https://www.facebook.com/photo/?fbid=10229364635284605&set=g.149369041797680
Come la maggior parte degli italiani
sono un emigrante interno.
Da ragazzo amavo molto il paese dove vivevo,
mi sembrava bellissimo,
abitato da gente dolce e arguta.
Poi quando vidi come cresceva e s’espandeva senza grazia,
quando vidi distruggere una pineta per farne legna da ardere,
o tagliare i platani d’una passeggiata
per metterci le rotaie del tram,
perché era elegante avere un tram,
quando vidi devastare un giardino pubblico per farvi un ufficio,
e la gente applaudire,
capii che l’arguzia, la dolcezza dei miei compaesani era soltanto apparente
e che il fondo era stupido e cieco.
Dovetti andarmene, capitai a Roma,
che conoscevo a memoria sui libri e che amavo:
e da vent’anni assisto alle stesse distruzioni, su scala più grande.
(Tra parentesi, la mia ammirazione per
Antonio Cederna nasce dal fatto ch’egli ha saputo vincere il pregiudizio di “fanatismo “ e battersi contro la mascalzonaggine romana e provinciale.
Avrei voluto essere anch’io un “fanatico”)
L’amore che portavo a Roma s’è infine raffreddato,
ora mi piace perfino il mio paese, così spelacchiato com’è
e difficile a riconoscersi.
Spesso penso che la vera saggezza sia di continuare a vivere dove si nasce.
Una volta credevo soltanto nella fuga.

Nessun commento:
Posta un commento