venerdì 16 novembre 2018

Tudor Petcu intervista padre Guy Fontaine ieromonaco in Belgio dell'l’Arcivescovado per le Chiese Ortodosse Russe in Europa Occidentale (Esarcato del Patriarcato Ecumenico)


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1) Prima di tutto, sarei molto felice se lei accettasse di dirmi quando e come ha scoperto la spiritualità ortodossa.
È successo in due fasi. Alla fine degli anni '60, in preparazione di un sito per il lavoro di pace per il Movimento cristiano per la Pace, sono andato con un gruppo nel monastero benedettino di Chevetogne per conoscere "la religione che avremmo trovato là fuori". Successivamente, sono tornato di tanto in tanto durante le principali festività. Vent'anni dopo, sono tornato, soprattutto per una notte di Pasqua. Questo è dove "il cielo è caduto sulla mia testa". Una sorta di rivelazione, di appello: volevo diventare sacerdote per celebrare la Divina Liturgia. Ho letto molti teologi ortodossi, ho incontrato persone (specialmente all'Istituto San Sergio di Parigi) prima di cercare una parrocchia. Sono andato alla chiesa di rue du Laveu dove ora sono prete.

2) Che cosa significa per lei essere prete ortodosso in Occidente, specialmente in Belgio?
Penso che noi (gli ortodossi) abbiamo una testimonianza da dare: quella di una spiritualità e di una Chiesa che, nonostante le situazioni a volte dolorose o addirittura disastrose, trovano la loro ispirazione in fondazioni più vicine alla fonte. Intendo dalla Chiesa degli apostoli e dai padri greci. È da questa ricca e vivente spiritualità che dobbiamo testimoniare in una società sempre più secolarizzata e di fronte all'islam.

3) Qual è il significato della vita che ha scoperto nella spiritualità ortodossa?
"Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me". Questa parola dell'apostolo Paolo mi sembra riassumere sia l'aspetto essenziale che quello più intimo della vita del cristiano ortodosso.

4) Possiamo dire che la spiritualità ortodossa rappresenta il modo di vivere più alto? Quale sarebbe la sua visione sull'unicità dell'Ortodossia in relazione ad altre spiritualità cristiane?
Il modo di vivere più alto, non lo so. Gli altri senza dubbio troveranno questa elevazione in particolari pensieri o azioni. Per me, è nell'Ortodossia che ho trovato in questo modo.

5) Come definirebbe la bellezza dell'arte iconografica che si trova nell'Ortodossia?
L'icona rende presente ciò che rappresenta. Con l'icona, partecipiamo alle feste del Signore o alla Madre di Dio. L'icona – proprio come l'innografia – ci consente di avvicinarci al mistero delle cose di Dio pur consentendo un incontro personale con lui. È l'icona che ci rende così contemplativi.

6) Qual è la sua opinione sulla spiritualità ortodossa romena? Quali sono i rappresentanti dell'Ortodossia romena che ha conosciuto fino ad ora?
Conosco troppo poco la spiritualità ortodossa romena per permettermi un commento. Alcuni anni fa, durante un viaggio in Romania, ho incontrato un prete e sua moglie. Parlavano francese. Ho mantenuto una corrispondenza con loro, corrispondenza che si è disintegrata con la "rivoluzione". Oggi conosco padre Ștefan Barbu che mi ha invitato talvolta alla sua festa parrocchiale (ora celebra a Seraing). Insieme, abbiamo celebrato due volte i vespri con il nostro confratello greco alla vigilia della Domenica dell'Ortodossia.

giovedì 15 novembre 2018

Il digiuno di Natalea cura della Chiesa Greco-Ortodossa di San Paolo Apostolo dei Greci, Reggio di Calabria

il digiuno di Natale

Il secondo più lungo periodo di digiuno dopo la Grande Quaresima è il digiuno di Natale, conosciuto nella lingua del nostro popolo ortodosso come saranda(i)mero, i quaranta giorni.
Anch'esso dura quaranta giorni, però non ha la stessa austerità del digiuno della Grande Quaresima. Inizia il 15 novembre e termina il 24 dicembre.
La festa della nascita nella carne del Signore nostro Gesù Cristo rappresenta la seconda grande festa Despotica del ciclo di feste cristiano.
Fino alla metà del IV sec. la Chiesa Orientale festeggiava insieme la nascita ed il battesimo di Cristo sotto il nome di Epifania nello stesso giorno, il 6 gennaio. Il Natale come festa separata, festeggiata il 25 dicembre è stata importata in Oriente dall'Occidente verso la fine del IV secolo.
San Giovanni Crisostomo è il primo che parla di Natale, << la cattedrale di tutte le feste >> e ci informa verso il 381 che << non sono ancora dieci anni che questo giorno è divenuto noto fra di noi >>.
Con la ripartizione di singole feste e la costituzione delle tre separate feste della Nascita il 25 dicembre, della Circoncisione il 1° di gennaio e del Battesimo il 6 gennaio, si venne a formare il cosiddetto Dodekaimeron, periodo di dodici giorni, l'intervallo festivo di tempo che va dal 25 dicembre al 6 gennaio. Così in un qualche modo si è salvaguardata l'unità delle due grandi feste della Nascita e del Battesimo del Signore.
La grande importanza che ha acquistato con il passar del tempo nella coscienza della Chiesa la nuova festa del Natale, la devozione del popolo e particolarmente dei monaci, hanno rappresentato le condizioni per l'introduzione anche di un digiuno che precede il Natale. Questo sicuramente ebbe un impatto anche sulla precostituita Grande Quaresima che precede la Pasqua.
Come la festa così anche il digiuno, come preparazione all'accoglienza della nascita del Salvatore, apparve inizialmente in Occidente, dove il digiuno veniva chiamato la "Quaresima di san Martino" in quanto iniziava il giorno di festa successivo dello stesso santo della Chiesa d'Occidente. Allo stesso modo è stato ripreso da noi, dove molti il digiuno lo chiamano "di san Filippo" poiché ovviamente inizia il giorno seguente la memoria del Santo. Le prime testimonianze storiche che abbiamo per il digiuno di Natale risalgono al V sec. per l'Occidente e al VI sec. per l'Oriente. Fra gli autori d'Oriente ne parlano Anastasio il Sinaita, il Patriarca di Costantinopoli Niceforo il Confessore, san Teodoro Studita ed il Patriarca d'Antiochia Teodoro Bàlsamon.
Il digiuno all'inizio, come appare, era di breve durata. Teodoro Bàlsamon che scrive verso il XII sec., quindi ci informa per quanto al suo tempo, perciò lo chiama eptaimeron (sette giorni). Però con l'influenza della Grande Quaresima, è stato esteso anch'esso a quaranta giorni senza assumere in tutti i giorni l'austerità del primo.

Come dobbiamo digiunare

Durante tutta la durata dei quaranta giorni non è concessa la carne, i latticini e le uova. Invece, è permesso il consumo di pesce (e quindi anche di olio e vino) tutti i giorni ad eccezione, naturalmente, del mercoledì e del venerdì dall'inizio del digiuno fino al 17 dicembre. Il pesce è permesso anche durante la festa Entrata al Tempio della Madre di Dio (21 novembre), a prescindere da quale giorno in cui capita.
Dal 18 aprile fino al 24 dicembre, vigilia della festa, vi è licenza solo di olio e vino ad eccezione, ovviamente dei giorni che cadono di mercoledì e di venerdì in cui si sosterrà un digiuno senza licenza di olio e vino. Altrettanto dovremo digiunare con cibi secchi ovvero non cucinati ( in greco ξηροφαγία ) il primo giorno di digiuno, il 15 novembre, altrettanto il giorno di vigilia, 24 dicembre, ad eccezione se tali giorni capitano di sabato o di domenica in cui sarà concesso olio e vino.

Digiuno: astensione da ogni peccato

<< Altresì dobbiamo non solo rispettare la regola del digiuno che riguarda i cibi, ma dobbiamo desistere anche da ogni peccato, così quindi, così come digiuniamo nei confronti dello stomaco, dobbiamo digiunare nei confronti della lingua, sottraendoci dalla maldicenza, dalla bugia, dal vano parlare, dall'insultare, dalla collera e da ogni genere di peccato che commettiamo attraverso la lingua.
Altresì dobbiamo digiunare anche nei confronti degli occhi. Non guardiamo cose vane, futili. Non entriamo in confidenza attraverso gli occhi. Non osserviamo il prossimo con sfacciattezza. Dovremo anche preservare mani e piedi da ogni cosa malvagia.
Digiunando in questo modo un digiuno sarò gradito a Dio, evitando ogni genere di malizia >>.


Nota fuori testo:

Da sottolineare sopratutto che ogni fedele deve consultare il proprio padre spirituale e agire di conseguenza. Poiché ogni anima ha bisogno di un diverso farmaco, allo stesso modo di come il medico dà al malato diverse ricette mediche...
«Η νηστεία της Εκκλησίας», Αρχιμ. Συμεών Κούτσα Εκδ. Αποστολική Διακονία, σελ. 88-92

http://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=4039:15-11-il-digiuno-di-natale&catid=193:novembre&lang=it
 


venerdì 9 novembre 2018

e continuano le serieMeditazioni in Italiano del fratello in Cristo Tudor Petcu




La debolezza umana non è nient'altro che l'incapacità umana di comprendere l'amore di Dio con ogni essere umano, vale a dire il Suo piano per tutti noi. Sono colpito dalla bellezza della fede perché attraverso la fede posso sentire il conforto di Dio nelle mie responsabilità. Se non fossi nella vicinanza delle grandi domande, non sentirei mai la sfida redentiva della conoscenza metafisica. Non voglio essere un fedele tiepido perché così non potrei mai sentire il dialogo con Dio come da spirito a Spirito. Il dramma dell'umanità è la mancanza dell'abbandono nell'oceano della comprensione di Dio. Ci sono così tante cose nella vita che non vengono fatte e tuttavia sono realizzate . Non so se potrò mai incontrare la Verità ma so che essendo sempre alla ricerca della verità sto diventando una piccola parte della Verità. Non è Dio che non risponde alle nostre domande, ma noi siamo quelli che spesso non ascoltano le sue risposte. La saggezza è il dono perduto dell'uomo con la sua caduta nel tempo. Posso intendere senza conoscere, ma non posso conoscere senza intendere.

venerdì 2 novembre 2018

Il Signore è “medico delle anime e dei corpi” (Matteo 8, 5-11) meditazione dell'Archimandrita Padre Evangelos Yfantidis dahttp://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=520:il-signore-e-medico-delle-anime-e-dei-corpi-matteo-8-5-11&catid=172:esegesi-biblica&lang=it





Una delle qualità caratteristiche del nostro Signore è quella di “medico delle anime e dei corpi”. Per di più la guarigione del corpo e non solo dell’anima, è un punto di riferimento principale del Vangelo, in qui, secondo le narrazioni dei miracoli di guarigione del Gesù, vengono usati i verbi «ἰάσθαι», «θεραπεύειν» e «σώζεσθαι» con quasi lo stesso significato. Per questo motivo nelle guarigioni degli ammalati il Signore prima chiedeva agli uomini di mostrare la loro fede e solo dopo che essa era stata accertata guariva, con vari modi, anche da lontano, come è successo con il servo del centurione nella lettura evangelica odierna. La fede del centurione è quella che in realtà porta il servo alla guarigione. Allora la guarigione viene collegata direttamente con la salvezza dell’anima umana ed in conseguenza con la salvezza della società, della quale l’ammalato è membro.
In base a tutto ciò, possiamo comprendere meglio perché la Chiesa viene definita anche un ospedale, un “ambulatorio spirituale”, secondo san Giovanni Crisostomo. Come ben si sa, dal momento dell’allontanamento dell’uomo dal Paradiso fu alterata la sua relazione con Dio, fatto che ha influenzato negativamente tutte le sue relazioni, sia con il prossimo che con la creazione intera. Fu creata allora per l’uomo una situazione negativa, dalla quale è venuto per liberarlo definitivamente il Signore con la Sua Resurrezione, attraverso il Corpo della Chiesa. I sintomi di questa malattia spirituale dell’uomo sono i peccati di ogni tipo, mentre gli effetti sono le relazioni disturbate che abbiamo appena menzionato. L’unica guarigione non è altra che la μετάνοια, cioè il cambiamento di mente e di cuore. I farmaci per questa guarigione sono da una parte “la Grazia Divina”, che viene trasmessa attraverso i sacramenti, come anche “la vita spirituale”, cioè la ricerca dell’uomo di vivere secondo l’insegnamento di Cristo, basato sull’amore disinteressato per Dio, per il prossimo e per tutta la creazione. Allora comincia la “κάθαρσις” purificazione del cuore umano, e a seguire la sua illuminazione, affinché l’uomo possa in seguito arrivare alla “θέωσις” dell’uomo, diventare cioè simile a Dio, ed unirsi a Lui. Scopo allora della Chiesa come ospedale è che l’uomo ritrovi la sua vera relazione con Dio, con il prossimo e con tutto il creato. Per compiere questa missione terapeutica che viene svolta nella Chiesa, il Signore, che è il vero “medico”, come anche il vero “Santo”, ha invitato, attraverso i Suoi apostoli, i pastori della Chiesa, i Vescovi e i Presbiteri, che si possono considerare il “personale” della Chiesa come ospedale: il vescovo è il direttore, i presbiteri sono i medici e i diaconi sono gli infermieri. Il cristiano che segue questa terapia, con l’indicazione del medico – presbitero e del proprio padre spirituale, riceve la Grazia Divina, attraverso sia la sua partecipazione alla vita sacramentale della Chiesa, che la sua vita spirituale, affinché possa essere assolto dai sintomi della sua malattia, che sono i peccati. Questa terapia è stata provata dai milioni dei Santi, e il suo successo si vede proprio dall’esistenza di innumerevoli Santi. Si vede inoltre dai miracoli che Cristo ha compiuto attraverso le preghiere di questi Santi, anche durante la loro vita terrestre, e dall’incorruttibilità di tantissimi corpi di Santi, i quali hanno vinto il deperimento naturale, simbolo della loro vita eterna.
La Chiesa, come ambulatorio, rinasce, guarisce e salva l’uomo “socializzandolo”, offrendo cioè a lui la possibilità di passare dallo stato di individuo a quello di persona. La Chiesa, cioè Cristo, guarisce non con tutto ciò che insegna, ma con quello che veramente è, vale a dire una “κοινωνία”, una società, comunione di amore disinteressato, nella quale, l’uomo impara ad amare e ad essere amato liberamente, come il nostro Signore ha amato l’uomo ed è stato amato da lui. Per questo motivo, il cristiano diventa veramente sano quando ritrova la sua vera relazione con Dio, con il prossimo e con la creazione.
Oggi la questione principale è se siamo disposti a ricevere questa forza terapeutica di Cristo, di riscoprire Cristo come Salvatore e di incontrarLo come nostro medico. E questo non si fa vagamente, con idee o ideologie. Cristo è presente nella Chiesa, nel Suo corpo. Là riceviamo la remissione e la riconciliazione e là diventiamo “nuova creazione”. Là mangiamo il Suo Corpo e il Suo Sangue e là l’uomo diventa lo stesso corpo con Cristo. Allora, e solo così, la Sua forza ci guarisce, ci dà la redenzione, ci salva.
La lettura evangelica di Matteo 8, 5-11 ci invita a ridefinire le nostre relazioni: a diventare veri “uomini di Dio”, affinché la nostra società possa trovare la propria sanità spirituale e allontanarsi dalla crisi spirituale e morale, che si avverte così forte ultimamente, per la salvezza del mondo intero.


sabato 27 ottobre 2018

Dal mio archivio 2010- dal web- ma non è citato l'autore La guarigione della donna emorroissa e la risurrezione della figlia di Giairo (Luca 8:41-56)

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L'epistola di oggi (Efesini 2:14-22) è un grande richiamo a questa santità, che ci rammenta come siamo "concittadini dei santi e familiari di Dio". E un nostro compito nell'ascoltare queste parole è quello di prepararci al processo che ci porterà a partecipare alla natura stessa di Dio. Ecco perché in questi momenti è tanto importante la nostra attenzione, anche quando il prete si mette a dirci alcune parole di spiegazione del brano del Vangelo appena letto. È facile annoiarsi, immaginare di avere sentito tutto quello che c'è da dire su un brano del Vangelo che magari abbiamo ascoltato cento volte. Ebbene, potremmo ascoltarlo anche "settanta volte sette" (Matteo 18:22, indicatore di un numero infinito), e ancora trovare tante cose che parlano al nostro cuore.
In questo brano leggiamo di due miracoli, la guarigione della donna afflitta da un flusso di sangue e la risurrezione della figlia di Giairo: due miracoli raccontati nella stessa storia, che anche se esternamente appaiono molto diversi, in realtà sono lo stesso miracolo. Vediamo come.
Intanto, queste due persone hanno entrambe sentito parlare di Gesù. Hanno sentito parlare dei suoi miracoli: ricordate il Vangelo della settimana scorsa, come l'intero paese dei Gadareni ha conosciuto la potenza di Cristo attraverso la guarigione dell'uomo indemoniato; prima ancora, una parola del Signore aveva guarito il servo del centurione. Così accade quando ci sono persone davvero disperate: sentendo parlare di qualcuno che può aiutarle, corrono a cercare questo aiuto. Ebbene, noi siamo cristiani, o almeno diciamo di esserlo! Siamo convinti - almeno in qualche parte nascosta del nostro cuore - che Cristo ci può aiutare e venire incontro. Pensate che nel mondo non esistano oggi persone come questo capo della sinagoga e questa donna inferma? Quanti attorno a noi sono davvero disperati, assetati di una parola di salvezza, di un senso da dare alla propria vita? Più di quanti possiamo immaginare! E il nostro compito come cristiani è PARLARE DI CRISTO! Non è necessario che ci mettiamo a suonare le trombe o a gridare in piazza. Basta mostrare a chi ci circonda che noi crediamo in un Signore che ci è amico e che ci ascolta, basta che diciamo di avere sperimentato nella nostra vita la forza della preghiera, e allora chi ha sete di Dio VORRÀ SAPERE. Ma non dimentichiamo che questa testimonianza è un compito che è affidato a ciascuno di noi.
Un'altra somiglianza che accomuna queste due storie di miracoli è che a entrambi viene richiesta una certa dose di pazienza. La donna ha atteso ben dodici anni prima della sua guarigione; Giairo, che ha fretta di condurre il Signore nella propria casa, deve attendere (immaginiamoci con quanta angoscia) che la folla si assiepi attorno a Gesù da ogni parte, facendolo ritardare fino al momento terribile della morte della figlia. Perché questi tormenti? Per accrescere la fede. Anche noi, se vogliamo che Cristo agisca nella nostra vita, dobbiamo avere abbastanza fede da lasciarlo agire nel momento che Egli conosce come il più opportuno, e non quando vorremmo noi, con la nostra visione limitata.
La donna in particolare (di cui la Santa Tradizione ci ricorda anche il nome, Santa Veronica, una delle prime donne che testimoniarono la parola di Gesù) sembra avere pagato un prezzo ben caro. Dodici anni di sofferenze che nessun medico ha potuto curare! Ebbene, ricordiamo che il sangue ha un importante senso rituale e simbolico nella Bibbia. Una persona afflitta da continue emorragie non poteva entrare nel Tempio a pregare, e pertanto questa donna era stata esclusa per tanto tempo, e considerata impura. L'emorragia è anche un'immagine molto efficace dei nostri peccati, che continuano a farci perdere forza, anche quando non ne siamo consapevoli, anche quando non lo ammettiamo a noi stessi. Ma questi anni di sofferenze hanno anche temprato la fede della donna: il passo parallelo del Vangelo di San Marco ci racconta i suoi pensieri segreti, la sua sicurezza di poter ottenere la guarigione toccando il lembo del mantello di Gesù. E di fatto la guarigione avviene.
Le parole di Cristo sono significative: questo "chi mi ha toccato?" in mezzo a una folla che lo circonda da ogni parte, ci fa capire come dobbiamo accostarci a lui. Non è importante solo avvicinarsi a lui, ma avvicinarsi a lui CON FEDE, riconoscendo in Lui il Signore della nostra vita: solo così, con la nostra attiva partecipazione, Egli potrà aprirci la via della salvezza.
Quanti peccati fanno sanguinare la nostra anima? Da quanti anni ci perseguitano? Non importa quanto siano gravi, il Signore ci è sempre di fronte a offrire il perdono. E anche se sentiamo di avere profondamente sbagliato, Egli ci accoglie comunque. Tocchiamo il Signore, pregandolo con fede, e i risultati di questa azione ci colmeranno di meraviglia.
In questa fede, che viene esaltata di fronte a tutta la folla, vediamo forse l'unica differenza essenziale tra le due figure della donna e di Giairo. Quest'ultimo non viene lodato, perché la sua fede non è altrettanto forte. E quanto è significativo questo brano, che ci dice che il capo della sinagoga (che pure è un uomo buono, che ha rispetto per Cristo) non ha tanta fede come una donna "impura" che soffre...!
Ma anche questa guarigione serve a rafforzare la fede di Giairo: avendo visto con i suoi occhi, e non più soltanto sentito dire, qual'è il potere di Cristo, egli è molto più preparato alla prova che ancora gli resta da affrontare: il dolore di una perdita improvvisa. Abbiamo bisogno anche noi di questo genere di consolazione, perché se anche vediamo cento volte attorno a noi i miracoli di Cristo, abbiamo ancora la tendenza a disperarci quando una tragedia ci colpisce di persona. A Giairo vengono ancora chieste umiltà e pazienza, e il desiderio di migliorare anche quando tutto sembra inutile. Pensiamoci, quando ci viene la tentazione (davvero diabolica) di "non disturbare il Maestro", perché tanto ci sembra che non riusciremo mai a liberarci dai nostri peccati.
Non importa quanto gravi possano essere i nostri peccati; non importa per quanti anni ce li siamo trascinati dietro come un'emorragia; non importa se ci sembrano tanto gravi e irrimediabili come la morte di una figlia: andiamo incontro a Cristo al di là di tutte le nostre illusioni, e tocchiamo con fede anche solo l'orlo del suo mantello, ed Egli ci guarirà secondo la nostra fede.
Amen.

http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSezDoc.php?cat_id=34&id=253

Domenica VII di Luca-Omelia del Padre llie Cleopa Predică la Duminica a XXIV-a după Rusalii ( Despre cei adormiţi în Hristos ) Versiune fara diacritice | Predici la duminici Iar El a zis: Nu plîngeţi; nu a murit, ci doarme (Luca 8, 52)http://paginiortodoxe2.tripod.com/predici_cleopa_duminici/dumin24rusalii.html


https://www.freeindex.co.uk/media/listingpics/109/511/DSC03346.JPG
Trascrivo  copiando in rumeno la predica del Padre Cleopa di venerata memoria  e spero che qualcuno/qualcuna dei fratelli e delle sorelle in Cristo possano tradurla in italiano affinchè io riapra il post e inserisca anche la traduzione  
Domenica VII di Luca  XXIV dopo Pentecoste  la Resurrezione della Figlia di Giairo e la guarigione della donna con flusso di sangue da dodici anni

Vangelo di Luca  8,40-56


http://paginiortodoxe2.tripod.com/predici_cleopa_duminici/dumin24rusalii.html
Predică la Duminica a XXIV-a după Rusalii
( Despre cei adormiţi în Hristos )
Versiune fara diacritice | Predici la duminici
Iar El a zis: Nu plîngeţi; nu a murit, ci doarme (Luca 8, 52)

Iubiţi credincioşi,
În Sfînta Evanghelie de astăzi aţi auzit despre două minuni mari şi preaslăvite, pe care le-a făcut Domnul Dumnezeul şi Mîntuitorul nostru Iisus Hristos. Una cu vindecarea femeii care era în curgerea sîngelui de doisprezece ani; iar alta cu învierea fiicei lui Iair, mai marele sinagogii din Capernaum. În predica de azi vom vorbi despre cei adormiţi în Domnul.
Dar mai întîi să ne punem o întrebare. Pentru care pricină a zis Mîntuitorul către cei ce erau de faţă şi plîngeau după fiica lui Iair, care murise: Nu plîngeţi; nu a murit, ci doarme (Luca 8, 52).
Iată răspunsul: Acest cuvînt l-a zis Mîntuitorul, ca să ne arate că, după venirea Sa cu trupul în lume, toţi cei ce vor crede în El şi vor face poruncile Lui, nu vor mai muri cu sufletul. Chiar de mor cu trupul, ei sînt vii înaintea Lui, după cum şi în alt loc al Sfintei Evanghelii ne-a spus Hristos: Cel ce va crede întru Mine, chiar de ar muri, viu va fi (Ioan 11, 25). Adică, unii ca aceştia numai cu trupul sînt adormiţi, iar nu şi cu sufletul.
Acest adevăr ni-l arată pe larg şi marele Apostol Pavel care zice: Fraţilor, despre cei ce au adormit, nu voiesc să fiţi în neştiinţă ca să nu vă întristaţi ca ceilalţi, care nu au nădejde (I Tesaloniceni 4, 13). Care sînt cei ce nu au nădejde? Sînt cei care cred că odată cu moartea trupului, moare şi sufletul şi că niciodată nu vor mai învia cei morţi ai lor, precum au fost şi sînt păgînii închinătorii de idoli şi toate popoarele care nu cred în Hristos şi în învierea Lui din morţi.
Noi însă, credem că Iisus a murit şi a înviat. Şi, la fel credem că Dumnezeu pe cei adormiţi întru Iisus, îi va aduce la învierea, cea de apoi, împreună cu El (I Tesaloniceni 4, 14). Căci dacă am murit împreună cu Hristos, credem că vom vieţui împreună cu El (Romani 6, 8; I Corinteni 15, 49). Cît despre cei morţi în credinţa în Iisus Hristos, ei nu sînt morţi ci adormiţi, aşa cum adevereşte Sfînta şi dumnezeiasca Scriptură, care zice: Hristos a înviat din morţi, fiind începătura învierii celor adormiţi (I Corinteni 15, 20). Vedeţi că nu zice: începătura învierii celor morţi, ci a acelor adormiţi?
Aşadar, prealuminat ne arată aceste mărturii ale Sfintei Scripturi că cei ce mor cu credinţa în Iisus Hristos, nu sînt "morţi", căci după cum nu putem zice unui om ce doarme că este mort, tot aşa şi celor ce au adormit în Hristos nu le putem spune că sînt morţi, ci adormiţi. Aceştia, la judecata de apoi, se vor scula şi vor avea mărturie de la Hristos înaintea Tatălui, despre credinţa lor cea dreaptă şi despre faptele lor cele bune (Matei 10, 32; 25, 34; Luca 12, 8; Apocalipsa 3, 5). Aşa a adormit în Hristos, Sfîntul întîiul mucenic şi arhidiacon Ştefan, fiind ucis cu pietre de către iudei pentru mărturisirea lui Iisus Hristos, care se ruga şi zicea: "Doamne Iisuse, primeşte duhul meu!" Şi îngenunchind a strigat cu glas mare: Doamne, nu le socoti lor păcatul acesta! Şi zicînd acestea a adormit (Fapte 7, 59-60).
Aşa au adormit milioane de sfinţi şi martiri care au crezut şi au mărturisit pe Hristos şi care nu sînt morţi, ci adormiţi în Hristos pînă la obşteasca înviere.
Iubiţi credincioşi,
După ce aţi auzit că toţi cei ce mor cu credinţă statornică în numele lui Iisus Hristos, nu sînt morţi ci adormiţi, este bine să arătăm şi în ce fel vor învia cei adormiţi în Hristos. Trebuie să ştiţi şi să înţelegeţi, că toţi cei adormiţi în Hristos, nu se vor scula la judecata viitoare, tot aşa cum au fost cînd au murit cu trupul. Nu, cu adevărat nu.
Avem atîtea mărturii în Sfînta Scriptură despre acest lucru că la judecata de apoi, cu mare prefacere se vor schimba trupurile celor adormiţi în Hristos şi cu însuşiri şi daruri preaminunate se vor îmbrăca atunci. Pe aceste însuşiri şi daruri ale trupurilor celor adormiţi în Hristos, ni le arată Marele Apostol Pavel, zicînd: Seamănă-se întru stricăciune, scula-se-va întru slavă; seamănă-se întru slăbiciune, scula-se-va întru putere; seamănă-se trup firesc, scula-se-va trup duhovnicesc (I Corinteni 15, 42-44).
Apoi, arătînd că este trup firesc şi trup duhovnicesc, zice: Este trup firesc, este şi trup duhovnicesc. De aici înţelegem că trupurile drepţilor la judecata cea viitoare vor străluci ca soarele, după cum a zis Domnul Însuşi: Atunci drepţii vor străluci ca soarele întru împărăţia Tatălui lor (Matei 13, 43). Mai trebuie să ştim că preaminunată va fi atunci acea uşurime şi lesne mişcare a trupurilor drepţilor. Atunci ei se vor purta cu iuţeala fulgerelor în orice parte a lumii şi ca gîndul vor zbura din cer şi vor veni la mormintele şi la trupurile lor (Uşa pocăinţei, Braşov, 1812, Cartea a II-a, p. 85 şi Cartea a IV-a, p. 254).
Nici o întîrziere nu li se va pricinui lor din greutatea duhovniceştilor trupuri. De aceea înţeleptul Solomon cu scînteile focului a asemănat pe drepţi, zicînd: Ca scînteile prin foc vor fugi (Înţelepciunea lui Solomon 3, 7); căci scînteile focului cînd se împrăştie de vînt, pretutindenea cu mare lesnire se risipesc. Încă vor avea în vremea aceea trupurile drepţilor mare şi covîrşitoare subţirătate, încît vor trece prin celelalte trupuri şi prin orice fel de materie, asemenea cu trupul Domnului după înviere, care a trecut prin piatra mormîntului şi prin uşile încuiate ale ucenicilor cu mare lesnire şi fără de nici o oprire.
Dar, fraţii mei, cine poate spune cîtă bucurie şi cîtă mirare va fi atunci cînd aceste suflete duhovniceşti şi slăvite vor veni din cer la judecata viitoare, cu ochii lor plini de lumină şi de bucurie şi vor căuta pe pămînt trupurile lor. Ce fel de vorbire se va face împreună atunci între sufletele şi trupurile lor? Cîte dulci şi sfinte sărutări, cîte duhovniceşti îmbrăţişări vor face atunci sufletele către trupurile lor cu care au vieţuit pe pămînt? Atunci va zice sufletul către trupul său, cuvîntul cel din Sfînta Scriptură: Cît de frumos eşti dragul meu, şi cît de drăgăstos eşti tu (Cîntarea Cîntărilor 1, 15. Iubitul meu este alb şi rumen şi întru zeci de mii este întîiul. Trandafirii mirositori sînt obrajii lui, strat de ierburi aromate, iar buzele lui la fel cu crinii roşii (Cîntarea Cîntărilor 5, 10-13). După aceste convorbiri va zice sufletul către trupul său: "Vino, trupule, prietenul meu din măruntaie să ne unim unul cu altul împreună, ca un mire cu mireasa sa, că iată iarna a trecut şi s-a sfîrşit, iar grindinile, furtunile şi tulburările lumii nu mai sînt.
Bunătăţile cerurilor se gătesc, bucură-te dar fratele meu împreună locuitorule. Acum Dumnezeu a dat sfîrşit dorului meu celui de mult pe care îl aveam de a mă întîlni şi de a mă uni cu tine. Cîte osteneli am suferit noi împreună pe pămînt, cîte scîrbe, cîte suferinţe, cîte lacrimi am vărsat împreună, cîte privegheri, cîte dureri am răbdat împreună cînd eram în viaţa cea de pe pămînt şi suspinam după viaţa cea veşnică? Dar acum, moartea s-a pierdut, patimile s-au prăpădit, a sosit viaţa şi învierea, nestricăciunea şi odihna. Unde ai fost atîţia ani, unde atîta vreme ai locuit? Ci, o Dumnezeule, cum trupul acesta al meu zăcea în groapa oaselor celor fără de suflare, iar eu umblam plimbîndu-mă prin rai, îndulcindu-mă din parte din frumuseţile lui pentru puţina mea dare de plată!
Vino dar acum, trupul meu, şi să luăm plăţile deplin. Fiindcă şi tu ai fost împreună călător şi ajutător la ostenelile mele, tu ai răbdat ocările şi necinstea împreună cu mine pentru Hristos, aspra vieţuire a postului şi a privegherii, crucea pocăinţei, lipsa hranei, lipsirea de cele spre trebuinţă, toate cu osîrdie împreună cu mine le-ai răbdat. De cîte ori ai scos pîinea din gura ta ca să hrăneşti pe cei săraci! De cîte ori te-ai golit pe tine, ca să îmbraci pe cei goi! De cîte ori ai lăsat pămînturile şi moşiile tale, averile, bogăţia şi cinstea ta, ca să nu strici pacea cu vecinii tăi! Cu dreptate dar este, cîte lacrimi împreună cu mine ai semănat, iarăşi împreună cu mine bucurii să seceri. Şi la cîte ai fost împreună cu mine părtaş la osteneli şi ajutor, la acestea să te faci împreună cu mine părtaş al slavei mele.
Deci, scoală-te fratele meu din praf şi te uneşte cu mine, ca să umblăm împreună şi să ne împărtăşim împreună de răsplata ostenelilor noastre" (Ibidem, p. 83-86).
Iubiţi credincioşi,
Am vorbit pînă aici despre cei adormiţi în Hristos, despre darurile şi însuşirile pe care le vor avea trupurile celor adormiţi în Hristos la judecata viitoare şi despre convorbirea ce vor avea sufletele drepţilor cu trupurile lor înviate la judecata cea de obşte în vremea de apoi.
Acum voi adăuga din Vieţile Sfinţilor o istorioară sfîntă şi adevărată prin care Dumnezeu ne-a arătat în chip minunat învierea cu trup a celor adormiţi în Hristos.
Pe vremea împăratului Teodosie cel Tînăr, care a luat împărăţia Bizanţului în anul 408 după venirea Domnului, s-a ivit un eres blestemat, care zicea că nu vor învia morţii. Iar Preabunul nostru Mîntuitor, care pururea poartă grijă de Biserica Sa, pe care a răscumpărat-o cu Preascump sîngele Său, a arătat o mare şi preaslăvită minune despre învierea celor adormiţi întru El în acest chip: Şapte tineri creştini ostaşi cu rînduiala, din oraşul Efes, a căror nume erau: Maximilian, Ianvlih, Exacusodian, Martinian, Ioan, Dionisie şi Antonie, pe vremea marilor prigoane din partea păgînului împărat Decie, au fugit din faţa muncitorilor şi s-au ascuns în peştera muntelui ce se chema Ohon. Stînd ei acolo la rugăciune către Dumnezeu, au adormit în această peşteră şi au dormit 192 de ani, pînă pe vremea împăratului Teodosie cel Tînăr.
Deci, cu puterea lui Dumnezeu trezindu-se ca dintr-un somn preadulce, li s-a făcut foame şi au trimis în oraşul Efes pe Ianvlih, cel mai tînăr dintre ei, să le cumpere ceva de hrană. Acela luînd nişte bani de argint, s-a dus în cetatea Efesului cu mare grijă ca să nu fie cunoscut de cineva spre a fi prins de cei ce chinuiau pe creştini... şi mergînd la un vînzător de pîine, a scos un ban de argint şi i l-a dat vînzătorului. Dar banul acela avea pe el chipul lui Deciu, cel ce împărăţise de demult. Văzînd acest lucru vînzătorul de pîine a prins pe Sfîntul Ianvlih şi i-a zis: "De unde ai găsit această comoară să ne spui şi nouă, iar de nu, te vom da pe mîna judecătorului". Apoi a dus pe Sfîntul Ianvlih la antipatul şi la episcopul cetăţii.
Auzind Sfîntul Ianvlih că împăratul Deciu a fost de demult a căzut cu faţa la pămînt şi a zis: "Tot Deciu este împărat în cetatea aceasta?" Iar episcopul i-a zis: "Nu, fiule. Acest împărat păgîn a fost de demult. Acum împărăţeşte peste noi drept credinciosul împărat Teodosie". Atunci Sfîntul Ianvlih a zis: "Mă rog vouă să mergeţi după mine să vă arăt peştera muntelui Ohon şi pe prietenii mei ca să ştiţi de la dînşii adevărul. Căci noi, fugind din faţa păgînului împărat Deciu, mai înainte cu cîteva zile, ne-am ascuns în peştera aceea, iar pe el l-am văzut intrînd în cetatea Efesului".
Apoi episcopul şi antipatul cu mai marii cetăţii au mers cu tînărul şi cu mulţime de popor la peşteră. Iar la gura peşterii au găsit între două pietre, două tăbliţe de plumb pe care erau scrise aceste cuvinte: "Aceşti şapte tineri sfinţi, au fugit din faţa muncitorului Deciu şi s-au ascuns în peştera aceasta, iar Deciu a poruncit de s-a astupat peştera şi aşa s-au sfîrşit într-însa aceşti tineri care au murit pentru Hristos" (a se vedea pe larg Vieţile Sfinţilor, la 4 august). Citind aceste,a toţi s-au umplut de mirare şi au preaslăvit pe Dumnezeu. Apoi, intrînd în peşteră, au găsit pe sfinţii tineri şezînd plini de bucurie, cu feţele strălucind ca lumina, de harul lui Dumnezeu. Deci văzîndu-i pe ei antipatul şi episcopul şi cei mai mari ai cetăţii, au căzut şi s-au închinat pînă la pămînt la picioarele lor, şi au dat mare slavă lui Dumnezeu, că i-a învrednicit să vadă o minune preaslăvită ca aceasta.
Auzind împăratul Teodosie aceasta, a venit la peşteră şi, intrînd a văzut pe sfinţi ca pe nişte îngeri ai lui Dumnezeu şi, căzînd în genunchi li s-a închinat lor.
Vorbind împăratul Teodosie cu ei şapte zile, i-a văzut plecîndu-şi capetele lor şi adormind somnul morţii, după porunca lui Dumnezeu. Apoi a poruncit să se facă şapte sicrie de aur, în care purtînd sfintele trupuri ale sfinţilor tineri, i-a îngropat acolo în peşteră.
Iubiţi credincioşi,
Ce datorii avem noi faţă de cei adormiţi, mai ales faţă de morţii noştri?
Să ne rugăm lui Dumnezeu pentru iertarea şi odihna sufletelor lor. Şi cum nu ştim care dintre cei adormiţi au fost mîntuiţi sau nu, sîntem datori să ne rugăm lui Dumnezeu pentru toţi morţii noştri, pomenindu-i regulat la Sfînta Liturghie şi la parastase cu dezlegări. Iar în familie sîntem datori să facem milostenie la săraci în numele lor. Milostenia şi slujbele cu dezlegări la biserică sînt singurele căi de ajutorare a celor răposaţi. Prin acestea Biserica a scos multe suflete din osîndă şi le-a mîntuit.
Şi dacă cei adormiţi au fost în viaţă credincioşi, iubitori de Dumnezeu şi de biserică, milostivi, smeriţi şi apoi spovediţi şi împărtăşiţi înainte de moarte, slujbele şi dezlegările îi mîntuiesc sigur şi îi scot din osîndă la odihnă.
Iar dacă, dimpotrivă, au trăit în viaţă indiferenţi şi departe de Dumnezeu şi de biserică şi au murit nespovediţi, slujbele şi milostenia nu le mai uşurează osînda sufletului, căci nimeni din cei ce mor nedezlegaţi prin spovedanie nu pot intra în odihna raiului, căci zice Mîntuitorul în Sfînta Evanghelie: ce veţi dezlega - prin spovedanie - pe pămînt, va fi dezlegat şi în cer...
Aşadar foarte mult putem ajuta la mîntuirea răposaţilor noştri prin slujbe şi milostenie în numele lor. Că fiii Bisericii lui Hristos prin moarte nu mor, adică nu sînt aruncaţi în osînda veşnică a iadului, ci dorm, adică se odihnesc cu drepţii în sînul lui Avraam, adică în rai, pînă la Judecata de apoi. De aceea este păcat ca noi creştinii să plîngem ca nişte deznădăjduiţi pe cei morţi, ci numai să ne întristăm pentru plecarea lor dintre noi, ca cei ce au nădejde.
Vă spun şi aceasta, că este păcat şi oprit de Biserică să pomeniţi la sfintele slujbe pe cei ce au fost necredincioşi, adică lepădaţi de Dumnezeu, sau sectanţi, adică lepădaţi de Ortodoxie, care au murit atei sau în vreo sectă. La fel, nu puteţi pomeni la biserică pe cei ce s-au sinucis şi pe copiii avortaţi, pentru că primii şi-au pierdut nădejdea de mîntuire, iar ceilalţi nu au fost botezaţi. Nu pot fi pomeniţi la slujbe nici creştinii care au refuzat preotul şi Sfînta Împărtaşanie înainte de moarte sau care n-au vrut să se împace şi să ierte pe duşmanii lor nici măcar în ceasul morţii. Pe toţi aceştia nu-i puteţi pomeni.
O mare datorie avem şi faţă de noi înşine şi de fiii noştri. Aceea de a duce pe pămînt o viaţă curată, creştinească, legată permanent de Hristos, ştiind că nu cunoaştem ceasul morţii fiecăruia dintre noi şi că fiecare în ce va fi găsit, în aceea va fi judecat!
Deci să ne pocăim fiecare de păcatele noastre, acum cînd mai avem putinţă şi puţină vreme. Să ne spovedim şi împărtăşim cît mai des cu Prea Cinstitele Taine; să ne rugăm neîncetat lui Dumnezeu cu credinţă şi cu nădejde; să îndemnăm şi pe fiii şi fraţii noştri la pocăinţă şi sfinţenie, iar pentru cei răposaţi să ne rugăm aşa cum ne învaţă Sfînta Biserică: "Cu sfinţii odihneşte, Hristoase, sufletele adormiţilor robilor Tăi, unde nu este durere, nici întristare, nici suspin, ci viaţă fără de sfîrşit". Amin.

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