Il
mio reggimento venne schierato poco dopo il termine delle ostilità e lo
sganciamento delle unità serbe da Kosovo, il settore d’occupazione
italiano fu quello occidentale ai confini con l’Albania, infatti fra i
compiti c’era anche quello della polizia di frontiera, non esisteva più
un autorità statale, le armi erano ovunque. Infatti rastrellavamo case
private con lo scopo di disarmare la popolazione……. mi ricordo ancora un
giorno in cui in una casa trovammo una tale armeria da riempire un
camion (soprattutto lanciarazzi Rpg-7).
Le
forze dell’Uck avevano fatto sistematicamente saltare in aria tutte le
vestigia ortodosse della regione, con l’eccezione del monastero a Pec,
avevano profanato i cimiteri ortodossi e cominciavano a colpire le
minoranze rom. Per fermare la cosa i nostri vertici disposero le nostre
truppe a difesa dei “ruderi” e dei cimiteri. Alcune cose le ho già
raccontate nella precedente intervista. Rastrellare le case sulle
montagne era un attività che odiavo, di armi ne trovavamo poche, una
volta un kosovaro mi confidò che lui ci avrebbe dato volentieri tutto ma
se rimaneva disarmato non avrebbe potuto difendere la casa o la
figlia…. Con che faccia gli sequestri le armi ad uno che ti dice una
cosa del genere? Infine una volta un kosovaro ci consegnò un moschetto
italiano della seconda guerra mondiale dicendo che il suo nonno
partigiano l’aveva catturato uccidendone il possessore, ne era molto
orgoglioso.
Alcune
volte andavamo fino alla frontiera con l’Albania, dove i nostri
svolgevano il servizio doganale. Lungo il percorso ai lati della strada
si trovavano decine di veicoli militari serbi distrutti. Mentre
aspettavano qualcuno da scortare a valle, per lo più ricercati,
sentivamo delle esplosioni lontano. Chi montava la ci spiegava ridendo
che chi voleva evitare i controlli doganali si arrischiava per i
sentieri minati che aggiravano il posto di controllo, e che qualcuno
sbagliava a porre il piede a terra.
La cosa non era di nostra competenza.
Alcune
volte esploravamo delle basi serbe evacuate. Mi ricordo mezzi bruciati e
crateri ovunque. Qualche tempo dopo mentre pattugliavamo coi mezzi
aperti la zona vedemmo un team americano con tuta antiradiazioni che
stavano prelevando campioni dal terreno ci dissero che eravamo crazies
per andare in giro così in quelle zone. Noi ovviamente non sapevamo
nulla.
Il mio comandante di plotone morì dieci anni dopo di leucemia.
Mi
chiedi cosa mi ha più impressionato? Beh, non e’ stata la violenza o il
numero spropositato di cadaveri che ho visto, ma e’ stato vedere, dal
ponte che separava la parte nord e quella sud della città, un mezzo
militare francese a Kosovka Mitrovica cominciare a sparare con la
mitragliatrice pesante durante gli scontri di febbraio del 2000, vedevo i
proiettili “trapassare” i palazzi, fra saltare tetti e finire mezza
città dopo, su di una collinetta al termine del quartiere.
Il mio punto di vista e’ quello della truppa, non avevo il quadro generale della cosa. Anche se mi sembrava gestita con (…..).
Non
penso che si possa definire come una delle giù grandi tragedie della
fine del XX secolo, almeno per chi non abitata in quelle zone, per via
delle innumerevoli altre tragedie dimenticate che si sono svolte in
Africa in quegli stessi anni. Noi occidentali tendiamo a sentirci
“troppo al centro del mondo” e tacciare come “eccezionale” o “tragedia”
cio’ che in altre regioni del mondo e’ vista come normalità. A quei
tempi la Russia non poteva alzare la testa, una cosa del genere con la
Russia di Putin sarebbe inconcepibile. Infatti il problema secondo me e’
stato in seguito la violazione dei trattati di pace con la Serbia,
quando unilateralmente concessero l’indipendenza a quello che oggi e’ lo
Stato Kosovaro creando un pericolosissimo precedente in Europa, infatti
con che faccia neghiamo la seccessione della Krimea quando abbiamo dato
l’indipendenza al Kosovo? Il resto dei commenti li lascio a chi, meglio
di me, conosce come “funziona il mondo”.
Cosa
mi ha lasciato? Con il tempo sono diventato molto fatalista, sono
convinto che non e’ quello che ci accade quello che conta, ma il modo in
cui ce lo raccontiamo.
Notizie su Pavel DS
"
"“La Chiesa è il Corpo di Cristo; è la Pentecoste che continua sino ad
oggi sulla terra; è l’immagine della Trinità, cioè l’azione del Padre
che continua a creare, del Figlio che continua a salvare, dello Spirito
Santo che continua a santificare” però la Chiesa può essere concepita
soltanto tramite esperienza, per grazia, e partecipando attivamente alla
sua vita, mentre molte persone (almeno qui in Italia) sono convinte che
il rigore sia qualcosa di obsoleto o di esclusiva pertinenza dei
monaci. Se studiamo e basta le dottrine, i dogmi e leggiamo mille libri
sull’Ortodossia diverremo studiosi dell’Ortodossia cristiana ma non
ortodossi. L’Ortoprassi non dipende da quanto siamo buoni, ma dalla
curiosità, dalla voglia di sperimentare ed applicare ciò che impariamo
dalle Sacre Scritture, dalle vite dei santi, e dai libri dei santi
Padri. Per esempio: avere il riploma di Regia cinematografica non fa di
me un “regista”, quello è l’inizio, divenire un regista dipende dalla
passione che ci metti. Mentre oggi ci si è convinti che basti un pezzo
di carta per esistere."
sta in
La testimonianza di un ortodosso italiano Intervista di Tudor Petcu a “Pavel DS”
http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSezDoc.php?cat_id=30&id=5036