venerdì 24 aprile 2026

Verso il 25 Aprile.... Piero Calamandrei




Parate partigiane del 6 maggio 1945 [Fonte Istituto Nazionale Ferruccio Parri - Milano Libera]

Verso il 25 Aprile....

"I ragazzi delle scuole imparano chi fu Muzio Scevola o Orazio Coclite, ma non sanno chi furono i fratelli Cervi. Non sanno chi fu quel giovanetto della Lunigiana che, crocifisso ad una pianta perché non voleva rivelare i nomi dei compagni, rispose: «Li conoscerete quando verranno a vendicarmi», e altro non disse. Non sanno chi fu quel vecchio contadino che, vedendo dal suo campo i tedeschi che si preparavano a fucilare un gruppo di giovani partigiani trovati nascosti in un fienile, lasciò la sua vanga tra le zolle e si fece avanti dicendo: «Sono io che li ho nascosti (e non era vero), fucilate me che sono vecchio e lasciate la vita a questi ragazzi». Non sanno come si chiama colui che, imprigionato, temendo di non resistere alle torture, si tagliò con una lametta da rasoio le corde vocali per non parlare. E non parlò. Non sanno come si chiama quell'adolescente che, condannato alla fucilazione, si rivolse all'improvviso verso uno dei soldati tedeschi che stavano per fucilarlo, lo baciò sorridente dicendogli: «Muoio anche per te… viva la Germania libera!». Tutto questo i ragazzi non lo sanno: o forse imparano, su ignobili testi di storia messi in giro da vecchi arnesi tornati in cattedra, esaltazione del fascismo ed oltraggi alla Resistenza''.

(Piero Calamandrei)




domenica 15 febbraio 2026

Piero Gobetti. Elogio della ghigliottina. anno 1922



Nella notte tra il 15 Febbraio e il 16 Febbraio 1926 moriva, esule, a Parigi Piero Gobetti  stremato nel corpo dalle aggressioni fasciste


ELOGIO DELLA GHIGLIOTTINA (“La rivoluzione liberale”, a. 1, n. 34, 23 novembre 1922, p. 130)


testo integrale in  

https://www.centrogobetti.it/images/Tra_rivoluzione_e_autobiografia_della_nazione_di_Pietro_Polito.pdf


Evidenzio alcuni punti  

.) La nostra polemica contro gli italiani non muove da nessuna adesione a supposte maturità straniere; né da fiducia in atteggiamenti protestanti o liberisti. Il chiamarci di volta in volta con unnome piuttosto che con un altro non é dunque una questione di stile, ma appena un modo di eluderele persecuzioni e di farci sopportare. Se dovessimo salire davvero in cattedra saremmo dei benstrani predicatori, e chissà chi potrebbe capire le nostre pazze intenzioni. Ossia il nostro antifascismo non è l'adesione a un'ideologia, ma qualcosa di più ampio, così connaturale con noi che potremmo dirlo fisiologicamente innato.


.) C'è un solo valore incrollabile almondo: l'intransigenza e noi ne saremmo per un certo senso i disperati sacerdoti.


.) E bisogna sperare (ahimè, con quanto scetticismo) che i tiranni siano tiranni, che la reazione sia reazione, che ci sia chi avrà il coraggio di levare la ghigliottina, che si mantengano le posizioni sinoin fondo. Si può valorizzare il regime; si può cercare di ottenerne tutti i frutti: chiediamo le frustate perché qualcuno si svegli, chiediamo il boia perché si possa veder chiaro.

giovedì 12 febbraio 2026

L’ULTIMA VOCE PER LA PALESTINA. di Raniero La Valle in nome e per conto di chi si riconosce nel blog "Prima Loro"




L’ULTIMA VOCE PER LA PALESTINA.  di Raniero La Valle in nome e per conto di chi si riconosce nel blog "Prima Loro" 



Cari amici,


la richiesta ufficiale formulata dal governo francese di revocare all’ambasciatrice Francesca Albanese il ruolo di relatrice speciale dell’ONU per il popolo palestinese è di una gravità sconsiderata perché vuol dire togliere al popolo palestinese l’ultimo filo di voce che ancora ne raccontava l’esistenza sulla terra.


Non crediamo che l’ONU, ovvero le potenze che la gestiscono, arriveranno a tale nefandezza dopo che l’ONU ha visto ignorate e contradette innumerevoli sue pronunzie e prescrizioni per la soluzione della questione palestinese, dopo essere stata accusata da Netanyahu di essere una palude dell’antisemitismo e dopo aver assistito senza intervenire e fare alcunché per fermare il genocidio del popolo palestinese a Gaza. Tuttavia la richiesta francese, alla quale pare che anche l’Italia non si opponga, è uno scandalo che denuncia ancora una volta la decadenza di questa Europa che si prepara a spaccarsi sempre di più, non solo nel conflitto contro la Russia, ma anche nella nuova contrapposizione tra Francia e Germania, ora anche legata dall’”asse” con Roma.


L’accusa alla relatrice speciale Albanese è quella di denunciare il genocidio in corso contro il popolo palestinese. Tutti, però, ormai riconoscono che, si usi o no la parola, tale genocidio è in atto e proprio in questi giorni esso è confermato dallo stesso Netanyahu, che è andato a Washington oltre che per sbrigare la pratica con l’Iran, per firmare la propria adesione e il proprio ingresso nel Board voluto e presieduto da Trump, per avviare la grandiosa speculazione edilizia su Gaza e trasformare Gaza da un cumulo di macerie, di morti e di tragicamente sopravvissuti, in un paradiso di letizie e in un paradiso fiscale. Ma Netanyahu è andato a Washington anche per avanzare un’istanza di indiscutibile coerenza, e dice a Trump: “non possiamo avviare questa meravigliosa operazione mediterranea se prima non mi lasci finire il lavoro della soppressione degli abitanti palestinesi”, adempimento finale a cui l’esercito israeliano si è già preparato. Pertanto, che un relatore dell’ONU sulla Palestina giri gli occhi da un’altra parte e non parli di tale genocidio, è impossibile a pensarsi e a credersi.


Dunque non per questo l’Albanese dovrebbe essere rimossa. Ma perché nel denunciare che chi fa questo non è solo un nemico del popolo palestinese, ma è anche un nemico dell’umanità farebbe una professione di antisemitismo, metterebbe in causa la fede di Israele e tutto il popolo ebraico anche fuori di Israele. Ma la stessa coerenza per cui si ammette che non si può ricostruire Gaza se prima non lo si ripulisce della presenza dei suoi attuali abitanti, dovrebbe far riconoscere anche alla Francia che non è colpa di Francesca Albanese se l’autore di questo genocidio è il governo dello Stato di Israele e se lo Stato di Israele è oggi quale è governato, rappresentato e teorizzato dinnanzi a tutto il mondo da un capo politico, di religione ebraica che alla definitiva realizzazione della sua idea di che cosa siano l’ebraismo, lo Stato di Israele e la soluzione definitiva della questione palestinese (con l’assoluta esclusione dei due Stati) ha fatto la ragione non solo della sua carriera politica, ma di tutta la sua vita.


Il problema sta dunque nel fatto che il soggetto che rivendica queste azioni si presenta esso stesso come la vera e tendenzialmente intera espressione della tradizione di Israele, della sua fede e del popolo ebraico anche della diaspora.


È chiaro che tutto questo l’Occidente lo capisce poco perché è ormai secolarizzato, si crede laico e pensa d’istinto che una cosa è la politica e un’altra la religione, che una cosa è lo Stato e altra cosa sono la Sinagoga e la Chiesa, che una cosa è lo Stato di Tel Aviv (col suo nome nobilissimo: Israele) e un’altra cosa sono l’esercito di Israele, i Servizi Segreti di Israele, il governo di Israele e i progetti di Israele per il futuro del Medio Oriente e di quella parte del mondo che esso include nell’area della “Benedizione”.


Però l’Occidente potrebbe, se non vuole giudicare da sé, semplicemente ascoltare quello che lo Stato di Israele, versione Netanyahu, dice di se stesso e che ha detto proprio in quella sede dell’ONU da cui oggi dovrebbe essere rigettata la relatrice speciale della Palestina.


Nell’ultimo discorso fatto da Netanyahu all’assemblea generale dell’ONU il 27 settembre 2024, il premier israeliano aveva annunciato la sua decisione di combattere fino alla “vittoria totale”, affermando che non c’è nessun posto in Iran, ma nemmeno in Medio Oriente, che non possa cadere sotto i colpi dell’esercito di Israele e aveva presentato la carta del mondo divisa in due mappe, una della “Benedizione” e un’altra della “Maledizione” a seconda del rapporto di ciascuna di queste due parti con Israele. E, ancora più importante, aveva rivendicato il fondamento indiscutibile di questa pretesa di predominio che risalirebbe a migliaia di anni fa, e deriva da una lettura fondamentalista, integralista, letterale della Bibbia di fronte a cui l’Occidente che ormai ignora queste categorie e non sa leggere la Bibbia è disarmato e non può entrare in dialogo con i suoi assertori.


In quella occasione Netanyahu, rivolgendosi agli iraniani, li aveva chiamati il “popolo persiano”, quello di Ciro, accomunandolo al popolo ebraico, come due popoli che hanno millenni di storia alle spalle; aveva invocato il precedente biblico di Mosè, ripetendo ciò che aveva detto l’anno precedente nella stessa sede delle Nazioni Unite, e cioè che “ci troviamo di fronte alla stessa scelta senza tempo che Mosè pose al popolo di Israele migliaia di anni fa quando stavamo per entrare nella Terra Promessa. Mosè ci disse che le nostre azioni avrebbero determinato se avremmo lasciato in eredita alle generazioni future una benedizione o una maledizione”. E aveva citato a testimone re Salomone, e Samuele che aveva proclamato: “l’eternità di Israele non vacillerà”, e aveva detto che “Israele ha sempre eseguito il comando di Mosè”, che “l’antica promessa è stata sempre mantenuta”. Si tratta di una interpretazione mondana e politica del messianismo ebraico certo presente nel sionismo, ma contestata dai più avvertiti intellettuali e rabbini ebrei e che è penetrata anche al di fuori del mondo ebraico fino a ispirare un certo messianismo americano che ora in Trump non si sa più dove vada.


Sono temi difficili e tutti da approfondire, ma oggi la selvaggia politica che ci sta investendo ci costringe a uno sforzo di comprensione fuori dell’ordinario.


( newsletter del sito in data 12 Febbraio 2026) 


martedì 20 gennaio 2026

Ennio Flaiano, "La valigia delle Indie" - Bompiani - 1996- IL GATTO




Il gatto

di Ennio Flaiano 


Lo Scienziato cerca un gatto,
un gatto nascosto
in una stanza buia.
Non lo trova ma...
ma ne deduce che è nero.

Il Filosofo cerca un gatto,
un gatto che non c'è
in una stanza buia.
Non lo trova ma...
ma continua a cercare.

Il Teologo, oh il Teologo
cerca lo stesso gatto.
Non lo trova ma dice
di averlo trovato.

venerdì 9 gennaio 2026

Il Professor Franco Berrino anni 81 epidemiologo e nutrizionista: in TV non fa sconti a nessuno





Il Professor Franco Berrino  anni 81 epidemiologo e nutrizionista in TV non fa sconti a nessuno 


e non fa sconti a nessuno. Soprattutto a quell’industria alimentare che, parole sue, “ha creato un sistema che uccide”. Detto con calma, lucidità e una coerenza che pesa più di qualsiasi slogan.


Berrino non predica, spiega. E soprattutto testimonia: a 81 anni è la prova vivente di ciò che sostiene da decenni. Il messaggio è semplice e diretto: mangiare cibo vero, quello che viene dalla terra, non quello costruito in laboratorio. Niente demonizzazioni isteriche, ma una presa di posizione netta. ”


Lo zucchero fa male”, dice. Senza giri di parole. E aggiunge che merendine, prodotti ultra-processati e gran parte dei salumi non sono nutrimento, ma compromessi tossici venduti come normalità.


Occhio pure alla carne rossa, da mangiare in poche quantità “perché causa tumori dell’intestino”. Mentre per quanto riguarda i pesci sono da preferire quelli più piccoli e dei nostri mari. Berrino parla di responsabilità collettiva, di un sistema che ha scelto il profitto al posto della salute.

giovedì 1 gennaio 2026

Chiesa Vetero Cattolica Riformata. Riflessione del Vescovo Primate sul Prologo Evangelico




PROLOGO ODIERNO (prima parte)

All’inizio non c’era il silenzio, ma una Voce.

Una Voce che non gridava, ma dava senso alle cose.

Quella Voce stava al centro di tutto,

prima degli schermi, prima degli algoritmi,

prima delle paure che ci tengono svegli la notte.

E quella Voce era già relazione, era dialogo, era Dio.

Tutto ciò che esiste ha preso forma attraverso di lei:

le città illuminate di notte, le mani che curano gli altri,

le parole che costruiscono e distruggono.

Senza quella Voce, nulla di ciò che conta davvero avrebbe avuto vita.

In lei c’era la vita, e quella vita era luce per le persone:

una luce che non acceca, ma orienta; 

che non domina, ma accompagna.

La luce continua a brillare nel rumore costante delle tante notifiche, nelle crisi, nelle guerre, nelle solitudini affollate, e l’oscurità prova a soffocarla, ma non ci riesce.

Ci sono stati uomini e donne mandati a ricordare quella luce: non erano la luce, ma indicavano una direzione,

in mezzo alla confusione.

La loro voce invitava a non smettere di credere

che un altro modo di vivere fosse possibile.

La luce vera era già nel mondo,

anche se il mondo non se ne accorgeva.

Camminava tra grattacieli e periferie,

tra successi esibiti e fallimenti nascosti.

Il mondo era nato attraverso di lei,

eppure l’hanno ignorata.

È venuta tra la sua gente, ma molti erano troppo occupati, troppo diffidenti, troppo stanchi per accoglierla.

Eppure, a chi l’ha riconosciuta, a chi le ha aperto uno spiraglio, ha dato la possibilità di diventare davvero umano: non per status, non per potere, non per merito,

ma per scelta.

Questa nuova nascita non viene dal nulla,

né dalla volontà di prevalere sugli altri, ma da Dio.

E quella Voce si è fatta carne: ha abitato le nostre strade, ha condiviso le nostre fragilità, ha conosciuto la fatica, la gioia, la paura.

Non da lontano, ma da dentro.

E noi abbiamo intravisto la sua grandezza:

non una gloria fatta di applausi, ma di amore che resta.

Un amore fedele, pieno di verità.

Da quella pienezza continuiamo a ricevere:

non risposte facili, ma grazia che rinnova, ancora e ancora. La legge dell'uomo è ormai limite, ma la grazia e la verità sono diventate concrete attraverso il nuovo Gesù.


https://www.facebook.com/chiesaveterocattolicariformata/posts/pfbid02zs4bgtdzxDapE6bzWNJmSmiuoQabzvR6WRfzBFtspdqh7Xz36KF8LxZZvXBi6Xpjl

giovedì 25 dicembre 2025

Chiesa Vetero Cattolica Riformata Omelia del Vescovo Primate Notte di Natale 24 Dicembre 2025




Cari fratelli e sorelle in Cristo,

in questa notte santa del Natale 2025, mentre il mondo è travolto da un’ondata di violenza, paura e disperazione come non vedevamo da decenni, vi parlo da padre e fratello, da discepolo che cammina nelle strade ferite della nostra società. Vi parlo nella fedeltà alla tradizione apostolica viva, libera da ogni centralismo autoritario e spalancata alla profezia evangelica che non consola, ma scuote.

Il profeta Isaia annunciava:

«Il popolo che camminava nelle tenebre ha visto una grande luce» (Is 9,1).

Ma oggi, nel 2025, diciamolo senza ipocrisie: le tenebre sembrano più fitte che mai. Guerre devastano intere regioni – Ucraina, Medio Oriente, Sudan, Siria, Congo, Myanmar – lasciando dietro di sé milioni di morti, feriti, mutilati, profughi senza nome. La crisi climatica non è più una minaccia futura: è un giudizio presente, che affoga città, brucia terre, produce carestie e nuove migrazioni forzate. Le disuguaglianze crescono come una piaga aperta, mentre la polarizzazione sociale trasforma la paura in odio e l’odio in violenza. E non possiamo tacere davanti al genocidio che Israele sta perpetrando ai danni della Palestina, ferita aperta nel corpo dell’umanità. A Gaza, in Cisgiordania, bambini vengono freddati, altri vengono sepolti sotto le macerie mentre il mondo discute di “equilibri geopolitici”. Questo non è equilibrio: è abominio!  Condanniamo senza ambiguità ogni forma di terrorismo, ogni violenza che colpisce civili innocenti, ogni odio antisemita e islamofobo, ogni emarginazione dovuta a motivo di religione, sesso e orientamento sessuale. Ma con la stessa chiarezza evangelica denunciamo l’oppressione sistematica dei popoli, l’occupazione, l’assedio, la distruzione deliberata di vite, case, ospedali, scuole. Non c’è sicurezza costruita sulla negazione della dignità dell’altro. Non c’è promessa biblica che giustifichi l’umiliazione permanente di un popolo. Il Dio di Abramo, di Isacco e di Giacobbe non benedice i carri armati e le armi come fanno ancora oggi certe chiese patriarcali e retrograde, ma ascolta il grido degli oppressi. E chi usa Dio per giustificare la morte tradisce Dio stesso.

È questo il mondo in cui vogliamo fare memoria del Bambino di Betlemme?

Il Verbo si fa carne proprio qui, proprio ora, per squarciare le tenebre, per gridare un "basta!” profetico contro l’idolatria della guerra, del profitto, della sicurezza armata, del potere che schiaccia i piccoli.

Osserviamo il presepe per cinque secondi.

Vediamo Giuseppe e Maria, poveri, vulnerabili, profughi, costretti a fuggire in Egitto per strappare il figlio alle mani assassine di Erode. Questo non è folklore: è Vangelo allo stato puro. Oggi quel Vangelo si sta ripetendo nella nostra società: milioni di uomini, donne e bambini fuggono da bombe, fame e disastri climatici. Bussano alle nostre porte e trovano muri, respingimenti, filo spinato, indifferenza di una società che è tornata indietro di un secolo.

Come possiamo celebrare il Natale voltandoci dall’altra parte davanti a questa nuova strage degli innocenti?

Il Magnificat di Maria non è una ninna nanna: è dinamite spirituale.

«Ha rovesciato i potenti dai troni, ha innalzato gli umili; ha ricolmato di beni gli affamati, ha rimandato i ricchi a mani vuote» (Lc 1,52-53).

Questa è una rivoluzione evangelica, non un’immagine poetica. Dio prende partito.

Si incarna nella debolezza umana, massacrata dell'umanità ormai senza pietà, si manifesta negli oppressi, negli emarginati e nei discriminati, contro i sistemi che accumulano ricchezza sulla pelle dei poveri, devastano il creato e seminano morte con armi sempre più sofisticate e “legittimate”.

Come Chiesa, radicata nella libertà dello Spirito e nel rifiuto di ogni forma di dominio clericale e politico, non possiamo tacere, dobbiamo alzare la nostra voce e denunciare le violenze che crocifiggono la nostra società. In questo tempo che ha tratti apertamente apocalittici, siamo chiamati a essere voce profetica, non eco rassicurante del potere non più democratico, dove i giornalisti sono messi a tacere, ogni manifestazione pacifica viene sedata con l'oppressione e la libertà ci sta per venire tolta da chi brandisce rosari e crocifissi.

È finito il tempo delle pie devozioni!

Il Natale ci chiede conversione radicale, e non c’è più tempo di pensare da che parte stare. O si sta dalla parte del Vangelo o si sta contro il Vangelo.

Denunciamo senza ambiguità le guerre che, nel solo 2025, hanno raggiunto livelli record, alimentate da interessi economici, complessi militari-industriali e nazionalismi idolatrici. Speriamo nel disarmo immediato, non come utopia ingenua ma come necessità di sopravvivenza. Auspichiamo la conversione evangelica dei governanti per un'accoglienza reale e incondizionata dei migranti. Speriamo nella giustizia climatica per i popoli del Sud del mondo, che pagano il prezzo più alto della nostra avidità travestita da progresso.

Gesù è chiarissimo, e non lascia scappatoie: «Ciò che avete fatto a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l’avete fatto a me» (Mt 25,40) e «Beati gli operatori di pace, perché saranno chiamati figli di Dio» (Mt 5,9).

Non illudiamoci: la pace non è quiete, non è equilibrio armato, non è il silenzio dei cimiteri. La pace è giustizia incarnata, è resistenza nonviolenta, è fedeltà ostinata al Vangelo contro ogni sistema che nega la dignità umana.

Fratelli e sorelle,

questo Natale non sia una fuga consolatoria, ma un impegno che brucia.

Nelle nostre comunità, nelle strade, nei luoghi di lavoro, nelle istituzioni.

Stiamo dalla parte di chi costruisce pace, di chi difende il creato, di chi accoglie lo straniero non per carità, ma per giustizia.

La luce di Betlemme non è una luce soffusa da presepe:

è fuoco che brucia l'ingiustizia e nel suo cammino fa sbocciare pace, amore, uguaglianza e libertà.

Un fuoco che deve bruciare le nostre ipocrisie, smascherare le nostre complicità e illuminare i nostri cuori e le nostre menti per una possibilità concreta di un mondo nuovo, del Regno di Dio su questa terra.

Che il Principe della Pace ci conceda il coraggio di essere testimoni scomodi, audaci, fedeli fino in fondo.

++Stefano, arcivescovo primate


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