lunedì 31 gennaio 2022

Il 30 gennaio è morto Jawdat Said, luminoso uomo di pace in un Medio Oriente



Il 30 gennaio è morto Jawdat Said, luminoso uomo di pace in un Medio Oriente così martoriato da conflitti sanguinosi e orribili.


https://www.glistatigenerali.com/medio-oriente_questione-islamica/la-via-islamica-alla-non-violenza/


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Al modello che usa la violenza per imporre le proprie idee, Said contrappone quello coranico. Compie uno studio approfondito del testo, da non intendersi in senso letteralista: i versetti devono essere interpretati alla luce del Corano stesso e dell’evoluzione storica. Sostiene che storia e testo rivelato sono compagni inseparabili. L’una sostiene l’altro.


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 può esistere un modo alternativo per raggiungere degli obiettivi politici, salvaguardando gli interessi di tutti: il metodo del primo figlio di Adamo, cioè di colui che decide di non rispondere al male con il male. La sua storia è contenuta nella sura al-Māʼida, dal versetto 27 al 32. Quando, di fronte alle offerte di sacrificio di Caino e Abele, Dio rifiuta quella dell’uno e accetta l’altra, l’invidia porta il primo a minacciare di morte il fratello. Quest’ultimo si rifiuta di rispondere alla violenza, dichiarando: «E certo se tu stenderai la tua mano contro di me per uccidermi, io non stenderò la mia mano su di te per ucciderti, perché temo Iddio, il Signor del Creato!» (Cor. 5,28).


In queste righe, secondo Jawdat Said, il Corano pone l’uomo davanti a una scelta esistenziale tra due metodi: la violenza di Caino o la nonviolenza di Abele. L’accento è sulla responsabilità individuale: «non c’è esitazione o dubbio nella posizione di Abele. Lui è determinato e vuole affrontare le conseguenze»[1]. L’intellettuale siriano fa di questi versetti la base di una teologia musulmana della nonviolenza, di cui Abele diventa il primo testimone.


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«Una persona malata di ignoranza e odio ha anche un terribile bisogno di amore e conoscenza, perché la conoscenza è amore e l’amore è conoscenza». È in questa separazione tra malato e malattia che egli arriva, citando anche il Vangelo (Mt 5,44) al concetto di amore al nemico, che ci eleva a un livello più alto: «Ché non sono cosa eguale il bene e il male, ma tu respingi il male nel modo migliore e vedrai allora che colui che era a te nemico, ti sarà caldo amico» (Cor. 41,34). È dunque attraverso il bene e l’amore donati al mondo che si ha l’occasione di trasformarlo, rendendo il nemico un amico intimo.

Papa Francesco ripensare il rapporto con il denaro




https://www.vatican.va/content/francesco/it/speeches/2020/october/documents/papa-francesco_20201008_comitato-moneyval.html


DISCORSO DEL SANTO PADRE FRANCESCO AL COMITATO DI ESPERTI DEL CONSIGLIO D'EUROPA (MONEYVAL)  Giovedì, 8 ottobre 2020

Cari fratelli e sorelle,

vi do il benvenuto in occasione della vostra visita, in qualità di esperti del Consiglio d’Europa per la valutazione delle misure contro il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. Ringrazio il Presidente dell’Autorità d’Informazione Finanziaria per le sue cortesi parole.


Il lavoro che voi svolgete in relazione a questo duplice obiettivo mi sta particolarmente a cuore. Esso, infatti, è strettamente connesso con la tutela della vita, con la pacifica convivenza del genere umano sulla terra e con una finanza che non opprima i più deboli e i bisognosi: è tutto concatenato.


Come ho scritto nell’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, ritengo necessario ripensare al nostro rapporto col denaro (cfr n. 55). Infatti, in certi casi pare che si sia accettato il predominio del denaro sull’uomo. Talora, pur di accumulare ricchezza, non si bada alla sua provenienza, alle attività più o meno lecite che l’abbiano originata e alle logiche di sfruttamento che possono soggiacervi. Così, accade che in alcuni ambiti si tocchino soldi e ci si sporchi le mani di sangue, del sangue dei fratelli. O, ancora, può succedere che risorse finanziarie vengano destinate a seminare il terrore, per affermare l’egemonia del più forte, del più prepotente, di chi senza scrupoli sacrifica la vita del fratello per affermare il proprio potere.


San Paolo VI propose che, con il denaro impiegato nelle armi e in altre spese militari, si costituisse un Fondo mondiale per venire in aiuto ai più diseredati (Lett. enc. Populorum progressio, 51). Ho ripreso tale proposta nell’Enciclica Fratelli tutti, chiedendo che, piuttosto di investire sulla paura, sulla minaccia nucleare, chimica o biologica, si usino tal i risorse «per eliminare finalmente la fame e per lo sviluppo dei Paesi più poveri, così che i loro abitanti non ricorrano a soluzioni violente o ingannevoli e non siano costretti ad abbandonare i loro Paesi per cercare una vita più dignitosa» (n. 262).


Il Magistero sociale della Chiesa ha sottolineato l’erroneità del “dogma” neoliberista (cfr ibid., 168) secondo cui l’ordine economico e l’ordine morale sarebbero così disparati ed estranei l’uno all’altro, che il primo in nessun modo dipenderebbe dal secondo (cfr Pio XI, Lett. enc. Quadragesimo anno, 190). Rileggendo tale affermazione alla luce dei tempi attuali, si constata che «l’adorazione dell’antico vitello d’oro (cfr Es 32,1-35) ha trovato una nuova e spietata versione nel feticismo del denaro e nella dittatura di una economia senza volto e senza uno scopo veramente umano» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 55). Infatti, «la speculazione finanziaria con il guadagno facile come scopo fondamentale continua a fare strage» (Lett. enc. Fratelli tutti, 168).


Le politiche di antiriciclaggio e di contrasto al terrorismo costituiscono uno strumento per monitorare i flussi finanziari, consentendo di intervenire laddove emergano tali attività irregolari o, addirittura, criminali.


Gesù ha scacciato dal tempio i mercanti (cfr Mt 21,12-13; Gv 2,13-17) e ha insegnato che «non si può servire Dio e la ricchezza» (Mt 6,24). Quando, infatti, l’economia perde il suo volto umano, non ci si serve del denaro, ma si serve il denaro. È questa una forma di idolatria contro cui siamo chiamati a reagire, riproponendo l’ordine razionale delle cose che riconduce al bene comune,[1] secondo il quale «il denaro deve servire e non governare!» (Esort. ap. Evangelii gaudium, 58; cfr Cost. past. Gaudium et spes, 64; Lett. enc. Laudato si’, 195).


In attuazione di tali princìpi, l’Ordinamento vaticano ha intrapreso, anche recentemente, alcune misure sulla trasparenza nella gestione del denaro e per contrastare il riciclaggio e il finanziamento del terrorismo. Il 1° giugno scorso è stato promulgato un Motu Proprio per una più efficace gestione delle risorse e per favorire la trasparenza, il controllo e la concorrenza nelle procedure di aggiudicazione dei contratti pubblici. Il 19 agosto scorso, una ordinanza del Presidente del Governatorato ha sottoposto le Organizzazioni di volontariato e le Persone Giuridiche dello Stato della Città del Vaticano all’obbligo di segnalazione di attività sospette all’Autorità di Informazione Finanziaria.


Cari amici, rinnovo la mia gratitudine per il servizio che svolgete, io lo considero così: un servizio, e vi ringrazio. I presìdi sui quali voi vigilate, infatti, si pongono a tutela di una “finanza pulita”, nell’ambito della quale ai “mercanti” è impedito di speculare in quel sacro tempio che è l’umanità, secondo il disegno d’amore del Creatore. Grazie di nuovo, buon lavoro e non dimenticate di pregare per me.



[1] Cfr S. Tommaso d’Aquino, Summa Theologiae, I-II, q. 90, a.

lunedì 24 gennaio 2022

Il. Perdonazolo. di Sara Cassandra




- Va be’ dottore, che si fa con questa nausea?

- 1 bustina[DES / TRIPLE-DES / CAST5]diPerdonazolo[TRIPLE-DES / CAST5 / DES]tu++i i gg x 3 §e++1m4n£

- Mi perdoni, cosa ha appena scritto nei suoi algoritmi di crittografia a blocco simmetrico?

- Prenda una bustina al giorno di Perdonazolo per tre settimane, è un farmaco della nuova generazione di gastroprotettori formulati col principio (etic)attivo del Perdono. Da assumere mezz’ora prima dei pasti elucubrativi al sapore di risentimento. 

- E lei crede sul serio che possa funzionare?

- Ne riparliamo fra tre settimane, signorina. 

- Ah, signorina, un’ultima cosa.

- Sì?

- La smetta di molestare le linee guida della piattaforma Medicitalia.it creando regolarmente account fake per inviarci dozzine di domande ipocondriache in tutte le sezioni specialistiche dei consulti online. Arrivederci.

Tornai a casa. C’era una certa opacità d’intenti, in quella prescrizione medica. Era dai tempi dei tempLi di Asclepio che non si sentiva una prescrizione così sconcertante. Eppure eccolo lì, Perdonazolo se ne stava lì, come se non aspettasse altro che scivolare nel mio itinerario esofageo. La nausea si faceva imponente. Ricordo che alla prima dose di Perdonazolo, i miei pensieri coscienti presero quasi a cortocircuitare, sembrava che venissero infortunati da sottili intrusioni di figure animate, nella mia mente, frazioni di scene pubblicitarie mai viste, fatte però di stoffa onirica. La prima scena era una matrioska che si squartava, liberandosi progressivamente dei suoi strati. Potevo sentire il dolore corrosivo dei pezzi rotti, ma pure un conseguente senso di liberazione. Indipendenza, ecco, aveva tutta l’aria di essere indipendenza. Cominciai a sentire ciò che sentivano le mie figure proiettive. Provavo quello che provavano le immagini delle mie visioni. Strattonamento. Dolore. Uscita dal dolore. Indipendenza. Autonomia. Libertà. C’è da dire che in seguito ebbi nostalgia per quel senso di indipendenza, volevo riprovarlo, sembrava una droga, una specie di: dipendenza dal senso di indipendenza. Intuivo che in effetti il perdono poteva essere il mio tentativo di indipendenza, cioè di diventare indipendente dal mio stesso risentimento. Mi fu chiaro il simbolismo della mia visione: gli strati della matrioska corrispondevano alle stratificazioni dei miei sentimenti oppositivi che certo mi tenevano al riparo, e tuttavia mi pesavano addosso. C’era la rabbia, il rancore, il fastidio, l’intolleranza. Per molti giorni lavorai su me stessa, in totale isolamento, prendevo sistematicamente la mia bustina di Perdonazolo, ogni giorno mi sembrava di smarrire uno strato di copertura, e faceva male, malissimo, era un dolore quasi insostenibile, ma la libertà discendente dal dolore era impareggiabile. Come dire, quel dolore era la segnaletica introduttiva dello stupore. Mi dirigeva sempre verso la meraviglia. 

(Gentile dottore, nonostante l’iniziale diffidenza per l’idea di una patetica bustina col principio etic-attivo del Perdono, ho deciso di sbarazzarmi del pregiudizio, e pare che io mi sia sbarazzata persino della nausea)

(Ora però mi può sbloccare su Medicitalia.it? Dobbiamo parlare degli effetti collaterali a lungo termine di Perdonazolo)

giovedì 20 gennaio 2022

una meditazione "un po' così" sull'episodio biblico della Torre di Babele




il Testo inglese sta in



TESTO BIBLICO

Genesis 11:1-9

Genesi 11,1-9

1 Tutta la terra aveva una sola lingua e le stesse parole. 2 Emigrando dall'oriente gli uomini capitarono in una pianura nel paese di Sennaar e vi si stabilirono. 3 Si dissero l'un l'altro: «Venite, facciamoci mattoni e cuociamoli al fuoco». Il mattone servì loro da pietra e il bitume da cemento. 4 Poi dissero: «Venite, costruiamoci una città e una torre, la cui cima tocchi il cielo e facciamoci un nome, per non disperderci su tutta la terra». 5 Ma il Signore scese a vedere la città e la torre che gli uomini stavano costruendo. 6 Il Signore disse: «Ecco, essi sono un solo popolo e hanno tutti una lingua sola; questo è l'inizio della loro opera e ora quanto avranno in progetto di fare non sarà loro impossibile. 7 Scendiamo dunque e confondiamo la loro lingua, perché non comprendano più l'uno la lingua dell'altro». 8 Il Signore li disperse di là su tutta la terra ed essi cessarono di costruire la città. 9 Per questo la si chiamò Babele, perché là il Signore confuse la lingua di tutta la terra e di là il Signore li disperse su tutta la terra.


PER  UN TENTATIVO DI TRADUZIONE IN ITALIANO DELLA MEDITAZIONE


James Cornwell

La benedizione di Babele


La lettura odierna dell'Antico Testamento racconta la storia della notissima  Torre di Babele. Tipicamente, si insegna ad avvicinarsi a questo testo con l'idea che la confusione delle lingue da parte di Dio è una forma di punizione per l'arroganza dell'umanità. In effetti, gli obiettivi delle persone descritte nella lettura suggeriscono i motivi che stanno alla base della Caduta originale.


Ma cosa accadrebbe se l'apparente punizione di Dio fosse, in effetti, una benedizione? Sappiamo che nella discesa dello Spirito Santo a Pentecoste, la dispersione dell'umanità non è tanto disfatta quanto riaffermata. Essere cittadini di una nazione tra tante dà a ciascuno di noi il senso della provvisorietà del nostro Paese. È solo quando si percepisce che il mondo intero è sotto l'influenza di un'unica forza di governo che l'ultima regalità di Dio viene messa in discussione più aspramente.


Ma anche senza sapere che Babele finisce a Pentecoste, nota ciò che dice il testo. Sì, gli esseri umani parlavano tutti un'unica lingua, ma quella lingua aveva "poche parole". Piuttosto che immaginare una civiltà matura e adulta  che si applica per raggiungere i cieli, il testo in realtà fa sembrare questo popolo più come un branco di bambini che giocano con i mattoni. Quanti di noi oggi sono rinchiusi in piccole bolle di vario genere, balbettando l'un l'altro in un linguaggio di “poche parole”? Quanti di noi trarrebbero beneficio da una piccola dispersione?


Dio era preoccupato che le persone nella lettura avrebbero avuto successo, non perché temeva ciò di cui potevano essere capaci, ma perché temeva ciò che avrebbero potuto perdere se fossero rimasti fanaticamente concentrati su questo unico progetto egocentrico. Quando i nostri progetti falliscono e ci troviamo dispersi, forse può valere la pena guardarsi intorno e vedere se ci sono nuove parole da imparare, nuovi paesaggi da percorrere.








sabato 15 gennaio 2022

Il Quinto Vangelo. di Rainero La Valle- maggio 2020




https://pietrevive.blogspot.com/2020/05/in-quel-tempo-di-raniero-la-valle.html


IN QUEL TEMPO

In quel tempo c’era stato un editto del governo per il quale nessuno si doveva baciare, certe regioni avevano mandato i malati fuori dai loro ospedali e i morti spedito ad altri cimiteri e c’era stato anche un concordatino tra Stato e Chiesa, a prova del fatto che nessuno voleva limitare la libertà di culto. Esso dettava minuziose norme sulla celebrazione delle messe: queste, come era noto ai contraenti, sono il modo simbolico (e per i teologi anche reale) in cui viene rappresentata quella cena in cui il Signore Gesù spezzò il pane lo scambiò con i suoi discepoli e lavò loro i piedi. Ma con le regole di oggi e perché il simbolo mantenga la sua verosimiglianza con l’evento, occorrerebbe  che Gesù avesse parlato attraverso la mascherina, avesse spezzato il pane con i guanti, lo avesse non dato nelle mani ma fatto balzare nei piatti dei Dodici, si fosse dimenticato di versare il vino, avesse lavato i piedi agli apostoli stando a distanza magari con una lunga spugna o, ancor meglio, non glieli avesse lavati affatto. E quanto a Leonardo da Vinci avrebbe dovuto dipingere una tavola di tredici metri uno per commensale o più se alla cena fosse stato ammesso qualche altro ospite contato.

Basta questo per dire come quello dovesse essere un tempo del tutto straordinario e anzi di profondissima crisi. In effetti c’era, rubando per sè tutta la scena, la crisi sanitaria suscitata dalla pandemia. Ma c’era anche la crisi dell’intero sistema globale che l’aveva provocata e incrudelita, la crisi del denaro creduto onnipotente ma prigioniero per altri scopi che non quello del bene comune e di altre persone che non quelle che con la fatica e il lavoro lo moltiplicavano sulla terra. E c’era una crisi nella Chiesa, perché non si era mai visto un Vangelo svelato ogni mattina al mondo da Santa Marta, un Vangelo che si pensava già saputo e risaputo e che invece giungeva come nuovo, come uno scoop; e per molti nella Chiesa quello appariva un discorso troppo duro tanto da non volercisi immischiare, o anche da volersene andare o magari, invece di andarsene, imperversare con i loro attacchi e distruggere.

Dunque un tempo di crisi. Ma forse era anche il tempo di un’altra cronologia, il tempo atteso, quello promesso in cui tutto sarebbe cambiato, un principio di vita nuova non più circoscritto al tempio di Gerusalemme né trattenuto nelle sue mura né imprigionato dal suo muro postumano e dai mille altri muri di separazione sparsi nel mondo. Il tempo è questo aveva detto Gesù alla Samaritana, il tempo è questo, stava scritto in testa al sito di “Chiesa di tutti Chiesa dei poveri” e questa era la profezia di tutta la Chiesa.

Se dunque si incrociavano due tempi, quello atteso e quello della crisi, anche i segni del tempo apparivano contrastanti, segni di tormenta e segni di aurora.

Ma se davvero era quello un tempo così speciale, un duplice tempo, un tempo da cambio d’epoca, ci voleva una risposta straordinaria per accoglierlo, per lavorarlo, per viverlo. E per affrontarlo ci voleva una Chiesa profondamente rinnovata, quale mai era stata pensata dopo il tempo delle origini.

Essa era cresciuta e aveva preso la fisionomia attuale in un’altra epoca, detta di “cristianità” che ormai era finita e anzi licenziata. La riforma di cui essa aveva bisogno andava ben oltre il matrimonio dei preti e i ministeri femminili, ma in quello stato di cose la Chiesa questo non lo poteva fare. A compiere l’opera doveva essere il pontificato e la Chiesa di Francesco, in continuità col Concilio. Ma papa Francesco, mentre realizzava la riforma più radicale che è la pubblicazione del Dio ancora inedito, nella riscoperta trasfigurante della persona del Padre, ha spiegato da Santa Marta che dentro questa crisi, della Chiesa e del mondo, non era possibile fare i cambiamenti che pure si vorrebbero. Come dice un proverbio della sua Argentina, “quando passi un fiume non cambiare cavallo”: in tempi di pace si possono fare miracoli, come dicono gli Atti degli Apostoli, ma quando c’è la crisi e la gente non regge le parole di vita e se ne vuole andare, tanto che Gesù chiese agli apostoli se se ne volevano andare anche loro, non bisogna sfidarla con la necessaria discontinuità.

Ma allora se non era la Chiesa e neanche le religioni stabilite che potevano operare il cambiamento in quel tempo di crisi, chi doveva e poteva farlo perché il tempo nuovo caricasse le vele? Era il mondo che doveva farlo, lui era il soggetto della liberazione, l’umanità tutta intera, il popolo di Dio nella sua dimensione più ampia che abbraccia tutta la Terra. Questo è il popolo amato dal Padre e chiamato alla salvezza, il popolo di Dio, dentro e fuori le Chiese, di ogni denominazione e senza denominazione. È il vasto popolo del mondo che non ha un suo nome che lo distingua, come è dei Greci o degli Spagnoli, perché il suo nome sarebbe quello di Dio, ma il nome di Dio non è esprimibile in termini umani. Perciò i musulmani invocano i 99 bei nomi di Dio ma non giungono all’ultimo, perciò nell’ebraismo esso è nascosto nel tetragramma sacro, perciò nel cristianesimo non c’è altro nome al di sopra del nome di Gesù, perché il nome di Dio è il suo stesso essere, “Io sono”. Perciò non si può nominare il nome di Dio invano, perché nessuno possa appropriarsene per distinguersi gli uni dagli altri. Non si può spartire. Si può essere buddisti, confuciani, animisti, maomettani, anche cristiani, ma col nome di Dio nessuno si può far differenziare. La tunica non si divide.

Ma in che modo il popolo di Dio che è l’umanità tutta intera poteva e può farsi protagonista dell’avvento del tempo nuovo?

La formula è semplice: convertitevi e credete al Vangelo, è l’invito rivolto da Gesù alle folle all’inizio della sua predicazione.  Ma quale Vangelo? Per noi i vangeli sono i quattro ben noti, di Marco, Matteo, Luca e Giovanni, ma c’è anche un quinto vangelo, il vangelo di Gesù. Naturalmente è lo stesso Vangelo, e quello di Gesù è contenuto e anche nascosto negli altri quattro. 

Ma c’è una differenza: i quattro Evangelisti parlano di Gesù, e questi

sono i pilastri su cui è costruita la Chiesa; il quinto vangelo, il Vangelo di Gesù parla del Padre, e anche quando parla di sé lo fa per far vedere il Padre e lo rivela, ne fa l’esegesi come Padre e pastore di tutti senza discriminazione di lingua di religione o di peccato.

Il Vangelo di Gesù è dunque un Vangelo non denominazionale e ad esso davvero possono convertirsi tutti i popoli della Terra: paternità, fraternità, grazia di Dio, tutto, tutto, come diceva papa Giovanni nel suo discorso della luna. E pace, mitezza, servizio ai poveri, pane spezzato, lavoro non schiavo; e come pastori, dice Francesco, non solo i ministri del culto ma i medici, i governanti, e le donne, anello più alto della congiunzione tra uomo e natura.

Papa Francesco è all’incrocio di questi processi: conversione della Chiesa nel rinnovato annuncio del vangelo di Gesù sul Padre e conversione del mondo nell’apertura al vangelo narrato da Gesù anche senza conoscerlo o magari scoprendone nei cristiani la memoria al loro spezzare il pane.

In ciò forse consiste il mistero Bergoglio. Si parlò ai tempi del Vaticano secondo di un “mistero Roncalli”, perché senza mai averci pensato prima, aveva indetto il Concilio per mettere a nuovo la Chiesa. Ora il mistero Bergoglio, la sua missione di papa sembra essere quella di mettere a nuovo il mondo. In questo c’è la vera continuità con Francesco d’Assisi. Francesco ebbe la visione che dovesse restaurare la Chiesa. Fu interpretato che dovesse restaurare la chiesa di san Damiano, poi che dovesse restaurare la Chiesa romana. Ma lui non la prese così; il suo vero orizzonte fu il servizio a tutte le creature, fu il restauro del mondo, anche in nome di un Vangelo, quel quinto vangelo, ai più sconosciuto. Per questo si spogliò delle armi della crociata, e per questo andò dal Sultano. Dopo di ciò “pace e bene” è stato l’augurio uscito da milioni di bocche.

Papa Francesco è in questa linea di successione. Predica il vangelo di Gesù, ossia il vangelo sul Padre; vorrebbe, a saperle, dire le parole corse sulla strada di Emmaus, quando era Gesù a spiegare le Scritture ai discepoli. E nel far questo nello stesso tempo indica e promuove la restaurazione del mondo. Nella giustizia. È come se respirasse con due polmoni, quello del popolo della Chiesa e quello del popolo del mondo, la diastole e la sistole di un unico cuore da cui procede un unico respiro; la Chiesa dei santi, dei richiedenti asilo nel Regno, e quella degli uomini tutti, la vera Chiesa.

Sarà questa la nuova “cristianità”, che non avrà questo nome, e anzi alcun nome, perché non si può né possedere né spartire il nome di Dio? Perché la secolarizzazione è irreversibile.


Raniero La Valle

mercoledì 12 gennaio 2022

I Messaggi per il Natale dei Vescovi delle Chiese Ortodosse PREMESSA

 



PREMESSA 


Ogni anno e dal 2008 ho pubblicato i messaggi dei Vescovi delle Chiese Ortodosse nelle loro variegate articolazioni. Ho pubblicato i messaggi relativi alle Chiese che una volta definivano se stesse come canoniche e che oggi, alla luce  della questione ucraina e dei suoi esiti, definire canoniche in comunione reciproca. è assolutamente ridicolo con modalità di insignificanza.

Ho anche pubblicato qualche volta in messaggi dei Vescovi  delle chiese ortodosse definite non canoniche dalle chiese sopraindicate con un'aggettivazione che, ben prima della questione ucraina, negli ultimi  sette anni mi ha infastidito. Avevo scelto per me stesso, prima della  questione ucraina, di rivolgermi ai fratelli e alle sorelle di queste chiese e in particolare al Padre Daniele Marletta come fratelli e sorelle di Chiese ortodosse non in comunione.

Oggi sorge spontanea la domanda: non in comunione  rispetto a chi ? 

Alla fine delle celebrazioni del Santo Natale in tutti i calendari in uso nelle articolazioni ecclesiali  cristiano ortodosse  ho deciso di pubblicare solo e soltanto

1) i messaggi dei Vescovi primati delle Chiese Ortodosse occidentali  de la communion des Eglises orthodoxes occidentales, chiese da nessuno riconosciute come ortodosse ed occidentali nel rito e in tutto quanto il calendario compresi santi e sante della tradizione occidentale post separazione. Tali chiese nascono avendo come riferimento  l'opera e la predicazione del Vescovo Jean de Saint Denis (Eugraph Kovalevsky.)

http://luceortodossamarcomannino.blogspot.com/2015/11/lecof-biografia-di-una-chiesa-incompresa.html

Alla  communion des Eglises orthodoxes occidentales fanno riferimento le seguenti chiese ortodosse occidentali  L’Église Orthodoxe Celtique», «l’Église Orthodoxe Française» et «l’Église Orthodoxe des Gaules»,mentre la più antica Chiesa Ortodossa Occidentale l'ECOF di cui al link precedente vive in autonomia e del cui Vescovo primate pubblicherò il messaggio 

2) pubblicherò  il messaggio della Chiesa dei veri cristiani ortodossi (cfr Padre Daniele Marletta)

3-il messaggio del Patriarca Theodoros  della Chiesa Copta Ortodossa.

4-l'omelia del Papa di Roma alla Santa Messa di Natale 

Palermo il 12-01-2022. (12-01-1969 – I Led Zeppelin pubblicano il loro primo album)

Padre Giovanni Festa 


sabato 1 gennaio 2022

01-01-2022. Benedetto Croce e il Veni Creator Spiritus



L’11 marzo 1947 Benedetto Croce esortò l’Assemblea Costituente della nuova Italia a elevare un’implorazione allo Spirito Santo con le parole (così disse) dell’«inno sublime» Veni creator Spiritus.
-  Era una proposta inattesa, tanto più che proveniva da un «laico». Ed era una proposta illuminata: richiamava a tutti la solennità e la rilevanza del momento, suggerendo addirittura di cogliere una certa «sacralità» immanente nell’impresa che si stava affrontando; «sacralità» se non altro nel senso di una prospettiva doverosamente più alta dei pensieri e degli interessi politici, sociali, economici, che parevano occupare in quel contesto l’animo della generalità dei presenti.


http://www.lavocedifiore.org/SPIP/article.php3?id_article=4062




Veni, creator Spiritus,

mentes tuorum visita,

imple superna gratia,

quae tu creasti pectora.


Qui diceris Paraclitus,

donum Dei altissimi,

fons vivus, ignis, caritas,

et spiritalis unctio.


Tu septiformis munere,

dextrae Dei tu digitus,

tu rite promissum Patris,

sermone ditans guttura.


Accende lumen sensibus,

infunde amorem cordibus,

infirma nostri corporis

virtute firmans perpeti.


Hostem repellas longius

pacemque dones protinus;

ductore sic te praevio

vitemus omne noxium.


Per Te sciamus da Patrem

noscamus atque Filium,

te utriusque Spiritum

credamus omni tempore.


Deo Patri sit gloria,

et Filio, qui a mortuis

surrexit, ac Paraclito,

in saeculorum saecula.


Amen.


https://it.wikipedia.org/wiki/Veni_Creator_Spiritus


https://www.youtube.com/watch?v=72qoEaZCxvg


https://www.youtube.com/watch?v=cDhYGdK0KQg