sabato 27 luglio 2019

la Lectio orante di Elisabetta Cipriani


Elisabetta Cipriani ha sul web così commentato (direi fatta lectio orante) di un indegno commento postato sul web per l'assassinio del giovane carabiniere Mario Cerciello Rega 
L'indegno commento  di una insegnante del liceo scientifico “Pascal” di Romentino, in Piemnte  “Uno in meno e chiaramente con sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza”.

Ecco la meditazione di Elisabetta

"Ed eccola qui la radice di ogni pensiero totalitario: l'individuazione del capro espiatorio, del gruppo subumano, della categoria di persone in cui si annida il male, eliminata la quale s'instaurerebbe il regno dei cieli sulla terra, l'era dell'acquario, della pace, della felicità universale. Untermenschen li chiamavano i nazisti: quelli che puoi liberamente odiare senza doverti vergognare dell'odio, anzi sentendoti perfino buono. Per alcuni possono essere gli zingari, o gli stranieri in genere; per altri gli uomini in divisa, o quelli che confusamente chiamano "fascisti"; cambiano specularmente le appartenenze politiche, non cambia la logica con cui si vorrebbe cristallizzare il male fuori di sé per non doverci fare i conti, lisciando il pelo al nostro perbenismo. Ma il confine tra il bene e il male attraversa il cuore di ogni uomo, diceva Solgenitsin, ed estirparlo è cosa più faticosa, a cui non valgono né titoli accademici né patenti di populismo."




Come foto a coro serio del commento di Elisabetta  pubblico una  foto di  Solgenitsin

giovedì 11 luglio 2019

Lettera Giorgio Ambrosoli alla Moglie Anna nella consapevolezza he verrà ucciso -.L'11 luglio 1979, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, Giorgio Ambrosoli, veniva barbaramente ucciso sotto casa sua. Esecutore un killer venuto da fuori, William Joseph Aricò; mandante il proprietario dell'Istituto, vale a dire il finanziere Michele Sindona.

11 luglio 1979: il luogo dell'agguato
L'11 luglio 1979, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, Giorgio Ambrosoli, veniva barbaramente ucciso sotto casa sua.
Esecutore un killer venuto da fuori, William Joseph Aricò; mandante il proprietario dell'Istituto, vale a dire il finanziere Michele Sindona.

Anna carissima,
è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese.

Ricordi i giorni dell'Umi*, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.

I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […]. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa.
Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro. Francesca dovrà essere più forte, più dura, più pronta ma è una dolcissima bambina e crescerà benone. Filippo – che mi è carissimo perché forse è quello con il carattere più difficile e simile al mio -, dovrà essere più morbido, meno freddo ma sono certo che diventerà un ottimo ragazzo e andrà benone nella scuola e nella vita. Umberto non darà problemi: ha un carattere tale ed è così sveglio che non potrà che crescere bene. Sarà per te una vita dura ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi […].

Giorgio Ambrosoli
Giorgio

*Unione Monarchica Italiana








lunedì 8 luglio 2019

1934 La Dichiarazione teologica del Sinodo di Barmen, la Chiesa confessante-

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Dichiarazione di Barmen (1934)


 Dichiarazione teologica concernente la situazione della Chiesa evangelica tedesca, approvata nel 1934 dai delegati delle 29 chiese evangeliche regionali tedesche, riuniti a Barmen per un “Sinodo confessante della Chiesa evangelica” , in risposta alle pressioni esercitate sul protestantesimo tedesco dal regime nazionalsocialista.

Dichiarazione teologica sulla situazione presente della Chiesa Evangelica Tedesca

La Chiesa Evangelica Tedesca, in base alle parole iniziali della sua costituzione dell’11 luglio 1933, è una Lega di chiese sorte dalla Riforma, aventi una confessione di fede ed esistenti l’una accanto all’altra sullo stesso piano. La premessa teologica che unisce insieme tali chiese è contenuta negli articoli 1 e 2,1 della costituzione della Chiesa Evangelica Tedesca, costituzione riconosciuta dal governo del Reich il 14 luglio 1933:
Art. 1: Il fondamento intoccabile della Chiesa Evangelica Tedesca è l’Evangelo di Gesù Cristo, attestatoci nella Sacra Scrittura e riportato alla luce dalle confessioni di fede della Riforma. I poteri di cui la chiesa ha bisogno per svolgere la sua missione vengono precisati e circoscritti dall’Evangelo stesso.
Art. 2,1: La Chiesa Evangelica Tedesca si articola in chiese (chiese regionali).
Noi qui riuniti come Sinodo confessante della Chiesa Evangelica Tedesca, rappresentanti di chiese luterane, riformate ed unite, di liberi sinodi, convegni e gruppi ecclesiastici, dichiariamo di trovarci uniti insieme sul terreno della Chiesa Evangelica Tedesca intesa come Lega di chiese tedesche aventi una propria confessione di fede.
Quel che ci tiene uniti è perciò la professione di fede nell’unico Signore della chiesa una, santa, universale ed apostolica. Pubblicamente, davanti a tutte le chiese evangeliche della Germania, dichiariamo che l’unità di questa professione di fede, e quindi anche l’unità della Chiesa Evangelica Tedesca, è messa seriamente in pericolo dal modo di agire e dagl’insegnamenti propri del partito ecclesiastico dominante dei Cristiani Tedeschi e del governo ecclesiastico da essi espresso. In questo primo anno di esistenza della Chiesa Evangelica Tedesca tale pericolo è apparso sempre più evidente. La premessa teologica su cui si fonda l’unità della Chiesa Evangelica Tedesca è stata continuamente e fondamentalmente contrastata e resa inoperante, mediante ricorso a postulati di altro genere, tanto da del capo e portavoce dei Cristiani Tedeschi, o da parte dello stesso governo ecclesiastico. Se questi altri postulati diventano determinanti, allora – secondo tutte le confessioni di fede vigenti tra di noi – la chiesa cessa di esser chiesa? Se sono essi a valere, allora anche l’esistenza della Chiesa Evangelica Tedesca come lega di chiese confessanti diventa intimamente impossibile.
Ci è dunque consentito ed imposto, come membri di chiese luterane, riformate ed unite, di esprimerci unitariamente ed in comunione gli uni con gli altri su questa materia. Appunto in quanto siamo e desideriamo restare fedeli alle nostre diverse confessioni di fede, non ci è consentito tacere. In questo tempo di difficoltà e disorientamento per tutti, crediamo che ci venga data una parola da spendere in nome di tutti. Ci rimettiamo a Dio per tutto ciò che tale parola potrà significare circa il rapporto reciproco delle chiese confessanti tra di loro in relazione alla loro confessionalità.
Di fronte agli errori dei Cristiani Tedeschi e dell’attuale dirigenza ecclesiastica del Reich, errori che devastano la chiesa e quindi provocano anche la disunione della Chiesa Evangelica Tedesca, ci riconosciamo nelle seguenti verità evangeliche:
1. “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giov. 14,6). “In verità, in verità vi dico: chi non entra nella stalla delle pecore per la porta, ma da qualche altra parte, quello è un ladro e un assassino. Io sono la porta: chi entra attraverso di me, sarà salvo” (Giov. 10,1.9).
Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.
Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui la chiesa, a fianco e al di là di quest’unica parola, potrebbe e dovrebbe usare come base della propria predicazione anche altri eventi e forze, figure e verità, riconoscendo loro il carattere di rivelazione di Dio.
2. “Gesù Cristo ci è stato fatto da Dio sapienza e giustizia e santificazione e redenzione” (I Cor. 1,30).
Come Gesù Cristo rappresenta la grazia senza condizioni del perdono di tutti i nostri peccati, così, con uguale serietà, egli è l’espressione della forte pretesa che Dio fa valere nei confronti di tutta la nostra vita. Per mezzo suo ci accade di sperimentare una felice liberazione dagli empi legami di questo mondo per un libero, riconoscente servizio alle sue creature.
Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui ci sarebbero settori della nostra esistenza nei quali non apparterremmo a Gesù Cristo ma ad altri signori; settori, in cui non ci sarebbero necessarie la sua giustificazione e la sua santificazione.
3. “Siate al servizio della verità nell’amore e in tal modo crescete sotto ogni aspetto verso quello che è il capo, Cristo, a partire dal quale tutto il corpo è collegato insieme” (Efes. 4,15-16).
La chiesa cristiana è la comunità di fratelli in cui Gesù Cristo nella parola e nel sacramento mediante lo Spirito Santo agisce in modo presente come il Signore. Essa ha da testimoniare con la sua fede come con la sua obbedienza, con il suo messaggio come con il suo ordinamento, in mezzo al mondo del peccato come chiesa dei peccatori perdonati, che essa è soltanto sua proprietà e che vive e desidera vivere soltanto della sua consolazione e della sua direttiva, nell’attesa della sua manifestazione.
Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui chiesa potrebbe lasciar determinare la forma proprio messaggio e del proprio ordinamento da proprie preferenze o dal variare delle convinzioni ideologiche e politiche di volta in volta dominanti.
4. “Voi sapete che i principi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra voi; anzi, chiunque vorrà esser grande fra voi, sarà il vostro servitore” (Matteo 20,25-26).
I diversi ministeri nella chiesa non legittimano alcuna supremazia degli uni sugli altri, bensì sono alla base dell’esercizio del servizio affidato e comandato a tutta la comunità.
Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui la chiesa potrebbe darsi o permettere che le vengano dati dei capi di tipo particolare muniti di autorizzazione all’esercizio di un potere che esula dal servizio stesso della chiesa.
5. ” Temete Iddio, rendete onore al re” (I Pietro 1,17).
La Scrittura ci dice che lo stato, per divina disposizione, nel mondo non ancora redento, nel quale anche la chiesa si trova, ha il compito – per quanto rientra nelle prospettive e nelle possibilità umane e senza escludere la minaccia e l’uso della forza – di provvedere al diritto e alla pace. La chiesa, con gratitudine e timore verso Dio, riconosce il beneficio di questa disposizione divina. Essa fa appello al regno di Dio, al suo comandamento ed alla sua giustizia e perciò ricorda ai governanti ed ai governati le loro responsabilità. Essa si affida ed obbedisce alla potenza della parola mediante la quale Dio regge ogni cosa.
Respingiamo la falsa dottrina secondo cui lo stato, al di là del suo compito particolare, dovrebbe e potrebbe diventare il solo e totale ordinamento della vita umana tanto da assolvere anche funzione cui è destinata la chiesa.
Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui la chiesa, al di là del suo compito particolare, dovrebbe e potrebbe attribuirsi caratteri, compiti dignità propri dello stato, tanto da diventarne essa stessa uno degli organi.
 6. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dell’età presente” (Matteo 28,20). “La parola di Dio non è incatenata” (II Tim. 2,9).
Il compito della chiesa, fondamento della libertà, consiste nel rivolgere a tutto il popolo, luogo di Cristo e dunque a servizio della sua parola e della sua opera, per mezzo della predicazione e dei sacramenti, la notizia della libera grazia Dio.
Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui la chiesa, agendo con umana arroganza, potrebbe porre la parola e l’opera del Signore al servizio di qualche desiderio, obbiettivo o piano, corrispondente alle sue autonome scelte.
 “Verbum Dei manet in aeternum”.
(trad. dal tedesco Sergio Rostagno)
La Dichiarazione teologica del Sinodo confessante di Barmen del 31 maggio 1934 è l’esposizione teologica centrale della cosiddetta Chiesa confessante durante il periodo della dittatura nazionalsocialista 1933-1945. Tale movimento si opponeva alla falsa teologia e al regime ecclesiale dei cosiddetti “Cristiani tedeschi” (“Deutsche Christen”) i quali avevano avviato l’allineamento della Chiesa evangelica alla dittatura del “Führer” Adolf Hitler. Fra i punti pretesi dai Cristiani tedeschi vi erano l’introduzione del ‘principio del duce’ (Führerprinzip) nella chiesa, l’esclusione dei “non ariani” dall’ufficio pastorale, il rigetto dell’Antico Testamento e l’annuncio di Gesù come “figura eroica di Salvatore” in vece della figura del “Crocifisso”. Contro tale impostazione prende posizione la Dichiarazione teologica di Barmen, che fu formulata sostanzialmente dai teologi Karl Barth e Hans Asmussen. Ognuna delle sei Tesi è strutturata in modo seguente: prima vengono riportate le parole dalla Sacra Scrittura, quindi segue il punto di vista della Chiesa confessante e infine seguono le affermazioni con le quali viene confutata la falsa dottrina dei Cristiani tedeschi.
L’affermazione più importante della Dichiarazione teologica di Barmen, nella Tesi 1, recita: “Gesù Cristo, così come ci viene testimoniato nella Sacra Scrittura, è l’unica Parola di Dio che noi ascoltiamo, nella quale dobbiamo confidare e alla quale dobbiamo prestare ascolto nella vita e nella morte.” Da questa professione del “Solus Christus”, uno dei principi cardine della Riforma, vengono fatte conseguire tutte le altre tesi. La Dichiarazione teologica di Barmen ammonisce inequivocabilmente che la chiesa debba riferirsi unicamente al Vangelo, non soltanto per quanto concerne la propria dottrina, ma anche nella sua struttura, e che non debba far riferimento ad altri modelli di governo. Per questo la Dichiarazione di Barmen è diventata un importante punto di riferimento proprio per quelle chiese che vivono in paesi sotto la pressione di dittature. In molte chiese protestanti la Dichiarazione di Barmen è stata recepita all’interno dei propri scritti confessionali o viene riprodotta nelle appendici dell’innario.

sabato 6 luglio 2019

Convegno "La teologia dopo Veritatis Gaudium nel contesto del Mediterraneo", tenutosi nei giorni 20 e 21 giugno presso la Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale - Sez. San Luigi di Napoli. Il Patriarca Ecumenico ha voluto essere presente con un suo messaggio


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Al Reverendissimo p. Pino Di Luccio, Vice- Preside della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione San Luigi a Napoli, figlio amato della nostra Modestia, grazia e pace dal Signore nostro Gesù Cristo e da noi benevolenza.
Abbiamo ricevuto la Vostra cortese Lettera del 3 giugno u.s., con la quale avete avuto la bontà di informare la nostra Modestia del prossimo Convegno su “La Teologia dopo Veritas Gaudium nel contesto del Mediterraneo”, che avrà luogo a Napoli nei giorni 20 e 21 giugno prossimi, per elaborare una teologia della accoglienza, adatta al nuovo contesto del Mediterraneo. Abbiamo altresì accolto con gioia che al Convegno parteciperà anche il nostro amato Fratello Vescovo della Antica Roma, Papa Francesco, col quale ci unisce il profondo impegno per la salvaguardia dell’essere umano e di tutto ciò che lo circonda, impegno fondato sulla κοινωνία propria della relazione Trinitaria. Lo salutiamo coll’adagio evangelico: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo, sia con tutti noi”!
Salutiamo inoltre l’amato Arcivescovo Metropolita di Napoli, Cardinale Crescenzio Sepe, gli Organizzatori e Relatori del Convegno, come tutti i partecipanti.
Nell’ambito di quanto previsto dalla Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium di Papa Francesco, circa le Università e le Facoltà Ecclesiastiche, questo convegno pone al centro della sua attenzione il contesto del Mediterraneo ed il tema dell’accoglienza. Due temi che fondano il loro postulato principale sul concetto di dialogo nei suoi multiformi aspetti, ma anche sulle dinamiche ed introversioni che esso contiene.
Il Mare Nostrum, il Μεσόγειος θάλασσα, - come abbiamo ancora sottolineato - il mare tra le terre, - è stato “culla di storia, civiltà, lingue, culture e religioni capaci di interconnessioni e di scambi, che hanno guidato i processi sociali dell’intera area per secoli, contribuendo alla crescita dei popoli che ad esso si affacciano. Se il Cristianesimo, nella sua accezione Orientale ed Occidentale, ha giocato un ruolo fondamentale, dopo l’Editto di Milano, non di meno l’Ebraismo e poi l’Islam hanno contribuito nelle alterne fasi storiche a trovare vie di comunione e di coesistenza. Il susseguirsi dell’Impero Romano, delle Invasioni Barbariche, dell’Impero Romano d’Oriente a Bisanzio, di quello Ottomano, non aveva mai rotto la sinfonia di comunione tra le varie anime esistenti tra i popoli dell’area, nonostante le tensioni mai sopite”. (Bari 2016).
Oggi questo mare di incontro presenta una valenza molto diversa, alle volte presa ad esempio in tante aree del mondo, non come luogo d’incontro, ma piuttosto come confine da non valicare tra nord e sud del mondo, ponendo interrogativi allo stesso concetto di accoglienza dello straniero, di cui il Cristianesimo è espressione massima, secondo l’insegnamento del nostro Maestro e Salvatore. La Chiesa Ortodossa riconosce tuttavia che non c’è altra via al dialogo, e in tal modo si è espressa durante il Santo e Grande Concilio a Creta nel 2016: “In questo spirito di riconoscimento della necessità di una testimonianza e di una disponibilità, la Chiesa Ortodossa ha sempre attribuito grande importanza al dialogo, e in particolare a quello con i cristiani non ortodossi.”  (Enciclica cap. VII, 20).
I vari sconvolgimenti mondiali del precedente secolo, il nazionalismo e i fondamentalismi di varia natura, ancora presenti in troppe parti del nostro mondo, le tensioni accesesi oggi per l’accoglienza dei più deboli, di coloro che sono esposti alle tensioni sociali, economiche, climatiche, pongono nuovi interrogativi alle Chiese, a cui il Grande Concilio ha voluto porre attenzione,  non sottacendo ai problemi derivanti dalla globalizzazione, dagli estremi fenomeni di violenza e della immigrazione: “In nessun momento la opera filantropica della Chiesa non si è limitata semplicemente ad un atto di carità occasionale verso i bisognosi e sofferenti, ma piuttosto ha cercato di sradicare le cause che creano problemi sociali.”  (cap. 19).
L’accoglienza non può pertanto limitarsi ad una opera di assistenza, ma deve guardare al tema della verità e della giustizia, per comprendere le cause, curarne gli effetti e testimoniare con forza il pericolo di vecchie e nuove schiavitù dell’essere umano, celate molte volte sotto forme di un acceso buonismo, di subdoli concetti di libertà illimitate, le cui conseguenze stanno affiorando prepotentemente all’interno di molti popoli, anche cristiani. La transumanza di interi popoli, o peggio di complete generazioni, causano ulteriori povertà nel sud del mondo e fenomeni di intolleranza in chi dovrebbe praticare l’accoglienza come dettame del proprio aderire evangelico. E tutto questo lo vediamo nei paesi del continente Africano in cammino verso i paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo, ma anche tra i paesi del Sud America in cammino verso il Nord, tra i paesi asiatici verso l’Oceania, e anche all’interno della stessa Europa tra Oriente e Occidente.
Diviene quindi preponderante l’impegno primario delle Chiese per la giustizia sociale, per creare i presupposti teologici  e antropologici, anche attraverso il lavoro delle Università e dei Centri di Studi, al fine di creare una coscienza nuova nelle Istituzioni mondiali, in cui il profitto non sia l’unico metro di misura, ma si possa e si debba virare verso una economia ecosostenibile, rispettosa anche dell’ambiente in cui viviamo e che abbiamo il dovere di consegnare intatto alle generazioni future, una economia che dia dignità all’essere umano nella sua interezza, e pertanto libera da tensioni, libera da focolai di guerra, indotti molte volte al fine del proprio esasperato egoismo ed egocentrismo di pochi su molti. Una economia del rispetto delle peculiarità di popoli e aree può portare al miglioramento dell’esistenza di intere nuove generazioni, ad un nuovo rinnovato interscambio, basato sul dialogo e la giustizia, ma anche sulla verità non manipolata e può pertanto evitare o limitare tali transumanze.
L’opposto è il grande pericolo che oggi attraversa il concetto di accoglienza, non più percepito dai popoli Cristiani come dettame evangelico ed esempio della fratellanza umana, ma come una “invasione” di popoli su altri popoli. La storia ci insegna che questo concetto di invasione non scompare più dal sentire comune dei popoli lungo i secoli, poiché esso ha sempre una accezione fortemente negativa. Ancora parliamo delle invasioni dei Persiani, dei Romani, delle Invasioni barbariche, della invasione araba, mongola, turca, dei bianchi sui Nativi americani, della Comunità nera in America sradicata nel passato dall’Africa, e ancora della invasione Nazista, Sovietica e altre ancora fino ai nostri giorni. Questo sentimento deve essere fortemente evitato oggi, anche dalle nostre Chiese, affinché non si realizzi il binomio accoglienza-invasione.
E’ quindi necessario esaminare con cura il modo di accogliere, il perché accogliere, ma soprattutto il come accogliere, nel rispetto delle popolazioni locali. L’accoglienza deve diventare principalmente integrazione, ma mai sincretismo. Se vi è la necessità di una giustizia mondiale per molti popoli in movimento, vi è anche la giustizia dei popoli che aprono i propri confini. C’è il dovere evangelico ed umano di accogliere chi è in difficoltà, ma c’è anche il dovere di chi viene accolto di rispettare tradizioni, costumi, fedi di coloro che lo accolgono.
Con questi brevi pensieri, auguriamo ogni successo a questo importante Convegno, di cui tutti sentiamo la necessità per un confronto veritiero in dialogo, e invochiamo copiosa la grazia e la misericordia dall’Alto, con la nostra Apostolica e Patriarcale Benedizione su tutti.
Fanar, 16 Giugno 2019
Bartolomeo di Costantinopoli

domenica 23 giugno 2019

La profezia di San Paolo VI all'Assemblea Generale delle Nazioni Unite - 1965


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VISITA DEL SOMMO PONTEFICE PAOLO VI
ALL'ORGANIZZAZIONE DELLE NAZIONI UNITE
DISCORSO DEL SANTO PADRE
ALLE NAZIONI UNITE*
  
Lunedì, 4 ottobre 1965
     
Nel momento in cui prendiamo la parola davanti a questo consesso unico al mondo, sentiamo il bisogno anzitutto di esprimere la Nostra profonda gratitudine al Signor Thant, vostro Segretario Generale, per l'invito ch'egli Ci ha rivolto di visitare le Nazioni Unite, in occasione del ventesimo anniversario della fondazione di questa Istituzione mondiale per la pace e per la collaborazione fra i popoli di tutta la terra. Noi ringraziamo altresì il Signor Presidente dell'Assemblea, On. Amintore Fanfani, il quale, dal giorno del suo insediamento, ha avuto per Noi parole tanto cortesi. 
Grazie anche a voi tutti, qui presenti, per la vostra buona accoglienza. 
A ciascuno di voi il Nostro riverente e cordiale saluto. La vostra amicizia Ci ha invitati e Ci ammette ora a questa riunione: e come amici Noi qui a voi Ci presentiamo. 
Vi esprimiamo il Nostro cordiale omaggio personale e vi offriamo quello dell'intero Concilio Ecumenico Vaticano II, riunito in Roma, e qui rappresentato dai Signori Cardinali che a questo scopo Ci accompagnano. A loro nome, come da parte Nostra, rendiamo a voi tutti onore e vi salutiamo! 
Questo incontro, voi tutti lo comprendete, segna un momento semplice e grande. Semplice, perché voi avete davanti un uomo come voi; egli è vostro fratello, e fra voi, rappresentanti di Stati sovrani, uno dei più piccoli, rivestito lui pure, se così vi piace considerarci, d'una minuscola, quasi simbolica sovranità temporale, quanta gli basta per essere libero di esercitare la sua missione spirituale, e per assicurare chiunque tratta con lui, che egli è indipendente da ogni sovranità di questo mondo. Egli non ha alcuna potenza temporale, né alcuna ambizione di competere con voi; non abbiamo infatti alcuna cosa da chiedere, nessuna questione da sollevare; se mai un desiderio da esprimere e un permesso da chiedere, quello di potervi servire in ciò che a Noi è dato di fare, con disinteresse, con umiltà e amore. 

DA VENTI SECOLI UN VOTO DEL CUORE 
Questa è la Nostra prima dichiarazione; e, come voi vedete, essa è così semplice, che sembra irrilevante per questa Assemblea, che tratta sempre cose importantissime e difficilissime. Ma Noi dicevamo, e tutti lo avvertite, che questo momento è anche grande. Grande per Noi, grande per voi. 
Per Noi, anzitutto. Oh! voi sapete chi siamo; e, qualunque sia l'opinione che voi avete sul Pontefice di Roma, voi conoscete la Nostra missione; siamo portatori d'un messaggio per tutta l'umanità; e lo siamo non solo a Nostro nome personale e dell'intera famiglia cattolica, ma lo siamo pure di quei Fratelli cristiani, che condividono i sentimenti da Noi qui espressi, e specialmente di quelli da cui abbiamo avuto esplicito incarico d'essere anche loro interpreti. Noi siamo come il messaggero che, dopo lungo cammino, arriva a recapitare la lettera che gli è stata affidata; così Noi avvertiamo la fortuna di questo, sia pur breve, momento, in cui si adempie un voto, che Noi portiamo nel cuore da quasi venti secoli. Sì, voi ricordate: è da molto tempo che siamo in cammino, e portiamo con Noi una lunga storia; Noi celebriamo qui l'epilogo d'un faticoso pellegrinaggio in cerca d'un colloquio con il mondo intero, da quando Ci è stato comandato: "Andate e portate la buona novella a tutte le genti". 
Ora siete voi, che rappresentate tutte le genti. Noi abbiamo per voi tutti un messaggio, sì, un messaggio felice, da consegnare a ciascuno di voi. 

 IN NOME DEI MORTI DEI POVERI DEI SOFFERENTI 
1. Il Nostro messaggio vuol essere, in primo luogo, una ratifica morale e solenne di questa altissima Istituzione. Questo messaggio viene dalla Nostra esperienza storica; Noi, quali "esperti in umanità", rechiamo a questa Organizzazione il suffragio dei Nostri ultimi Predecessori, quello di tutto l'Episcopato cattolico, e Nostro, convinti come siamo che essa rappresenta la via obbligata della civiltà moderna e della pace mondiale. 
Dicendo questo, Noi sentiamo di fare Nostra la voce dei morti e dei vivi; dei morti, caduti nelle tremende guerre passate sognando la concordia e la pace del mondo; dei vivi, che a quelle hanno sopravvissuto portando nei cuori la condanna per coloro che tentassero rinnovarle; e di altri vivi ancora, che avanzano nuovi e fidenti, i giovani delle presenti generazioni, che sognano a buon diritto una migliore umanità. E facciamo Nostra la voce dei poveri, dei diseredati, dei sofferenti, degli anelanti alla giustizia, alla dignità della vita, alla libertà, al benessere e al progresso. I popoli considerano le Nazioni Unite come il palladio della concordia e della pace; Noi osiamo, col Nostro, portare qua il loro tributo di onore e di speranza. Ecco perché questo momento è grande anche per voi. 

GIUSTIZIA DIRITTO TRATTATIVA NELLE RELAZIONI TRA I POPOLI 
2. Noi sappiamo che ne avete piena coscienza. Ascoltate allora la continuazione del Nostro messaggio. Esso è rivolto completamente verso l'avvenire: l'edificio, che avete costruito, non deve mai più decadere, ma deve essere perfezionato e adeguato alle esigenze che la storia del mondo presenterà. Voi segnate una tappa nello sviluppo dell'umanità, dalla quale non si dovrà più retrocedere, ma avanzare. 
Al pluralismo degli Stati, che non possono più ignorarsi, voi offrite una formola di convivenza, estremamente semplice e feconda. Ecco: voi dapprima vi riconoscete e distinguete gli uni dagli altri. Voi non conferite certamente l'esistenza agli Stati; ma qualificate come idonea a sedere nel consesso ordinato dei Popoli ogni singola Nazione; date cioè un riconoscimento di altissimo valore etico e giuridico ad ogni singola comunità nazionale sovrana, e le garantite onorata cittadinanza internazionale. È già un grande servizio alla causa dell'umanità quello di ben definire e di onorare i soggetti nazionali della comunità mondiale, e di classificarli in una condizione di diritto, meritevole d'essere da tutti riconosciuta e rispettata, dalla quale può derivare un sistema ordinato e stabile di vita internazionale. Voi sancite il grande principio che i rapporti fra i popoli devono essere regolati dalla ragione, dalla giustizia, dal diritto, dalla trattativa, non dalla forza, non dalla violenza, non dalla guerra, e nemmeno dalla paura, né dall'inganno. 
Così ha da essere. Lasciate che Noi Ci congratuliamo con voi, che avete avuto la saggezza di aprire l'accesso a questa aula ai Popoli giovani, agli Stati giunti da poco alla indipendenza e alla libertà nazionale; la loro presenza è la prova dell'universalità e della magnanimità che ispirano i principii di questa Istituzione. 
Così ha da essere; questo è il Nostro elogio e il Nostro augurio, e, come vedete, Noi non li attribuiamo dal di fuori; ma li caviamo dal di dentro, dal genio stesso del vostro Statuto. 

GENEROSA FIDUCIA GIAMMAI INSIDIATA O TRADITA 
3. Il vostro Statuto va oltre; e con esso procede il Nostro augurio. 
Voi esistete ed operate per unire le Nazioni, per collegare gli Stati; diciamo questa seconda formola: per mettere insieme gli uni con gli altri. Siete una Associazione. Siete un ponte fra i Popoli. Siete una rete di rapporti fra gli Stati. Staremmo per dire che la vostra caratteristica riflette in qualche modo nel campo temporale ciò che la Nostra Chiesa cattolica vuol essere nel campo spirituale: unica ed universale. Non v'è nulla di superiore sul piano naturale nella costruzione ideologica dell'umanità. La vostra vocazione è quella di affratellare non solo alcuni, ma tutti i Popoli. Difficile impresa? Senza dubbio. Ma questa è l'impresa; questa la vostra nobilissima impresa. Chi non vede il bisogno di giungere così, progressivamente, a instaurare un'autorità mondiale, capace di agire con efficacia sul piano giuridico e politico? 
Anche a questo riguardo ripetiamo il Nostro voto: perseverate. Diremo di più: procurate di richiamare fra voi chi da voi si fosse staccato, e studiate il modo per chiamare, con onore e con lealtà, al vostro patto di fratellanza chi ancora non lo condivide. Fate che chi ancora è rimasto fuori desideri e meriti la comune fiducia; e poi siate generosi nell'accordarla. E voi, che avete la fortuna e l'onore di sedere in questo consesso della pacifica convivenza, ascoltateci: fate che non mai la reciproca fiducia, che qui vi unisce e vi consente di operare cose buone e grandi. sia insidiata o tradita.

L'ORGOGLIO IL GRANDE ANTAGONISTA DELLE NECESSARIE ARMONIE
4. La logica di questo voto, che si può dire costituzionale per la vostra Organizzazione, Ci porta a integrarlo con altre formole. Ecco: che nessuno, in quanto membro della vostra unione, sia superiore agli altri. Non l'uno sopra l'altro. È la formola della eguaglianza. Sappiamo di certo come essa debba essere integrata dalla valutazione di altri fattori, che non sia la semplice appartenenza a questa Istituzione; ma anch'essa è costituzionale. Voi non siete eguali, ma qui vi fate eguali. Può essere per parecchi di voi atto di grande virtù; consentite che ve lo dica Colui che vi parla, il Rappresentante d'una Religione, la quale opera la salvezza mediante l'umiltà del suo Fondatore Divino. Non si può essere fratelli, se non si è umili. Ed è l'orgoglio, per inevitabile che possa sembrare. che provoca le tensioni e le lotte del prestigio, del predominio, del colonialismo dell'egoismo; rompe cioè la fratellanza.

CADANO LE ARMI, SI COSTRUISCA LA PACE TOTALE
5. E allora il Nostro messaggio raggiunge il suo vertice; il vertice negativo. Voi attendete da Noi questa parola, che non può svestirsi di gravità e di solennità: non gli uni contro gli altri, non più, non mai! A questo scopo principalmente è sorta l'Organizzazione delle Nazioni Unite; contro la guerra e per la pace ! Ascoltate le chiare parole d'un grande scomparso, di John Kennedy, che quattro anni or sono proclamava: "L'umanità deve porre fine alla guerra, o la guerra porrà fine all'umanità". Non occorrono molte parole per proclamare questo sommo fine di questa istituzione. Basta ricordare che il sangue di milioni di uomini e innumerevoli e inaudite sofferenze, inutili stragi e formidabili rovine sanciscono il patto che vi unisce, con un giuramento che deve cambiare la storia futura del mondo: non più la guerra, non più la guerra! La pace, la pace deve guidare le sorti dei Popoli e dell'intera umanità! 
Grazie a voi, gloria a voi, che da vent'anni per la pace lavorate, e che avete perfino dato illustri vittime a questa santa causa. Grazie a voi, e gloria a voi, per i conflitti che avete prevenuti e composti. I risultati dei vostri sforzi, conseguiti in questi ultimi giorni in favore della pace, benché, non siano ancora definitivi, meritano che Noi, osando farci interpreti del mondo intero, vi esprimiamo plauso e gratitudine.
Signori, voi avete compiuto e state compiendo un'opera grande: l'educazione dell'umanità alla pace. L'ONU è la grande scuola per questa educazione. Siamo nell'aula magna di tale scuola; chi siede in questa aula diventa alunno e diventa maestro nell'arte di costruire la pace. Quando voi uscite da questa aula il mondo guarda a voi come agli architetti, ai costruttori della pace.
E voi sapete che la pace non si costruisce soltanto con la politica e con l'equilibrio delle forze e degli interessi, ma con lo spirito, con le idee, con le opere della pace. Voi già lavorate in questo senso. Ma voi siete ancora in principio: arriverà mai il mondo a cambiare la mentalità particolaristica e bellicosa, che finora ha tessuto tanta parte della sua storia? È difficile prevedere; ma è facile affermare che alla nuova storia, quella pacifica, quella veramente e pienamente umana, quella che Dio ha promesso agli uomini di buona volontà, bisogna risolutamente incamminarsi; e le vie sono già segnate davanti a voi; e la prima è quella del disarmo.
Se volete essere fratelli, lasciate cadere le armi dalle vostre mani. Non si può amare con armi offensive in pugno. Le armi, quelle terribili. specialmente, che la scienza moderna vi ha date, ancor prima che produrre vittime e rovine, generano cattivi sogni, alimentano sentimenti cattivi, creano incubi, diffidenze e propositi tristi, esigono enormi spese, arrestano progetti di solidarietà e di utile lavoro, falsano la psicologia dei popoli. Finché l'uomo rimane l'essere debole e volubile e anche cattivo, quale spesso si dimostra, le armi della difesa saranno necessarie, purtroppo; ma voi, coraggiosi e valenti quali siete, state studiando come garantire la sicurezza della vita internazionale senza ricorso alle armi: questo è nobilissimo scopo, questo i Popoli attendono da voi, questo si deve ottenere! Cresca la fiducia unanime in questa Istituzione, cresca la sua autorità; e lo scopo, è sperabile, sarà raggiunto. Ve ne saranno riconoscenti le popolazioni, sollevate dalle pesanti spese degli armamenti, e liberate dall'incubo della guerra sempre imminente, il quale deforma la loro psicologia. Noi godiamo di sapere che molti di voi hanno considerato con favore il Nostro invito, lanciato a tutti gli Stati per la causa della pace, a Bombay, nello scorso dicembre, di devolvere a beneficio dei Paesi in via di sviluppo una parte almeno delle economie, che si possono realizzare con la riduzione degli armamenti. Noi rinnoviamo qui tale invito, fidando nel vostro sentimento di umanità e di generosità.

OLTRE LA COESISTENZA: LA COLLABORAZIONE FRATERNA
6. Dicendo queste parole Ci accorgiamo di far eco ad un altro principio costitutivo di questo Organismo, cioè il suo vertice positivo: non solo qui si lavora per scongiurare i conflitti fra gli Stati, ma si lavora altresì con fratellanza per renderli capaci di lavorare gli uni per gli altri. Voi non vi contentate di facilitare la coesistenza e la convivenza fra le varie Nazioni; ma fate un passo molto più avanti, al quale Noi diamo la Nostra lode e il Nostro appoggio: voi promovete la collaborazione fraterna dei Popoli. Qui si instaura un sistema di solidarietà, per cui finalità civili altissime ottengono l'appoggio concorde e ordinato di tutta la famiglia dei Popoli per il bene comune, e per il bene dei singoli. Questo aspetto dell'Organizzazione delle Nazioni Unite è il più bello: è il suo volto umano più autentico; è l'ideale dell'umanità pellegrina nel tempo; è la speranza migliore del mondo; è il riflesso, osiamo dire, del disegno trascendente e amoroso di Dio circa il progresso del consorzio umano sulla terra; un riflesso, dove scorgiamo il messaggio evangelico da celeste farsi terrestre. Qui, infatti, Noi ascoltiamo un'eco della voce dei Nostri Predecessori, di quella specialmente di Papa Giovanni XXIII, il cui messaggio della Pacem in terris ha avuto anche nelle vostre sfere una risonanza tanto onorifica e significativa.
Perché voi qui proclamate i diritti e i doveri fondamentali dell'uomo, la sua dignità, la sua libertà e, per prima, la libertà religiosa. Ancora, Noi sentiamo interpretata la sfera superiore della sapienza umana, e aggiungiamo: la sua sacralità. Perché si tratta anzitutto della vita dell'uomo: e la vita dell'uomo è sacra: nessuno può osare di offenderla. Il rispetto alla vita, anche per ciò che riguarda il grande problema della natalità, deve avere qui la sua più alta professione e la sua più ragionevole difesa: voi dovete procurare di far abbondare quanto basti il pane per la mensa dell'umanità; non già favorire un artificiale controllo delle nascite, che sarebbe irrazionale, per diminuire il numero dei commensali al banchetto della vita. 
Ma non si tratta soltanto di nutrire gli affamati: bisogna inoltre assicurare a ciascun uomo una vita conforme alla sua dignità. Ed è questo che voi vi sforzate di fare. E non si adempie del resto sotto i Nostri occhi e anche per opera vostra l'annuncio profetico che ben si addice a questa Istituzione: "Fonderanno le spade in vomeri; le lance in falci"? (Is. 2, 4). Non state voi impiegando le prodigiose energie della terra e le invenzioni magnifiche della scienza, non più in strumenti di morte, ma in strumenti di vita per la nuova era dell'umanità?
Noi sappiamo con quale crescente intensità ed efficacia l'Organizzazione delle Nazioni Unite, e gli organismi mondiali che ne dipendono, lavorino per fornire aiuto ai Governi, che ne abbiano bisogno, al fine di accelerare il loro progresso economico e sociale.
Noi sappiamo con quale ardore voi vi impegniate a vincere l'analfabetismo e a diffondere la cultura nel mondo; a dare agli uomini una adeguata e moderna assistenza sanitaria, a mettere a servizio dell'uomo le meravigliose risorse della scienza, della tecnica, dell'organizzazione: tutto questo è magnifico, e merita l'encomio e l'appoggio di tutti, anche il Nostro. Vorremmo anche Noi dare l'esempio, sebbene l'esiguità dei Nostri mezzi ci impedisca di farne apprezzare la rilevanza pratica e quantitativa: Noi vogliamo dare alle Nostre istituzioni caritative un nuovo sviluppo in favore della fame e dei bisogni del mondo: è in questo modo, e non altrimenti, che si costruisce la pace.

PER SALVARE LA CIVILTÀ PROFONDO RINNOVAMENTO IN DIO
7. Una parola ancora, Signori, un'ultima parola: questo edificio, che state costruendo, si regge non già solo su basi materiali e terrene: sarebbe un edificio costruito sulla sabbia; ma esso si regge, innanzitutto, sopra le nostre coscienze. È venuto il momento della "metanoia", della trasformazione personale, del rinnovamento interiore. Dobbiamo abituarci a pensare in maniera nuova l'uomo; in maniera nuova la convivenza dell'umanità, in maniera nuova le vie della storia e i destini del mondo, secondo le parole di S. Paolo: "Rivestire l'uomo nuovo, creato a immagine di Dio nella giustizia e santità della verità" (Eph. 4, 23). È l'ora in cui si impone una sosta, un momento di raccoglimento, di ripensamento, quasi di preghiera: ripensare, cioè, alla nostra comune origine, alla nostra storia, al nostro destino comune. Mai come oggi, in un'epoca di tanto progresso umano, si è reso necessario l'appello alla coscienza morale dell'uomo!
Il pericolo non viene né dal progresso né dalla scienza: questi, se bene usati, potranno anzi risolvere molti dei gravi problemi che assillano l'umanità. Il pericolo vero sta nell'uomo, padrone di sempre più potenti strumenti, atti alla rovina ed alle più alte conquiste!
In una parola, l'edificio della moderna civiltà deve reggersi su principii spirituali, capaci non solo di sostenerlo, ma altresì di illuminarlo e di animarlo. E perché tali siano questi indispensabili principii di superiore sapienza, essi non possono non fondarsi sulla fede in Dio. Il Dio ignoto, di cui discorreva nell'areopago S. Paolo agli Ateniesi? Ignoto a loro, che pur senza avvedersene lo cercavano e lo avevano vicino, come capita a tanti uomini del nostro secolo?... Per noi, in ogni caso, e per quanti accolgono la Rivelazione ineffabile, che Cristo di Lui ci ha fatta, è il Dio vivente, il Padre di tutti gli uomini.

*Insegnamenti di Paolo VI, vol. III, p.516-523.
L'Osservatore Romano 6.10.1965 p.4.

sabato 8 giugno 2019

Domenica dei Santi Padri-in attesa della Santa Pentecoste- Dal mio Archivio 2013



Atti 20,16-18-  28-38

28 Vegliate su voi stessi e su tutto il gregge, in mezzo al quale lo Spirito Santo vi ha posti come vescovi a pascere la Chiesa di Dio, che egli si è acquistata con il suo sangue.

...Ecco Signore ora è chiaro…lo è sempre stato…questa Domenica lo fai risuonare infra di noi… …i nostri Vescovi…chiamati proprio a non dormire…la veglia..la vigilanza …instancabile. .per la difesa …ma anche per il progredire spirituale dela sinodia ..ed ogni Chiesa locale  Chiesa Domestica  è “la cattolica” nella sua pienezza e totalità ..la Chiesa (perché lo Spirito e la Sposa dicono Vieni presto Signore Gesù Maranathà ) e in ogni Chiesa locale ..proprio per il suo forte radicamento…ecclisia..essere stati chiamati da fuori per entrare dentro ..dentro l’innesto..Signore. .il tuo innesto…il Regno dei cieli è di coloro che lo prendono facendo forza  di sé a se stessi..se ne impadroniscono quindi con violenza su se stessi ...per cambiare del tutto il loro DNA dello Spirito e della Speranza




32 Ed ora vi affido al Signore e alla parola della sua grazia che ha il potere di edificare e di concedere l'eredità con tutti i santificati.


..e poi Signore dopo i Vescovi.. dopo la sinodia .. Tu .. Ecco Signore. .eccoti sempre il venuto..il presente ..il Risorto…l’Asceso …il Veniente…Tu Signore ci fai tua eredità Tu Signore nella nostra libertà ci proponi la santificazione. .le immense praterie,le alte montagne,le straordinarie pianure di e in Sion la Santa…

Giovanni 17,1-13

3 Questa è la vita eterna: che conoscano te, l'unico vero Dio, e colui che hai mandato, Gesù Cristo.

....andiamo avanti Signore…i gigli dei campi sono più elegantemente vestiti di re salomone…E se l’unico Signore della Storia nel mistero di Dio tre volte santo è il Kyrios, il Risorto sappiamo bene a quale sito internet mandare i presunti Signori della storia noi stessi compresi quando diventiamo superbi ..Tu lo sai Signore..sempre una vita da mediano di interdizione ..questo ci aspetta…a questo ci chiami 


9 Io prego per loro; non prego per il mondo, ma per coloro che mi hai dato, perché sono tuoi
.Signore..qui sto zitto…Sento che qui …c’è la vocazione di ciascuno di noi…Cittadini di questa città ma per santificarla  nella e con la preghiera orante ed invocante e con la nostra vita e farla diventare altra nell’Altra…prendere tutti noi “sacerdotalmente” sulle nostre mani e nelle nostre metanie l’intero cosmo e fare di esso Anafora davanti al Tuo Santo Altare…le galassie di ieri,quelle di oggi e quelle di domani 



11 Io non sono più nel mondo; essi invece sono nel mondo, e io vengo a te. Padre santo, custodisci nel tuo nome coloro che mi hai dato, perché siano una cosa sola, come noi.


…Amìn…