui pousse la pensée et le sentiment qui la meut ; dans la vie spirituelle, c’est la pensée qui fait naître le désir. Fixer notre pensée sur un sujet unique, lutter pour que le ou les sujets seconds s’effacent.
L’homme est toute contradiction ; il est angoissé, tranquille, joyeux, il se précipite vers ceci, revient vers cela, il s’inquiète pour sa famille et ses affaires, il est découragé par sa faiblesse spirituelle, triste ou heureux… Une foule de préoccupations, désirs ou pensées s’accrochent en nous, les uns sur les autres. Au début du chemin, tenez compte de vos sentiments, ne les maltraitez pas, mais créez une pensée : Dieu est bon, ou : Il nous sauve, et attachez votre regard intérieur à ce soutien invisible. Un écrivain se maintient aussi longtemps qu’il le faut pour exprimer exactement sa pensée ; imitez-le intérieurement et lorsque d’une certaine manière vous aurez maîtrisé votre esprit, lorsque les va-et-vient de la route ne seront plus vos maîtres, le diable ne pourra ravir la semence de l’Évangile. Voulez-vous y atteindre par une prière perpétuelle : « Jésus, aie pitié de nous » ! Essayez, et vous couperez les bras et les mains au prince d’iniquité et à ses serviteurs.
La deuxième lutte : la terre pierreuse et sèche. Après avoir combattu les pensées errantes et lié votre regard à une pensée unique, ne croyez cependant pas que votre cœur sera aussitôt réchauffé par le désir ardent de Dieu. Oui, vous aurez anéanti les désirs extérieurs, mais ne posséderez pas encore le désir spirituel. Votre âme ne sera pas enflammée, emportée par l’élan de la vie en Dieu. Par contre, la maîtrise de vos pensées, et, par vos pensées, de vos désirs, videra, séchera votre âme, la rendant quasi indifférente car, séparé du monde, vous ne serez pas encore greffé consciemment à la vie éternelle. Attention ! Ici, surgit une lutte sans merci : supprimer les pensées, arrêter les sentiments peut durcir le cœur et ouvrir la porte à une catégorie de sentiments soi-disant moraux, provoquant une certaine dureté pour vous-même et les autres. Cette deuxième lutte doit s’opérer alors contre ce qui durcit l’âme. En plus de la concentration sur une seule pensée, il nous faudra poursuivre l’action de charité, en employant différents moyens : prières, chants, cantiques, pénitence, patience, compréhension, douceur, briser tout ce qui fait de nos cœurs des cœurs de pierre.
La troisième lutte : contre les ronces. Parvenus à la troisième étape, nous sommes devenus une terre molle, un cœur de chair. Nous ressentons la suavité de la grâce divine. Notre âme amollie peut glisser alors vers la paresse ou des plaisirs seconds et, auprès des dons divins, produire les ronces. Ne croyez pas que si la grâce agit efficacement, elle supprime la possibilité des jouissances terrestres. On a vu des gens qui s’étaient élevés à la prière sublime, des thaumaturges, des visionnaires célestes, commettre les péchés les plus vulgaires, parce que la vitalité de la grâce, semblable à l’humidité, fait croître en nous non seulement les plantes célestes, mais, précisément par cette vitalité qu’elle nous confère, si nous ne sommes pas attentifs, elle n’empêchera pas l’ivresse sournoise de ce monde. Pour éviter cette troisième attaque, la sobriété, l’humilité et la simplicité sont indispensables. Que cette troisième période ne nous grise pas !
Ainsi, le premier combat est contre les pensées multiples, qui nous extériorisent et nous jettent sur la route, le deuxième contre cet état de sécheresse, de dureté qui paraît moral… le cœur vide…, le troisième contre la facilité et la paresse spirituelles.
Le mystère du Royaume appliqué inconsidérément à une âme, la perdra totalement. Comment pourra-t-elle, par exemple, cultiver la sobriété si elle est dans l’état de sécheresse, ou amollir son cœur si elle est encore la proie des pensées multiples ? Rien de plus dangereux.
Au seuil du chemin spirituel, il serait insensé de se glorifier de sa faiblesse et de jouer à l’humilité, mais le cultivateur de la bonne terre pourra, après un persévérant effort, s’écrier avec l’apôtre Paul : « Je me glorifie de ma faiblesse afin que la puissance du Christ agisse en moi ![4] ».
Amen !


[1] Selon une publication des éditions des Cahiers Saint-Irénée de 1959.
[2] Lc 14, 35
[3] Lc 8, 10
[4] Cf. 2 Cor 12, 9





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Eglise Orthodoxe des Gaules  -sito  web 
http://www.eglise-orthodoxe.eu/orthodoxe_gaules_1.htm

 Église Orthodoxe Celtique- sito web della Chiesa 
http://www.eoc-coc.org/accueil

 EGLISE ORTHODOXE FRANÇAISE- SITO WEB DELLA CHIESA
HTTPS://WWW.EOF.FR/ 

HANNO CANONIZZATO NELLA SANTA GLORIFICAZIONE  IL VESCOVO JEAN DE SAINT DENIS 

giovedì 13 febbraio 2020

Giuseppe Dossetti (Genova, 13 febbraio 1913 – Oliveto di Monteveglio, 15 dicembre 1996)


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«Forse già in questi giorni si preparano nuovi presidi, nuove illusioni storiche, nuove aggregazioni che cerchino di ricompattare i cristiani. Ma i cristiani si ricompattano solo sulla parola di Dio e sull'Evangelo! La Chiesa stessa, se non si fa più spirituale, non riuscirà ad adempiere la sua missione e a collegare veramente i figli del Vangelo!»


(Giuseppe Dossetti, Omelia per la professione di Giovanni LenziMonte Sole, 1994)

martedì 11 febbraio 2020

Senza problema alcuno e con molto rispetto l'icona di San Luigi Gonzaga scritta dal fratello in Cristo Ivan Polverari



Luigi Gonzaga  è nella santità del sinassario/santorale della Chiesa  di Roma ed ovviamente non è presente nei nostri santorali per il suo essere vissuto ed aver testimoniato Cristo nella sua tradizione  molto ma molto dopo  l'avvenuta separazione (Castiglione delle Stiviere, Mantova, 9 marzo 1568 - Roma, 21 giugno 1591)

Ma con rispetto profondo per la percezione  e la verità di santità  che i cristiani di Roma vivono  Luigi Gonzaga è San Luigi Gonzaga e citando il fratello Ivan  durante un nostro fraterno confronto proprio sul santo
"un principe rinascimentale figlio di una delle famiglie più potenti del tempo, decide per Cristo...senza mezzi termini...o cristo o morte...questa è la santità...per tutti"

Rispetto,Delicatezza e Tenerezza ..valori non negoziabili per quel che riguarda la mia vita e  (e ne sono certo) la vita cristiana di Ivan in  assoluta comunionale reciprocità 

Le notizie sul Santo
http://www.santiebeati.it/dettaglio/23450






lunedì 10 febbraio 2020

L’involuzione futura Le conversazioni di Glauco e Panfilo

Glauco e Panfilo si ritrovano ogni mattina alla stessa ora a colazione insieme al bar di Piazza Garibaldi, prima di iniziare la giornata ciascuno verso i propri impegni. Questi incontri diventano così l’occasione di conversazioni improvvisate e spontanee, su argomenti diversi ed eterogenei, tra un cappuccino e una brioche.



https://www.acronico.it/2018/01/09/linvoluzione-futura/

«Glauco, mi tornava in mente una vecchia storiella questa mattina mentre mi facevo la barba. L’avrai già sentita, ma vale la pena di ricordarla.»
«Avanti. Ti prometto di non interrompere»
«Il comandante Draconis viene inviato in una missione spaziale insieme a una scimmia, che siede al suo fianco nella capsula di comando. Dalla base di Houston gli hanno comunicato che le istruzioni gli verranno visualizzate sul display principale della navicella. Dopo il decollo, completamente automatico e governato dalla base, un suono richiama la sua attenzione sulla prima istruzione che appare sul monitor: “Istruzioni per la scimmia“. Con malcelato stupore, il comandante vede apparire sul display uno schema grafico con simboli e numeri ai quali la scimmia prontamente risponde premendo tasti, impostando coordinate e ruotando manopole. Dopo alcune ore, la scena si ripete e la scimmia corregge la rotta della navicella spaziale tramite apposite impostazioni come da messaggi ricevuti. Al susseguirsi di una decina di messaggi simili, tutti destinati alla scimmia, il comandante Draconis stava per perdere la pazienza quando sul display apparve: “Istruzioni per il comandante“. Con un sorriso di soddisfazione, Draconis si mette comodo sulla sua postazione per leggere con attenzione il messaggio in arrivo, il quale viene visualizzato un istante dopo: “Dare da mangiare alla scimmia“».
«La conoscevo».
«Grazie per non aver interrotto. Questa storiella veniva raccontata circa 30 anni fa, all’inizio delle esplorazioni spaziali umane, ma con preoccupante tendenza, sembra essere ogni giorno più vera e attuale».

«Nel senso dell’evoluzione delle scimmie?»
«No, nel senso dell’involuzione dell’essere umano. Ben presto non occorrerà più avere a disposizione la complessità della mente umana, “la tecnologia più evoluta che esista” (come recita una recente e furba pubblicità), ma sarà sufficiente saper riconoscere segni e agire meccanicamente su dispositivi tecnologici. Anzi, da quanto appare nel recente mondo del lavoro, non è bene “saper pensare troppo“, quanto piuttosto “attenersi al protocollo e alle procedure“».
«A proposito di procedure. In ufficio hanno adottato un nuovo software gestionale, che pare sia lo stato dell’arte internazionale dei software aziendali. Peccato che per farlo funzionare, abbiamo dovuto tutti adattarci alle “sue” esigenze, anziché viceversa. E spesso, di fronte a casi particolari che in altri tempi si sarebbero risolti con il buon senso e la valutazione personale di un essere umano, mi sento rispondere che “il sistema non lo consente“».
«Certo, non lo consente perché hai deviato da una procedura appositamente scritta per essere compresa da un computer, quindi semplificata e razionale. Non contempla valutazioni critiche o collegamenti di opportunità. E questo “sistema“, nel tuo caso, rappresenta la tua azienda. Ma ci sono “sistemi” ben più ampi, a controllo di enormi fasce di popolazione mondiale, i quali anch’essi “non consentono...”».
«Quindi, in altri termini, vuoi dire che la curva dell’evoluzione ha cambiato pendenza e sta rivolgendosi verso il basso?»
«Non mi stupirei di leggere un nuovo romanzo di fantascienza in cui si ipotizza un futuro governato da pochi essere umani ancora in grado di pensare, sopra una razza di semi-automi che reagisce a semplici impulsi come la scimmia della barzelletta. Vedi, il problema principale, a mio parere, è la sempre minore capacità di spirito critico autonomo. Per sviluppare una propria capacità critica di pensiero, è necessario valutare ogni ambito, essere preparati a ragionamenti complessi. E per fare questo, occorre una base culturale o storica che alimenti il pensiero stesso».
«Mi stai dicendo che salveresti solo i filosofi e gli intellettuali?»
«No. Giorni fa mi sono intrattenuto in un’interessantissima discussione con un contadino presso il suo banco al mercato. Il suo bagaglio culturale, preziosissimo, era nella sua tradizione storica, nel suo continuo contatto con un mondo naturale, nell’aver osservato per anni la natura delle cose e dell’essere umano. In questo modo era stato in grado di costruire un proprio spirito critico e una capacità di valutazione personale, semplicemente derivante dall’aver imparato a cogliere i collegamenti e le intuizioni da ambiti completamente diversi. E ti posso assicurare che quel contadino era molto più saggio e preparato alla discussione di qualunque ingegnere della Microsoft».
«Attento Panfilo, anche tu scrivi software!»
«Fra l’altro. Ma non sto facendo un’apologia di un mondo a-tecnologico! Sarebbe una follia a cui ormai l’uomo moderno non sarebbe più in grado di saper far fronte. Ma anche la scrittura di un software può essere realizzata tenendo conto che dall’altra parte della tastiera c’è un uomo, e non un’altra macchina. Nel mondo dell’IT tutti si preoccupano della compatibilità di un sistema con un altro, ma nessuno mai si è preoccupato di verificare se un software fosse “antropo-compatibile“. Quanto software inutile viene realizzato solo per ingannare con il canto delle sirene del “premi un bottone e ottieni quello che vuoi” intere generazioni di giovani? Per quale motivo sviluppare un proprio spirito critico, il quale prevede un impegno di pensiero e di studio, quando oggi è sufficiente leggere quello che sentenzia l’influencer di turno sui social network, o il personaggio mediatico più in voga, o la falsa notizia scandalistica e accodarsi al carro?»
«A proposito di quel romanzo di fantascienza che ipotizzavi poco fa, mi viene in mente che questo processo evolutivo-involutivo potrebbe portare a una razza che non disporrà più della posizione eretta, ma di un lungo collo ripiegato in avanti per leggere meglio lo schermo dello smartphone! Basta fari un giro in metro per capire come andrà a finire!»
«Vedi? Stai già arricchendo la trama, il plot del romanzo! Comunque, nonostante tutto, credo che ormai molti comincino a stancarsi di una vita isolata in cui come unico interlocutore c’è un computer. La scorsa estate c’è stata una grossa avaria elettrica che ha isolato l’intera strada in cui abito. È durata almeno 24 ore e la sera, mentre cercavo di leggere qualche pagina alla luce della candela, ho sentito un vociare sommesso proveniente dalla via. Incuriosito, sono perciò uscito a controllare e sai cosa ho trovato? Una ventina di persone le quali, approfittando della serata tiepida e non avendo nulla da fare in casa senza elettricità, erano scese in strada e stavano parlando tra loro, discutendo amabilmente, scoprendo amicizie che in decine di anni di vicinato non avevano mai capito di poter avere!»
«I vicini lontani, i lontani vicini».
«Il maggior rischio lo corrono le nuove generazioni. Quelli come me e te, Glauco, che ancora si ricordano di un mondo in cui il pensiero umano rappresentava la risorsa infinita di emozioni e valori, non corrono grandi rischi e sopravvivranno all’involuzione. Pensa invece a chi nasce già dentro il mondo dei bottoni, delle icone e dei “like“: sarà difficile che riescano a liberarsi dalla gabbia mentale a cui saranno costretti. I loro genitori saranno probabilmente troppo distratti da una società del lavoro che assorbe, isola e annichilisce, per potersi impegnare con successo in una sana educazione.»

«A proposito di bambini, tempo fa ho letto un interessante articolo sull’argomento, te lo consiglio: “Perché i bambini sanno usare l’immaginazione meglio di noi?”. Si parla di come l’immaginazione del bambino rappresenti forse la forma più libera e naturale del DNA umano e anche di come nei primi anni di scuola si inizi a interferire e imbrigliare questa sua caratteristica, a favore di una forma di pensiero razionale e “realistico“.»

«Esatto! Ma della scuola ne parleremo un altro giorno, s’è fatto tardi e ci vorrebbero ore!»

«Però ci sono sempre i nonni, portatori di una sapienza storica!»

«Giusto. Hai ragione. Lunga vita ai nonni, se sapranno sostenere la responsabilità. Però ti lascio con una breve frase del monaco Zen Hui-neng chi ho appuntato sul mio quaderno, e che nasconde in sé una grande verità e una speranza: “L’unica differenza fra un illuminato e un uomo comune è che il primo sa di essere un illuminato e il secondo non lo sa“. Esiste sempre la possibilità che prima o poi se ne renda conto!»