sabato 30 novembre 2019

Domani 1 dicembre 2019 i cristiani d'occidente tutti iniziano il percorso e il cammino d'Avvento verso il Santo Natale. Una meditazione seria di e da casa loro per tutti ma proprio per tutti e per tutte

La fontaine de vie. Évangéliaire de Charlemagne.
Cette enluminure est une reproduction du folio 3v d’un manuscrit du VIIIe siècle intitulé « Evangéliaire de Charlemagne » aujourd’hui conservé à la Bibliothèque nationale de France.

CELEBRAZIONE DEI VESPRI PER L’INIZIO DEL TEMPO DI AVVENTO
OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI (2009)
Basilica Vaticana
Sabato, 28 novembre 2009


Cari fratelli e sorelle,
con questa celebrazione vespertina entriamo nel tempo liturgico dell’Avvento. Nella lettura biblica che abbiamo appena ascoltato, tratta dalla Prima Lettera ai Tessalonicesi, l’apostolo Paolo ci invita a preparare la “venuta del Signore nostro Gesù Cristo” (5,23) conservandoci irreprensibili, con la grazia di Dio. Paolo usa proprio la parola “venuta”, in latino adventus, da cui il termine Avvento.
Riflettiamo brevemente sul significato di questa parola, che può tradursi con “presenza”, “arrivo”, “venuta”. Nel linguaggio del mondo antico era un termine tecnico utilizzato per indicare l’arrivo di un funzionario, la visita del re o dell’imperatore in una provincia. Ma poteva indicare anche la venuta della divinità, che esce dal suo nascondimento per manifestarsi con potenza, o che viene celebrata presente nel culto. I cristiani adottarono la parola “avvento” per esprimere la loro relazione con Gesù Cristo: Gesù è il Re, entrato in questa povera “provincia” denominata terra per rendere visita a tutti; alla festa del suo avvento fa partecipare quanti credono in Lui, quanti credono nella sua presenza nell’assemblea liturgica. Con la parola adventus si intendeva sostanzialmente dire: Dio è qui, non si è ritirato dal mondo, non ci ha lasciati soli. Anche se non lo possiamo vedere e toccare come avviene con le realtà sensibili, Egli è qui e viene a visitarci in molteplici modi.
Il significato dell’espressione “avvento” comprende quindi anche quello di visitatio, che vuol dire semplicemente e propriamente “visita”; in questo caso si tratta di una visita di Dio: Egli entra nella mia vita e vuole rivolgersi a me. Tutti facciamo esperienza, nell’esistenza quotidiana, di avere poco tempo per il Signore e poco tempo pure per noi. Si finisce per essere assorbiti dal “fare”. Non è forse vero che spesso è proprio l’attività a possederci, la società con i suoi molteplici interessi a monopolizzare la nostra attenzione? Non è forse vero che si dedica molto tempo al divertimento e a svaghi di vario genere? A volte le cose ci “travolgono”. L’Avvento, questo tempo liturgico forte che stiamo iniziando, ci invita a sostare in silenzio per capire una presenza. E’ un invito a comprendere che i singoli eventi della giornata sono cenni che Dio ci rivolge, segni dell’attenzione che ha per ognuno di noi. Quanto spesso Dio ci fa percepire qualcosa del suo amore! Tenere, per così dire, un “diario interiore” di questo amore sarebbe un compito bello e salutare per la nostra vita! L’Avvento ci invita e ci stimola a contemplare il Signore presente. La certezza della sua presenza non dovrebbe aiutarci a vedere il mondo con occhi diversi? Non dovrebbe aiutarci a considerare tutta la nostra esistenza come “visita”, come un modo in cui Egli può venire a noi e diventarci vicino, in ogni situazione?
Altro elemento fondamentale dell’Avvento è l’attesa, attesa che è nello stesso tempo speranza. L’Avvento ci spinge a capire il senso del tempo e della storia come “kairós”, come occasione favorevole per la nostra salvezza. Gesù ha illustrato questa realtà misteriosa in molte parabole: nel racconto dei servi invitati ad attendere il ritorno del padrone; nella parabola delle vergini che aspettano lo sposo; o in quelle della semina e della mietitura. L’uomo, nella sua vita, è in costante attesa: quando è bambino vuole crescere, da adulto tende alla realizzazione e al successo, avanzando nell’età, aspira al meritato riposo. Ma arriva il tempo in cui egli scopre di aver sperato troppo poco se, al di là della professione o della posizione sociale, non gli rimane nient’altro da sperare. La speranza segna il cammino dell’umanità, ma per i cristiani essa è animata da una certezza: il Signore è presente nello scorrere della nostra vita, ci accompagna e un giorno asciugherà anche le nostre lacrime. Un giorno, non lontano, tutto troverà il suo compimento nel Regno di Dio, Regno di giustizia e di pace.
Ma ci sono modi molto diversi di attendere. Se il tempo non è riempito da un presente dotato di senso, l’attesa rischia di diventare insopportabile; se si aspetta qualcosa, ma in questo momento non c’è nulla, se il presente cioè rimane vuoto, ogni attimo che passa appare esageratamente lungo, e l’attesa si trasforma in un peso troppo grave, perché il futuro rimane del tutto incerto. Quando invece il tempo è dotato di senso, e in ogni istante percepiamo qualcosa di specifico e di valido, allora la gioia dell’attesa rende il presente più prezioso. Cari fratelli e sorelle, viviamo intensamente il presente dove già ci raggiungono i doni del Signore, viviamolo proiettati verso il futuro, un futuro carico di speranza. L’Avvento cristiano diviene in questo modo occasione per ridestare in noi il senso vero dell’attesa, ritornando al cuore della nostra fede che è il mistero di Cristo, il Messia atteso per lunghi secoli e nato nella povertà di Betlemme. Venendo tra noi, ci ha recato e continua ad offrirci il dono del suo amore e della sua salvezza. Presente tra noi, ci parla in molteplici modi: nella Sacra Scrittura, nell’anno liturgico, nei santi, negli eventi della vita quotidiana, in tutta la creazione, che cambia aspetto a seconda che dietro di essa ci sia Lui o che sia offuscata dalla nebbia di un’incerta origine e di un incerto futuro. A nostra volta, noi possiamo rivolgergli la parola, presentargli le sofferenze che ci affliggono, l’impazienza, le domande che ci sgorgano dal cuore. Siamo certi che ci ascolta sempre! E se Gesù è presente, non esiste più alcun tempo privo di senso e vuoto. Se Lui è presente, possiamo continuare a sperare anche quando gli altri non possono più assicurarci alcun sostegno, anche quando il presente diventa faticoso.
Cari amici, l’Avvento è il tempo della presenza e dell’attesa dell’eterno. Proprio per questa ragione è, in modo particolare, il tempo della gioia, di una gioia interiorizzata, che nessuna sofferenza può cancellare. La gioia per il fatto che Dio si è fatto bambino. Questa gioia, invisibilmente presente in noi, ci incoraggia a camminare fiduciosi. Modello e sostegno di tale intimo gaudio è la Vergine Maria, per mezzo della quale ci è stato donato il Bambino Gesù. Ci ottenga Lei, fedele discepola del suo Figlio, la grazia di vivere questo tempo liturgico vigilanti e operosi nell’attesa. Amen!


mercoledì 20 novembre 2019

Torino. L'eremo nelle celle dei terroristi: «Il silenzio strada per la misericordia»

Juri Nervo, educatore 43enne, ha creato un’oasi di pace nell’ex prigione Le Nuove a Torino: «Gabbie e catene sono in tutti noi: il silenzio e la preghiera ci portano a quell’abbraccio di misericordia»


L’Eremo del silenzio all’interno dell’ex carcere Le Nuove a Torino

L’Eremo del silenzio all’interno dell’ex carcere Le Nuove a Torino


Non un eremitaggio depotenziato, un “vorrei ma non posso” costruito sull’imitazione dei padri del deserto, ma una risposta concreta alle esigenze di persone, di laici che vivono nel mondo e vogliono fare esperienza di silenzio e di preghiera. Qualcosa di nuovo, di originale, di adatto alle nostre città. Nasce da qui l’idea che ha condotto Juri Nervo, nel 2009 a fondare a Torino “L’eremo del silenzio” il cui motto è: «Stare davanti a Dio per stare meglio davanti agli uomini».
Le parole chiave sono silenzio, deserto, preghiera, accoglienza, perdono. «Deserto - scrive Juri nella Regola che si è dato nel 2016 - è la ricerca del Padre nel silenzio». E non è una fuga dalla realtà perché, aggiunge, «Non è fuggendo che trovo il padre più facilmente, ma è cambiando il mio cuore che vedrò le cose diversamente. Il deserto nella città è possibile solo a questo patto: vedere le cose con un occhio nuovo, toccarle con uno spirito nuovo, amarle con un cuore nuovo... perché la realtà è il vero veicolo sul quale il Padre cammina verso di me».
La Regola di Juri la si può trovare nel libro che lui stesso ha scritto con Ilaria Nava: L’eremo del silenzio. Cercare la pace dentro il rumore della città (San Paolo, pagine 153, euro 15). Lui ha 43 anni ed è sposato con Luciana, insegnante di religione. Lo abbiamo incontrato a Torino, nell’ala femminile dell’ex carcere Le Nuove, oggi diventato Museo. L’Eremo sorge nelle celle edificate per la detenzione delle terroriste rosse. Sono adiacenti alla torretta del muro di cinta sotto la quale il 15 dicembre 1978 un commando assassinò i poliziotti Salvatore Lanza e Salvatore Porceddu. Oggi, all’ingresso dell’eremo, una piccola tavola alla parete ricorda che la bellezza e il silenzio sono fragili e vanno custoditi e condivisi nella preghiera.
Come mai un eremo in un carcere?
«A conclusione degli studi, diventato educatore, apro un’associazione vicina al mondo salesiano e veniamo invitati a lavorare con i giovani del carcere minorile Ferrante Aporti. Una scuola di vita. Lì ho capito che puoi aprirti alla conoscenza degli altri solo se ammetti l’errore e il bisogno di essere perdonati. Come fa a cambiare vita uno che ha sbagliato se noi lo condanniamo in partenza? Lì è nato il mio cammino e ha iniziato a maturare l’idea dell’eremo. Qualche tempo dopo ho scoperto Le Nuove. Sono diventato amico del direttore del Museo Felice Tagliente che mi ha affidato questo luogo. Qui, nelle celle che ho pulito e ridipinto ho cominciato a vivere il silenzio che pian piano ha preso forma con la suggestione dell’Abbraccio benedicente di Rembrandt. Nel luogo in cui le persone venivano relegate dal giudizio della società ho scoperto che carcere, gabbie e catene sono in ognuno di noi: prendono forma dalle ferite della vita, le creiamo con le nostre mani, gli altri le costruiscono intorno a noi. Ho capito che il silenzio e la preghiera sono la strada per giungere a quell’abbraccio di misericordia che è il segreto della vera libertà. Quella strada è il fondamento dell’esperienza dell’eremo».
Che nel tempo è diventato un riferimento...
«Qui sono passate persone di tutti i tipi che chiedono ascolto e un punto saldo da cui ripartire. Persone che sentono di dover cercare qualcosa ma non sanno cosa e sperano di trovarla negli incontri. Io stesso a un certo punto della mia vita ero stufo di risposte approssimative, ero stufo dell’andare in chiesa senza profondità. Così ho cominciato a frequentare l’Istituto superiore di scienze religiose... Quando da qui sono arrivate le risposte che cercavo e quell’abbraccio di misericordia che smonta ogni forma di giudizio e di pregiudizio ho interrotto il percorso di studi. Ho capito che cosa vuol dire quella frase di Agostino nelle Confessioni: "Tardi ti amai... Sì, perché Tu eri dentro di me e io fuori. E lì ti cercavo". Viviamo nelle nostre gabbie desiderando l’infinito. E quell’infinito è già dentro di noi».
La strada per trovarlo?
«Fare silenzio. Chi viene qui trova accoglienza, condivisione e un invito al silenzio. Il silenzio costringe a fare i conti con te stesso. Per questo tanta gente cerca il rumore. Nel rumore siamo bravi a illudere noi e gli altri su quello che siamo. Ma nel silenzio non puoi mentire. Ti mette a nudo e sei obbligato a confrontarti col tuo dolore, a essere vero. Allora riesci a sentire anche un richiamo lontano, capisci che se il dolore è “finito”, quel richiamo è infinito... Nel momento in cui riconosco il mio errore accetto e cerco l’azione di Dio».
Quando ha deciso di darsi una Regola?
«Quando ho capito che diventi pienamente capace di accogliere se sai perfettamente chi sei, se conosci i tuoi limiti, le paure che hai nel superarli. La regola fornisce le giuste abitudini per strutturarti e stabilizzarti in quello che sei».
E poi?
«È stato un percorso lungo. È stata scritta fra il 2014 e il 2016 e mi ha seguito don Paolo Ripa che all’epoca era referente della vita consacrata nella diocesi di Torino (anche l’arcivescovo Nosiglia è passato dall’Eremo). Il punto di svolta è però arrivato nel 2015. Quell’estate, come sempre, sono andato qualche settimana in Calabria nel paese di mia moglie. In quei giorni ho incontrato l’eremita Frédéric Valmorel, a Caulonia che mi ha invitato a seguire l’originalità della mia vocazione. Quindi, essendo il mio eremo in un carcere, mi ha consigliato di conoscere le suore Domenicane di Betania fondata dal beato Lataste. Mi sono informato e ho scoperto che l'unica casa che hanno in Italia è proprio a Torino. Sono andato e ho conosciuto suor Silvia, che mi ha raccontato di come è nata in padre Lataste l’idea di fondare una congregazione per affiancare e aiutare i carcerati: era andato a parlare di Eucarestia in un carcere femminile e ne era uscito sconfitto in tutti i suoi pregiudizi. Molte delle prime suore erano proprio ex carcerate. Con suor Silvia è nata una collaborazione. Sua è l’idea di organizzare una volta al mese un’Adorazione eucaristica nell’Eremo (nella cappella dell’ala femminile dell’ex carcere) guidata dagli scritti di padre Lataste. Adesso, come lui penso che «Dio non ci chiede che cosa siamo stati. Egli è toccato solo da ciò che siamo. Non importa essere stati puri o virtuosi se non lo siamo più; non importa essere stati colpevoli se abbiamo riconquistato la virtù».
Le Nuove sono il carcere dove ha lavorato come cappellano il francescano padre Ruggero Cipolla, un anticipatore del percorso di reintegrazione dei carcerati.
«Mi sono molto ispirato a lui. Così nel 2015 prende vita, con l’amico Matteo Defedele l’associazione 'Essere umani Onlus' per l’assistenza e la sensibilizzazione sui problemi delle carceri e della sofferenza che disumanizza partendo dai concetti di giustizia, legalità, accoglienza, perdono, rieducazione. E mi sono stupito quando qualche tempo dopo la nascita dell’Eremo mi è capitato di incontrare un francescano, padre Zeno, col quale abbiamo organizzato alcuni incontri su san Francesco. Poi abbiamo cominciato a fare incontri sui Vangeli, sulle Lettere di Paolo... Ogni giovedì sera... Questo succede quando ti affidi...»
A che ora comincia la sua giornata?
«Sveglia alle 5,50. Alle 6.30, in tram, faccio le Lodi. Alle 7 vado a Messa nella chiesa dei padri della Consolata. Alle 7,40, all’Eremo, comincia la giornata di lavoro e di incontri sempre sul filo della Liturgia delle ore e della preghiera del cuore. Non uso l’auto e mi sposto solo a piedi e in tram per dedicare più tempo alla meditazione, agli incontri, alle cose che capitano, al progetto che Dio ha per me. In un mondo che corre riscopro la lentezza. In questo modo riesco a liberarmi di tanto superfluo... Il mio progetto è diventare santo cercando di riempire con l’amore ogni passo della vita...»
E sua moglie?
«Lei è fondamentale, mi aiuta. Viene agli incontri, alle preghiere, sostiene la mia Regola. Condividiamo la vocazione al matrimonio, ma non quella all’eremo, che pure, lo so con certezza, solo insieme a lei poteva nascere».

venerdì 15 novembre 2019

Benigno Zaccagnini


zaccagnini

“Vengo dalla Resistenza, sento ancora oggi l’orgoglio di aver partecipato attivamente a quella straordinaria ed esaltante stagione della nostra storia, e mi onoro di aver combattuto il fascismo. Vengo dalla Costituente e ancora ripenso con nostalgia e commozione al clima politico e umano di quei tempi, quando su tutto prevalse un grande, libero confronto di opinioni, e le idealità della Democrazia Cristiana riuscirono a compenetrare così profondamente la nostra carta costituzionale. Mi sento e mi sforzo di essere cattolico, anche se mi accorgo che è molto difficile esserlo davvero. Sono arrivato alla politica da una milizia di carattere religioso, ed ho cercato di essere fermo e coerente, di non muovermi, di non spostarmi da queste mie premesse. Ho dovuto talvolta constatare, tuttavia, che — forse a causa di un troppo lungo esercizio del potere — il partito, la realtà concreta del partito si stava gradualmente attestando in posizioni tali, assumendo compiti di conservazione o trascurando di interpretare le novità della società italiana, da correre io il pericolo di trovarmi, a un certo momento, a sinistra, o addirittura all’estrema sinistra. Il guaio è che quando si rimane coerentemente ancorati a certe posizioni personali, quando si resta fedeli alla propria coscienza, questi rischi, questi pericoli si corrono”. “La logica propria delle istituzioni non può mai essere agganciata alla logica del potere dei partiti senza, con questo, far venir meno le garanzie di imparzialità e di obiettività delle istituzioni stesse, che non possono mettersi a servizio dei partiti, dovendo essere unicamente al servizio dei cittadini. Io sono sicuro che i cittadini si attendono dai partiti soprattutto questo: che essi usino il potere come un servizio da rendere alla collettività”.

https://www.sermig.org/idee-e-progetti/nuovo-progetto/articoli/per-una-politica-scalza.html

“Perché la politica è questo: la politica è cercare di capire le grandi cose, per dare ad esse un senso, per intervenire possibilmente affinché si svolgano secondo un fine, nella consapevolezza che tutto è strumento (anche il partito è strumento) e lo strumento si nobilita in relazione al fine che si vuole raggiungere. (…)Uso consapevolmente il termine di “vocazione” perché essa è ciò che ha caratterizzato l’avvio al nostro impegno politico, è ciò che oggi, a questo livello, può richiamare, deve richiamare, la necessità di recuperare l’aspetto più profondamente umano della politica.(ultimo intervento pubblico a Cesena )

«Non possiamo accontentarci, in politica, di essere cristiani solo quel poco che ci verrà concesso dagli interessi e dai pregiudizi dei nostri protettori borghesi»(al Consiglio Nazionale della DC nel 1975) 


"Penso che la società italiana di questi anni abbia bisogno, forse più di ieri, dell’opera politica di cattolici di fermi principi democratici. Cattolici educati alla lezione di Maritain, cattolici che fanno della democrazia il loro valore di riferimento"


Risultati immagini per Nell’ultimo intervento dell’On. Benigno Zaccagnini del 20 ottobre 1989 nella Sala del Ridotto del Teatro Bonci di Cesena, si legge: