mercoledì 23 ottobre 2019

Santa Maria del Grafeo icon © Silvana Raffa 2019.

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Santa Maria del Grafeo icon © Silvana Raffa 2019.
Egg tempera and 23 kt gold leaf on pinstriped wood support. Unique piece 35x 50 cm.




martedì 22 ottobre 2019

Commento di un eremita di città al capitolo 37 versetti 1-14 del Libro del Profeta Ezechiele

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Ezechiele 37,1-14

Visione delle ossa secche
1 La mano dell'Eterno fu sopra me, mi portò fuori nello Spirito dell'Eterno e mi depose in mezzo a una valle che era piena di ossa. 2 Quindi mi fece passare vicino ad esse, tutt'intorno; ed ecco, erano in grandissima quantità sulla superficie della valle; ed ecco, erano molto secche. 3 Mi disse: «Figlio d'uomo, possono queste ossa rivivere?». Io risposi: «O Signore, o Eterno, tu lo sai». 4 Mi disse ancora: «Profetizza a queste ossa e di' loro: Ossa secche, ascoltate la parola dell'Eterno. 5 Così dice il Signore, l'Eterno, a queste ossa: Ecco, io faccio entrare in voi lo spirito e voi rivivrete. 6 Metterò su di voi la carne, vi coprirò di pelle e metterò in voi lo spirito, e vivrete; allora riconoscerete che io sono l'Eterno». 7 Così profetizzai come mi era stato comandato; mentre profetizzavo, ci fu un rumore; ed ecco uno scuotimento; quindi le ossa si accostarono l'una all'altra. 8 Mentre guardavo, ecco crescere su di esse i tendini e la carne, che la pelle ricoprì; ma non c'era in loro lo spirito. 9 Allora egli mi disse: «Profetizza allo spirito, profetizza figlio d'uomo e di' allo spirito: Così dice il Signore, l'Eterno: Spirito, vieni dai quattro venti e soffia su questi uccisi, perché vivano». 10 Così profetizzai come mi aveva comandato e lo spirito entrò in essi, e ritornarono in vita e si alzarono in piedi: erano un esercito grande, grandissimo. 11 Poi mi disse: «Figlio d'uomo, queste ossa sono tutta la casa d'Israele. Ecco, essi dicono: "Le nostre ossa sono secche, la nostra speranza è svanita e noi siamo perduti". 12 Perciò profetizza e di' loro: Così dice il Signore, l'Eterno: Ecco, io aprirò i vostri sepolcri, vi farò uscire dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi ricondurrò nel paese d'Israele. 13 Riconoscerete che io sono l'Eterno, quando aprirò i vostri sepolcri e vi farò uscire dalle vostre tombe, o popolo mio. 14 Metterò in voi il mio Spirito e voi vivrete, e vi porrò sulla vostra terra; allora riconoscerete che io, l'Eterno, ho parlato e ho portato a compimento la cosa», dice l'Eterno.


Commento dell'eremita di città 

Abbiamo poc’anzi ascoltato il racconto della visione delle ossa aride del profeta Ezechiele (37,1-14). È senz’altro una delle pagine bibliche più significative e impressionanti che si presta a una duplice lettura. Sul piano storico, risponde al bisogno di speranza degli Israeliti deportati in Babilonia, sconfortati e afflitti per aver dovuto seppellire i loro cari in terra straniera. Per bocca del profeta, il Signore annuncia loro che li farà uscire da tale incubo e li farà ritornare nel Paese d’Israele. La suggestiva immagine delle ossa che si rianimano e si mettono in moto rappresenta pertanto questo popolo che riacquista vigore di speranza per ritornare in patria.
Ma il lungo e articolato oracolo di Ezechiele, che esalta la potenza della parola di Dio di fronte a cui nulla è impossibile, segna al tempo stesso un decisivo passo avanti verso la fede nella risurrezione dei morti. Questa fede troverà il suo compimento nel Nuovo Testamento. Alla luce del mistero pasquale di Cristo, la visione delle ossa aride acquista il valore di una parabola universale sul genere umano, pellegrinante nell’esilio terreno e sottoposto al giogo della morte. La Parola divina, incarnata in Gesù, viene ad abitare nel mondo, che per molti versi è una valle desolata; solidarizza pienamente con gli uomini e reca loro il lieto annuncio della vita eterna. Quest’annuncio di speranza è proclamato fin nel profondo dell’oltretomba, mentre viene aperta definitivamente la strada che conduce alla Terra promessa.

domenica 13 ottobre 2019

La speranza.è nelle mani dei poveri Georges Bernanos,

Il Santo di Baylovo 656

La speranza. Ecco la parola che volevo scrivere parlando dei credenti e dei poveri.
I poveri hanno il segreto della speranza. Mangiano ogni giorno dalla mano di Dio e quindi devono sperare sempre, sempre.
Gli altri uomini desiderano, esigono, rivendicano, e chiamano tutto questo speranza, perché non hanno né pazienza, né intelligenza, né amore, e non vogliono che godere. Ma l’attesa del godimento non è speranza è piuttosto delirio, è ossessione.
D’altra parte il mondo moderno vive troppo in fretta, non ha più tempo di sperare. Il mondo non ha più tempo di sperare, né di amare, né di sognare. Solo i poveri sperano per tutti noi, come solo i santi amano e sperano per tutti noi.
La traduzione autentica della speranza è nelle mani dei poveri, come il segreto del merletto, che le macchine non riescono mai ad imitare, è nelle mani delle vecchie operaie di Bruges.
Georges Bernanos, Enfants

mercoledì 9 ottobre 2019

Il riso è l'ultima arma della speranza.una speranza di speranza

(...) Il riso dell'universo in cielo? Certo. Nell'inferno, secondo Dante, non vi sono né speranza né riso. In purgatorio non vi è il riso, ma vi è la speranza. In cielo la speranza non è più necessaria, e regna il riso.
La speranza comica impronta l'embrionale sensibilità religiosa del nostro tempo. Ha oltrepassato la credulità ortodossa, il pathos esistenziale, l'ottimismo fiducioso; rappresenta l'unico idioma possibile alla fede in un'epoca di dèi morti, di chiese museo e di teologia archeologica. I nuovi teologi hanno ragione quando affermano che la speranza è la forma caratteristica della fede dell'uomo moderno.
Ma la nostra speranza non è la serena fiducia dell'uomo medioevale né l'ottimistica attesa di cose migliori proprio all'angolo della strada, cui si abbandona il progressista. La nostra è una speranza più o meno informe, ma è pur sempre una speranza, una speranza che cerca un contenuto, la speranza che un giorno o l'altro potremo di nuovo aprirci a qualche forma di speranza.
Data la realtà dei fatti che ci circondano, possiamo conservare una tale speranza solo con un atto di audace temerarietà. Ci troviamo ad affrontare avvenimenti così totalmente privi di comicità come la guerra, la morte e la sofferenza gratuita, con una disposizione comica che avrebbe ripugnato alla generazione precedente e sconcerta tuttora molti nostri contemporanei. Il romanzo buffo di Joseph Heller, Comma 22,benché possa suonare offensivo a chi conosce per esperienza l'orrore della guerra, riesce tuttavia a condannare la generale insensatezza grazie appunto all'iperbole comica.Racconta la storia di un povero capitano d'aviazione della seconda guerra mondiale, di nome Yossarian, che, benché alla fine del libro appaia letteralmente pazzo e completamente paranoico, si presenta come l'unica persona sana di mente. La sua viltà e la sua follia, in contrasto con l'austera logica dei generali e dei colonnelli che lo circondano, sembrano l'unico atteggiamento razionale. Comma 22 non si riferisce soltanto alla guerra. Si riferisce alla fondamentale follia sulla quale si regge la nostra società così razionale. Come osserva un critico, cerca di "rivelare la frode sostanziale che si cela nell'orrore, di scoprire il ridicolo nella catastrofe, con la speranza di lasciar filtrare almeno un barlume di luce".
Il riso è l'ultima arma della speranza. Circondati su tutti i fronti dall'idiozia e dall'abiezione, sospinti a credere nell'imminenza dell'apocalisse finale, sembriamo tuttavia coltivare il riso come l'ultima difesa che ci rimane. Di fronte alla rovina e alla morte ridiamo invece di farci il segno della croce. O forse, più esattamente, il riso è il nostro modo di farci il segno della croce. È la prova che, nonostante la scomparsa di qualsiasi motivo di speranza che si fondi sui fatti, non abbiamo cessato di sperare.
Come dice R.W.B. Lewis, nel profondo dell’immaginazione dell’uomo si cela il senso della terribile imminenza della catastrofe. Ma non lo paralizza. Nella sua più intima profondità vi è "una attesa che si radica non esattamente nella speranza, ma in una speranza di speranza".
Questo senso di speranza radicale, irreprimibile, rimane vivo e vitale nel comico. Il suo Cristo è il buffone dipinto la cui follia è più sapiente della sapienza. La sua chiesa si riunisce ovunque gli uomini alzano coppe festive per brindare a gioie ricordate o anticipate. La sua liturgia è l’esuberante gioco della fantasia in un mondo prosaico. Il suo dio è il motivo, spesso inespresso, per il quale ci rifiutiamo di lasciarci intimidire o mortificare dai fatti puri e semplici.
La speranza comica non è un dono di cui le persone religiose detengono il monopolio. È condivisa da ogni specie e condizione umana. Ma potrebbe essere specifica responsabilità degli uomini di fede coltivare questo dono, celebrare il senso della speranza e manifestarlo. Potrebbe anche scomparire; e dove il riso e la speranza sono scomparsi, l’uomo ha cessato di essere uomo.

Harvey Cox

(da La festa dei folli, Milano, 1971)

mercoledì 2 ottobre 2019

un istante in silenzio e per il silenzio .Meditazione di Padre Vladimir Zelinskij


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Il 5 settembre si sono compiuti 20 anni dalla mia ordinazione sacerdotale.
Come sta scritto nella Lettera di ordinazione: «il qui presente diacono timorato di Dio (?), dopo aver superato l’ardua prova (cioè dopo la confessione)… è stato da noi ordinato presbitero» in quella stessa cattedrale parigina di rue Daru che, nella sua antica ipostasi sta vivendo, probabilmente, i suoi ultimi giorni.
Visto da lontano, il sacerdozio affascina per la vicinanza con Dio. Sembra che appena passata la soglia, già vi si è dentro. Ma la vicinanza si ritira.
Uno pensa di fare ingresso in ciò che vi è di più insondabile, che è celato nelle debite parole, riti, simboli, vaste conoscenze, e invece esso non è qui ma oltre, al di là di tutto questo. Pensi di essere alla presenza della Shekhinah, la Gloria di Dio di cui parla la Bibbia, ma ti accorgi che hai una benda sugli occhi e non sai come toglierla. In forza del tuo stato dovresti dimorare nella luce della Grazia, ma dentro hai il buio o al massimo un grigio, immoto albore. Per arrivare a quella luce bisogna uscire da sé, consegnare di sé qualcosa di importante. Compreso molto di ciò che si è acquistato con personale sforzo e purificato.
La carità non cerca il suo interesse, come dice san Paolo.
La carità è povera mentre noi – per l’istinto che abbiamo dentro e che non sempre riconosciamo – cerchiamo di accumulare, di possedere. Possedere la verità, possedere il dovere o il rito compiuto, persino il rito dell’anima.
In effetti, il sacerdozio consiste proprio in tale logica della carità, che rinuncia al suo interesse. Se cercherò di seguirla, forse lo scoprirò.


https://www.lanuovaeuropa.org/blog/20-anni-di-sacerdozio-e-non-possiedo-nulla/?fbclid=IwAR2HQ6f5ThUZzI7Ya_EOx_7dgLL6PuVai5Ig8xbc0JNnJ6nH3BqS8mywMXM

le icone :il mistero della Chiesa.. Il Maestro e fratello in Cristo Ivan Polverari

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Santo Oreste il medico medico, martire in Cappadocia  festeggiato il 9 novembre