giovedì 1 dicembre 2022
Ballarò suona le campane per Catia, la ragazza del quartiere ora è laureata
giovedì 3 novembre 2022
Dalla pagina FB dei Comitati Dossetti per la Costituzione-anno 2018 quando l’innocente grida la sua innocenza e invoca la verità,
Mercoledì 9 maggio, alle ore 19, ci sarà nella chiesa romana di san Gregorio al Celio una Messa nel quarantesimo anniversario della morte cruenta di Aldo Moro, “questo uomo buono, mite, saggio, innocente ed amico”, come lo definì la Chiesa nell’omelia funebre del papa di allora.
Questa è una notizia utile a chi potrà partecipare alla celebrazione. Ma è notizia anche che si faccia memoria di Moro in un evento ecclesiale e non in un contesto politico, o mediatico, o investigativo, come accade per lo più oggi quando “il caso Moro” viene rievocato come se si fosse trattato solo di una vicenda politica da storici o da iniziati, o di una trama di 007 e di Servizi Segreti buona per giallisti o dietrologi. L’evento ecclesiale, che si compie nel sacrificio della Messa, dice che in quella apicale vicenda della storia italiana del Novecento fu in gioco qualcosa di più grande e durevole, in cui tutta la società fu implicata, e anche eminenti uomini di Chiesa, come è facile ricordare solo che si pensi alla supplica di Paolo VI agli uomini delle Brigate Rosse o all’offerta di consegnarsi al posto di Moro, come vittime sostitutive, di vescovi come Luigi Bettazzi, Clemente Riva e Alberto Ablondi, o alla liturgia alternativa celebrata dopo la morte con la famiglia Moro da preti come Italo Mancini e Padre David Maria Turoldo.
Ciò che fu in gioco in quei 55 giorni sul piano politico fu che l’Italia potesse avere un suo ruolo specifico per imprimere una svolta positiva alla storia d’Europa e del mondo che stava per uscire dalla guerra fredda verso l’alternativa tra l’avvio di un mondo pacifico e nuovo o la ricaduta nella violenza predatrice del vecchio (ciò che poi in effetti avvenne). Cessò di battere con la liquidazione di Moro il cuore vivo della democrazia italiana, cessò l’ipotesi di una politica capace di grandi disegni e meritevole di grandi dedizioni. È avvilente oggi guardare all’arco di questi quarant’anni, a partire dalle lettere di Moro piene di pensiero e severe giudici del potere, scritte dal buio di una segregazione ma cariche di un progetto di futuro, per giungere fino alle vanterie di un suo lontano successore prive di pensiero e avide di potere, proferite alle luci di un varietà televisivo e distruttrici di ogni progetto utile a rendere possibile un futuro.
Ma al di là della tragedia politica, ciò che fu in gioco nella vicenda Moro fu la riproposizione della falsa ideologia del sacrificio, veleno e farmaco, su cui fin dall’antico furono fondate culture, istituzioni, ragion di Stato e guerre e che sembrava, con la Pasqua cristiana e con il ripudio costituzionale della violenza e della guerra, licenziata per sempre. Tanto meno essa doveva essere riprodotta in un Paese cattolico governato da un partito cristiano. Invece fu subito abbracciata (senza nemmeno deliberazione del Consiglio dei ministri!) l’idea, detta “fermezza”, che la vita di Moro valesse la salvezza della Repubblica: meglio che tredici brigatisti restassero in carcere (tale era il prezzo dello scambio) piuttosto che fosse fatta salva la vita e la prospettiva politica di Moro; meglio che “un uomo solo muoia per tutto il popolo”, come aveva detto Caifa e come fu di nuovo convenuto allora. Perciò scrisse Moro in una delle sue lettere, cancellate dal potere come “non sue”: “muoio, se così desidera il mio partito, nella pienezza della mia fede cristiana e nell’amore immenso per una famiglia esemplare che io adoro e spero di vigilare dall’alto dei cieli”. E lo stesso Cossiga, ministro dell’Interno del tempo, ammise vent’anni dopo, declinando “per coerenza” l’invito a partecipare in Parlamento a una commemorazione dello statista ucciso, che la decisione politica presa dal governo inevitabilmente avrebbe portato all’uccisione di Aldo Moro, ciò di cui egli era stato “drammaticamente consapevole”.
La pretesa salvifica del sacrificio sta nel concentrare su una vittima, personale o collettiva, isolata dall’insieme sociale, tutta la violenza, in modo che la sua soppressione venga identificata da tutti col venir meno del male sociale di cui essa è considerata colpevole o causa, così che la violenza sia placata e la società ritrovi sicurezza. Ma perché il meccanismo sacrificale funzioni occorre che non sia svelato, che non se ne denunci l’arbitrarietà, che la vittima sia in qualche modo consenziente ammettendo la sua colpa. Ma quando l’innocente grida la sua innocenza e invoca la verità, il meccanismo si rompe. La posta in gioco in quei 55 giorni, largamente complice la stampa, fu il formarsi di questa unanimità di consenso, che trovò il suo ostacolo maggiore proprio nella resistenza della vittima che lottò, non per sé ma per tutti, rivendicando la sua innocenza e mostrando con altissima dottrina una via politica di uscita non violenta dalla crisi. Così egli ruppe il congegno vittimario e ne impedì l’esaltazione mistificatrice. Il sacrificio infatti non salva nessuno e finisce per perdere gli stessi sacrificatori, come è dimostrato dagli esiti di tutte le guerre e degli altri olocausti.
Non a caso dei partiti che furono gli autori delle fermissime scelte di allora non ne è rimasto neppur uno. Se invece è rimasta una memoria che è promessa di vita, è proprio la strenua lezione di Moro, politica e pubblica, che nega il valore salvifico della violenza e rivendica l’inesauribile possibilità della politica e del diritto.
lunedì 31 ottobre 2022
Sara Cassandra: .la mia capacità di amare l’Altro senza chiedergli nulla in cambio
Che cosa significa fare un doposcuola di volontariato? Significa misurarmi con la mia capacità di amare l’Altro senza chiedergli nulla in cambio. Significa allearmi con la versione ideale di me e rompere i patti con la versione caricaturale di me, l’Io, così ridicolmente concentrato sul riconoscimento del suo valore. Spostarmi sul valore che mi orbita intorno, anziché restare impigliata nel mio. Ecco, l’altro giorno ho aiutato una bambina ucraina a fare i compiti. Di lei ricordo l’immobilità del volto, mi sembrava scolpito in una ostruzione dell’ambiente. Mi hanno detto che è fuggita dalla guerra, tregua, due ore per fare i bagagli, tre settimane in questa città, quaranta parole comunicate, migliaia di parole incomunicabili, tregua. Ho pensato che quella bambina deve aver corso così tanto, e così tanto, che la sua radicale immobilità del volto è il riposo di chi ha conosciuto la fretta radicale. Ho pensato che quella immobilità fosse il contraltare della frenesia di scappare dalla morte. “Non è ferma” mi dissi “sta solo riequilibrando le cose”. Quanto ha dovuto correre, la bambina che adesso si riposa nell’immobilità? (riposati pure, l’affanno retrocede e si fa sospiro di sollievo)
sabato 15 ottobre 2022
Claudio Tabacco. Sabato 15/10/202-la Storia Sacra come Storia dei Processi di Liberazione posti in essere dal basso

martedì 11 ottobre 2022
ci siamo appropriati della sua Cena. di Claudio Tabacco
venerdì 7 ottobre 2022
Ci sarebbe davvero bisogno di un "credo laico" in Italia, di un rinnovato "I care" - quello di don Milani ad esempio...
Ci sarebbe davvero bisogno di un "credo laico" in Italia, di un rinnovato "I care" - quello di don Milani, ad esempio – capace di spingere la fede personale, la passione delle motivazioni "alte", verso l'azione e la prassi della partecipazione alla vita degli altri, all'impegno sociale.
Che conta, infatti, la fede, la fede in Dio ad esempio, se è chiusa in un "intimo" egoistico che non riconosce il Tu-Tutti (la compresenza e la produzione "comune" dei valori), che nega la ricchezza di un volto divino che si riverbera - ed esiste - nel volto di chiunque, del singolo e delle moltitudini?
Che conta la fede se non è fede nel volto dei tanti crocifissi del mondo cui Cristo (Raimon Panikkar ci ha insegnato che esiste un "cristo sconosciuto" in tante tradizioni religiose) è fratello nella sofferenza? In tale ottica, allo stesso tempo, quindi, mistica e davvero concreta, il "credere" si scioglie nella politica, diviene servizio e paradigma includente di una democrazia, neutra perché laica, ma non neutrale, non indifferente.
È il senso, in breve, della nostra democrazia nata dalla Costituzione repubblicana, il senso di un prendere parte per un preciso corso storico, interpretato non come destino necessario, ma come compito esistenziale.
Aldo Moro, padre costituente, fu sul punto estremamente chiaro: contro l'indifferentismo etico (un falso laicismo succube di un certo nichilismo conservatore) si oppose alla declinazione della Costituzione come "a-fascista". Moro chiarificò, invece, il senso della "Costituzione Antifascista" fondata sul lavoro, sulla persona libera, sull'eguaglianza sostanziale: il fascismo è il "vuoto politico" dell'autoritarismo e degli interessi privati inenarrabili, è la finzione del totalitarismo che nasconde l'anarchismo violento dell'appetito dei forti, del patto leonino che strozza i lavoratori .
Per questo la Costituzione antifascista rappresenta l'Ideologia necessaria della Nazione, l'aggancio documentale, la legge suprema che si riannoda - generazione dopo generazione - alla fonte del "potere costituente", alla Liberazione, al cedimento di sovranità a favore di Organismi internazionali che assicurino - per tutti - pace e giustizia.
Questo "credo" dunque, questo approccio che non cerca idoli o altari, ma esempio e lotta quotidiana, merita il valore politico di un progresso da costruire senza garanzie "trascendenti" ma con la forza trascendentale di valori, sogni, obiettivi incardinati nella Storia, nelle battaglie passate, nel fuoco dell'esempio di madri e padri vittime di un sacrificio proficuo e produttivo.
Il "credo" costituzionale, quindi, può essere tradotto come Libertà e Giustizia - insieme - nel Diritto, per Tutti. Una "giustizia", quindi, che non mortifica l'indagato, l'imputato, il condannato, che non dimentica gli ultimi degli ultimi come i "carcerati", per i quali lo stesso Moro si augurava non un diritto penale migliore, ma "qualcosa di meglio del diritto penale".
sta in
Autore. ENZO MUSOLINO.Nato a Reggio Calabria nel 1975, si laurea in giurisprudenza e diventa avvocato. A Venezia assume l’incarico di ispettore del lavoro. Cultore del pensiero teologico e politico occidentale, nel 2008 pubblica per la casa editrice Il Prato di Padova il testo “Potere e paranoia. Il concetto di potere nell’analisi di Elias Canetti”. Nell’aprile 2013 acquisisce il titolo di dottore di ricerca in ‘metodologie della filosofia’ presso l’Università di Messina e pubblica per la casa editrice Disoblio di Bagnara il saggio “Eccezione e Trascendenza. La teologia politica di Carl Schmitt".
sabato 10 settembre 2022
Sara Cassandra. Emozioni e Parole
Hai imparato a usare le parole giuste per disvelare i tuoi sentimenti. E hai imparato a usare le parole giuste per dissimulare i tuoi sentimenti. Insomma, che sia per tradurre le tue emozioni o che sia per tradurre il nascondimento delle tue emozioni, tu adesso sai trovare le parole giuste



