mercoledì 24 ottobre 2018

La Divina Eucarestia Metropolita Gennadios Arcivescovo Ortodosso d'Italia e Malta 2011

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L’Eucarestia è, secondo Sant’Ignazio d’Antiochia, «φάρμακον ἀθανασίας» “farmaco d’immortalità”. E’ il Corpo ed il Sangue di Cristo; è amore, è l’inesauribile fonte della Grazia Divina. L’Eucarestia è il più prezioso dono della Chiesa e della società umana.
    Essa è la “mistica mensa” (ἡ μυστική Τράπεζα) di Gesù Cristo ed i fedeli sono i «συνδαιτυμόνες» (“commensali”) benedetti, che, nutrendosi, vivono in comunione con Lui.
    “Μετὰ φόβου Θεοῦ, πίστεως καὶ ἀγάπης προσέλθετε.”
    “Con timore di Dio, con fede e amore avvicinatevi” invita il sacerdote ed i Divini Doni sono offerti a tutti i fedeli.
    “Μελίζεται καὶ διαμερίζεται ὁ Ἀμνὸς τοῦ Θεοῦ, ὁ μελιζόμενος καὶ μὴ διαιρούμενος· ὁ πάντοτε ἐσθιόμενος καὶ μηδέποτε δαπανώμενος ἀλλὰ τοὺς μετέχοντας ἁγιάζων.”
    “Si spezza e si spartisce l’Agnello di Dio: Egli è spezzato e non si divide, è sempre mangiato e mai si consuma, ma santifica coloro che ne partecipano”, medita il sacerdote durante la Liturgia di San Giovanni Crisostomo, dopo la consacrazione («Μετουσίωσις») dei Divini Doni.
    Rispondiamo “sì” a questa altissima offerta divina di salvezza; rispondiamo “sì” ai Divini Doni, con la nostra partecipazione alla comunione, anzi diventiamo partecipi della Cena Eucaristica e troviamo il Regno di Dio; vale a dire, diventiamo partecipi della vita incorruttibile ed eterna, diventiamo realmente “σύσσωμοι Χριστοῦ” (“incorporati in Cristo”).
    Conosciamo molto bene che Gesù Cristo sulla croce ha offerto il proprio sangue, la propria vita per noi e per la nostra salvezza: “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).
    Comunicando con il Corpo e Sangue di Cristo, “nostro Signore e nostro Dio”, secondo l’espressione apostolica di San Tommaso “εἰς ἄφεσιν ἁμαρτιῶν καὶ εἰς ζωὴν αἰώνιον”, “per la remissione dei peccati e per la vita eterna” dal “comune calice”, che accettiamo personalmente e liberamente, e grazie a cui partecipiamo al Sacramento della Divina Eucarestia, si realizza la nostra unione con il Corpo di Cristo.
    Questa unione è offerta divina; è dono della Grazia di Dio. Aggiungiamo ancora che questi Doni Divini non sono una “ἀνταμοιβή” (“ricompensa”), ma costituiscono il vero cibo, l’autentico nutrimento per ogni uomo che ha fame e sete, senza il quale egli morirà.
    E’ il più potente farmaco per l’immortalità, l’antidoto contro la morte.
    E’ l’esultante e inesauribile comunione d’amore, è la Solennità della Resurrezione. La Divina Eucarestia è dono e offerta “certamente di un altro mondo”: del Regno dei Cieli.
    Solitamente la Divina Eucarestia è celebrata in chiesa e il nostro ingresso in essa è ingresso nella casa paterna, secondo lo spirito dei Santi Padri del Mondo Ortodosso. Durante la sua celebrazione la chiesa è inondata di luce divina ed è circondata dallo splendore e dalla bellezza divina. E ciò perché in tal modo essa dimostra il proprio carattere escatologico, proteso verso il futuro, nel Regno di Dio.
    Nella Chiesa non viviamo come individui, non siamo soli, ma come persone; siamo “icona (immagine) di Dio” e ricapitoliamo “τό προαιώνιον μυστήριον” (“il mistero prima di tutti i secoli”).
    Dobbiamo, dunque, essere vicini alla Chiesa del nostro Salvatore Gesù Cristo, la quale ci dona i Sacramenti della nostra salvezza, ci dona, anzi, “il Sacramento dei Sacramenti”, la Divina Eucarestia. Dobbiamo abbandonare il “vecchio uomo” e rivestirci del “nuovo uomo”, per camminare degnamente secondo la volontà di Dio.
    Non si discute assolutamente che il culto, durante la celebrazione della Divina Liturgia, sia anche una manifestazione sociale: Da una prospettiva “verticale” influenza anche la vita sociale, mentre da quello “orizzontale” il comune riferimento lega i fedeli tra loro stessi. D’altro canto i fedeli scoprono il Regno dei Cieli tra di loro, ma anche in essi stessi; mentre si disvela loro il Regno dei Cieli, essi avvertono la gioia di aver trovato “τόν πολύτιμον κεκρυμμένον θησαυρόν” (“il prezioso tesoro nascosto”). Infatti, con l’accettazione di questa comunione personale con la Divina ed Increata Grazia per mezzo della Divina eucarestia, si realizza questo legame con vincoli più saldi di quelli umani, con legami soprannaturali (metafisici).
    E’ quella “Σύναξις” (“Sinassi”), ove incontriamo il nostro Signore risorto, costituiamo certamente Chiesa tutti quanti siamo stati accettati nella Vita Eucaristica di Cristo. Aggiungiamo, inoltre, che l’Eucarestia, come “Sinassi” del popolo intorno al vescovo ed ai presbiteri, salva, come scrive Sua Eminenza il Metropolita Giovanni di Pergamo, ed esprime nella storia l’immagine di un mondo che supererà il mortale “ἀποσπασπασματικότητα” “distaccamento” (“drapello”) e la sua corruzione, grazie all’unione ed alla incorporazione in Colui, che con la Croce e la Resurrezione, secondo la testimonianza degli Apostoli, ha unito “τά διεστῶτα” ha raccolto “in una sola cosa, il suo mondo” ed ha stabilito “così, il proprio Regno” (Metropolita Giovanni di Pergamo, p. 207)
    Chi partecipa alla Divina Eucarestia riesce ad avere il proprio progresso morale e spirituale, ma consegue anche un risveglio sociale, anzi, secondo la Parola di Dio, ripresa dai Santi Padri, per mezzo della Grazia del nostro Redentore Gesù Cristo, ogni uomo è chiamato a diventare “icona (immagine) e figlio di Dio” (Rm 8,29).
    Possiamo ora ricordare la sapienza dei Padri del Oriente Ortodosso, secondo i quali “ὅ ἣνωται τῷ Θεῷ, τοῦτο καί σώζεται” “Chi si unisce a Dio, esso si salva”. La “κενωτικὴ ἐνέργεια τῆς Θείας ἀγάπης” (“La forza che deriva dallo svuotamento dell’Amore di Dio paga” l’esistenza umana con la vita di Dio, vale a dire che Dio diventa povero e l’uomo diventa ricco, pensiero importantissimo della Τeologia e Spiritualità Ortodossa, che il fedele osserva anche nell’Eucarestia.
    Rigenerato per una “viva speranza” (1 Pt 1,3) “ἐλπίδα ζῶσαν” pieno di amore divino verso il prossimo e cooperando, con la propria fede, ad una strettissima connessione tra la Divina Eucaristia e la Vita Quotidiana (famiglia, lavoro, salute ed altro), si interesserà del proprio vicino, abbraccerà i suoi problemi, lo consiglierà al meglio e farà di tutto per pacificarlo, aiutandolo a trovare il Regno dei Cieli, per realizzare in tal modo una nuova società (“νέα κοινωνία”) veramente guidata da Gesù Cristo Risorto per la nostra eternità.
    Non c’è bene più dolce, più bello e più prezioso dell’Amore, il Figlio di Dio, che “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8).
    Avendo davanti ai nostri occhi questo significativo passo, l’Eucarestia è incomprensibile senza l’amore. Certamente, l’amore è la cosa più importante, ma il suo valore non è solo morale, è un tesoro divino, è lo stesso Dio.
    La Divina Eucarestia ci fa subito rammentare anche tante piccole cose quotidiane, i nostri doveri, i nostri impegni, le nostre difficoltà, i nostri problemi, che angustiano la nostra vita senza l’Amore che è la Divina Eucarestia e viceversa.
    Noi, dunque, che apparteniamo al clero, dobbiamo avvertire la necessità e l’importanza di insistere sul rapporto dell’Eucarestia con la Vita Quotidiana, e ciò perché molti fedeli non conoscono e non intendono l’importanza della relazione della Divina Eucaristia, elemento essenziale della nostra esistenza, con la vita quotidiana.
    Il quarto Incontro del clero dell’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, che si terrà prossimamente avrà per tema “Ὅπου Ἐπίσκοπος ἐκεῖ καὶ ἡ Καθολικὴ Ἐκκλησία” “Dov’è il Vescovo li è tutta la Chiesa” approfondirà in modo particolare il tema della “Divina Eucarestia” e della “Confessione”, in quanto il nostro Clero, continuando la sua eccellente opera spirituale in favore dei fratelli Ortodossi per assisterli nella propria fede, conservando le proprie tradizioni, costumi ed in generale la propria Spiritualità, li aiuterà a diventare uomini portatori di amore, di pace, di fratellanza, cittadini pieni di speranza e di rispetto nei confronti delle leggi, del popolo e del paese; continuerà a sostenere i fedeli affinché diventino uomini degni e capaci e così coinvolgere l’Arcidiocesi Ortodossa ad approfondire con la preghiera, con la fede e con la fiducia questo aspetto della Vita Quotidiana in modo che la Chiesa sia “presente”, illumini con la sua luce eterna, risplenda anche al di fuori dei proprio ambito religioso con la propria forza spirituale, morale e sociale, con le proprie opere ed iniziative, con i propri sforzi ed altro per il bene degli Ortodossi, ma anche per il bene di ogni uomo di buona volontà, per cui Gesù Cristo è nato, è stato crocefisso ed è risorto.
    La Divina Eucaristia, diventando “Vita” di ogni Ortodosso nella quotidianità, diventa unica realtà per creare una “nuova generazione”, una nuova società, con una mentalità, con pensieri e iniziative, con un popolo nuovo, attivo e pieno di speranza in Dio, con fiducia nel suo vescovo, che ne è la guida spirituale, il “Τύπος Χριστοῦ” (“Tipo di Cristo”), come scrive Sant’Ignazio d’Antiochia il Teoforo.
    “Γεύσασθε καὶ ἴδετε ὅτι Χριστὸς ὁ Κύριος” “Gustate e vedete che Cristo è il Signore” esclama San Gregorio Magno, Papa di Roma, nella sua Liturgia dei Presantificati “Προηγιασμένων”, ma anche i cori della Chiesa Ortodossa alla Vigilia del Santo Natale cantano “Ξενίας Δεσποτικῆς καὶ ἀθανάτου Τραπέζης” (“Ospitalità del Signore ed immortale, Mensa … venite a gustare il Verbo incarnato”) (Mattutino, Ode 9).
    Infatti, Gesù Cristo non è per noi una persona di cui speriamo la venuta, ma è una persona della storia e del Vangelo, fondatore della Chiesa anzi è “il sacrificio” e “il Santificatore” in ogni Divina Liturgia.
    “Πάλιν καὶ πολλάκις…” “Nuovamente e spesso…”, scrive San Giovanni Crisostomo nella sua Divina Liturgia, si preparerà l’Agnello di Dio (“Ἀμνός”) perché si offra continuamente il “Santo” (“Ὁ Ἅγιος”) “ai Santi” (“τοῖς Ἅγίοις”), affinché il fedele ortodosso diventi Santo, Cristoforo, Pneumatoforo, “dimora”, “luogo” dell’ (“Ἀχωρήτου”), della Santissima Trinità.
    Con questi sentimenti il fedele Οrtodosso canterà insieme al Padre Innografo della propria Chiesa Ortodossa “ἐν τῇ προτέρᾳ σου Χριστὲ παρουσίᾳ ἔσωσας τὸν Ἀδάμ, ἀλλὰ ἐν τῇ Δευτέρᾳ τοὺς τιμῶντας τὴν Γέννησιν τὴν σὴν σῶζε” (“Nella tua prima apparizione hai salvato Adamo, con la tua seconda, però, salva coloro che venerano la tua Nascita”) (Vigilia di Natale, Ode 9).
     
 “Ἐν εἰρήνῃ προέλθωμεν” (“Procediamo in pace”), esclama con dolceza ed esultanza San Giovanni Crisostomo verso la fine della Divina Liturgia. Procediamo verso il mondo e professiamo con cuore buono e libero che “abbiamo visto la vera luce, abbiamo avuto lo Spirito Celeste, abbiamo trovato la vera fede, adoriamo la Trinità Indivisa, in verità essa ci ha salvato”.
    La nostra vita dopo la Divina Eucarestia è veramente nelle mani di Dio e costituisce per noi da un lato la gioia, la pace, la forza, la fiducia e la vita, dall’altro, essendo in noi, ci invita ad essere autentici testimoni del Sacramento che abbiamo vissuto e della Grazia che abbiamo ricevuto.
    La Divina Eucarestia, nonostante sia alla fine del (percorso) della Divina Liturgia, diventa nuovamente l’inizio e le nostre debolezze si rivelano potenti, secondo la parola evangelica del nostro Salvatore Gesù Cristo (“Τὰ ἀδύνατα παρ’ ἀνθρώποις, δυνατὰ παρὰ τῷ Θεῷ”) “Le cose impossibili agli uomini sono possibili a Dio”.
    Dopo la Divina Eucarestia, lasciando la chiesa, con la benedizione ricevuta da Dio e la grazia della Santissima Τrinità, dobbiamo diventare apostoli ed evangelizzatori con lo scopo di continuare, con sentimenti di amore, pace, fratellanza e speranza, la nostra missione “fuori dei confini”, nella nostra casa, nella nostra famiglia, tra gli amici, nel nostro posto di lavoro.
    La liturgia, dopo la Liturgia, lottiamo, “pieni di amore e Grazia di Dio”, per la “progressiva trasfigurazione dell’uomo, chiamato per Grazia ad essere ad immagine del Figlio di Dio” (Rm 8,29)
    Sarebbe una grave mancanza omettere di sottolineare che innanzitutto l’Eucarestia ci invita a non abbandonare il luogo ed il tempo, in quanto sono accettabili alla trasfigurazione (trasformazione) ed, inoltre, che il Regno di Dio non è un qualcosa che sposterà la creazione materiale, ma, al contrario, la trasfigurerà (trasformerà) e purificherà dagli elementi che provocano la corruzione e la morte. Essa ci rivela ancora che l’intera creazione alla fine sarà liberata (“ἀπαλλαγῆ”) dalla corruzione e dalla morte per vivere “nei secoli dei secoli”, in quanto la materia è sacra e degna di ogni onore e venerazione dal momento che si è incarnato il Figlio di Dio. (Cfr. Migne, P.G. 94,1245). Anche San Giovanni Damasceno parla con maestria: “Le sante immagini” “e non smetto di venerare la materia, per mezzo della quale si è compiuta la mia salvezza”.
    Con tali comportamenti sinceri, graditi a Dio, ritorniamo alla vita quotidiana, ritorniamo alla lotta quotidiana, sotto gli occhi dell’Altissimo Dio, incontrando i nostri vicini come amici e fratelli, abbracciandoli e comunicando loro la gioia, la pace, l’amore e la speranza di Dio: (“Τὶς Θεὸς μέγας ὡς ὁ Θεὸς ἡμῶν, σῦ εἶ ὁ Θεὸς ἡμῶν, ὁ ποιῶν θαυμάσια μόνος”) “Quale Dio è grande come il nostro Dio, l’Unico che compie meraviglie?”
    Così evangelizza la ricchissima mistica innografia della Chiesa Ortodossa. E’ evidentemente impossibile che Dio possa abbandonare l’uomo, in quanto ha offerto se stesso come sacrificio (“θυσία”) , perché scopo della Divina Eucarestia non è tanto che l’uomo diventi perfetto, quanto piuttosto veda la Luce di Dio, il suo divino e paterno amore per gli uomini.
   
    In conclusione dobbiamo sottolineare ancora una volta che il carattere dell’Εucaristia è “sociale” e “cattolico” (universale), è “Sinassi” (“Σύναξις”), allo stesso luogo, tutta la Chiesa locale, perché il Regno di Dio è una “Sinassi”, con struttura e modo corretto, che ha come centro e corpo Gesù Cristo, circondato dai Santissimi Apostoli. Questa struttura, che si manifesta nella Divina Eucarestia e viene manifestata nella struttura stessa della Chiesa come unità del Popolo di Dio intorno al Vescovo, ha le sue radici nell’immagine (“εἰκονισμὸν”) eucaristica del Regno di Dio (Metropolita Giovanni di Pergamo, p. 221)
    Gesù Cristo è realmente “ὁ προσφέρων καί προσφερόμενος”, (“Colui che offre ed è offerto”), il vero ministro, anzi Cristo Risorto che verrà, “ἐν τῇ ἐσχάτῃ ἡμέρᾳ” “nell’ultimo giorno”, nella sua gloria ed essi (i sacerdoti) che celebrano la Liturgia sono “icona” (“immagini”) del Cristo Escatologico “ἡ τιμὴ τῆς εἰκόνος ἐπὶ τὸ πρωτότυπον διαβαίνει” “l’onore e la venerazione appartiene al Prototipo” secondo l’insegnamento della Chiesa Οrtodossa.
 

“L’ epiclesi nella Liturgia di San Giovanni Crisostomo” Relazione al VII Incontro del Clero Diocesano della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale Perugia, 1 - 3 maggio 2014 Archimandrita Simeon Catsinas

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La Divina Liturgia rivela la misura del divino amore: “hai amato il mondo a tal segno da dare l’ unigenito tuo Figlio”. La grandezza del dono del Padre verso il mondo, mostra la misura del Suo amore per esso. Ha dato il Suo unigenito Figlio al mondo già morto perché venisse di nuovo la vita. Infatti il sacrificio di Cristo è l’ amore medesimo. Per questo il Santo Nic. Cavassilas parlando della Santa Eucaristia dice, che “questo sacrificio non è  immagine e  tipo di sacrificio ma vero sacrificio” E’ il sacrificio del Calvario il quale abbraccia il mondo intero per i secoli. Questa unica offerta ha santificato il tempo intero e il mondo intero. Così che si offre a noi la possibilità di vivere mistericamente l’  evento della morte sulla Croce del Signore.

La Santa Eucaristia è il mistero della morte sulla Croce di Cristo. Così partecipando all’ Eucaristia gustiamo i frutti del sacrificio di Cristo. Per mezzo della Croce di Gesù, scrive San Giovanni il Damasceno, “la morte  è cancellata…  la Resurrezione  è regalata… le porte del Paradiso  sono aperte … siamo diventati figli di Dio e suoi eredi”. Perciò anche l’ assemblea stessa dei fedeli sono i frutti del Sacrificio sulla Croce del Signore, i quali noi gustiamo nella Divina Liturgia. Perché con la Santa Eucaristia celebriamo quello che ha precisamente celebrato il Signore Gesù. Viviamo l’ ora del Cristo il quale instancabilmente “va e viene”.

I doni che noi offriamo al altare possono degnamente rendere grazie à Cristo per questo dono nuovo, perché precisamente tra poco saranno la carne e il sangue di Cristo. Così questi doni hanno la forza di essere la  nostra risposta al Suo amore, che è stato rivelato al inizio della creazione del mondo e alla nuova creazione in Cristo. E questi stessi doni, sono inoltre, i segni della libertà che ci ha donato Cristo offrendo Se stesso,“riscatto per i molti“. Come dice il sacerdote rivolto a Cristo, nella Liturgia di San Gregorio il Teologo, un po’ prima della Consacrazione: “Di questa mia liberta ti offro i simboli”.

Alla Divina Liturgia di San Giacomo, prima dell’ inizio della santa Oblazione, ha luogo il seguente dialogo tra il celebrante e il popolo: Il celebrante dice: “Magnificate con me il Signore, e inalziamo il Suo nome tutti insieme” e il popolo risponde: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’ Altissimo” La risposta del popolo ci ricorda il dialogo il quale avvenuto tra la piena di grazie Theotokos e l’ arcangelo Gabriele il giorno dell’ Annunciazione.

Ogni Divina liturgia e una nuova Annunciazione. Al posto della Tutta Santa Theotokos si trova l’ Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa. Dicendo l’ assemblea dellla Chiesa -  tramite la bocca del celebrante - manda il tuo Santo Spirito su di noi, in un certo modo riprende le parole della sempre Vergine “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E così si compie l’ annunciazione della Chiesa theotokos: «La grazia dello Spirito si trova là e si riversa su di tutti e prepara il mistico sacrificio».

Con il mistero della santa Eucaristia la nostra Santa Chiesa diventa Madre – Theotokos. Il Paraklito scende su di Lei e su i suoi doni. Mistericamente viene concepito il Logos di Dio, nasce  il Senza Tempo   e si offre per la vita del mondo. La Chiesa riceve il compimento  “delle parole dette a Lei dal Signore”: “Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue…”.
  
Il Signore ha dato ai suoi discepoli il comandamento di celebrare la Cena in Sua memoria perché “voleva offrire a loro la forza, di poter fare questo” E quale è questa forza? E’ lo Spirito Santo. La forza dal cielo che ha armato   gli Apostoli, secondo le parole del Signore a loro “rimarrete alla Città di Gerusalemme finché voi sarete rivestiti della forza dal alto” Questo mistero è opera di quella discesa, perché lo Spirito Santo non e disceso per una sola volta e dopo ci ha abbandonati, ma rimane e rimarrà con noi per sempre…

Lui celebra i misteri con la mano e la lingua dei sacerdoti. “E diventa pioggia tramite l’ epiclesi la grazia adombrante dello Spirito Santo” come scrive San Giovanni il Damasceno.

La discesa del Paraklito su di noi e sopra i Doni qui presenti è la risposta di Dio alla supplica dei Suoi figli. E’ la certezza, che Dio ci considera come Suoi figli e che i nostri doni sono accetti dal suo  Amore. “Quando vedi che con abbondanza discende lo Spirito Santo, non devi avere alcun dubbio per la nostra conciliazione con Dio” scrive San Giovanni Crisostomo.

Con la Divina Liturgia “abbiamo la possibilità di festeggiare sempre la Pentecoste” Il momento della discesa  del Paraklito è l’ eucaristica Pentecoste “questo tempo (dell’ Eucaristia) indica quel tempo (di Pentecoste)” La presenza del Paraklito riunisce il popolo di Dio intorno alla Santa Mensa. Coordina l’ istituzione della Chiesa in Eucaristia. E continua il Santo Padre “se non era presente lo Spirito Santo non si diventava  Chiesa. E se la Chiesa esiste è chiaro che lo Spirito Santo è presente”.            
                                
 

venerdì 19 ottobre 2018

Archevêché des Églises Orthodoxes Russes en Europe Occidentale exarchat du patriarcat œcuméniqueCommuniqué du bureau de l’Archevêque

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Chers Frères et Soeurs, nous vous informons que notre Archevêché-Exarchat relevant de la juridiction du Patriarcat Œcuménique, est en pleine communion avec toute l’Église orthodoxe. En effet le Patriarcat Œcuménique, n’a pas rompu la communion avec le Patriarcat de Moscou et continue de le mentionner selon l’ordre des diptyques.
Tous les fidèles orthodoxes, peuvent donc participer pleinement à la vie liturgique et sacramentelle dans nos paroisses.
Nous invitons tous les prêtres, diacres, moines, moniales et fidèles de notre Archevêché-Exarchat à prier pour l’unité de l’Église, et nous demandons aux prêtres de prononcer à haute voix à la fin de la litanie instante pendant la liturgie, la prière suivante inspirée de l’Archimandrite Sophrony.

Prière pour l’unité de l’Église

Seigneur Jésus-Christ, Agneau de Dieu, qui enlève le péché du monde, donne-nous la force d’aimer comme Tu nous l’as commandé.
Lorsque Tu as dit à tes disciples : « Aimez-vous les uns les autres, comme je vous ai aimés », et accorde-nous grâce et sagesse pour accomplir chaque jour ce commandement.
Par ton Saint-Esprit, donne-nous le courage de nous humilier les uns devant les autres, comprenant que celui qui aime davantage s’humilie aussi davantage.
Apprends-nous à prier les uns pour les autres et à porter les fardeaux les uns des autres avec patience. Par le lien d’un amour indéfectible unis-nous autour de nos vénérés patriarches et évêques comme les brebis dociles d’un seul troupeau autour de leurs pasteurs qu’elles aiment.
Donne-nous de voir en chacun de nos frères et en chacune de nos sœurs l’image de ton ineffable gloire, et de ne jamais oublier que notre frère est notre propre vie.
Et place-nous sous la protection de ta Très-Sainte Mère, de ton Précurseur Jean-Baptiste et de nos vénérables Docteurs, Pères et Confesseurs de la foi.

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mercoledì 10 ottobre 2018

La lotta spirituale nel mondo contemporaneo (Metr. Kallistos Ware)https://www.natidallospirito.com/2018/10/10/la-lotta-spirituale-nel-mondo-contemporaneo-metr-kallistos-ware/

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È per me un onore essere stato invitato a tenere l’intervento conclusivo di questo convegno. Oggi tenterò di fare due cose. Per prima cosa, ricordando che durante questa conferenza abbiamo parlato ripetutamente delle “passioni”, valuterò più da vicino questo termine e tenterò di specificare in modo più preciso rispetto a quanto sia stato fatto finora che cosa intendiamo con questo termine. In secondo luogo, tratterò il tema delineato nel titolo del mio intervento, cioè la lotta spirituale nel mondo contemporaneo.
Nessun nuovo peccato?
Più di cinquant’anni fa una nota guida spirituale della tradizione anglicana, padre Algy Robertson (della Society of Saint Francis), che passava ogni settimana molte ore ascoltando le confessioni, mi disse con una nota di tedio nella sua voce: “Che peccato che non esistano nuovi peccati!”. Al contrario del punto di vista secolare prevalente, non è la santità ma è il peccato che è spento e ripetitivo. Il male è fondamentalmente non creativo e monotono, mentre i santi presentano una varietà e un’originalità inesauribili.
Se il peccato è essenzialmente ripetitivo, ne consegue che la lotta lotta spirituale, compresa come guerra invisibile contro i nostri pensieri malvagi e le nostre passioni peccaminose, continua a essere la stessa nel mondo contemporaneo così come è sempre stata nel passato. La forma esteriore può cambiare, ma il carattere interiore resta invariato. Un libro quale La scala del paradiso di Giovanni Climaco può essere un manuale pratico nel ventunesimo secolo così come lo fu nel settimo secolo. Oggi come nel passato il nostro avversario il diavolo si aggira come leone ruggente cercando chi divorare. Oggi come ieri satana si trasforma in un angelo della luce. Oggi come ieri Dio ci chiama a quello spirito di vigilanza sintetizzato dai padri ascetici dell’oriente cristiano con il termine nepsis, cioè “sobrietà”, “vigilanza”.
“Mortificare” o “trasfiguarare”?
Nei nostri colloqui di questi giorni abbiamo parlato spesso di passioni: ma che cosa si intende precisamente con questo termine? Ahimé, la parola inglese “passion”, che è solitamente usata per tradurre il termine pathos, è del tutto insufficiente per rendere il ventaglio di significati presenti nel termine greco. Collegato al verbo paschein, “soffrire”, pathos indica fondamentalmente uno stato passivo, in contrasto con dynamis, una forza attiva; esso indica qualcosa subito da una persona o da una cosa, un evento o uno stato vissuto passivamente; pertanto il sonno e la morte sono definiti pathos da Clemente di Alessandria, mentre Gregorio di Nazianzo descrive le due facce della luna come pathe. Applicate alla nostra vita interiore, pathosha quindi il significato di un sentimento o di un’emozione patita o subita da una persona.
Due differenti atteggiamenti nei confronti delle passioni possono essere distinti già nella filosofia greca antecedente il periodo patristico. Il primo è quello che si trova nello stoicismo primitivo, dove pathossignifica un impulso disordinato ed eccessivo, horme pleonazousa secondo la definizione di Zenone. Si tratta di un disturbo patologico della personalità, una malattia (morbus), come lo definisce Cicerone. Il saggio, pertanto, mira all’apatheia, all’affrancamento dalle passioni.
Accanto a questa visione pessimistica delle passioni, tuttavia, vi è anche una valutazione più ottimistica, che si ritrova in Platone e, in misura più articolata, in Aristotele. Platone nel Fedro utilizza l’analogia dell’auriga e dei due cavalli: l’anima è qui considerata come un cocchio con la ragione (to logistikon) come auriga; i due cavalli che sono aggiogati al cocchio – l’uno di razza nobile, mentre l’altro disobbediente e ribelle – rappresentano rispettivamente le emozioni più nobili della parte dell’anima “dotata di spirito” o “inclusiva” (to thymikon) e le emozioni più primitive della parte “appetitiva” (to epithymitikon). Ora il cocchio a due cavalli ha bisogno di cavalli per muoversi, e allo stesso modo l’anima, senza le energie vitali fornite da pathe, mancherebbe di vigore e di forza per agire. Inoltre, il cocchio a due cavalli per muoversi nella direzione giusta ha bisogno non di uno ma di entrambi i cavalli; la ragione, dunque, non può fare a meno né delle emozioni nobili né delle passioni più primitive, sforzandosi però di tenerle entrambe sotto controllo. Pertanto questa analogia comporta che il saggio deve aspirare non alla soppressione totale delle passioni nelle diverse parti dell’anima, bensì al loro mantenimento nel giusto equilibrio e armonia.
Una visione simile è offerta da Aristotele nell’Etica nicomachea. Secondo lui le pathe includono non soltanto cose quali il desiderio e la collera, ma anche l’amicizia, il coraggio e la gioia. In sé le passioni non sono “né virtù né vizi”, dice Aristotele, né intrinsecamente buone né intrinsecamente cattive, e noi non siamo né elogiati né biasimati a causa di esse; le passioni sono impulsi neutrali e tutto dipende – come il metropolita Filaret ha indicato nel suo intervento – dall’uso che ne facciamo. Il nostro obiettivo pertanto non è (come nello stoicismo) l’eliminazione totale delle passioni, ma piuttosto una via di mezzo (to meson), cioè un uso moderato e ragionevole di esse: l’ideale non è l’apatheia ma la metropatheia (termine che però non è usato in quanto tale da Aristotele stesso nella sua opera).
Quale di queste due comprensioni della passione è adottata nella teologia patristica? Di fatto non vi è unanimità tra i padri. Innanzitutto, un gruppo considerevole di autori abbraccia l’utilizzo stoico, di carattere negativo. Clemente di Alessandria ripete la definizione di Zenone di pathos quale pleonazousa horme, un “impulso eccessivo”, “disobbediente alla ragione” e “contrario alla natura”. Le passioni sono “malattie” e la persona davvero buona non ha passioni. Similmente, Nemesio di Emesa abbraccia la visione stoica. Evagrio Pontico associa strettament le passioni con i demoni; lo scopo del lottatore spirituale, pertanto, è l’apatheia, anche se Evagrio ne dà un contenuto positivo, associandola strettamente con l’amore. Nelle omelie di Macario le passioni sono quasi sempre comprese in un senso peggiorativo.
Tuttavia, in secondo luogo, vi sono altri padri che, anche se fondamentalmente ostili nella loro valutazione delle passioni, ne contemplano pertanto un uso positivo. Gregorio di Nissa considera che il pathos non fosse originariamente parte della natura umana, ma “fu introdotto in seguito nell’uomo, dopo la prima creazione”, e di conseguenza non fa parte della costituzione dell’anima. Le passioni hanno un carattere “bestiale” (ktenodes), che ci rende simili ad animali. Tuttavia, avvicinandosi al punto di vista aristotelico, Gregorio di Nissa aggiunge che delle passioni si può fare un buon uso: il male sta non nel pathe in quanto tali, ma piuttosto nella libera scelta (proairesis) della persona che ne fa uso.
Giovanni Climaco è totalmente d’accordo con Gregorio di Nissa. Alcune volte egli parla in termini negativi, eguagliando pathos con il vizio o il male (kakia), e insiste che il pathos “non [era] originariamente parte della natura umana”, dicendo che “Dio non è il creatore delle passioni”; queste appartengono agli esseri umani nella loro condizione corrotta e devono pertanto essere considerate “empie”; nessuno deve aspirare a essere teologo a meno di non aver raggiunto l’apatheia. Tuttavia egli ammette che si possa fare un buon uso delle passioni; l’impulso che soggiace a ogni passione non è cattivo in sé, ma siamo noi che, attraverso l’esercizio del nostro libero arbitrio, “abbiamo preso i nostri impulsi naturali e ne abbiamo fatto delle passioni”. È degno di nota il fatto che Climaco non condanni l’eros, l’impulso sessuale, come intrinsecamente peccaminoso, ma lo consideri come qualcosa che può essere diretto verso Dio.
In terzo luogo, vi sono altri autori che si spingono addirittura oltre e paiono concedere non solo che si possa fare buon uso delle passioni, ma che esse siano parte della nostra natura originale in quanto creata da Dio. È questo il caso evidente di abba Isaia († ca 491). Nel suo secondo Discorso egli considera alcune realtà che sono solitamente considerate passioni, quali il desiderio (epithymia), l’invidia o gelosia (zelos), la collera, l’odio e l’orgoglio, sostenendo che esse sono fondamentalmente kata physin, “in accordo con la natura”, e si può fare di tutte un buon uso. In tal modo il desiderio che per natura dovrebbe essere orientato verso Dio, è stato da noi diretto fallacemente verso “ogni tipo di impurità”. Lo zelo o gelosia che dovrebbe condurci a perseguire la santità – “desiderate con zelo i carismi più grandi”, dice san Paolo (1Cor 12,31) – noi lo abbiamo corrotto, così che arriviamo a invidiarci gli uni gli altri. La collera e l’odio che dovrebbero essere orientati contro il demonio e tutte le sue opere, noi lo abbiamo rivolto contro il nostro prossimo. Perfino dell’orgoglio si può fare buon uso: c’è un’autostima buona che ci permette di contrastare l’autocommiserazione distruttiva e la depressione. Per abba Isaia, dunque, cose quali la collera e l’orgoglio – che Evagrio considererebbe come “demoni” o come pensieri malvagi – al contrario sono parte naturale della nostra personalità in quanto creata da Dio. Il desiderio e la collera non sono di per sé peccaminose: ciò che conta è il modo in cui vengono utilizzate, kata physin oppure para physin. È improbabile che abba Isaia sia stato influenzato direttamente da Platone o da Aristotele, che probabilmente non aveva mai letto, ma potrebbe aver attinto alla tradizione copta, come è attestato per esempio nel caso delle lettere attribuite a sant’Antonio il Grande.
Un’approccio positivo alle passioni si può altresì trovare in autori successivi. Quando Dionigi l’Aeropagita descrive Ieroteo come colui che “non soltanto ha appreso ma ha sperimentato le realtà divine” (ou monon mathon alla kai pathon ta theia), egli lascia certamente intendere che l’esperienza mistica è in un certo senso un pathos. Massimo il Confessore, sebbene tenda a far propria la posizione di Gregorio di Nissa secondo cui le passioni sono entrate nella natura umana soltanto successivamente alla prima creazione, fa nondimeno riferimento (come ha evidenziato padre Louth) alla “beata passione dell’amore divino” (makarion pathos tes theias agapes); inoltre egli non teme di parlare dell’unione con Dio in termini erotici; insiste che le passioni possono essere “encomiabili” così come “biasimevoli”. Secondo Gregorio Palamas lo scopo della vita cristiana non è la mortificazione (nekrosis) delle passioni ma la loro trasposizione o riorientamento (metathesis).
Ci sono, dunque, prove sufficienti secondo cui i padri greci siano stati influenzati non soltanto dall’approccio stoico, di tipo negativo, ma anche (direttamente o indirettamente) dalla valutazione aristotelica, di carattere più positivo. Quei padri che adottano una visione positiva, o almeno neutrale, delle passioni sono una minoranza, ma nondimeno una minoranza significativa. Si potrebbe naturalmente dire che la questione è squisitamente semantica, una questione di come scegliamo di utilizzare la parola “passione”; ma i diversi utilizzi della parola non hanno forse implicazioni più profonde? Le parole hanno un grande potere simbolico e il modo in cui vengono utilizzate ha un’influenza decisiva sul modo in cui concepiamo la realtà. Questo vale anche con la parola pathos: dobbiamo seguire l’utilizzo negativo degli stoici o quello più permissivo di Aristotele? Ciò può avere un effetto di ampia portata sulla direzione pastorale che noi offriamo agli altri e a noi stessi. Dobbiamo parlare di “mortificare” o di “trasfigurare”? Dobbiamo dire “sradicare” o “educare”? “Eliminare” o “riorientare”? Siamo di fronte a una grande differenza.
Per quanto riguarda la nostra lotta spirituale nel mondo contemporaneo io sono fermamente convinto che noi saremmo molto più efficaci se dicessimo “trasfigurare” piuttosto che “distruggere”. Il mondo contemporaneo in cui dimoriamo, almeno in Europa occidentale, è un mondo fortemente secolarizzato, avulso alla chiesa. Se vogliamo riguadagnare questo mondo a Cristo, se vogliamo noi stessi preservare la nostra identità cristiana in un tale ambiente alienato, allora noi faremmo bene a presentare il nostro messaggio cristiano in termini affermativi piuttosto che di condanna. Dobbiamo accendere una candela piuttosto che maledire la tenebra.
Tre temi cupi
Venendo alla seconda parte del mio intervento, vorrei selezionare sei aspetti della lotta spirituale nel mondo contemporaneo. La mia esposizione non è sistematica né pretende di essere esaustiva. Parlerò in termini di tenebra e di luce. Tre degli aspetti che ho scelto hanno a prima vista un carattere cupo, tre invece riflettono uno spirito più luminoso; ma tutti e sei non sono in fin dei conti negativi ma piuttosto eminentemente positivi.
(1). La discesa agli inferi. L’inferno può essere considerato come l’assenza di Dio, come il luogo in cui Dio non c’è (è tuttavia vero che l’inferno, considerato in maniera più precisa, non è vuoto di Dio, dal momento che – come Isacco il Siro insiste – l’amore di Dio è dovunque). Non è sorprendente che i cristiani nel ventesimo secolo, dimorando in un mondo segnato dal senso dell’assenza di Dio, abbiano interpretato la loro vocazione come un descensus ad inferos. Paul Evdokimov sviluppa questa idea in relazione con il sacramento del battesimo, che costituisce perlatro il fondamento della lotta spirituale del cristiano (come ha insistito fratel Enzo nel suo intervento di apertura). “Parlando della cerimonia dell’immersione al momento del battesimo”, osserva Evdokimov, “san Giovanni Crisostomo annota: «L’azione di scendere nell’acqua e poi risalirne di nuovo simbolizza la discesa di Cristo agli inferi e il suo ritorno da quel luogo». Ricevere il battesimo, quindi, significa non soltanto morire e risorgere con Cristo; significa anche che noi scendiamo all’inferno, che portiamo le stigmate di Cristo sacerdote, la sua premura sacerdotale, la sua ansia apostolica per le sorti di coloro che hanno scelto l’inferno”. Il pensiero di Evdokimov ha molto in comune con le idee di Hans Urs von Balthasar, ma non bisogna dimenticare che, come l’arcivescovo Ilarione Alfeev ha dimostrato in un suo libro recente, la discesa di Cristo agli inferi è soprattutto un’azione di vittoria.
Un santo ortodosso del ventesimo secolo ch ha particolarmente enfatizzato la discesa agli inferi è Silvano dell’Athos: “Mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”, insegna, aggiungendo che questa è la via per acquisire l’umiltà. Il suo discepolo padre Sofronio insiste che “egli si riferiva a una reale esperienza dell’inferno”. Nelle sue meditazioni, Silvano ricorda il calzolaio di Alessandria, visitato da Antonio, che era solito dire: “Tutti saranno salvati; soltanto io perirò”. Silvano applica queste parole a sé: “Presto io morirò e prenderò dimora nell’oscura prigione dell’inferno, e soltanto io brucerò in quel luogo”.
Tuttavia sarebbe errato interpretare la posizione di Silvano in termini puramente negativi e tetri; bisogna attribuire il giusto peso a entrambi le parti della sua affermazioni: non dice soltanto “mantieni il tuo spirito agli inferi”, ma aggiunge subito dopo “e non disperare”. Altrove egli afferma che la certezza della propria dannazione è una tentazione del demonio. Ci sono, dice, due pensieri che provengono dal nemico: “Tu sei un santo” e “non ti salverai”. San Silvano era profondamente influenzato dagli insegnamenti di Isacco il Siro sul carattere irriducibile dell’amore divino: “Se l’amore non è presente”, egli dice, “allora tutto si fa difficile”; al contrario, quando l’amore è presente, tutto è possibile.
La discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione trionfante dai morti formano un evento inscindibile, un’azione unica e unita.
(2) Il martirio. La forma particolare che la discesa agli inferi ha assunto durante il ventesimo secolo nella lotta spirituale dei cristiani ortodossi è stata l’esperienza della persecuzione e del martirio. Il secolo scorso è davvero stato per l’oriente cristiano un secolo di martirio per eccellenza. Si ricordi inoltre che, sebbene il comunismo è caduto in Russia e nell’Europa orientale, vi sono ancora molti luoghi nel mondo in cui i cristiani – sia ortodossi che non ortodossi – continuano a soffrire persecuzioni (si pensi alla Turchia, all’Irak, al Pakistan, alla Cina, eccetera). Secondo le parole di un prete russo della diaspora, padre Alexander Elchaninov, che morì nel 1934, “il mondo è deforme e Dio lo raddrizza. Questo è il motivo per cui Cristo ha sofferto (e soffre), così come hanno sofferto i martiri, i confessori della fede e i santi; e anche noi, che amiamo Cristo, non possiamo che soffrire altrettanto”. Come indica Silvano, il martirio può essere interiore o esteriore: “Pregare per la gente”, dice, “significa versare il sangue”. Allo stesso tempo, come nel suo apoftegma “mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”, egli insiste sul reciproco concorrere di tenebra e luce, di disperazione e speranza. Così la sofferenza dei martiri è anche una fonte di gioia: come afferma Silvano, “la sofferenza estrema è alleata con la beatitudine estrema”.
Un martire la cui lotta spirituale ha particolarmente catturato l’immaginazione ortodosso negli ultimi sessant’anni è Maria Skobtsova, morta in una camera a gas di Ravensbrück il 13 marzo 1945, offrendosi probabilmente al posto di un altro prigioniero. Se così avvenne, ciò indica come il martire – allo stesso modo di Cristo stesso, il protomartire – svolge un ruolo vicario, morendo al posto di altri, morendo perché altri possano vivere. Il martire adempie, in modo definitivo e finale, il comando di san Paolo: “portate i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2); questo era anche un tema che madre Maria ha sottolineato nei suoi scritti. In un’antologia di vite dei santi da lei compilata, essa annota la storia di Ioannichio il Grande e della ragazza indemoniata: “Collocò la sua mano sulla testa della ragazza sofferente e disse con tono calmo: «Per la potenza del Dio vivente, io, il suo indegno servo Ioannichio, prendo su di me il tuo peccato, semmai tu abbia peccato … perché le mie spalle sono più robuste delle tue, perché desidero prendere su di me la tua condanna per amore». La ragazza fu curata, mentre Ioannichio condivise la sua agonia, giungendo vicino alla morte prima di emergere, vittorioso, dalla sua lotta con la potenza del male”.
Questo, dunque, è un aspetto molto importante della lotta spirituale: sopportare il martirio, versando il proprio sangue, in maniera visibile o interiormente, per gli altri.
(3) Kenosis. Strettamente legato ai due elementi di cui abbiamo appena parlato – la discesa gli inferi e il martirio – ve n’è un terzo, la kenosis o autosvuotamento. Colui che si impegna nella lotta spirituale si identifica con il Cristo umiliato (vorrei ricordare a questo proposito un libro degno di essere letto ancor’oggi, scritto settant’anni fa da un autore russo, Nadegda Gorodetsky, Il Cristo umiliato nel pensiero russo moderno). Prima di essere imprigionata, Maria Skobsova dimostrò il suo spirito kenotico in maniera impressionante, mostrando grande solidarietà con gli indigenti, gli emarginati, e tutti i reietti dalla società, e anche – quando scoppiò la seconda guerra mondiale – con gli ebrei. “I corpi dei nostri fratelli in umanità”, scriveva, “devono essere trattati con maggior cura rispetto ai nostri. L’amore cristiano ci insegna non soltanto a fare doni spirituali ai nostri fratelli, ma anche doni materiali. Perfino la nostra ultima camicia, il nostro ultimo pezzo di pane deve essere donato loro. L’elemosina individuale e ogni tipo possibile di opera sociale sono allo stesso modo legittimi e necessari”.
Un santo della tradizione ellenica che ha mostrato questo spirito kenotico in un modo considerevole è Nectario di Pentapoli, morto nel 1920. Le storie circa la sua umiltà abbondano. Giovane vescovo di Alessandria, qualora venica attaccato, rifiutava ogni misura di ritorsione e di difesa contro i calunniatori. Quando più tardi era direttore della scuola teologica Rizareion di Alessandria, avvenne che l’addetto alle pulizie si ammalò; per impedire che il posto andasse a qualche altro Nectario per molti si alzò prestissimo al mattino per spazzare i corridoi e pulire le latrine, finché l’uomo non fu di nuovo in grado di tornare al suo lavoro. Negli ultimi anni di vita, i visitatori che lo incontravano mentre lavorava nel giardino del monastero che aveva fondato lo scambiavano per un operaio, senza poter indovinare che lui invece era un vescovo. In questo e in diversi altri modi Nectario obbedì alle parole di san Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli … svuotò se stesso” (Fil 2,5.7).
Luce nella tenebra
Descrivendo la lotta spirituale, san Paolo ne sottolinea il carattere antinomico: “Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; … come moribondi, e invece viviamo; … come afflitti, ma sempre lieti; … come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto” (2Cor 6,8-10). Bilanciamo ora questi tre elementi cupi della lotta spirituale con tre elementi più gioiosi che sono di particolare importanza nel mondo contemporaneo.
(1) La trasfigurazione. Quando stavamo analizzando in precedenza i diversi modi in cui la guerra contro le passioni può essere compresa, avevo suggerito che in questo momento della storia è più saggio parlare a noi stessi in termini di “trasfigurazione” piuttosto che di “mortificazione” o di “sradicamento”. Il mistero della trasfigurazione ha un valore particolare per noi nel tempo presente. La nostra lotta spirituale deve certamente coinvolgere elementi quali la rinuncia, lo sforzo ascetico, il sudore, il sangue e le lacrime, il martirio interiore e forse anche esteriore; ma il reale valore di tutto ciò viene perduto se esso non viene illuminato dalla luce increata del Tabor. A questo proposito, non è certo una coincidenza che il santo più influente nella vita e nell’esperienza dell’ortodossia del ventesimo secolo sia stato Serafino di Sarov, che è proprio un santo della trasfigurazione. Quando visitai la Grecia per la prima volta, cinquantacinque anni fa, san Serafino era praticamente sconosciuto; mentre ora, ogni volta che vado sul suolo ellenico, vedo la sua icona nelle chiese e nelle case, e nei monasteri frequentemente incontro monaci e monache che si chiamano Serafino o Serafina in onore del santo di Sarov. Le cose vanno davvero come dovrebbero, in quanto egli è davvero un santo per il nostro tempo.
Nello stesso tempo non facciamo del sentimentalismo nei riguardi del santo di Sarov né semplifichiamo troppo la sua lotta spirituale. Facciamo bene a ricordare che egli si vestiva in bianco e non in nero, come la tradizione monastica voleva; che chiamava i suoi visitatori “mia gioia” e li salutava durante tutto l’anno con il saluto pasquale “Cristo è risorto”; che il suo volto risplendeva di gloria in presenza del suo discepolo Nicola Motovilov. Ma non dimentichiamo gli assalti demoniaci che Serafino ha dovuto sostenere mentre pregava sulla roccia accanto al suo eremo e sentiva le fiamme dell’inferno crepitare intorno a lui; non dimentichiamo il dolore fisico che soffriva dopo essere stato azzoppato dall’assalto di tre ladri nel bosco; non dimentichiamo le incomprensioni che dovette sopportare da parte del suo stesso abate e le calunnie che lo perseguitarono fino alla morte. Davvero egli comprese ciò che san Paolo intendeva quando diceva: “afflitti, ma sempre lieti”. Nella lotta spirituale la trasfigurazione e il portare la croce sono due elementi inseparabili.
(2) L’eucaristia. In precedenza è stato detto che il battesimo costituisce il fondamento della lotta spirituale del cristiano. Il battesimo tuttavia non può essere separato dalla santa comunione, e di conseguenza anche l’eucaristia gioca un ruolo basilare nella nostro combattimento spirituale. È vero che nel primo periodo patristico molti autori ascetici quali Giovanni Climaco e Isacco il Siro facevano poco o nessun riferimento all’eucaristia, ma nella nostra lotta spirituale oggi la dimensione eucaristica deve essere esplicitata e posta in primo piano. È significativo che questo è esattamente quello che è stato fatto da una grande figura di prete celebrante all’inizio del ventesimo secolo, Giovanni di Kronstadt. “L’eucaristia è un miracolo continuo”, era solito dire; ed egli entrò appieno in questo “miracolo continuo” celebrando quotidianamente la divina liturgia. L’intensità della sua celebrazione eucaristica sbalordiva i suoi contemporanei: san Silvano, per esempio, parla della “forza della sua preghiera” e aggiunge: “In tutto il suo essere [era] una fiamma d’amore”. Giovanni insisteva che tutti i presenti alla liturgia dovevano ricevere la comunione insieme a lui. Per sua influenza e per l’influenza di altri, la prassi di ricevere la comunione è di fatto divenuta più frequente nella chiesa ortodossa del ventesimo secolo; eppure vi sono ancora in molti luoghi in cui i fedeli si accostano al sacramento soltanto tre o quattro volte l’anno: ciò è certamente deplorevole. Nel mondo contemporaneo la nostra lotta spirituale deve essere, nel modo più pieno possibile, una lotta eucaristica.
Al centro della divina liturgia, immediatamente prima dell’epiclesi dello Spirito santo, il diacono eleva le sante offerte mentre il prete recita: “Offriamo ciò che è tuo prendendolo da ciò che è tuo, in ogni cosa e per ogni cosa (ta za ek ton zon soi prospherontes, kata panta kai dia panta)”. Questo ci porta a considerare un aspetto della liturgia che ha una rilevanza particolare per la nostra lotta spirituale nel mondo contemporaneo: la dimensione cosmica dell’eucaristia. È significativo che nell’eucaristia offriamo i doni non soltanto “per tutti gli esseri umani” (dia pantas), ma anche “per tutte le cose” (dia panta). L’oblazione eucarsitica abbraccia in tutta quanta la sua ampiezza non soltanto l’umanità ma l’intero regno della natura, abbraccia ogni cosa; ne consegue che l’eucaristia ci investe di una responsabilità ecologica; ci impegna a proteggere e ad amare non soltanto i nostri fratelli in umanità ma tutte le cose viventi, e non soltanto queste, ma anche a proteggere e ad amare l’erba, gli alberi, le rocce, l’acqua e l’aria. Celebrando l’eucaristia con piena consapevolezza noi guardiamo il mondo intero come un sacramento.
La nostra lotta spirituale, pertanto, non è meramente antropocentrica: noi siamo salvati non dal mondo ma con il mondo, e pertanto lottiamo per santificare e per ridonare a Dio non soltanto noi stessi ma l’intera creazione. Questa portata ecologica della nostra lotta spirituale è stata particolarmente enfatizzata dal patriarcato ecumenico negli ultimi due decenni. Il patriarca Dimitrios e il suo successore, l’attuale patriarca Bartolomeo, hanno stabilito l’1 settembre, giorno di apertura dell’anno ecclesiastico, come “giorno per la salvaguardia dell’ambiente”, da osservarsi (così ci si auspica) non soltanto da parte degli ortodossi ma anche da parte degli altri cristiani. “Consideriamoci ciascuno per quanto gli compete personalmente responsabili del mondo affidato da Dio nelle nostre mani”, ha affermato il patriarca Dimitrios nel suo messaggio natalizio del 1988, “tutto ciò che il Figlio di Dio ha assunto nel suo corpo attraverso la sua incarnazione non deve perire, ma deve diventare un’offerta eucaristica al Creatore, un pane datore di vita condiviso nella giustizia e nell’amore con gli altri, un inno di pace per tutte le creature di Dio”. Secondo le parole di Silvano dell’Athos, “il cuore che ha imparato ad amare prova compassione per tutta la creazione”. Questa tenerezza cosmica, come ci ha ricordato dom André Louf, è un leitmotiv in Isacco il Siro.
(3) La preghiera del cuore. Per quanto importante siano gli aspetti eucaristici e liturgici della lotta spirituale, nello stesso tempo è necessario dare enfasi anche alla lotta per la preghiera interiore. Nella lotta spirituale del ventesimo secolo, la preghiera interiore ha significato, per gli ortodossi, preminentemente ma non esclusivamente la preghiera di Gesù. L’importanza dell’invocazione del nome santo è giunta a essere molto apprezzata negli ultimi cento anni grazie soprattutto all’influenza di due libri: Il racconto di un pellegrino e la Filocalia; entrambi i volumi hanno riscosso un successo inatteso in occidente. Probabilmente la preghiera di Gesù viene oggi praticata quotidianamente da molta più gente che in passato: il nostro tempo non è soltanto un tempo di secolarizzazione!
Ecco dunque alcuni elementi della lotta spirituale nel mondo contemporaneo: da una parte la discesa agli inferi, il martirio e la kenosis; dall’altra la trasfigurazione, l’eucaristia e la preghiera del cuore. Le due triadi non devono essere contrapposte bensì combinate insieme, come ha fatto Giovanni Climaco (e qui richiamo l’intervento di padre Ioustinos) coniando il termine charmolype, “gioiosa afflizione”, e parlando di charopoion penthos, “dolore che crea la gioia”. Questi due aspetti complementari della lotta spirituale sono ben riassunti in due brevi affermazioni di Serafino di Sarov che cerco di tenere sempre in mente: “Dove non c’è dolore non c’è salvezza” e “Lo Spirito santo riempie di gioia tutto ciò che tocca”.
Kallistos Ware
Metropolita di Diokleia

martedì 9 ottobre 2018

Meditazioni in Italiano del fratello in Cristo Tudor Petcu


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La libertà è il dono  più importante che Dio ci ha fatto ma che ancora non abbiamo scoperto. 

Non so perché sono nato ma so che devo scoprire il senso sacro del mio essere.

L'amore non è quello che gli uomini hanno sperimentato fino ad ora , ma il sacrificio supremo del Figlio di Dio di cui noi non siamo capaci. 

Voglio intendere la nascita del sacro per superare il profano della mia esistenza quotidiana. 

Voglio rimanere sempre cristiano perché Gesù ci ha detto che possiamo acquisire la bellezza divina  mentre Aristotele  diceva che eravamo solo animali sociali. 

Non mi sarebbe piaciuto essere altro che cristiano perché grazie alla cristianità ho capito il regno dell'infanzia e la libertà interiore. 

 Non so in cosa credono quelli che non credono ma anche loro hanno un certo istinto spirituale, vale a dire una così detta teologia immediata 

La speranza non dovrebbe mancare perché senza di questa non possiamo parlare di vita, ma sE manca la fede come modo di vivere rischiamo di perdere l'eternità.

domenica 7 ottobre 2018

Padre Ilie Cleopa e gli stadi della preghiera https://luceortodossamarcomannino.blogspot.com/2018/09/padre-ilie-cleopa-e-gli-stadi-della.html


 http://canto.irinipasi.it/sites/default/files/P1000179.JPG


Proponiamo la traduzione e la trascrizione di un video nel quale il compianto padre Ilie Cleopa (+1998), morto in odore di santità, parla della preghiera e di come si sviluppa la vera preghiera secondo gli insegnamenti dei padri


 https://www.youtube.com/watch?v=qFv91OHpm4E
 Il video originale in romeno, con i sottotitoli in inglese


Nella preghiera, ci sono nove livelli. 

Dovremmo almeno pregare con le nostre labbra. Al livello più basso, usando solo la bocca. Cosa dice lo Spirito Santo tramite il salmo 33: Benedirò il Signore in ogni tempo, la sua lode riempirà sempre la mia bocca. E il salmo 102? Benedite il Signore, o tutte sue creature, il ogni luogo del Suo dominio. Cosa dice l'Apostolo [Paolo]? Con la mia voce ho gridato al Signore. Vedi?

Abbiamo visto che ci sono quattro strumenti: le labbra, la bocca, la voce e la lingua. Questi sono alla base della preghiera. A pregare con questi strumenti si impara da bambini. Dopo aver pregato almeno dieci anni con le labbra, la bocca, la voce e la lingua, ad un certo punto ti rendi conto che ciò che è stato detto con la bocca devi comprenderlo con la mente. Non ti giova a niente dire cose senza senso.

E così, quando l'uomo ha iniziato a capire con l'intelletto ciò che finora ha detto con le labbra, è giunto al quinto stadio: la preghiera mentale. Ma è questo lo stato perfetto della preghiera? No! La preghiera mentale è come un uccello con una ala sola. Una preghiera a mezzo. Una preghiera con una gamba sola! Puoi camminare con una gamba sola? O puoi volare con una sola ala? La mente è infatti costantemente attaccata dai demoni. 

E' necessario pregare col cuore, il sesto stadio. Devi scendere con l'intelletto fino al cuore. E così si scende fino al cuore, dicendo: Signore Gesù Cristo, Figlio del Dio vivente, abbi pietà di me peccatore

Infatti la preghiera della mente incontra due nemici spirituali: la delusione dell'immaginazione. Non immaginarti nulla, perché Dio non è una immaginazione. Nemmeno i Serafini, o i Cherubini. La Sua gloria non è limitata. Il secondo nemico spirituale è la razionalità che si presenta alle porte del Cuore.  Quando l'intelletto è arrivato al cuore, si avverte come un calore partire dal petto, dove si trova il cuore di tutti, uomini e donne. Il cuore inizia ad ardere. Inizi ad avvertire la dolcezza divina, nel cuore, nel petto, nella spina dorsale, tutto il corpo è un fuoco! E inizi a piangere. 

Una volta andai a parlare con un monaco col quale avevo una amicizia e ed egli mi disse: sono disceso con la mente nel cuore per due ore e dieci minuti... e sono stato pervaso da una dolcezza mistica così forte... E ho incontrato Cristo! Noi abbiamo Lui dentro di noi fin dal battesimo... E in quel momento, la razionalità inizia a parlare alla nostra anima. Avevo cinque fazzoletti, mi ha detto il padre, e tre volte li ho usati per asciugarmi le lacrime. Questa è preghiera, arrivare alle lacrime! Questa è purezza! Questa è la preghiera vera alla quale solamente uno su diecimila riesce ad arrivare. [Vi giungono] quelli che lottano, dice sant'Isacco il Siro. 

E poi ci sono gli altri tre grandi livelli della preghiera. La preghiera attiva, la preghiera onniscente, la preghiera contemplativa. E abbiamo finito (mormora: sono stanco). 

La preghiera contemplativa neanche possiamo più chiamarla preghiera, possiamo chiamarla Visione di Dio. Come quella che ebbe san Paolo quando fu innalzato al terzo cielo, ed egli non poté comprendere se fosse fuori o dentro il suo corpo. 
 
 Abbiamo finito, ragazzo! metti via quel giocattolo (la telecamera, ntd). 

http://www.orthodoxphotos.com/Orthodox_Elders/Romanian/Fr._Cleopa_Ilie/32.jpg
 
 

sabato 6 ottobre 2018

il 6 Ottobre i cristiani di Roma e(probabilmente) di Canterbury fanno memoria di San Bruno--Lettera che il nostro Venerabile Padre Bruno scrisse in un eremo di Calabria, chiamato la Torre, e che da lì inviò ai suoi Figli di Certosa.

 certosino










Ai suoi figli di certosa



Lettera che il nostro Venerabile Padre Bruno scrisse in un eremo di Calabria, chiamato la Torre, e che da lì inviò ai suoi Figli di Certosa.  


1. Ai suoi fratelli amati in maniera singolare in Cristo, fratello Bruno invia il suo saluto nel Signore. 

Ho appreso dell'inflessibile rigore della vostra disciplina che è ragionevole e veramente degna di lode, grazie alla dettagliata e consolante relazione del nostro beatissimo fratello Landuino, così come ho altresì udito del vostro santo amore e dell'incessante zelo per tutto ciò che concerne l'integrità e l'onestà; perciò il mio spirito esulta nel Signore. Veramente esulto e mi sento portato a lodare il Signore e a ringraziarlo, e tuttavia sospiro amaramente. Esulto, sì, come è giusto, per l'accrescersi dei frutti delle vostre virtù, ma mi dolgo e arrossisco dì giacere inerte e negligente nella sordidezza dei miei peccati.  

2. Gioite dunque, fratelli miei carissimi, per la felicità che avete avuto in sorte e per l'abbondanza della grazia di Dio verso di voi. Gioite, poiché siete sfuggiti ai molteplici pericoli e naufragi di questo mondo sballottato dalle onde. Gioite, poiché avete guadagnato il tranquillo e sicuro rifugio di un porto ben riparato, al quale molti desiderano arrivare ed a cui molti tendono con parecchi sforzi, e pur tuttavia non vi giungono. Inoltre, molti, dopo averlo raggiunto, ne sono esclusi, poiché a nessuno di loro è stato concesso dall'alto.
Perciò, fratelli miei, considerate come cosa certa e provata che, chiunque abbia goduto di un bene così desiderabile, se in qualche modo verrà a perderlo, se ne dorrà fino alla morte, se pur avrà avuto qualche riguardo e cura della salvezza della sua anima.

3. Di voi, miei dilettissimi fratelli laici, dico: L'anima mia magnifica il Signore, poiché contemplo la magnificenza della sua misericordia su di voi, secondo quanto mi riferisce il vostro priore e padre amantissimo, che è molto fiero e contento di voi. Gioisco anch'io poiché, sebbene non abbiate la scienza delle lettere, il Dio, che è potente, col suo stesso dito incide, nei vostri cuori, non solo l'amore, ma anche la conoscenza della sua legge santa. Con le opere infatti mostrate che cosa amate e che cosa conoscete. Giacché praticate con tutta l'attenzione e con tutto lo zelo possibile la vera ubbidienza - che consiste nel compimento dei precetti di Dio, che è la chiave e il sigillo di ogni disciplina spirituale, che non può mai esistere senza una grande umiltà ed una pazienza non comune, a cui sempre si accompagna il casto amore del Signore e la vera carità - è evidente che voi sapientemente raccogliete il frutto soavissimo e vitale della Scrittura divina.  

4. Dunque, fratelli miei, perseverate nello stato cui siete giunti, ed evitate come la peste la banda malsana di quei veramente falsi laici che fanno circolare i loro scritti borbottando cose che non comprendono né amano, e che con le parole e con i fatti contraddicono. Questi laici, oziosi e girovaghi, sono calunniatori di quanti sono buoni e religiosi, e proprio in questo ritengono di essere degni di lode, se hanno diffamato coloro che invece dovrebbero essere lodati; l'ubbidienza e qualsiasi disciplina è per essi odiosa.  

5. Avrei poi voluto trattenere presso di me fratello Landuino a causa delle sue gravi e frequenti infermità: ma poiché ritiene che, senza di voi, niente è per lui sano, niente gioioso, niente vitale e utile, non ha acconsentito, dimostrandomi, con il profluvio di lacrime versate per voi e con molti sospiri, quanto valete per lui e con quale perfetta carità ami voi tutti. Per la qual cosa, non ho voluto esercitare alcuna costrizione, per non fare del male a lui, e a voi, che mi siete carissimi per il merito delle vostre virtù. Pertanto, fratelli miei, premurosamente vi avverto e umilmente ma con forza vi prego affinché la carità che avete nel cuore la mostriate con le opere verso di lui, in quanto priore e padre carissimo, procurandogli con benevolenza e attenzione le cose che, a causa delle sue numerose infermità, gli sono necessarie. Forse non vi consentirà di esercitare questo servizio di umanità, preferendo porre in pericolo la salute e la vita anziché tralasciare alcunché del rigore della disciplina corporale, la qual cosa deve essere assolutamente disapprovata - probabilmente si vergognerà, lui, che è il primo nella comunità, di apparire l'ultimo su tale punto, per paura che, a causa sua, qualcuno di voi divenga più rilassato o più tiepido, cosa che, io ritengo, non sia da temere in alcun modo -; in questo caso, per non essere privati di tale grazia, concedo a voi, che siete tanto pieni di carità, di fare le mie veci solamente riguardo a questo: vi sia cioè consentito di obbligarlo, rispettosamente, ad accettare ciò che gli darete per la salute.  

6. Quanto a me, fratelli, sappiate che il mio unico desiderio, dopo Dio, è quello di venire da voi e di vedervi. E quando potrò, lo porrò in atto, con l'aiuto di Dio. Addio.