venerdì 8 marzo 2019

Quaresima 2019-Lettera pastorale delll'Église Orthodoxe Française



Precisazione  
l'Église Orthodoxe Française è ad oggi una congregazione ecclesiale ortodossa non in comunione con  nessuna delle Chiese Ortodosse  e sotto questo aspetto è (dalla chiese ortodosse) definita non canonica e quindi  fuori comunione. Nello specifico ancora l'EOF vive l'intero anno liturgico all'interno del calendario gregoriano  delle chiese cristiane d'occidente .Infatti presenta se stessa come une Église locale de foi orthodoxe d’expression occidentale

Il non essere in comunione, a mio avviso, non implica nè deduce il rifiuto a leggere e pure ad apprezzare (da cristiani ortodossi) momenti di preghiera e di meditazione dellÉglise Orthodoxe Française  come in questa lettera pastorale del loro Vescovo Primate Martin in apertura della Grande Quaresima che i fratelli e le sorelle della Chiesa Ortodossa Francese vivono e celebrano(secondo il calendario cristiano d'occidente) a partire dal Mercoledi delle Ceneri

Per completa informazione l'Église Orthodoxe Française in comunione con altre due chiese ortodosse di ugual status canonico e di uguale calendario (L'Église Orthodoxe Celtique el'Église Orthodoxe des Gaules ») ha costruito ecclesialmente la  COMMUNION DE TROIS EGLISES ORTHODOXES D'OCCIDENT




Testo della lettera pastorale del vescovo martin -l'Église Orthodoxe Française

Bien chers frères et sœurs en Christ,

Après la célébration de l’office des cendres, ce mercredi 6 mars, une grande majorité de communautés chrétiennes sont entrées dans le Grand Carême…

Ce temps liturgique offert par l’Eglise est béni car il nous convie chaque année à un véritable pèlerinage vers Pâques, « Fête des Fêtes » grandiose où sont célébrés « la mise à mort de la mort, la destruction de l’enfer et le début d’une vie nouvelle et éternelle… »

Cette marche est aujourd’hui comme hier d’une brûlante actualité ! A toutes les questions qui hantent les profondeurs angoissées de l’humanité, l’évènement pascal apporte la réponse ultime et définitive : CHRIST EST RESSUSCITE ! Oui, par le Christ et dans le Christ ressuscité, ce n’est plus l’ignorance, l’inconscience, la bêtise, la maladie qui ont le dernier mot mais la Force invincible d’une Vie donnée qui avale toutes les formes de mort ! Ainsi, à travers l’avènement de la matière glorieuse signifié par la Résurrection de Jésus-Christ, Vrai Dieu et Vrai Homme, toutes les matières créées sont déjà potentiellement sauvées…
Telle est la foi de l’Eglise manifestée par ses saints innombrables !

Et alors que par notre baptême, nous sommes tous ensemencés de la force prodigieuse de cette expérience fondatrice, pourquoi sommes-nous encore si loin de son actualisation ?
Le drame de notre vie se résume en un seul mot : l’oubli ! Nous continuons à vivre sans référer notre vie à la Vie nouvelle que le Christ nous a révélée et communiquée. En fait, nous vivons comme s’Il n’était jamais venu ! Par cet oubli, notre vie redevient « vieille », mesquine, enténébrée, désorientée, insensée…
Là est sans doute le seul vrai péché, la tragédie insondable de nos existences…

Le Carême est alors la vigoureuse proposition que nous offre l’Eglise pour vivre un profond retournement intérieur et retrouver l’incandescence de notre Désir de Dieu, l’Unique Essentiel… Comment ?
Retrouvons la parole de feu de Saint Jean de Saint-Denis écrivant aux membres du clergé et aux fidèles de l’Eglise Catholique Orthodoxe de France, les exhortations suivantes :
« Nous entrons dans la Sainte Quarantaine, temps salutaire de purification et de pénitence. Nous demandons au clergé et aux fidèles de notre Eglise de profiter de cette période pour scruter nos consciences, nous confesser, observer l’abstinence selon les possibilités, entreprendre la lutte contre la dispersion de l’esprit, le découragement de l’âme et toute forme de vanité. Parlons le moins possible, préférons le silence, entrons en nous-mêmes, recherchons la pureté du cœur, fixant notre regard vers le temple intérieur. En nous attachant avec force à la vertu et aux sentiments d’humilité, considérons-nous, chacun en particulier, comme le dernier de tous, indigne par rapport aux autres ; avec patience, supportons les opprobres ; cultivons la charité envers tous et écartons de notre cœur tout ce qui peut diminuer l’amour pour le prochain. Supplions Dieu de nous donner de discerner nos péchés, de ne pas voir les défaillances des autres et de ne juger personne afin d’obtenir Son pardon.

Que l’Esprit–Saint renouvelle notre esprit, comme Il renouvelle la nature chaque printemps ! Si nous éprouvons quelque animosité à l’égard de nos frères et sœurs, demandons Lui de toute notre âme de nous pardonner.
 Nous aussi, nous vous demandons pardon si nous vous avons offensés, et nous implorons sur vous tous la bénédiction divine. »

Que notre pèlerinage en Eglise soit fécond...
Chaleureuses bénédictions à chacun et chacune, dans cette montée vers Pâques…

Évêque Martin                                                                                                           

giovedì 7 marzo 2019

Quaresima 2019Messaggio di S.S. il Patriarca Ecumenico Omelia catechetica in occasione dell'inizio della Santa e Grande Quaresima 2019


DISCORSO CATECHETICO
PER L’INIZIO
DELLA SANTA E GRANDE QUARESIMA

+ B A R T O L O M E O
PER GRAZIA DI DIO
ARCIVESCOVO DI COSTANTINOPOLI – NUOVA ROMA
E PATRIARCA ECUMENICO
A TUTTO IL PLEROMA DELLA CHIESA
GRAZIA E PACE
DAL SALVATORE E SIGNORE NOSTRO GESÙ CRISTO
E DA NOI PREGHIERA, BENEDIZIONE E PERDONO
* * *
Per grazia di Dio donatore di tutto, siamo giunti anche quest’anno alla Santa e Grande Quaresima, allo stadio delle lotte ascetiche, per purificare noi stessi, con la collaborazione del Signore, in preghiera, digiuno e umiltà e per apprestarci a vivere con entusiasmo la Veneranda Passione e a festeggiare la Resurrezione che emana splendore di Cristo Salvatore.
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Dentro a un mondo di molteplici turbamenti, l’esperienza ascetica dell’Ortodossia costituisce un preziosissimo capitolo spirituale, una fonte inesauribile di conoscenza di Dio e di conoscenza dell’uomo. L’ascesi benedetta, il cui spirito impregna l’intero nostro modo di vivere – “Ascetismo è l’intero Cristianesimo”, non costituisce un privilegio di pochi o di eletti, ma è “un atto ecclesiastico”, un bene comune, una comune benedizione e una chiamata comune per tutti i fedeli senza eccezione. Le lotte ascetiche non sono, naturalmente, fine a se stesse, non vale il principio “l’ascesi per l’ascesi”. L’obiettivo è il superamento della propria volontà e della “arroganza della carne”, lo spostamento del centro della vita dal desiderio individuale e dal “diritto” nell’amore “che non cerca il proprio interesse“, secondo il detto biblico, “nessuno cerchi il proprio interesse ma quello degli altri” .

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Questo spirito predomina durante tutto il lungo corso storico dell’Ortodossia. Nel Nuovo Meterikon (Nuovi detti delle Madri del deserto) incontriamo una splendida descrizione di questo ethos di rinuncia dal “mio” in nome dell’amore: “Si avvicinarono allora alla beata Sara degli eremiti, e la stessa offrì loro un canestro con ciò che avevano bisogno, ma gli anziani lasciando le cose buone, mangiarono quelle avariate. Disse loro allora la venerabile Sara: realmente in verità, siete eremiti” . Questa comprensione e questo uso sacrificale della libertà è estranea allo spirito della nostra epoca, che identifica la libertà con rivendicazioni personali e con legittimismo. L’uomo attuale “indipendente” non mangerebbe i frutti avariati, ma quelli buoni e sarebbe sicuro di manifestare e di utilizzare così in modo autentico e responsabile la 
propria libertà.
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In questo punto si trova il più alto valore della visione ortodossa della libertà per l’uomo attuale. Si tratta di una libertà, che non esige, ma condivide, non reclama ma si sacrifica. Il fedele ortodosso sa che l’indipendenza e l’autosufficienza non affrancano l’uomo dal giogo dell’io, dell’autorealizzazione e dell’autolegittimazione. La libertà, “con la quale Cristo ci ha liberati” , attiva le forze creative dell’uomo, si realizza come negazione dell’autosegregazione, come amore non prestabilito e come comunione di vita.
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L’ethos ascetico ortodosso non conosce divisioni e dualismi, non rifiuta la vita, ma la trasfigura. La visione dualistica e il rifiuto del mondo non sono cristiani. L’autentico ascetismo è luminoso e amico degli uomini. È caratteristico dell’autocoscienza ortodossa, che il periodo del digiuno sia impregnato di gioia della croce e della resurrezione. E le lotte ascetiche degli ortodossi, come anche complessivamente la nostra vita spirituale e liturgica, effondono il profumo e la luce della Resurrezione. 

Risultati immagini per immagini ed icone della Grande QuaresimaLa Croce si trova al centro della devozione ortodossa, non è tuttavia il punto finale di riferimento della vita della Chiesa. Questo è l’ineffabile gioia della Resurrezione, e la Croce costituisce la via verso di essa. 
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Pertanto, anche durante il periodo della Grande Quaresima, la quintessenza vitale degli Ortodossi rimane il desiderio della “comune Resurrezione”.
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Augurate e pregate, onorabili fratelli e figli nel Signore, di essere resi degni, col beneplacito e l’aiuto che viene dall’alto, per intercessione della prima tra i Santi, la Theotokos e di tutti i Santi, di percorrere, in maniera adatta a Cristo e in modo compiacente a Cristo, la lunga via della Santa e Grande Quaresima, praticando con gioia, in obbedienza alla regola della tradizione ecclesiastica, la “comune lotta” del digiuno che sopprime le passioni, perseverando nella preghiera, aiutando coloro che soffrono e coloro che hanno necessità, perdonandoci gli uni gli altri, e “rendendo grazie in ogni cosa” per venerare pieni di devozione la “Santa e Salvifica e Tremenda Passione” e la Resurrezione portatrice di vita del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo, al quale spetta la gloria, la potenza e il ringraziamento nei secoli infiniti. Amen.

Santa e Grande Quaresima 2019
+ Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo
fervente intercessore presso Dio di tutti voi


 + Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo,

diletto fratello in Cristo e fervente intercessore presso Dio





mercoledì 6 marzo 2019

Silenzio di Dio-Sergio Quinzio -l'abisso tra Platone e Cristo è in realtà incolmabile




http://iconaimmaginedio.blogspot.com/2013/06/ciclo-di-giobbe-codex-taphou-5-1300-ca.html

pagine dell'opera di Sergio Quinzio trovate in



Cristo «morendo ha distrutto la morte e ci ha donato la vita». Certo per poter affermare questo come realtà già tutta in atto bisogna concepire la redenzione in senso "spirituale", come salvezza dalla colpa, e non dalla sofferenza, la quale come ognuno vede perdura. Se l'essenziale, se ciò che veramente conta è la liberazione dalla sofferenza, come possiamo infatti dirci salvati?

In Fede e critica Guido Morselli, uno dei tanti intellettuali contemporanei che hanno volontariamente abbandonato la vita, svolge un'esplicita confutazione della teodicea nega cioè la possibilità di una qualunque conciliazione tra la perfezione di Dio e l'esistenza del male. In questo senso, dichiara di voler«mettere la teologia "con le spalle al muro"». Mi pare che ci riesca. Anzitutto notando che «il male non si presta a essere trattato in forma teoretica», dal momento che,  

«per poco che lo si esamini da vicino, ci si accorge che esso si identifica, in tutte le sue accezioni, con la sofferenza: la quale è nel numero di quei fatti della sfera soggettiva dell'individuo che sono evidenti e afferrabili solo in detta sfera, e pensati fuori di lì perdono facilmente la loro consistenza»

Tutte le immaginabili teodicee muovono infatti dal considerare la sofferenza - non solo degli uomini ma di tutti gli altri innumerevoli esseri, di cui i teologi si occupano cosi poco - come una conseguenza della colpa, e cioè in definitiva muovono dal concepire il male come colpa anziché comesofferenza.


Dice Morselli

«Come Kant si affaticò a illustrare, tra il relativo e il contingente, e l'assoluto e necessario, si spalanca un incolmabile abisso; ecco perché il Dio speculativo non è minimamente tocco dal disordine di questo mondo, e se ne sta nel suo immoto e remoto empireo a contemplare se stesso, o a gheometrìzein, secondo immaginavano i Greci. Certo non si dà pensiero di seguire e registrare i fatti nostri, e nemmeno di dirigerli; il male che ha per teatro (o per materia) il relativo, un tale Dio lo può ignorare, o piuttosto non può non ignorarlo, e altrettanto lo ignorerebbe, è chiaro, chi riuscisse a mettersi dal suo "punto di vista". Ben diverso il Dio del Vangelo, e la circostanza che pensatori intimamente cristiani abbiano potuto trascurare un sì radicale mutamento di prospettive, dimostra che genere di divario si verifichi tra l'indole di una religione e le sue sovrastrutture metafisiche. II Dio dei cristiani si mantiene in un misterioso, stretto rapporto con le creature; lungi dall'essere un imperturbato geometra o contemplator di se stesso, è un padre, non incapace di soffrire per i suoi figli e con loro: persino, sotto un certo aspetto, partecipe della loro sorte. Questo Dio non sarebbe in alcun modo disposto a concedere che il male sia una particolarità che non lo riguarda».

PuNidanadi, la mistica shivaita vissuta a quanto sembra nel sedicesimo secolo e nota con il nome di Kareikkalammeyar, ha appassionatamente cantato le lodi di Shiva nel Poema dell' Ammirabile. A suscitare la sua debordante devozione è il dio nella sua terribile forma distruttiva di Bhairava. Non amerà altri che lui, al quale si è consacrata pregandolo di liberarla dal suo corpo di carne per renderla simile alle yogini, i malefici demoni femmine che nei luoghi di cremazione circondano il dio. 

La sua preghiera viene esaudita e la mistica diventa esangue, una specie dscheletro in perpetua adorazione ai piedi di Shiva, livido dio della morte che adornato di serpenti, teschi e polvere d'ossa danza sulle fiamme dei roghi funebri. In realtàilpensiero religioso indiano ha raggiunto i suoi vertici appunto nello shivaismo, che considera la divinità non nel suo aspetto di forza vivificante ma nel suo aspetto di forza che distruggendo le forme particolari dissolve tutto nell’Uno senza forma

L'amico induista che mi ha fatto conoscere il Poema dell'Ammirabile mi ha chiesto perché amo Dio, e trovato del tutto inaccettabile la mia risposta, che cioè lo amo perché è misericordioso. Appunto allora mi ha suggerito di leggere il poema di Kareikkalammeyar, perché imparassi che Dio si ama perché è Dio, l'inconoscibile Uno, e non perché è conforme al nostro desiderio che lo vorrebbe buono e misericordioso verso di noi. 

Amare Dio perché è misericordioso - mi ha detto - non vuol dire amare Dio, ma amare noi stessi nell'idea interessata che ci facciamo di lui. Ma io sono rimasto convinto che amare Dio solo perché è Dio significa semplicemente sottostare alla sua strapotenza, obbedire insomma alla brutale necessità che ci obbliga a sottometterci a ciò che è più potente di noi; mentre amarlo perché è misericordioso significa essere conformi alla sua volontà che ha posto in noi, a sua immagine e somiglianza, il bisogno e la speranza della misericordia, insegnandoci a chiederla per noi e a darla agli altri.

Questa contrapposizione di atteggiamenti è quella che separa nettamente, di fronte al problema del male. La tradizione ebraico-cristiana non solo dall'induismo ma da tutte le altre analoghe religioni cosmiche che concepiscono Dio, anziché come onnipotente creatore pieno d'amore verso le creature alle quali per sua libera scelta ha dato la vita, come supremamente indifferente, nella sua assoluta immutabilità, alle sofferenze degli esseri che si avvicendano sulla terra.

 L'esistenza del male suscita scandalo nell'orizzonte della fede cristiana, mentre non suscita nessuno scandalo in quello indù, dove, anzi, di male non ha neppure senso parlare. perché gli uomini e le cose sono solo maya, apparenza, ed è reale solo l'Uno divino. Non c'è passaggio dal dio indù al Dio cristiano: convincersi del primo e abolire nel suo orizzonte la tragica domanda circa il male non avvicina in nessun modo al Dio di Gesù.
Proprio per questo l'esistenza del male pesa terribilmente contro la fede. Donde il male, se tutto ha origine nel Dio perfettamente potente e misericordioso? Sono in definitiva vani nell’orizzonte ebraico-cristiano, i millenari tentativi di superare la contraddizione tra onnipotenza e misericordia riducendo il male alla colpa, e spostando all'indietro nel tempo, con il peccato originale o la ribellione degli angeli, l'ingresso del male nell'opera di Dio.
Contro la concezione tipicamente pagana e platonica che con sereno distacco vede nella sofferenza che affligge gli uomini la giusta pena espiatrice delle loro colpe, necessaria per riequilibrare la bilancia della giustizia la quale garantisce il permanere dell'ordine universale, l'anima cristiana diDostoevskij grida che Dio ha comunque torto di fronte alle lacrime di un solo bambino che soffre. E anche se Joseph de Maistre e altri con lui si associano alle ragioni platoniche ritenendole senz'altro cristiane, l'abisso fra Platone e Cristo è in realtà incolmabile.
Quanto poi alla giustificazione del male come prova meritoria o come espiazione da parte dell'innocente di colpe altrui, mi sembra difficile negare che ci sia, in queste intenzioni attribuite al Dio onnipotente e misericordioso, una strumentalizzazione delle più spaventose sofferenze: come se fare tranquillamente del dolore dell'innocente umezzo in vista di un fine da conseguire non fosse la peggiore forma di degradazione dell'uomo a mezzo

Sebbene il racconto biblico termini con la sottomissione diGiobbe all'inscrutabile decreto di Dio che lo tormenta permettendo che senza adeguata colpa sia tormentato, le parole che Dio rivolge agli amici che in nome della religione avevano rimproverato Giobbe riconoscono - senza però rispondere - la legittimità della sua disperata protesta e della sua violenta ribellione:
«Giobbe mio servitore intercederà per voi: allora, per lui, non vi condannerò per non aver detto, di me, la verità come l'ha detta il mio servitore Giobbe» (Giobbe, 42,8).


sabato 2 marzo 2019

padre Dumitru Staniloae, "Cultul Biserici", pag.9.-La Liturgia



Ogni atto liturgico, ogni benedizione, ogni ierurgia, ogni Mistero della Chiesa è una continuazione della Pentecoste, della discesa dello Spirito Santo. un'opera su quanti sono radunati a causa del Suo nome. Il popolo fedele si raduna pieno di speranza e di tremore per lo Spirito Santo, nella memoria degli Apostoli, perchè "gli Apostoli col tocco delle loro mani compivano grandi segni e miracoli in mezzo al popolo" (Atti, 5:12). [...] le preghiere le invocazioni della Chiesa non sono speculazione teologica, ma esperienza e fonte di pentimento, di gioia, di potenza spirituale. In ogni preghiera della Chiesa c'è la ferma speranza che la preghiera stessa verrà esaudita, ascoltata e risolta da Dio. Ogni preghiera è quindi, di fatto, un atto di fede nel buon Creatore di tutte le cose, e una convergenza soteriologica della plenitudine Celeste.

padre Dumitru Staniloae, "Cultul Biserici", pag.9.-



lunedì 25 febbraio 2019

nel 2008, in val Brembana, un gruppo di giovani hanno profanato e distrutto una chiesa ortodossa copta. Per tutta risposta, il Vescovo Copto di Milano, Anba Kirollos (di venerata memoria) invia ai giovani teppisti questa lettera, vero capolavoro di cristianesimo:



"La grazia e la pace del Signore Gesù Cristo siano con tutti voi. Miei cari figli, permettetemi di presentarmi: sono Anba Kirollos Vescovo di Milano della Chiesa Cristiana Copta di San Marco, la quale è sorella della Chiesa Cattolica di San Pietro, fondate entrambe sul sangue del Nostro Signore Gesù Cristo. Speravo di essere con voi oggi, ma mi trovo a Venezia, a motivo della celebrazione della festa di San Marco.

Carissimi, sono tanto addolorato e non speravo di sentire o vedere quello che è successo. Io non voglio e non accetto alcun risarcimento per i danni subiti, per tre motivi:
- perché, anche se non mi conoscete, siete miei figli.
- Perché il valore della perdita è inestimabile, poiché il luogo è luogo di Dio.
- E quale colpa hanno i vostri genitori per cui debbano sopportare di pagare il risarcimento?


Carissimi,
al posto del risarcimento io vi prego di confessare al prete della vostra chiesa tutto quello che avete fatto, con cui riceverete il perdono. Per me questo sarà un grande risarcimento. 

Vi prego di accettare un consiglio: non riunitevi nel fare del male, ma riunitevi nel fare il bene, perché l'età del male è breve, inizia con un filo di lino e finisce con catene di ferro. Io da parte mia vi perdono con tutto il mio cuore.

Ricordatemi nelle vostre preghiere.
Con affetto


Anba Kirollos Vescovo della Chiesa Cristiana Copta".



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mercoledì 20 febbraio 2019

La tradizione del santo domestico




https://luceortodossamarcomannino.blogspot.com/2019/02/la-tradizione-del-santo-domestico.html


Che cos'è il santo "domestico"? a prima vista, una traduzione così diretta può sembrare inappropriata o financo ilare, ma rende bene il concetto di santo tutelare della famiglia

Quando una nuova famiglia prende vita tramite il sacro vincolo del matrimonio, i due sposi scelgono un santo che protegga la loro unione. Questa tradizione, viva specialmente in Serbia e in Romania, è diffusa anche negli altri paesi ortodossi, seppure con minor slancio. E la trovo bellissima. 

Nella foto, una vecchia izba russa con l'icona del suo santo tutelare.

Il santo che viene scelto dalla coppia dovrebbe essere una figura che ha spiritualmente guidato la coppia tramite lo studio della sua vita e dei suoi scritti, o per ispirazione spirituale - perché no? - e, quando viene scelto, diventa "la gloria" della famiglia: da qui il modo popolare di intendere la sua commemorazione annuale, chiamata slava, in slavo ecclesiastico, che in italiano si traduce letteralmente con gloria. La glorificazione annuale del santo tutelare della casa diventa una festa: si portano in chiesa vino, pane e dolci, si fanno benedire - è una occasione anche per benedire di nuovo la casa - e poi si offre ai parrocchiani quel che si è portato, e se ne da una parte ai poveri. 

Davanti alla icona del santo brilla sempre una lampada ad olio e alle preghiere quotidiane i membri della famiglia aggiungono sempre il suo tropario. Ci si rivolge a lui nei momenti difficili per la pace domestica o per la crescita dei figli, e in generale in tutte le situazioni di bisogno. La tradizione più rigorosa - viva in Serbia - impone che il santo si passi di generazione in generazione, così la custodia della memoria familiare è vissuta in modo più profondo. In Romania e nel resto del mondo ortodosso, i giovani che si sposano prendono su di sé una nuova gloria, più affine alle loro esperienze. 

La preghiera personale del cristiano ortodosso ..

Ci viene domandato come il cristiano ortodosso prega al di fuori delle grandi sinassi pubbliche, ovvero la divina Liturgia, le Ore, i Vespri e i Mattutini. 

Idealmente il cristiano ortodosso osserva la regola delle preghiere del mattino e della sera, accompagnandole come può con la lettura della Bibbia. Se il cristiano ha tempo, si può dedicare quando vuole alla recita di altre preghiere personali per la propria salvezza, per quella altrui, o per domandare a Dio qualcosa. 

Generalmente, tutti gli ortodossi ritengono che la postura corretta è stare in piedi dinnanzi alle icone domestiche. Tuttavia, molti ortodossi si inginocchiano e si prostrano con frequenza, specialmente nei periodi di digiuno, come atto di pentimento e di adorazione per Dio. Ci sono delle preghiere, come la preghiera di pentimento di sant'Efrem il Siro che si recita in quaresima, le quali addirittura "pretendono" delle prostrazioni. La nostra posizione riflette il nostro stato d'animo e la nostra intenzione. In genere, la "quantità" di prostrazioni quotidiane da dividersi durante le preghiere del mattino, della sera o durante la preghiera libera è una obbedienza che ci viene data dal padre spirituale. Se non ci viene data nessuna obbedienza in tal senso, occorre autoregolarsi. 

Molto spesso, i confessori danno ai penitenti dei canoni o degli acatisti da recitare per un certo periodo di tempo. Inoltre, canoni di preghiera e acatisti sono diventati oggi una devozione popolarissima e vengono recitati anche senza che vi sia un esplicito comando del confessore, ma piuttosto come preghiera devozionale spontanea. Come approcciarsi dunque alla lettura delle preghiere complesse? 

Le preghiere iniziali, ovvero Re Celeste, Trisagio, Santissima Trinità e Padre nostro sono imprescindibili per qualsiasi sessione di preghiera, anche brevissima. Questo perché le corte preghiere di cui sopra sono state composte e pensate per condurre il fedele in preghiera in uno stato spirituale, allontanandolo col pensiero dal resto. Le preghiere iniziali difatti servono ad accompagnare il credente verso il suo atto orante e a prepararlo al resto che segue. Non vanno pertanto recitate di fretta, ma con calma. Al Padre nostrosegue l'invocazione "Per le preghiere dei nostri santi Padri, Cristo Dio nostro, abbi pietà di noi". Dopo la quale seguono dodici Kyrie eleison e il Gloria al Padre. Al Gloria si recitano le invocazioni. "Venite adoriamo". A questo punto, è bene non solo dirlo con le labbra, ma anche compiere ciò che diciamo: prostriamoci dunque dinnanzi alle icone domestiche e salutiamole con devozione, baciandole. Dopodiché, si recitano i salmi 50 (51) "Abbi pietà di me o Dio" e il salmo 142 "Signore ascolta la mia preghiera". A questo punto, inizia il canone o l'acatisto vero e proprio. 


"Il marito ammalato", di Vassilij B. Maximov, 1881. Il dipinto mostra lo spirito della moglie devota che prega per il suo coniuge. 

In chiesa, quando il servizio è pubblico, l'acatisto è quasi sempre cantato o recitato. A casa, ovviamente, dato che la preghiera è personale, può anche essere letto con la mente. Capitano spesso momenti di disattenzione o di stanchezza, specialmente se la preghiera diventa lunga: occorre non perdersi d'animo e concentrarsi. Il Signore guarda alla nostra attitudine e al nostro movimento interiore, non alla quantità della preghiera: se non avete tempo, è meglio dire poche e semplici parole con fede e con attenzione che leggere di fretta tre acatisti. Occorre sviluppare, nel tempo, una propria regola, compatibile con il tempo disponibile, alla quale tuttavia ci atteniamo poi scrupolosamente. 

Alcuni usano accendere l'incenso durante la lettura delle preghiere: lo ritengo un ottimo uso. Tutte le grandi parrocchie ortodosse vendono sia i carboncini, che l'incenso, che l'incensiere domestico. Sarebbe opportuno accompagnare ogni sessione di preghiera con la lettura di un passo del Vangelo, e in questo caso i calendari ortodossi (nei quali sono riportate le letture del giorno) possono essere molto utili per darci una lettura e una meditazione al passo con la Chiesa. 

Al posto del Canone, si possono leggere i Salmi, che sono raccomandati da tutti i santi Padri e Madri come una vera e propria medicina dell'anima. In questo articolo del blog Padri della Chiesa, è disponibile una sintesi dell'uso dei salmi come preghiera personale dedicata ad una necessità specifica, secondo l'uso di sant'Arsenio il Cappadoce. Altrimenti, è cosa ottima seguire la semplice progressiva cadenza dei Catismi così come sono regolati nei Salteri ortodossi, recitando almeno un catisma, o anche di più, secondo i consigli del padre spirituale. 

San Teofane il Recluso nelle sue Lettere consiglia di aggiungere sempre una preghiera spontanea, non scritta nei libri, al termine del canone o del salterio. Questa preghiera personale dev'essere vera e quindi non pensiamo che poche e semplici parole non abbiano effetto: non siamo tutti poeti né scrittori, e Dio ascolta con attenzione ogni nostra espressione. L'importante è che la preghiera sia viva. Anche se vi sentite ripetitivi, continuate a parlare al Signore, ed egli vi ascolterà.