lunedì 26 marzo 2018

Ogni santo vive, per così dire, tre vite-Metropolita Ilarion Alfeev)


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 Icona di san Nicola a mezza figura. XIII sec.(?), tempera su tavola, cm 28,7 x 34,2 x 1,7. Monastero di Santa Caterina al Monte Sinai

Ogni santo vive, per così dire, tre vite. La prima è la vita reale che ha condotto sulla terra in un determinato periodo storico di tempo. A volte sappiamo molto di questa vita, e a volte sappiamo molto poco. Un'altra vita del santo è la sua agiografia. È una descrizione buona se è stata scritta dalle persone che lo hanno conosciuto, che potrebbero riportare i reali dettagli della sua vita in questa agiografia.

Molto spesso una vita viene scritta molti secoli dopo e quindi, di fatto, la vita viene scritta come un'icona. Cioè, la vita non è un ritratto verbale, ma piuttosto un'icona verbale del santo. Molto spesso la vita potrebbe consistere di certe storie che sono comuni a molti santi e migrano da una vita all'altra. Pertanto non si dovrebbe trattare queste vite come fonti storiche del tutto affidabili. Nello stesso modo non guardiamo un'icona come guardiamo un ritratto umano. Un'icona è un certo tipo di immagine simbolica verbale.

La terza vita di un santo è la sua vita sperimentata da coloro che si rivolgono a lui in preghiera nel corso dei secoli. Questa è una vita molto reale del santo, che possiamo sentire attraverso la nostra esperienza. Quindi, quando ci viene detto che un santo come san Nicola non è mai esistito, ma sappiamo che proprio questa persona, proprio questo santo, ci ha aiutato molte volte nella vita – allora la questione che avrebbe potuto non esistere è per noi del tutto priva di fondamento. L'esperienza della Chiesa non è meno importante di qualsiasi testimonianza storica o archeologica.
(Metropolita Ilarion Alfeev)


lunedì 19 marzo 2018

Dalla IV Domenica di Quaresima in poi...

Copia di Pim0055



Ci avviciniamo al momento cruciale della nostra memoria spirituale,ecclesiale e teologica( e memoria non vuole per niente essere semplice  ricordo come se fossimo in un museo o in un archivio
ma vuole essere il far memoria L'oggi continuo ed eterno della nostra fede,della nostra speranza e della nostra carità ).


Saremo –in spirito e verità e con la pienezza della fede –tutti a Gerusalemme accompagnando il Signore

..... nel mistero di Dio tre volte santo  a morire e a risorgere "propoter nostram salutem" e per la sua incredibile misericordia ,la misericordia di lui che ha stracciato il manoscritto dei nostri peccati calpestando la morte ,anzi irridendola e spezzando la prigionia dell'inferno .


Lettera di Paolo Apostolo agli Efesini 6:11-20

11 Rivestitevi della completa armatura di Dio, onde possiate star saldi contro le insidie del diavolo;
12 poiché il combattimento nostro non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono ne’ luoghi celesti.
13 Perciò, prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e dopo aver compiuto tutto il dover vostro, restare in piè.
14 State dunque saldi, avendo presa la verità a cintura dei fianchi, essendovi rivestiti della corazza della giustizia
15 e calzati i piedi della prontezza che dà l’Evangelo della pace;
16 prendendo oltre a tutto ciò lo scudo della fede, col quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno.
17 Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio;
18 orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni; ed a questo vegliando con ogni perseveranza e supplicazione per tutti i santi,
19 ed anche per me, acciocché mi sia dato di parlare apertamente per far conoscere con franchezza il mistero dell’Evangelo,
20 per il quale io sono ambasciatore in catena; affinché io l’annunzi francamente, come convien ch’io ne parli.

Calendario Latino 19 Marzo..ma sempre icone..l'icona ...

San Giuseppe, il cui nome significa "Dio aumenti", era figlio di Giacobbe e genero di Gioacchino, che fu il padre di Maria Vergine (Mt 1,16). Giuseppe, membro della tribù di Giuda, della famiglia di Davide, viveva a Nazareth ed era falegname. Era già avanti negli anni quando, secondo la volontà di Dio, prese Maria come promessa sposa per proteggerla, sostenerla nel grande mistero dell'incarnazione di Dio, provvedere a lei e assumere il ruolo di suo marito, affinché la gravidanza di Maria, essendo vergine, non destasse scandalo. Giuseppe, prima del suo fidanzamento con la Madonna, era già stato sposato e quelli che sono chiamati "fratelli e sorelle" (Mt 13,55-56) di Gesù, sono i figli di Giuseppe. Dalla Scrittura, sappiamo che San Giuseppe è vissuto almeno fino al dodicesimo anno di vita di Cristo (Lc 2,41-52), e, secondo la tradizione dei Padri, morì prima dell'inizio del ministero pubblico di Cristo.

 (la riflessione è del fratello Spyridon Colucci con cui condivido la fede  nell'ecclesialità ortodossa...l'icona è del fratello Ivan Polverari cristiano di Roma  con il quale condivido l'ansia orante del primo millennio...)


mercoledì 14 marzo 2018

Lo ieromonaco eremita di città ricorda San Benedetto -Mercoledì, 9 aprile 2008

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San Benedetto da Norcia
Cari fratelli e sorelle, 
vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo. 
Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”. 
La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.
Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo. 
Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.
All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta. 
Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel  24 ottobre 1964  san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

sabato 10 marzo 2018

Dal mio Archivio Terza di Quaresima.La Croce..Non ci sono parole "più corsare" di queste




. Khakhuli trittico, illustrazione medievale dalla Georgia. La decorazione di Croce con san Paolo ritratto . 10th-12th cc. Anonimo 338 Khakhuli icona. San Paolo Foto Stock




Khakhuli trittico, illustrazione medievale dalla Georgia. La decorazione di Croce con san Paolo ritratto . 10th-12th cc. Anonimo 338 Khakhuli icona


17 Cristo mi ha  mandato a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. 18 La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. 22 Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, 23 noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 24 ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. 25 Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. 26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27 Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28 Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29 perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio.
2,1 Anch'io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. 3 Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; 4 e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, 5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
(1Cor 1,17-18; 22-29;2,1-5)

Non ci sono parole  "più corsare di queste" mentre camminiamo tutti verso Gerusalemme nella certezza che  il Venerdi della deposizione  è non l'ultima puntata  ma la penultima perchè nel Sabato soprabenedetto ,nella Notte delle Notti, nella Festa delle Feste,noi esploderemo incontenibili nella gioia della Sua Resurrezione,caparra ed anticipazione della nostra ,epiclesi della Sua Gloriosa Parousia del Ritorno quando -in misericordia e giustizia- sconfiggerà il separatore,la di lui concubina che è la morte e il frutto del loro osceno amplesso,l'anticristo,e alla fine   tutto sarà in tutti e in tutti e il Figlio coeterno al Padre nello Spirito tutto consegnerà al Padre affinchè ogni ginocchio si pieghi  in cielo,in terra e sottoterra,si all'inferno ormai sconfitto e svuotato,svuotato è molto più di vuoto, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a lode e gloria di Dio Padre e lo proclami per monizione del Santo Spirito  Amin

domenica 4 marzo 2018

Dal mio Archivio-Seconda Domenica di Quaresima-Gesù guarisce un paralitico



Risultati immagini per icona del miracolo della guarigione del paralitico dal lettuccio dal tetto

Marco 2,1-12

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, 2 e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola.
3 E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. 4 Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 5 Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati». 6 Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: 7 «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?» 8 Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"? 10 Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, 11 io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». 12 Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».


 .....coloro che lo calano da tetto: è esperienza di tenacia e di sicurezza ….desiderio di incontrare il  Nazareno poiché si ha fiducia piena  nell'autorità terapeutica e salvifica del Nazareno stesso e il calare il   lettuccio dal letto non è di per sé operazione strana conoscendo le povere case
palestinesi ma è segno  di questa volontà ,di questa fiducia 

.. Solo il Cristo dona  guarigione e   guarigioni e non si può non cercare e non si può non incontrare (il salmo 17..Mio aiuto e mio sostegno sei tu. .nelle tue parole ho tanto sperato…..ed anche il desiderio di Zaccheo,la fede della donna Cananea.....)

.."E Gesù vedendo la loro fede…" al plurale e al plurale nella e della Chiesa  .tutti noi per tutti noi Ecco la fede  dei portatori  del paralitico come intercessori ..come coloro che davanti a Dio fanno memoria e presentano i fratelli e le sorelle  per i bisogni e dei fratelli e delle sorelle fa agire Cristo 
Il terapeuta delle anime nostre e dei nostri  corpi .......  tutti insieme  verso e con Gesù Cristo Medico e Terapeuta


Ed ancora una volta Gesù si scontra con i  soliti benpensanti .

Il Cristo guarisce totalmente ..ricostruisce il corpo ..rimette e perdona i
peccati   ....egli è  il padrone del Sabato perché non è l'uomo per il Sabato ma il
Sabato per l'uomo e nessuno può mettere vino nuovo in otri vecchi ..

Il Signore  della Misericordia e della Riconciliazione stavolta(cme spesso)  se la gioca tutta con i benpensanti e li sfida con l'ipotesi di essere un impostore

Cosa è più facile per un impostore dire
A- ti sono rimessi i peccati
B- Alzati e cammina

Ovviamente per un impostore è più facile dire ti sono rimessi i peccati appunto
perché non è verificabile.
E' come se Cristo dicesse. Io ho detto ti sono rimessi i peccati ma siccome non
sono un impostore Dio solo mi rende testimonianza e mi garantisce e quindi a
garanzia do chi sono davanti a voi benpensanti
..ecco veeso il paralitico  Alzati e
cammina ..perdono e guarigione 

.L'ecclisia. .la molta gente…   i portatori.. ciascuno di noi porta l'altro ed è portato dagli altri .La
Chiesa il farmaco..la terapia..la Chiesa il nostro ospedale

Quaresima tempo di lupi..il tempo degli assalti più forti del principe di questo
mondo..i suoi colpi di coda ..il suo voler fare ed agire contro di noi   tutti perché
ancora una volta nonostante noi stessi noi proclamiamo la Signoria in Cristo
della Sua Misericordia e quindi si tempo di lupi ma anche -Dio sia lodato-tempo
di Dio tre volte santo

giovedì 1 marzo 2018

Al Sacro Clero Della nostra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta LETTERA ARCIVESCOVILE


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Al Sacro Clero
Della nostra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta

LETTERA ARCIVESCOVILE
Per mezzo della presente Lettera Arcivescovile, salutando con sentimenti di affetto e stima tutti i miei confratelli e concelebranti Presbiteri, che prestano servizio presso l'Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta ed Esarcato per l'Europa Meridionale del Patriarcato Ecumenico, informo e comunico di aver ricevuto notizie relative ad alcuni Presbiteri, che esercitano l'Ufficio di Padre Spirituale - Confessore, con il consenso e la concessione del Metropolita.


Primo: Confessano per mezzo del telefono, della rete informatica o con analoghe modalità, per facilitare o servire meglio i fedeli.
Secondo: esercitano le funzioni di Padre Spirituale, cioè la Paternità, indispensabile e necessaria, come un “potere mondano”, considerando il fedele come un “suddito” sottomesso, privandolo della libertà e calpestando la sua libertà di coscienza, che rappresenta il suo ornamento spirituale.
Perdoniamo chi si è comportato in tal modo e, per l'ultima volta, Vi esorto tutti quanti a tenere presente ciò, e a rispettare la libertà del fedele ortodosso, senza utilizzare la potenza divina, la Filantropia di Dio, la Sua immensa carità, come un “potere amministrattivo”, perché essa non è “autorità che concede l’uomo” ma è amore e redenzione, la vera Paternità, del vero sacerdote di Dio, del ministro di Dio, che celebra “i Sacramenti di Dio”, secondo la sua volontà. Chi non rispetterà questo paterno consiglio sarà complice e sarà giudicato secondo i Canoni e la Tradizione della nostra Chiesa.
Saluto tutti con la mia continua preghiera e con amore in Cristo.

Venezia, 27 febbraio 2018

† Il Metropolita Gennadio
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta

Tale Lettera siete invitati a leggerla ai fedeli nel corso della Divina Liturgia di domenica 4 marzo, prima della Comunione.



Il Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta