giovedì 23 marzo 2023

SCRITTORI D'OGGI Gianni Fazi: Bucha (Ucraina)

SCRITTORI D'OGGI

Gianni Fazi: Bucha (Ucraina)






23 Marzo 2023 


Avanzo piano 


sotto un cielo oleoso di fumo scuro,


lampi improvvisi sibilano


a marchiare cemento sgretolato,


ferri contorti e case di fuoco.


Stordito arranco tra spettri di palazzi e vecchi demoni.


Attorno solo rottami di vite svanite,


ingoiate da ali d’acciaio 


che arroventano l’aria e 


pezzi di corpi una volta umani.


Ogni parola brucia nell’orrore e 


nelle lacrime dell’anima.


Più in là un girotondo bambino,


la mano dell’uno in quella dell’altra,


distesi,


immobili nello stesso colore di cera,


solo piccoli petali rossi brillano 


nell’ incubo nero


su petti senza respiro.


Nella nebbia di polvere gelida


ombre di donna tentano una carezza,


l’ultima.


Intanto un silenzio irreale 


singhiozza e urla l’atavico dolore 


partorito dall’antica follia


che solo nella morte riconosce la pace.



https://www.ilsecondomestiere.org/gianni-fazi-bucha-ucraina/?utm_source=il+secondo+mestiere&utm_campaign=0a2ff0a509-EMAIL_CAMPAIGN_2023_03_23_08_26&utm_medium=email&utm_term=0_-0a2ff0a509-%5BLIST_EMAIL_ID%5D



martedì 7 marzo 2023

Il Racconto I due re e i due labirinti Da “L'Aleph” di Jorge Luis Borges





Narrano gli uomini di fede (ma Allah sa di più) che nei tempi antichi ci fu un re delle isole di Babilonia che riunì i suoi architetti e i suoi maghi e comandò loro di costruire un labirinto tanto involuto e arduo che gli uomini prudenti non si avventuravano a entrarvi, e chi vi entrava si perdeva.

Quella costruzione era uno scandalo, perché la confusione e la meraviglia sono operazioni proprie di Dio e non degli uomini.

Passando il tempo, venne alla sua corte un re degli arabi, e il re di Babilonia (per burlarsi della semplicità del suo ospite) lo fece penetrare nel labirinto, dove vagò offeso e confuso fino al crepuscolo. Allora implorò il soccorso divino e trovò la porta. Le sue labbra non proferirono alcun lamento, ma disse al re di Babilonia ch'egli in Arabia aveva un labirinto migliore e che, a Dio piacendo, gliel'avrebbe fatto conoscere un giorno.

Poi fece ritorno in Arabia, riunì i suoi capitani e guerrieri e devastò il regno di Babilonia con sì buona fortuna che rase al suolo i suoi castelli, sgominò i suoi uomini e fece prigioniero lo stesso re. Lo legò su un veloce cammello e lo portò nel deserto. Andarono tre giorni, e gli disse: "Oh, re del tempo e sostanza e cifra del secolo! In Babilonia mi volesti perdere in un labirinto di bronzo con molte scale, porte e muri; ora l'Onnipotente ha voluto ch'io ti mostrassi il mio dove non ci sono scale da salire, né porte da forzare, né faticosi corridoi da percorrere, né muri che ti vietano il passo." Poi gli sciolse i legami e lo abbandonò in mezzo al deserto, dove quegli morì di fame e di sete.

La gloria sia con Colui che non muore.


https://www.ilsecondomestiere.org/jorge-luis-borges-storia-dei-due-re-e-dei-due-labirinti/?utm_source=il+secondo+mestiere&utm_campaign=fedb2f1126-newsletter&utm_medium=email&utm_term=0_73253ad4f7-fedb2f1126-561309049



Consultare anche

ESERCIZIO DI COMPRENSIONE, ANALISI E PRODUZIONE

Jorge Luis Borges, I due re e i due labirinti (Los dos reyes y los dos laberintos, 1939)

Proponiamo la lettura di un breve apologo di Jorge Luis Borges tratto da L’Aleph, con originale

in spagnolo a fronte per le classi che studiano anche questa lingua, sul quale gli alunni,

compiuto il percorso sul tema del labirinto, potranno esercitare la propria riflessione personale.

In questo testo, i due re e i due labirinti assumono una dimensione simbolica, rinviando

all’opposizione tra arte e natura, tra opera dell’uomo e opera di Dio.


file:///Users/mac/Downloads/Link_4_Borges-I%20due%20re%20e%20i%20due%20labirinti.pdf


ed anche


https://www.lucafalconi.it/wp-content/uploads/2010/11/ADGP02.pdf


Claudio Tabacco: l'evento laico del sacro laico



Le biblioteche, le librerie sono "Sacre" laicamente Sacre, perché in esse riposa la Libertà intellettuale e spirituale dell'Umanità. Le Chiese di qualunque Confessione Cristiana, le Sinagoghe, le Moschee, i Templi di qualunque religione sono "Sacre" laicamente Sacre poiché custodiscono la Libertà Religiosa, e dunque anche la Libertà di essere atei, agnostici, non credenti. Chiunque attacchi o deturpi Librerie, Biblioteche, e Chiese si pone contro e fuori la Libertà e si deve definire Barbaro e Tiranno.




https://www.facebook.com/cldtabacco/posts/pfbid0dFQbyikZ8deMbr4ugQmqWbjyfeJXgSDkpobYDTLJLMPSFBPK5UfxZfGn9TVs1YSel








lunedì 6 marzo 2023

L'Avaro autore Andrea Marcigliano


Alberto Sordi nel 1989 in una scena del film “L’Avaro” diretto da Tonino Cervi – .


L’altra notte, mentre attendevo l’alba, una delle mie usuali insonnie, mi è accaduto un fatto abbastanza insolito. Una visita… inusuale.

Il solito fantasma? già mi pare di sentirlo, il Direttore… non è che riattacchi con Marx, Bakunin e altri bei tomi consimili? Sinceramente stai un po’ stufando…

No… è una cosa più strana. Sì… diciamo pure che di un fantasma, o meglio di una visita fantasmatica si è trattato… ma diversa dalle solite.

Dunque, per farla breve, attendevo l’alba. E forse mi ero leggermente appisolato sul divano…

Apro gli occhi, e, nella poca luce, lo vedo là. Seduto di fronte a me. Però non lo conosco. Né vi è alcun segno che mi possa permettere di riconoscerlo.

È un vecchio. Con una papalina in testa. E una vecchia palandrana, credo una veste da camera, tutta lisa. Mi sembra che abbia anche un paio di pantofole. O ciabatte.

Mi guarda in silenzio. Torvo.


Chi sei?

Devo ripetere la domanda. Perché il silenzio dura a lungo. Non vorrei fosse un incubo… colpa delle trippe mangiate ieri sera da Enzo… eccellenti, ma non proprio… leggere.

Poi….


“Beh… ho molti nomi”. La voce è roca.

“Euclione… Arpagone…Scrooge…. magari anche Pantalone e Todaro – una risatina chioccia – o Paperon de’ Paperoni…”

Annuisco.

Ho capito. Sei… l’Avaro. Un personaggio da commedia.

Ma che ci fai qui? Perché mi vieni a trovare? Carnevale è finito da un bel po’. E Natale è lontano…


Annuisce.

“Beh, però io non sono una maschera. E non sono legato ad una stagione… io sono quello che sono sempre. Tutto l’anno. Per me non contano feste e ricorrenze. Conta solo una cosa…” una pausa, mi sembra si umetti le labbra… “Avere. Possedere”.


Sono io ad annuire, ora.

Già, tu sei la figura emblematica dell’Avarizia. Alcuni dicono la Lupa di Dante. Che è la madre di tutti i vizi….


Altra risatina…

“Se è per questo sono molto di più. Sono il dare un prezzo a tutte le cose. Materiali e immateriali. E ridurle, quindi, a mero interesse economico. Sentimenti, amori, odii, ideali, sogni… per me sono solo merce. Cone le patate o i diamanti. E l’unico piacere è trarne profitto. Niente altro mi può dare diletto. Solo il possedere. Il più possibile. Rinunciando a tutto ciò che quelli come te considerano importante. E chiamano vivere”.


Bello schifo di esistenza, la tua…

“Non credere… non è così male, sai? Io ne sono soddisfatto. Anche se mai appagato – schiocca la lingua – perché voglio sempre di più…”

E che te ne fai? Di tutto quello che giungi a possedere? non ti godi nulla…


“Ma è il possedere in sé il mio piacere. È l’idea astratta del possesso che mi dà l’unico godimento della vita. Tutto il resto … non conta niente. Le vite umane non contano niente…” Fa una pausa.

“Vedi, quel Dante che tanto ami, e che poi altro non era che un morto di fame come tutti i poeti, su una cosa aveva ragione. Con il procedere dei tempi io sono diventato sempre più potente. Mi sono accoppiato, per usare il suo linguaggio allegorico, con bestie e mostri diversi…nun tempo ero solo un vecchio usuraio. E tutti mi disprezzavano, anche se cominciavano ad avere sempre più bisogno me. Vedi Shakespeare, o Marlow… ma oggi…. oggi comando io. Oggi sono invidiato, onorato, ammirato. E sono dappertutto. Decido delle guerre, della distruzione dei popoli, della vostra salute…. sono io Dio!

E ride, questa volta, come un folle.


Resto senza parole. Questo non è un fantasma. Questo è un… incubo. Ma lui continua…


“E la cosa più divertente è che, ormai, tutti, o quasi, mi adorano. E fanno esattamente ciò che impongo loro con ogni mezzo. Dalla persuasione occulta, alla violenza.

Ho vinto. Anzi, ho trionfato. Aveva ragione il tuo vecchio amico Marx. Tutto, ormai, è solo una variante dell’interesse economico. Non esiste altro.”

Resto di ghiaccio. Poi, con voce afona…


Marx non è mio amico…. anche se ha visto giusto sull’alienazione che produce nella società, e nei singoli uomini, la bramosia di ricchezza. Però non so se hai vinto… certo ora domini le menti, decidi i destini. Sei l’unica morale riconosciuta. E ti credi Dio. Ma in fondo… sei solo il più squallido tra i demoni. E ti ricordo Dante… un giorno verrà un veltro… e allora….


Ridacchia.

“Staremo a vedere…”

E, improvvisamente, se ne va. Ho come la sensazione che prenda il volo. Con ali da pipistrello. Mi viene in mente un nome.

Gerione.


l'articolo sta in

https://www.inchiostronero.it/lavaro/


Il sito citato è schierato apertamente in ogni ambito  nella cultura non conformista di destra

Non è la mia. Ma io sono per il meticciato e la contaminatio e alcune riflessioni proposte dal e nel sito,come questa, mi sono gradite.

giovedì 22 dicembre 2022

Delitto Matteotti: il discorso commemorativo di Filippo Turati-Sabato 28 giugno 1924

Filippo Turati - Wikipedia



«Vorrei che a questa riunione non si desse il nome logoro, consunto, specialmente qui dentro, di commemorazione. Noi non commemoriamo. Noi siamo qui convenuti ad un rito religioso, che è il rito stesso della patria.

Il fratello, quegli che io non ho bisogno di nominare perché il suo nome è evocato in questo stesso momento da tutti gli uomini di cuore al di qua e al di là delle Alpi e dei mari, non è morto, non è un vinto, non è neppure un assassinato. Egli è un accusatore, egli è un giudicatore, egli è un vindice!

Non il nostro vindice, colleghi! Sarebbe troppo misera e futile cosa. Egli è qui il vindice della terra natia, il vindice della nazione, che fu depressa e soppressa; il vindice di tutte le cose grandi, che egli amò, che noi amammo, per le quali vivemmo, per le quali oggi, più che mai, abbiamo, anche se stanchi e sopraffatti dal disgusto, il dovere di vivere e anche, soprattutto, il dovere di morire quando l’ora lo comanda! Morire per rivivere; morire perché tutto un popolo morto viva; morire perché il sangue purifichi le zolle sacre della Patria.

E’ questo vivo, che siede alla mia destra, ritto nella sua figura, giovane, ardente, di cui vedete il sorriso — perché non è una allucinazione, perché lo vedete, perché non v’inganno, questo vivo, questo superstite ormai immortale, invulnerabile, fatto tale dai nemici nostri e dai nemici d’Italia, con l’odierno rito è sfigurato: è uno ed è universale; è un individuo ed è una gente!

Invano gli avranno tagliuzzate le membra; invano, come si narra, lo avranno assoggettato allo scempio più atroce; invano il suo viso dolce e severo sarà stato sfigurato: le sue membra si sono ricomposte, il miracolo di Galilea si è rinnovato!

A che le vane ricerche, o farisei di ogni stirpe! A che gl’idrovolanti sul lago! A che il perlustrare la macchia, il frugare nei forni?

L’avello ci ha reso la salma, il morto si leva e parla e ridice le parole sante, strozzategli nella gola, che furono da uno dei sicari tramandate alle genti; che sono sue, quando anche non le avesse pronunziate; che son vere, se anche non fossero realtà, perché sono l’anima sua; parole che s’incideranno nel bronzo, sulla targa che mureremo qui, o sul monumento che erigeremo sulla piazza, a monito del futuro

Uccidete me, ma l’idea che è in me non la ucciderete mai. La mia idea non muore. I miei bambini si glorieranno del loro padre. I lavoratori benediranno il mio cadavere. Viva il Socialismo!

E’ qui trasfigurato, o colleghi; e di ciò il mio egoismo si duole; il mio piccolo egoismo d’individuo, di fratello maggiore, di anziano, di pare, che egli non è più soltanto il mio fratello prediletto, è l’uomo di parte, l’assertore nobile ed alto di un’idea nobilissima, quegli che fu per noi socialisti tutto in una volta: il filosofo, il finanziere, l’oratore, l’organizzatore, il commesso viaggiatore, l’animatore di tutti; il pensiero insomma e l’azione congiunte; anche l’azione più umile che altri sdegnava; l’unico, l’irraggiungibile; colui che, come già Leonida Bissolati per il Cremonese, travolto dalla sublime follia dell’amore dei suoi contadini, del suo proletariato polesano, per esso aveva rinunziato indifferente agli agi ed alla tranquillità della vita, alla seduzione degli studi cari, in cui più eccelleva e di sé e della sua giovinezza poteva dire col poeta della Versilia:

E tutto ciò che facile attor prometton gli anni

io ‘l diedi per un impeto lagrimoso di affanni

ver un amplesso aereo, in faccia all’avvenir.

E per questa sua passione divorante, gelosa, era esule in patria; il bandito dalla sua terra, il maledetto dai parassiti della sua terra; il profugo eterno, sempre presente soltanto dove l’ora del periglio suona la diana.Quest’uomo, questa figura così superba è viva sullo sfondo verde e bigio di questo singolare paesaggio politico. Non sparisce, no, non scolora; ma si riaffaccia oggi in troppo più alta cornice. Quello che è ora cosa nostra è divenuta anche cosa vostra: l’uomo di tutti, l’uomo della storia. E’ ingrandito così, che quasi è tolto a noi come alla famiglia dolorante, perché è divenuto il simbolo; il simbolo di un oltraggio che riassume ed eterna cento e cento mila altri oltraggi, tutti gli oltraggi fatti ad un popolo; la figura che compendia tutti gli altri trucidati, percossi per lo stesso fine, da Di Vagno a Piccinini, agli infiniti altri oscuri; il simbolo di una stirpe che si riscuote; il simbolo di un passato che si redime, di un presente che si ridesta, di un avvenire che si annunzia, dell’immortale democrazia, della indefettibile giustizia sociale, che si rimettono incammino; dell’Italia che, dopo una parentesi di spaventoso medioevo, risale nella luce dell’età moderna, rientra tra le genti civili! II Simbolo e la Nemesi, la Nemesi augusta, o signori, che è della Storia!

Cerchi il magistrato le colpe e le ferocie secondarie e minori; incalzi gli esecutori codardi ed i mandanti immediati — compito anche questo altamente rispettabile e necessario — frughi e tenti di sventare la congiura degli intrighi, di snodare il groviglio dei silenzi comperati o ricattati, le mendicate omertà ed il tagliaborse che si annida nell’assassino; tutto questo è cronaca.

La Nemesi vola più alta. Essa addita il grande mandato, il mandato che irrompe da più anni di violenze volute, di violenze inanellate alla frode, di consensi cercati ed irrisi; dal sarcasmo di una pacificazione proclamata a parole ed impedita e violentata dai fatti; dall’incitamento perenne alla soppressione del pensiero libero e di chiunque lo incarni, la quale è soppressione dalla patria e della civiltàAddita il mandato che scese dall’istrionismo bifronte che adesca insieme e minaccia, che offre il ramo d’olivo ed affila nell’ombra il pugnale.

Addita il mandato che salì dalle viltà incommensurabili, dalle fughe abbiette, dagli obliqui fiancheggiamenti, dai silenzi complici, dalla corruzione demagogica esercitata su anime semplici, talvolta generose ed eroiche, persino di combattenti insigni ed oscuri, i quali, in buona fede, hanno creduto che un regime di minaccia e di prepotenze potesse essere ricostruttore, che dalla più immonda curie potesse germogliare la rigenerazione del paese che errori e colpe fugaci di una massa illusa — o non cerchiamo illusa da chi, e non domandiamoci se veramente esistono le colpe di un popolo — dovessero espiarsi, non col richiamo severo alla ragione, ma con la catena dei delitti, con la tregenda delle sopraffazioni esercitate su quel popolo, col dileggio di ogni umana dignità, con la tragedia del terrore accoppiata alla coreografia di vetusti trionfi mai redivivi. Lo credettero in buona fede. Alcuni, sempre più radi, lo credono ancora. Ma per poco, ormai.

L’oscena tregenda è sufficiente. Giacomo Matteotti l’ha dispersa per sempre. L’edificio dell’iniquità, dell’ipocrisia, crolla da ogni parte.

Ah si! I masnadieri avevano ben scelto, avevano mirato giusto, sopprimendo il nostro migliore; mirando al suo cuore sapevano di mirare al nostro cuore; ma ignoravano la sanzione inesorabile che fu sempre nelle vicende del mondo; ignoravano — fu confessato — che il delitto era soprattutto un errore; che la vittima sarebbe stata lì giustiziere; che la coscienza di un popolo, che ha millenni di storia e di gloria, si assopisce, si comprime, ma non si spegne; che i morti non pesano soltanto, ma sopravvivono.Giacomo Matteotti vince morendo e ci accompagna e ci guida. Se commemorazione è questa, se questa è lugubre rito, non è epicedio sul suo tumulo ignorato, non è la riconsacrazione di una salma che non può riapparire, che più è esente quanto più è assente e celata. Altro è oggi il funerale; altri sono i morti.

L’edificio delle iniquità e dell’ipocrisia crolla da ogni parte. Neppure la speculazione ultima e più scaltra ed audace, quella sulla nostra «speculazione», ha alito ed ali per reggersi. Lo sguardo vitreo della vittima illumina un panorama infame, che i più non sospettavano ancora. Ove la sua ombra si leva, ivi si stende attorno la solennità del deserto.Noi parliamo da quest’aula parlamentare mentre non vi è più un Parlamento. I soli eletti stanno sull’Aventino delle nostre coscienze; donde nessun adescamento li rimuoverà sinché il sole della libertà non albeggi, l’imperio della legge sia restituito, e cessi la rappresentanza del popolo di essere la beffa atroce a cui l’hanno ridotta.

Le futili contese tacciono tra essi, ed una grande unità si costituisce tra essi tutti e tra essi e l’anima della nazione. Quella che fu la maggioranza è ridotta ad un reparto della milizia cui è intimato di obbedire in silenzio, poiché ogni parola la disgregherebbe. I due tronconi non si saldano ed i politici già si domandano se vi sia più governo, se vi possa essere più un governo; se vi è per l’Italia, se vi è per il resto del mondo. Ma un paese moderno non vive senza di queste cose che vennero meno: un Parlamento rispettato libero, un Governo legale non sospettato.

Signori! Dall’eccidio di Giacomo Matteotti la nuova storia d’Italia ricomincia.

A noi solo un compito: esserne degni.

Eppure, neppure questo ci consola. Perché se un eccidio ed il più brutale degli eccidi era necessario, una cosa non era necessaria: che colpisse Lui. E se panni — come ho detto — che egli fosse il più designato, perché era il più forte, il più degno, dice l’effetto che non sempre profetessa la malizia dei masnadieri.

Lui giovane, lui forte, lui armato di tutte le armi civili, lui temerario nel coraggio, lui che si fece volontario della morte; questo fanciullo dagli ocelli pieni dì bontà, che tutti rimbrottava ed a tutti indulgeva, perché tutto sapeva comprendere e sapeva l’inanità delle prediche contro l’umana fralezza; lui, figlio di una madre antica che geme; lui, sposo di una sposa giovane che paventa di smarrire il senno; lui, padre di tre teneri virgulti inconsci, che un giorno metteranno le spine, verso i quali egli aveva la tenerezza di madre, come nell’intimità della casa felice pareva un figlio alla sposa.

No, inferocire su questo idillio non era necessario! Altrove poteva la sorte cieca e maligna allacciare il suo strumento di pace e di giustizia; e questa vecchia carcassa di chi oggi vi parla che la vita ho tutta ormai spesa e che il proprio inverno avrebbe dato con gioia per il salvamento della primavera superba del nostro eroe è oggi dilaniata dal rammarico, direi dal rimorso, di non averlo vigilato abbastanza, di non essersi imposto col peso dell’anzianità — a cui forse egli avrebbe obbedito — alle sue gagliarde imprudenze.

Permettetemi, o colleghi, che io cessi queste parole così impari e che il singhiozzo minaccia di rompere; che io dimentichi dove siamo e donde parliamo, e che io m’inginocchi idealmente accanto alla salma del figliuolo prediletto, gli accarezzi la fronte, gli chieda perdono della mia, della nostra indegnità, gli dica tutta la gratitudine nostra, la gratitudine di tutto un popolo, e gli giuri in nome di voi tutti che la Sua ombra sarà presto placata!».

https://alessandrodiadamo.wordpress.com/2022/12/21/delitto-matteotti-il-discorso-commemorativo-di-filippo-turati-nei-commenti-della-stampa-dellepoca/

Giacomo Matteotti - Wikipedia

giovedì 1 dicembre 2022

Ballarò suona le campane per Catia, la ragazza del quartiere ora è laureata



Il fascino di Ballarò, il più antico mercato di Palermo - Siciliafan

mercato di Ballarò a Palermo 



Ballarò suona le campane per Catia, la ragazza del quartiere ora è laureata

La sua laurea in Scienze dell’Educazione con 110 e lode l’ha voluta festeggiare con tutto il quartiere. Catia Castelli, 22 anni, nata all'Albergheria - Ballarò, rione popolare di Palermo, ieri pomeriggio ha urlato il suo riscatto con il rintocco simbolico delle campane della chiesa di San Francesco Saverio. Ottava dei laureati all’Università di Palermo tra gli ex studenti del Gruppo di sostegno scolastico ragazzi e ragazze dell’Albergheria, sin dal diploma ha studiato grazie al servizio volontario di tutorato e doposcuola promosso dalla rettoria di San Francesco Saverio per le famiglie disagiate dell'Albergheria e sostenuto da Rotary Club, Università, Ersu e associazione Parco del Sole. "Ballarò non è solo povertà e criminalità. Questo quartiere ha bisogno di rinascere. E per farlo ha bisogno di noi giovani", dice Castelli. Il suo sogno ora è quello di diventare educatrice per i bambini della città



giovedì 3 novembre 2022

Dalla pagina FB dei Comitati Dossetti per la Costituzione-anno 2018 quando l’innocente grida la sua innocenza e invoca la verità,




Mercoledì 9 maggio, alle ore 19, ci sarà nella chiesa romana di san Gregorio al Celio una Messa nel quarantesimo anniversario della morte cruenta di Aldo Moro, “questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”, come lo definì la Chiesa nell’omelia funebre del papa di allora.

Questa è una notizia utile a chi potrà partecipare alla celebrazione. Ma è notizia anche che si faccia memoria di Moro in un evento ecclesiale e non in un contesto politico, o mediatico, o investigativo, come accade per lo più oggi quando “il caso Moro” viene rievocato come se si fosse trattato solo di una vicenda politica da storici o da iniziati, o di una trama di 007 e di Servizi Segreti buona per giallisti o dietrologi. L’evento ecclesiale, che si compie nel sacrificio della Messa, dice che in quella apicale vicenda della storia italiana del Novecento fu in gioco qualcosa di più grande e durevole, in cui tutta la società fu implicata, e anche eminenti uomini di Chiesa, come è facile ricordare solo che si pensi alla supplica di Paolo VI agli uomini delle Brigate Rosse o all’offerta di consegnarsi al posto di Moro, come vittime sostitutive, di vescovi come Luigi Bettazzi, Clemente Riva e Alberto Ablondi, o alla liturgia alternativa celebrata dopo la morte con la famiglia Moro da preti come Italo Mancini e Padre David Maria Turoldo.

Ciò che fu in gioco in quei 55 giorni sul piano politico fu che l’Italia potesse avere un suo ruolo specifico per imprimere una svolta positiva alla storia d’Europa e del mondo che stava per uscire dalla guerra fredda verso l’alternativa tra l’avvio di un mondo pacifico e nuovo o la ricaduta nella violenza predatrice del vecchio (ciò che poi in effetti avvenne).  Cessò di battere con la liquidazione di Moro il cuore vivo della democrazia italiana, cessò l’ipotesi di una politica capace di grandi disegni e meritevole di grandi dedizioni. È avvilente oggi guardare all’arco di questi quarant’anni, a partire dalle lettere di Moro piene di pensiero e severe giudici del potere, scritte dal buio di una segregazione ma cariche di un progetto di futuro, per giungere fino alle vanterie  di un suo lontano successore prive di pensiero e avide di potere, proferite alle luci di un varietà televisivo e distruttrici di ogni progetto utile a rendere possibile un futuro.

Ma al di là della tragedia politica, ciò che fu in gioco nella vicenda Moro fu la riproposizione della falsa ideologia del sacrificio, veleno e farmaco, su cui fin dall’antico furono fondate culture, istituzioni, ragion di Stato e guerre e che sembrava, con la Pasqua cristiana e con il ripudio costituzionale della violenza e della guerra, licenziata per sempre. Tanto meno essa doveva essere riprodotta in un Paese cattolico governato da un partito cristiano. Invece fu subito abbracciata (senza nemmeno deliberazione del Consiglio dei ministri!) l’idea, detta “fermezza”, che la vita di Moro valesse la salvezza della Repubblica: meglio che tredici brigatisti restassero in carcere (tale era il prezzo dello scambio) piuttosto che fosse fatta salva la vita e la prospettiva politica di Moro; meglio che “un uomo solo muoia per tutto il popolo”, come aveva detto Caifa e come fu di nuovo convenuto allora. Perciò scrisse Moro in una delle sue lettere, cancellate dal potere come “non sue”: “muoio, se così desidera il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli”. E lo stesso Cossiga, ministro dell’Interno del tempo, ammise vent’anni dopo, declinando “per coerenza” l’invito a partecipare in Parlamento a una commemorazione dello statista ucciso, che la decisione politica presa dal governo inevitabilmente avrebbe portato all’uccisione di Aldo Moro, ciò di cui  egli era stato “drammaticamente consapevole”.

La pretesa salvifica del sacrificio sta nel concentrare su una vittima, personale o collettiva,  isolata dall’insieme sociale, tutta la violenza, in modo che la sua soppressione venga identificata da tutti col venir meno del male sociale di cui essa è considerata colpevole o causa, così che la violenza sia placata e la società ritrovi sicurezza. Ma perché il meccanismo sacrificale  funzioni occorre che non sia svelato, che non se ne denunci l’arbitrarietà, che la vittima sia in qualche modo consenziente ammettendo la sua colpa. Ma quando l’innocente grida la sua innocenza e invoca la verità, il meccanismo si rompe. La posta in gioco in quei 55 giorni, largamente complice la stampa, fu il formarsi di questa unanimità di consenso, che trovò il suo ostacolo maggiore proprio nella resistenza della vittima che lottò, non per sé ma per tutti, rivendicando la sua innocenza e mostrando con altissima dottrina una via politica di uscita non violenta dalla crisi. Così egli ruppe il congegno vittimario e ne impedì l’esaltazione mistificatrice. Il sacrificio infatti non salva nessuno e finisce per perdere gli stessi sacrificatori, come è dimostrato dagli esiti di tutte le guerre e degli altri olocausti.

Non a caso dei partiti che furono gli autori delle fermissime scelte di allora non ne è rimasto neppur uno. Se invece è rimasta una memoria che è promessa di vita, è proprio la strenua lezione di Moro, politica e pubblica, che nega il valore salvifico della violenza e rivendica l’inesauribile possibilità della politica e del diritto.