martedì 20 novembre 2018

Anno 2017 Riflessione di Massimo Cacciari sul Natale

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il Natale. Massimo Cacciari è un crescendo stizzito, quasi una filastrocca di imprecazioni: «Il Natale dei panettoni, il Natale delle pubblicità, il Natale dei soldi. Il Natale oggi è una festina». E nel dirlo si avverte la smorfia di disgusto.
La cronaca è un susseguirsi di episodi mortificanti: la scuola che abolisce il presepe nel segno del politicamente corretto, il parroco che ha paura di celebrare la messa di mezzanotte, la comunità che rinuncia ai canti tradizionali per non urtare l'altrui sensibilità. Il filosofo si spazientisce di nuovo, poi taglia corto come una ghigliottina: «Sono i cristiani i primi ad aver abolito il Natale».



Professore, vuole provocare?

«No, la verità è che l'indifferenza regna sovrana e avvolge un po' tutti: i laici e i cattolici».
D'accordo, c'è un Natale dei pacchi e dei regali e poi?
«E poi, io che non sono credente mi interrogo: c'è un simbolo che ha dato un contributo straordinario alla nostra storia, alla nostra civiltà, alla nostra sensibilità».
Che cosa è per lei il cristianesimo?
«Il cristianesimo è una parte fondamentale del mio percorso, della mia vicenda, è qualcosa con cui mi confronto tutti i giorni».
Perché laici e cattolici oggi balbettano davanti all'evento che tagliato in due la storia?
«Perché non riflettono, perché non fanno memoria di questa storia così sconvolgente».
Dio che si fa uomo.
«Capisce? Non Dio che stabilisce una relazione con gli uomini, ma Dio che viene sulla terra attraverso Cristo. Vertiginoso».
Forse per lei e pochi altri.
«Appunto. La nostra società è anestetizzata, il Natale è diventato una favoletta, una specie di raccontino edificante che spegne le inquietudini».
Insomma non si difende più il Natale, come ha scritto sul «Giornale» Alessandro Sallusti, perché non si sa più cosa è il Natale?
«Esatto. Se posso generalizzare, e so che da qualche parte ci sono le eccezioni, il laico non si lascia scalfire da questo scandalo; l'insegnante di religione non trasmette più la forza di questa storia, ma se la cava con una spruzzata di educazione civica e il prete, spesso e volentieri, declama prediche, comode comode e rassicuranti, che sono un invito all'ateismo».
Un disastro.
«Si è perso l'abc. La prima distinzione non è fra laico e cattolico, ma fra pensante e non pensante. Se uno pensa, come pensava il cardinal Martini, allora si interroga e se si interroga prima o poi viene affascinato dal cristianesimo, dal Dio che si fa uomo scandalizzando gli ebrei e l'Islam».
Siamo alle prese con uno scontro di civiltà?
«Ma che scontro. Anche dalle loro parti si è persa la portata profonda del fatto religioso. Viviamo in un mondo che dimentica la dimensione spirituale».
Da dove può partire il dialogo con le altre religioni?
«Il dialogo parte dalla consapevolezza, ma se consapevolezza non c'è, allora prepariamoci al peggio. E infatti i cristiani sono, e so che da qualche parte c'è sempre un resto d'Israele, servi sciocchi del nostro tempo».
Insomma, che cosa manca?
«Manca il brivido davanti a una vicenda cosi grande, incommensurabile. Io vedo nei musei le scolaresche che sostano davanti ai quadri con soggetto religioso».
Ce l'ha pure con i liceali?
«No, ce l'ho con i loro professori e non solo con loro. Questi giovani ricevono nozioni di natura estetica, ma poi se ti avvicini e chiedi loro: chi è quel santo? È il Battista? È Paolo? È Giovanni? Ti guardano con occhi sbarrati, non sanno nulla, sono smemorati come il nostro tempo».
Cacciari, ma lei è sicuro di non credere?
«Il filosofo non può credere».
Questo, con rispetto, lo afferma lei.
«Il filosofo non può accettare la lezione cristiana, però è inquieto e riflette».
Dunque lei prega?
«La ricerca a un certo punto si avvicina alla preghiera. Certo, il fedele è convinto che la sua preghiera sia ascoltata, il filosofo prega il nulla. Però resta stupefatto davanti al mistero. E lo assorbe, come ho fatto nel mio ultimo libro su Maria: Generare Dio. Pensi, una ragazzetta che è madre di Dio. Da non credere, anche per chi ci crede».

http://www.ilgiornale.it/news/politica/natale-non-solo-dei-cristiani-ballo-c-nostra-civilt-1468961.html?fbclid=IwAR1oIyA8X-ZYXM_1t1jjsyDLxv4kSBcj7C8Yf6Md_wRJCyZ5e9njo9rHjXo

lunedì 19 novembre 2018

meditazione di Simone Weil sul Padre Nostro- Dedicata a Giampiero e da lui per primo pubblicata sul web


«Sia fatta la tua volontà».

Noi siamo certi in maniera assoluta e infallibile della volontà di Dio soltanto per il passato: tutti gli avvenimenti che si sono verificati, quali che siano, sono conformi alla volontà del Padre onnipotente. Questo è implicito nel concetto di onnipotenza. Anche l’avvenire, qualunque esso sia, una volta compiuto, sarà compiuto conforme­mente alla volontà di Dio. Non possiamo aggiungere o sottrarre nulla a questa conformità. Così, dopo uno slancio di desiderio verso il possibile, con questa frase noi chiediamo di nuovo ciò che è già realtà: ma non più una realtà eterna, come la santità del Verbo; l’oggetto della nostra richiesta riguarda ciò che si produce nel tempo: noi chiediamo che ciò che si produce nel tempo sia conforme, infallibilmente ed eternamente, alla volontà divina. Con la prima richiesta del Pater noi avevamo strappato il desiderio dal tempo per applicarlo all’eterno, e così l’avevamo trasformato: ora riprendiamo questo desiderio, diventato esso stesso in certo modo eterno, e lo rivolgiamo di nuovo al tempo. Allora il nostro desiderio oltrepassa il tempo e trova dietro di esso l’eternità. Questo avviene quando sappiamo trasformare in oggetto di desiderio ogni avvenimento compiuto. È una cosa ben diversa dalla rassegnazione. Persino la parola accettazione è troppo debole. Si deve desiderare che tutto ciò che è avvenuto sia avvenuto, e null’altro. Non perché ciò che è avvenuto è un bene a nostro modo di vedere, ma perché Dio lo ha permesso e perché l’obbedienza degli eventi a Dio è in sé un bene assoluto.




e sempre e di per sè caro Giampiero e carissimo in Cristo  il Signore Dio si ricordi del tuo sacerdozio ognora ora e sempre e nei secoli dei secoli .Amin 

sabato 17 novembre 2018

per un elogio di un prete cristiano ortodosso dei cristiani evangelici di tradizione amish


Risultati immagini per foto amishGli Amish sono persone serissime ,concrete e realiste. Il loro non voler essere moderni e neppure contemporanei è un valore non un dato politico.. il valore nasce dalla loro specifica lettura della fede e dell'evento cristiano. Quindi,per favore, non confondiamo gli ambiti..



dal web
"I suoi membri cercano una vita di preghiera e santità, di semplicità e umiltà, evitando qualsiasi “contaminazione” con la società, con le “tentazioni del mondo”. La vita di preghiera in famiglia, il culto domenicale, l’amore per la Parola di Dio, la vita e il lavoro comunitario, insieme alla ricerca della santità di vita, sono il motore della loro pietà quotidiana."

https://it.aleteia.org/2017/05/30/chi-sono-gli-amish/


dal web
https://www.claudiana.it/scheda-libro/jacques-legeret/amish-9788870164336-358.html


"Com’è possibile oggi, nel cuore degli Stati Uniti, vivere rispettando regole religiose e morali stabilite nel XVI e XVII secolo, rifiutare l’istruzione superiore e l’elettricità pubblica, bandire radio e televisione, spostarsi su carri trainati da cavalli, vestirsi tutti allo stesso modo?
Ritratto dall’interno – a cura del giornalista svizzero Jacques Légeret – di una società che relativizza i «valori» occidentali.

Il giornalista svizzero Jacques Légeret ha, di tanto in tanto, il privilegio di vivere con la famiglia all’interno della più antica comunità amish degli Stati Uniti, Lancaster County, risalente al 1760, a un paio d’ore d’auto dal caos di Filadelfia.
Raccontando l’esperienza di quotidiana condivisione delle attività religiose e sociali degli amish del «vecchio ordine» e ripercorrendo la storia che, dalla Riforma anabattista, porta a queste comunità rurali, Légeret si interroga su una società radicalmente diversa dalle nostre, chiedendosi come sia possibile, nel paese dell’individualismo e della concorrenza a oltranza, rifiutare competizione, mondanità e tecnologia.
Un ritratto, dall’interno, di una società che relativizza profondamente i «valori» occidentali e propugna una vera e propria contro-cultura della non violenza, della sicurezza affettiva, della separazione dal mondo…"


dal web
https://medium.com/iride-mag/amish-in-barba-alla-tecnologia-7391d55ce5a4

Amish, in barba alla tecnologia

La comunità che resiste senza hi-tech



venerdì 16 novembre 2018

Tudor Petcu intervista padre Guy Fontaine ieromonaco in Belgio dell'l’Arcivescovado per le Chiese Ortodosse Russe in Europa Occidentale (Esarcato del Patriarcato Ecumenico)


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1) Prima di tutto, sarei molto felice se lei accettasse di dirmi quando e come ha scoperto la spiritualità ortodossa.
È successo in due fasi. Alla fine degli anni '60, in preparazione di un sito per il lavoro di pace per il Movimento cristiano per la Pace, sono andato con un gruppo nel monastero benedettino di Chevetogne per conoscere "la religione che avremmo trovato là fuori". Successivamente, sono tornato di tanto in tanto durante le principali festività. Vent'anni dopo, sono tornato, soprattutto per una notte di Pasqua. Questo è dove "il cielo è caduto sulla mia testa". Una sorta di rivelazione, di appello: volevo diventare sacerdote per celebrare la Divina Liturgia. Ho letto molti teologi ortodossi, ho incontrato persone (specialmente all'Istituto San Sergio di Parigi) prima di cercare una parrocchia. Sono andato alla chiesa di rue du Laveu dove ora sono prete.

2) Che cosa significa per lei essere prete ortodosso in Occidente, specialmente in Belgio?
Penso che noi (gli ortodossi) abbiamo una testimonianza da dare: quella di una spiritualità e di una Chiesa che, nonostante le situazioni a volte dolorose o addirittura disastrose, trovano la loro ispirazione in fondazioni più vicine alla fonte. Intendo dalla Chiesa degli apostoli e dai padri greci. È da questa ricca e vivente spiritualità che dobbiamo testimoniare in una società sempre più secolarizzata e di fronte all'islam.

3) Qual è il significato della vita che ha scoperto nella spiritualità ortodossa?
"Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me". Questa parola dell'apostolo Paolo mi sembra riassumere sia l'aspetto essenziale che quello più intimo della vita del cristiano ortodosso.

4) Possiamo dire che la spiritualità ortodossa rappresenta il modo di vivere più alto? Quale sarebbe la sua visione sull'unicità dell'Ortodossia in relazione ad altre spiritualità cristiane?
Il modo di vivere più alto, non lo so. Gli altri senza dubbio troveranno questa elevazione in particolari pensieri o azioni. Per me, è nell'Ortodossia che ho trovato in questo modo.

5) Come definirebbe la bellezza dell'arte iconografica che si trova nell'Ortodossia?
L'icona rende presente ciò che rappresenta. Con l'icona, partecipiamo alle feste del Signore o alla Madre di Dio. L'icona – proprio come l'innografia – ci consente di avvicinarci al mistero delle cose di Dio pur consentendo un incontro personale con lui. È l'icona che ci rende così contemplativi.

6) Qual è la sua opinione sulla spiritualità ortodossa romena? Quali sono i rappresentanti dell'Ortodossia romena che ha conosciuto fino ad ora?
Conosco troppo poco la spiritualità ortodossa romena per permettermi un commento. Alcuni anni fa, durante un viaggio in Romania, ho incontrato un prete e sua moglie. Parlavano francese. Ho mantenuto una corrispondenza con loro, corrispondenza che si è disintegrata con la "rivoluzione". Oggi conosco padre Ștefan Barbu che mi ha invitato talvolta alla sua festa parrocchiale (ora celebra a Seraing). Insieme, abbiamo celebrato due volte i vespri con il nostro confratello greco alla vigilia della Domenica dell'Ortodossia.

giovedì 15 novembre 2018

Il digiuno di Natalea cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria

il digiuno di Natale

Il secondo più lungo periodo di digiuno dopo la Grande Quaresima è il digiuno di Natale, conosciuto nella lingua del nostro popolo ortodosso come saranda(i)mero, i quaranta giorni.
Anch'esso dura quaranta giorni, però non ha la stessa austerità del digiuno della Grande Quaresima. Inizia il 15 novembre e termina il 24 dicembre.
La festa della nascita nella carne del Signore nostro Gesù Cristo rappresenta la seconda grande festa Despotica del ciclo di feste cristiano.
Fino alla metà del IV sec. la Chiesa Orientale festeggiava insieme la nascita ed il battesimo di Cristo sotto il nome di Epifania nello stesso giorno, il 6 gennaio. Il Natale come festa separata, festeggiata il 25 dicembre è stata importata in Oriente dall'Occidente verso la fine del IV secolo.
San Giovanni Crisostomo è il primo che parla di Natale, << la cattedrale di tutte le feste >> e ci informa verso il 381 che << non sono ancora dieci anni che questo giorno è divenuto noto fra di noi >>.
Con la ripartizione di singole feste e la costituzione delle tre separate feste della Nascita il 25 dicembre, della Circoncisione il 1° di gennaio e del Battesimo il 6 gennaio, si venne a formare il cosiddetto Dodekaimeron, periodo di dodici giorni, l'intervallo festivo di tempo che va dal 25 dicembre al 6 gennaio. Così in un qualche modo si è salvaguardata l'unità delle due grandi feste della Nascita e del Battesimo del Signore.
La grande importanza che ha acquistato con il passar del tempo nella coscienza della Chiesa la nuova festa del Natale, la devozione del popolo e particolarmente dei monaci, hanno rappresentato le condizioni per l'introduzione anche di un digiuno che precede il Natale. Questo sicuramente ebbe un impatto anche sulla precostituita Grande Quaresima che precede la Pasqua.
Come la festa così anche il digiuno, come preparazione all'accoglienza della nascita del Salvatore, apparve inizialmente in Occidente, dove il digiuno veniva chiamato la "Quaresima di san Martino" in quanto iniziava il giorno di festa successivo dello stesso santo della Chiesa d'Occidente. Allo stesso modo è stato ripreso da noi, dove molti il digiuno lo chiamano "di san Filippo" poiché ovviamente inizia il giorno seguente la memoria del Santo. Le prime testimonianze storiche che abbiamo per il digiuno di Natale risalgono al V sec. per l'Occidente e al VI sec. per l'Oriente. Fra gli autori d'Oriente ne parlano Anastasio il Sinaita, il Patriarca di Costantinopoli Niceforo il Confessore, san Teodoro Studita ed il Patriarca d'Antiochia Teodoro Bàlsamon.
Il digiuno all'inizio, come appare, era di breve durata. Teodoro Bàlsamon che scrive verso il XII sec., quindi ci informa per quanto al suo tempo, perciò lo chiama eptaimeron (sette giorni). Però con l'influenza della Grande Quaresima, è stato esteso anch'esso a quaranta giorni senza assumere in tutti i giorni l'austerità del primo.

Come dobbiamo digiunare

Durante tutta la durata dei quaranta giorni non è concessa la carne, i latticini e le uova. Invece, è permesso il consumo di pesce (e quindi anche di olio e vino) tutti i giorni ad eccezione, naturalmente, del mercoledì e del venerdì dall'inizio del digiuno fino al 17 dicembre. Il pesce è permesso anche durante la festa Entrata al Tempio della Madre di Dio (21 novembre), a prescindere da quale giorno in cui capita.
Dal 18 aprile fino al 24 dicembre, vigilia della festa, vi è licenza solo di olio e vino ad eccezione, ovviamente dei giorni che cadono di mercoledì e di venerdì in cui si sosterrà un digiuno senza licenza di olio e vino. Altrettanto dovremo digiunare con cibi secchi ovvero non cucinati ( in greco ξηροφαγία ) il primo giorno di digiuno, il 15 novembre, altrettanto il giorno di vigilia, 24 dicembre, ad eccezione se tali giorni capitano di sabato o di domenica in cui sarà concesso olio e vino.

Digiuno: astensione da ogni peccato

<< Altresì dobbiamo non solo rispettare la regola del digiuno che riguarda i cibi, ma dobbiamo desistere anche da ogni peccato, così quindi, così come digiuniamo nei confronti dello stomaco, dobbiamo digiunare nei confronti della lingua, sottraendoci dalla maldicenza, dalla bugia, dal vano parlare, dall'insultare, dalla collera e da ogni genere di peccato che commettiamo attraverso la lingua.
Altresì dobbiamo digiunare anche nei confronti degli occhi. Non guardiamo cose vane, futili. Non entriamo in confidenza attraverso gli occhi. Non osserviamo il prossimo con sfacciattezza. Dovremo anche preservare mani e piedi da ogni cosa malvagia.
Digiunando in questo modo un digiuno sarò gradito a Dio, evitando ogni genere di malizia >>.


Nota fuori testo:

Da sottolineare sopratutto che ogni fedele deve consultare il proprio padre spirituale e agire di conseguenza. Poiché ogni anima ha bisogno di un diverso farmaco, allo stesso modo di come il medico dà al malato diverse ricette mediche...
«Η νηστεία της Εκκλησίας», Αρχιμ. Συμεών Κούτσα Εκδ. Αποστολική Διακονία, σελ. 88-92

http://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=4039:15-11-il-digiuno-di-natale&catid=193:novembre&lang=it
 


venerdì 9 novembre 2018

e continuano le serieMeditazioni in Italiano del fratello in Cristo Tudor Petcu




La debolezza umana non è nient'altro che l'incapacità umana di comprendere l'amore di Dio con ogni essere umano, vale a dire il Suo piano per tutti noi. Sono colpito dalla bellezza della fede perché attraverso la fede posso sentire il conforto di Dio nelle mie responsabilità. Se non fossi nella vicinanza delle grandi domande, non sentirei mai la sfida redentiva della conoscenza metafisica. Non voglio essere un fedele tiepido perché così non potrei mai sentire il dialogo con Dio come da spirito a Spirito. Il dramma dell'umanità è la mancanza dell'abbandono nell'oceano della comprensione di Dio. Ci sono così tante cose nella vita che non vengono fatte e tuttavia sono realizzate . Non so se potrò mai incontrare la Verità ma so che essendo sempre alla ricerca della verità sto diventando una piccola parte della Verità. Non è Dio che non risponde alle nostre domande, ma noi siamo quelli che spesso non ascoltano le sue risposte. La saggezza è il dono perduto dell'uomo con la sua caduta nel tempo. Posso intendere senza conoscere, ma non posso conoscere senza intendere.

venerdì 2 novembre 2018

Il Signore è “medico delle anime e dei corpi” (Matteo 8, 5-11) meditazione dell'Archimandrita Padre Evangelos Yfantidis dahttp://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=520:il-signore-e-medico-delle-anime-e-dei-corpi-matteo-8-5-11&catid=172:esegesi-biblica&lang=it





Una delle qualità caratteristiche del nostro Signore è quella di “medico delle anime e dei corpi”. Per di più la guarigione del corpo e non solo dell’anima, è un punto di riferimento principale del Vangelo, in qui, secondo le narrazioni dei miracoli di guarigione del Gesù, vengono usati i verbi «ἰάσθαι», «θεραπεύειν» e «σώζεσθαι» con quasi lo stesso significato. Per questo motivo nelle guarigioni degli ammalati il Signore prima chiedeva agli uomini di mostrare la loro fede e solo dopo che essa era stata accertata guariva, con vari modi, anche da lontano, come è successo con il servo del centurione nella lettura evangelica odierna. La fede del centurione è quella che in realtà porta il servo alla guarigione. Allora la guarigione viene collegata direttamente con la salvezza dell’anima umana ed in conseguenza con la salvezza della società, della quale l’ammalato è membro.
In base a tutto ciò, possiamo comprendere meglio perché la Chiesa viene definita anche un ospedale, un “ambulatorio spirituale”, secondo san Giovanni Crisostomo. Come ben si sa, dal momento dell’allontanamento dell’uomo dal Paradiso fu alterata la sua relazione con Dio, fatto che ha influenzato negativamente tutte le sue relazioni, sia con il prossimo che con la creazione intera. Fu creata allora per l’uomo una situazione negativa, dalla quale è venuto per liberarlo definitivamente il Signore con la Sua Resurrezione, attraverso il Corpo della Chiesa. I sintomi di questa malattia spirituale dell’uomo sono i peccati di ogni tipo, mentre gli effetti sono le relazioni disturbate che abbiamo appena menzionato. L’unica guarigione non è altra che la μετάνοια, cioè il cambiamento di mente e di cuore. I farmaci per questa guarigione sono da una parte “la Grazia Divina”, che viene trasmessa attraverso i sacramenti, come anche “la vita spirituale”, cioè la ricerca dell’uomo di vivere secondo l’insegnamento di Cristo, basato sull’amore disinteressato per Dio, per il prossimo e per tutta la creazione. Allora comincia la “κάθαρσις” purificazione del cuore umano, e a seguire la sua illuminazione, affinché l’uomo possa in seguito arrivare alla “θέωσις” dell’uomo, diventare cioè simile a Dio, ed unirsi a Lui. Scopo allora della Chiesa come ospedale è che l’uomo ritrovi la sua vera relazione con Dio, con il prossimo e con tutto il creato. Per compiere questa missione terapeutica che viene svolta nella Chiesa, il Signore, che è il vero “medico”, come anche il vero “Santo”, ha invitato, attraverso i Suoi apostoli, i pastori della Chiesa, i Vescovi e i Presbiteri, che si possono considerare il “personale” della Chiesa come ospedale: il vescovo è il direttore, i presbiteri sono i medici e i diaconi sono gli infermieri. Il cristiano che segue questa terapia, con l’indicazione del medico – presbitero e del proprio padre spirituale, riceve la Grazia Divina, attraverso sia la sua partecipazione alla vita sacramentale della Chiesa, che la sua vita spirituale, affinché possa essere assolto dai sintomi della sua malattia, che sono i peccati. Questa terapia è stata provata dai milioni dei Santi, e il suo successo si vede proprio dall’esistenza di innumerevoli Santi. Si vede inoltre dai miracoli che Cristo ha compiuto attraverso le preghiere di questi Santi, anche durante la loro vita terrestre, e dall’incorruttibilità di tantissimi corpi di Santi, i quali hanno vinto il deperimento naturale, simbolo della loro vita eterna.
La Chiesa, come ambulatorio, rinasce, guarisce e salva l’uomo “socializzandolo”, offrendo cioè a lui la possibilità di passare dallo stato di individuo a quello di persona. La Chiesa, cioè Cristo, guarisce non con tutto ciò che insegna, ma con quello che veramente è, vale a dire una “κοινωνία”, una società, comunione di amore disinteressato, nella quale, l’uomo impara ad amare e ad essere amato liberamente, come il nostro Signore ha amato l’uomo ed è stato amato da lui. Per questo motivo, il cristiano diventa veramente sano quando ritrova la sua vera relazione con Dio, con il prossimo e con la creazione.
Oggi la questione principale è se siamo disposti a ricevere questa forza terapeutica di Cristo, di riscoprire Cristo come Salvatore e di incontrarLo come nostro medico. E questo non si fa vagamente, con idee o ideologie. Cristo è presente nella Chiesa, nel Suo corpo. Là riceviamo la remissione e la riconciliazione e là diventiamo “nuova creazione”. Là mangiamo il Suo Corpo e il Suo Sangue e là l’uomo diventa lo stesso corpo con Cristo. Allora, e solo così, la Sua forza ci guarisce, ci dà la redenzione, ci salva.
La lettura evangelica di Matteo 8, 5-11 ci invita a ridefinire le nostre relazioni: a diventare veri “uomini di Dio”, affinché la nostra società possa trovare la propria sanità spirituale e allontanarsi dalla crisi spirituale e morale, che si avverte così forte ultimamente, per la salvezza del mondo intero.