mercoledì 31 luglio 2019

e l'odio continua -seconda puntata- L'odio reale,brutto,concreto,cattivo, ignobile di e in questo nostro paese ormai perduto e sicuramente senza possibilità di riscatto. Un paese dove il diavolo arriva non per comandare ma per andare a scuola di cattiveria come alunno di docenti italiani

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Ieri ho fatto memoria dell'odio che una Signora Avvocato di Milano ha sentito sulla sua pelle da parte dei presenti in una strada di Milano allorquando ha voluto aiutare un povero sudamericano in pieno malore per terra

https://milano.corriere.it/notizie/cronaca/19_luglio_29/razzismo-parco-forlanini-quasi-linciata-soccorso-straniero-gridavano-lascialo-morire-30f88aa8-b22e-11e9-a1a1-0b6262ab4b28.shtml?refresh_ce-cp

http://paroleortodosse.blogspot.com/2019/07/lodio-realebruttoconcretocattivo.html


Oggi l'odio altrettanto sciacallo colpisce la figlia dell'Onorevole Giorgia Meloni (della quale nulla condivido neppure  punti ,spazi, e punteggiatura varia )

sciacallaggio di odio stavolta in pompa magna presunta antifascista..molta ma molta presunta con enorme carica di odio

su twitter  "


  • Da Adulta, la Figlia della #Meloni rimpiangerà di non essere stata a #Bibbiano.


    Il post si commenta da solo..

    Mi si dirà probabilmente che Giorgia Meloni non è seconda a nessuno in questa gara per titoli esami e post all'odio. Ma questo non solo non giustifica ma anzi evidenzia sempre di più come la gara a chi odia di più è in pieno svolgimento e le opposte tifoserie sono al momento in perfetta parità. L'Odio non si misura nè si valuta ma deve essere solo detestato

    Questo è un paese di sciacalli,abitato da sciacalli, e perfino vomitato dall'Inferno. Neppure l'Inferno accetta come concittadino questo nostro paese

    Nessuno è innocente..proprio nessuno




    martedì 30 luglio 2019

    L'odio reale,brutto,concreto,cattivo, ignobile di e in questo nostro paese ormai perduto e sicuramente senza possibilità di riscatto. Un paese dove il diavolo arriva non per comandare ma per andare a scuola di cattiveria come alunno di docenti italiani .




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    NON SOCCORRERLO, LASCIALO MORIRE (dalla home page di Facebook di Filippo Rossi)

    cronoca dei fatti



    La Meditazione di Filippo Rossi 
    Milano, esterno giorno, area verde di via della Taverna. L’avvocatessa Beatrice Bordini sta portando fuori i suoi cani quando vede un uomo a terra, sdraiato in posizione innaturale. Le gente gli cammina sopra, non lo calcola, lo ignora. Come fosse un intralcio sulla strada. Beatrice no, Beatrice corre a soccorrerlo, nonostante il timore di essere arrivata tardi. Mentre è intenta a verificare le condizioni dell’uomo, sudamericano, ecco che minacciosa arriva verso di lei la pioggia di insulti dei passanti. “Brutta t...a, lascialo lì”. “È solo un negro che doveva affogare”. “Se osi chiamare l’ambulanza ti ammazziamo”. “Lavati le mani, che ti prendi le malattie”. “Prego Dio affinché affondi tutti i barconi”. Ma lei se ne frega, l’uomo è vivo e si muove: è messo male, completamente ubriaco. Beatrice chiama trascina l’uomo all’ombra, poi si dirige verso chi la insulta per ricordare che l’omissione di soccorso, oltre a dimostrare un deficit di umanità, è un reato. La donna rischia il linciaggio. Nel frattempo l’uomo viene soccorso da un connazionale che lo porta via. L’avvocato racconta l’accaduto a due vigili, che scrollano le spalle e le rispondono: “Ce ne sono tanti...”. Allora Beatrice si siede su una panchina, con la sola compagnia dei suoi cani, e piange. Piange tutte le sue lacrime per una umanità che di umano non ha più nulla.

    domenica 28 luglio 2019

    Per il mio amato Theilard de Chardin-CELEBRAZIONE DEI VESPRI NELLA CATTEDRALE DI AOSTA OMELIA DEL SANTO PADRE BENEDETTO XVI Venerdì, 24 luglio 2009

    Copertina di 'Il cuore della materia'

    Eccellenza,
    cari fratelli e sorelle.

    Vorrei innanzitutto dire «grazie» a lei, Eccellenza, per le sue buone parole, con le quali mi ha introdotto nella grande storia di questa Chiesa Cattedrale e così mi ha fatto sentire che preghiamo qui, non solo in questo momento, ma possiamo pregare con i secoli in questa bella chiesa.
    E grazie a tutti voi che siete venuti per pregare con me e per rendere visibile così questa rete di preghiera che ci collega tutti e sempre.
    In questa breve omelia vorrei dire qualche parola sull'orazione, con la quale si concludono questi Vespri, perché mi sembra che in questa orazione, il brano della Lettera ai Romani ora letto sia interpretato e trasformato in preghiera.
    L'orazione si compone di due parti: un indirizzo — un'intestazione, per così dire — e poi la preghiera composta da due domande.
    Cominciamo con l'indirizzo che ha, anche da parte sua, due parti: va qui un po' concretizzato il «tu» al quale parliamo, per poter bussare con maggior forza al cuore di Dio.
    Nel testo italiano, leggiamo semplicemente: «Padre misericordioso». Il testo originale latino è un po' più ampio; dice «Dio onnipotente, misericordioso». Nella mia recente Enciclica, ho tentato di mostrare la priorità di Dio sia nella vita personale, sia nella vita della storia, della società, del mondo.
    Certamente la relazione con Dio è una cosa profondamente personale e la persona è un essere in relazione, e se la relazione fondamentale — la relazione con Dio — non è viva, non è vissuta, anche tutte le altre relazioni non possono trovare la loro forma giusta. Ma questo vale anche per la società, per l'umanità come tale. Anche qui, se Dio manca, se si prescinde da Dio, se Dio è assente, manca la bussola per mostrare l'insieme di tutte le relazioni per trovare la strada, l'orientamento dove andare.
    Dio! Dobbiamo di nuovo portare in questo nostro mondo la realtà di Dio, farlo conoscere e farlo presente. Ma Dio, come conoscerlo? Nelle visite «ad limina» parlo sempre con i Vescovi, soprattutto africani, ma anche quelli dell'Asia, dell'America Latina, dove ci sono ancora le religioni tradizionali, proprio di queste religioni. Ci sono molti dettagli, abbastanza diversi naturalmente, ma ci sono anche elementi comuni. Tutti sanno che c'è Dio, un solo Dio, che Dio è una parola al singolare, che gli dei non sono Dio, che c'è Dio, il Dio. Ma nello stesso tempo questo Dio sembra assente, molto lontano, non sembra entrare nella nostra vita quotidiana, si nasconde, non conosciamo il suo volto. E così la religione in gran parte si occupa delle cose, dei poteri più vicini, gli spiriti, gli antenati ecc., poiché Dio stesso è troppo lontano e così ci si deve arrangiare con questi poteri vicini. E l'atto della evangelizzazione consiste proprio nel fatto che il Dio lontano si avvicina, che il Dio non è più lontano, ma è vicino, che questo «conosciuto-sconosciuto» adesso si fa conoscere realmente, mostra il suo volto, si rivela: il velo sul volto scompare, e mostra realmente il suo volto. E perciò, poiché Dio stesso adesso è vicino, lo conosciamo, ci mostra il suo volto, entra nel nostro mondo. Non c'è più bisogno di arrangiarsi con questi altri poteri, perché Lui è il potere vero, è l'Onnipotente.
    Non so perché abbiano omesso nel testo italiano la parola «onnipotente», ma vero è che ci sentiamo un po' quasi minacciati dall'onnipotenza: sembra limitare la nostra libertà, sembra un peso troppo forte. Ma dobbiamo imparare che l'onnipotenza di Dio non è un potere arbitrario, perché Dio è il Bene, è la Verità, e perciò Dio può tutto, ma non può agire contro il bene, non può agire contro la verità, non può agire contro l'amore e contro la libertà, perché Egli stesso è il bene, è l'amore, e la vera libertà. E perciò tutto quanto egli fa non può mai essere in contrasto con verità, amore e libertà. E' vero il contrario. Egli, Dio, è il custode della nostra libertà, dell'amore della verità. Questo occhio che ci vede non è un occhio cattivo che ci sorveglia, ma è la presenza di un amore che non ci abbandona mai e ci dona la certezza che il bene è essere, il bene è vivere: è l'occhio dell'amore che ci dà l'aria per vivere.
    Dio onnipotente e misericordioso. Un'orazione romana, collegata con il testo del libro della Sapienza, dice: «Tu, Dio, mostri la tua onnipotenza nel perdono e nella misericordia». Il vertice della potenza di Dio è la misericordia, è il perdono. Nel nostro odierno concetto mondiale di potere, pensiamo a uno che ha grandi proprietà, che in economia ha qualcosa da dire, dispone di capitali, per influire nel mondo del mercato. Pensiamo a uno che dispone del potere militare, che può minacciare. La domanda di Stalin: «Quante divisioni ha il Papa?» ancora caratterizza l'idea media del potere. Ha potere chi può essere pericoloso, chi può minacciare, chi può distruggere, chi ha in mano tante cose del mondo. Ma la Rivelazione ci dice: «Non è così»; il vero potere è il potere di grazia, e di misericordia. Nella misericordia, Dio dimostra il vero potere.
    E così la seconda parte di questo indirizzo dice: «Hai redento il mondo, con la passione, con il soffrire del tuo Figlio». Dio ha sofferto e nel Figlio soffre con noi. E questo è l'estremo apice del suo potere che è capace di soffrire con noi. Così dimostra il vero potere divino: voleva soffrire con noi, e per noi. Nelle nostre sofferenze non siamo mai lasciati soli. Dio, nel suo Figlio, prima ha sofferto ed è vicino a noi nelle nostre sofferenze.
    Tuttavia rimane la questione difficile che adesso non posso interpretare ampiamente: perché era necessario soffrire per salvare il mondo? Era necessario perché nel mondo esiste un oceano di male, di ingiustizia, di odio, di violenza, e le tante vittime dell'odio e dell'ingiustizia hanno il diritto che sia fatta giustizia. Dio non può ignorare questo grido dei sofferenti che sono oppressi dall'ingiustizia. Perdonare non è ignorare, ma trasformare, cioè Dio deve entrare in questo mondo e opporre all'oceano dell'ingiustizia un oceano più grande del bene e dell'amore. E questo è l'avvenimento della Croce: da quel momento, contro l'oceano del male, esiste un fiume infinito e perciò sempre più grande di tutte le ingiustizie del mondo, un fiume di bontà, di verità, di amore. Così Dio perdona trasformando il mondo ed entrando nel nostro mondo perché ci sia realmente una forza, un fiume di bene più grande di tutto il male che può mai esistere.
    Così l'indirizzo a Dio diventa un indirizzo a noi: cioè questo Dio ci invita a metterci dalla sua parte, ad uscire dall'oceano del male, dell'odio, della violenza, dell'egoismo e di identificarci, di entrare nel fiume del suo amore.
    Proprio questo è il contenuto della prima parte della preghiera che segue: «Fa' che la tua Chiesa si offra a te come sacrificio vivo e santo». Questa domanda, diretta a Dio, va anche a noi stessi. E' un accenno a due testi della Lettera ai Romani; nel primo san Paolo dice che noi dobbiamo divenire un sacrificio vivo (cfr. 12,16). Noi stessi, con tutto il nostro essere, dobbiamo essere adorazione, sacrificio, restituire il nostro mondo a Dio e trasformare così il mondo. E nel secondo, dove Paolo descrive l'apostolato come sacerdozio (cfr. 15,16), la funzione del sacerdozio è consacrare il mondo perché diventi ostia vivente, perché il mondo diventi liturgia: che la liturgia non sia una cosa accanto alla realtà del mondo, ma che il mondo stesso diventi ostia vivente, diventi liturgia. E' la grande visione che poi ha avuto anche Teilhard de Chardin: alla fine avremo una vera liturgia cosmica, dove il cosmo diventi ostia vivente. E preghiamo il Signore perché ci aiuti a essere sacerdoti in questo senso, per aiutare nella trasformazione del mondo, in adorazione di Dio, cominciando con noi stessi. Che la nostra vita parli di Dio, che la nostra vita sia realmente liturgia, annuncio di Dio, porta nella quale il Dio lontano diventa il Dio vicino, e realmente dono di noi stessi a Dio.
    Poi la seconda domanda. Preghiamo «Fa' che il tuo popolo sperimenti sempre la pienezza del tuo amore». Nel testo latino va detto «Saziaci con il tuo amore». Così il testo accenna al salmo che abbiamo cantato, dove si dice: «Apri la tua mano e sazi la fame di ogni vivente. Quanta fame esiste nella terra, fame di pane in tante parti del mondo: Sua Eccellenza ha parlato anche delle sofferenze delle famiglie qui: fame di giustizia, fame di amore. E con questa preghiera, preghiamo Dio: «Apri la tua mano e sazi realmente la fame di ogni vivente. Sazi la fame nostra della verità, del tuo amore».
    Così sia. Amen

    sabato 27 luglio 2019

    la Lectio orante di Elisabetta Cipriani


    Elisabetta Cipriani ha sul web così commentato (direi fatta lectio orante) di un indegno commento postato sul web per l'assassinio del giovane carabiniere Mario Cerciello Rega 
    L'indegno commento  di una insegnante del liceo scientifico “Pascal” di Romentino, in Piemnte  “Uno in meno e chiaramente con sguardo poco intelligente. Non ne sentiremo la mancanza”.

    Ecco la meditazione di Elisabetta

    "Ed eccola qui la radice di ogni pensiero totalitario: l'individuazione del capro espiatorio, del gruppo subumano, della categoria di persone in cui si annida il male, eliminata la quale s'instaurerebbe il regno dei cieli sulla terra, l'era dell'acquario, della pace, della felicità universale. Untermenschen li chiamavano i nazisti: quelli che puoi liberamente odiare senza doverti vergognare dell'odio, anzi sentendoti perfino buono. Per alcuni possono essere gli zingari, o gli stranieri in genere; per altri gli uomini in divisa, o quelli che confusamente chiamano "fascisti"; cambiano specularmente le appartenenze politiche, non cambia la logica con cui si vorrebbe cristallizzare il male fuori di sé per non doverci fare i conti, lisciando il pelo al nostro perbenismo. Ma il confine tra il bene e il male attraversa il cuore di ogni uomo, diceva Solgenitsin, ed estirparlo è cosa più faticosa, a cui non valgono né titoli accademici né patenti di populismo."




    Come foto a coro serio del commento di Elisabetta  pubblico una  foto di  Solgenitsin

    giovedì 11 luglio 2019

    Lettera Giorgio Ambrosoli alla Moglie Anna nella consapevolezza he verrà ucciso -.L'11 luglio 1979, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, Giorgio Ambrosoli, veniva barbaramente ucciso sotto casa sua. Esecutore un killer venuto da fuori, William Joseph Aricò; mandante il proprietario dell'Istituto, vale a dire il finanziere Michele Sindona.

    11 luglio 1979: il luogo dell'agguato
    L'11 luglio 1979, il commissario liquidatore della Banca Privata Italiana, Giorgio Ambrosoli, veniva barbaramente ucciso sotto casa sua.
    Esecutore un killer venuto da fuori, William Joseph Aricò; mandante il proprietario dell'Istituto, vale a dire il finanziere Michele Sindona.

    Anna carissima,
    è il 25.2.1975 e sono pronto per il deposito dello stato passivo della B.P.I. atto che ovviamente non soddisfarà molti e che è costato una bella fatica. Non ho timori per me perché non vedo possibili altro che pressioni per farmi sostituire, ma è certo che faccende alla Verzotto e il fatto stesso di dover trattare con gente di ogni colore e risma non tranquillizza affatto. È indubbio che, in ogni caso, pagherò a molto caro prezzo l'incarico: lo sapevo prima di accettarlo e quindi non mi lamento affatto perché per me è stata un'occasione unica di fare qualcosa per il paese.

    Ricordi i giorni dell'Umi*, le speranze mai realizzate di far politica per il paese e non per i partiti: ebbene, a quarant'anni, di colpo, ho fatto politica e in nome dello Stato e non per un partito. Con l'incarico, ho avuto in mano un potere enorme e discrezionale al massimo ed ho sempre operato – ne ho la piena coscienza – solo nell'interesse del paese, creandomi ovviamente solo nemici perché tutti quelli che hanno per mio merito avuto quanto loro spettava non sono certo riconoscenti perché credono di aver avuto solo quello che a loro spettava: ed hanno ragione, anche se, non fossi stato io, avrebbero recuperato i loro averi parecchi mesi dopo.

    I nemici comunque non aiutano, e cercheranno in ogni modo di farmi scivolare su qualche fesseria, e purtroppo, quando devi firmare centinaia di lettere al giorno, puoi anche firmare fesserie. Qualunque cosa succeda, comunque, tu sai che cosa devi fare e sono certo saprai fare benissimo. Dovrai tu allevare i ragazzi e crescerli nel rispetto di quei valori nei quali noi abbiamo creduto […]. Abbiano coscienza dei loro doveri verso se stessi, verso la famiglia nel senso trascendente che io ho, verso il Paese, si chiami Italia o si chiami Europa.
    Riuscirai benissimo, ne sono certo, perché sei molto brava e perché i ragazzi sono uno meglio dell'altro. Francesca dovrà essere più forte, più dura, più pronta ma è una dolcissima bambina e crescerà benone. Filippo – che mi è carissimo perché forse è quello con il carattere più difficile e simile al mio -, dovrà essere più morbido, meno freddo ma sono certo che diventerà un ottimo ragazzo e andrà benone nella scuola e nella vita. Umberto non darà problemi: ha un carattere tale ed è così sveglio che non potrà che crescere bene. Sarà per te una vita dura ma sei una ragazza talmente brava che te la caverai sempre e farai come sempre il tuo dovere costi quello che costi […].

    Giorgio Ambrosoli
    Giorgio

    *Unione Monarchica Italiana








    lunedì 8 luglio 2019

    1934 La Dichiarazione teologica del Sinodo di Barmen, la Chiesa confessante

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    Dichiarazione di Barmen (1934)


     Dichiarazione teologica concernente la situazione della Chiesa evangelica tedesca, approvata nel 1934 dai delegati delle 29 chiese evangeliche regionali tedesche, riuniti a Barmen per un “Sinodo confessante della Chiesa evangelica” , in risposta alle pressioni esercitate sul protestantesimo tedesco dal regime nazionalsocialista.

    Dichiarazione teologica sulla situazione presente della Chiesa Evangelica Tedesca

    La Chiesa Evangelica Tedesca, in base alle parole iniziali della sua costituzione dell’11 luglio 1933, è una Lega di chiese sorte dalla Riforma, aventi una confessione di fede ed esistenti l’una accanto all’altra sullo stesso piano. La premessa teologica che unisce insieme tali chiese è contenuta negli articoli 1 e 2,1 della costituzione della Chiesa Evangelica Tedesca, costituzione riconosciuta dal governo del Reich il 14 luglio 1933:
    Art. 1: Il fondamento intoccabile della Chiesa Evangelica Tedesca è l’Evangelo di Gesù Cristo, attestatoci nella Sacra Scrittura e riportato alla luce dalle confessioni di fede della Riforma. I poteri di cui la chiesa ha bisogno per svolgere la sua missione vengono precisati e circoscritti dall’Evangelo stesso.
    Art. 2,1: La Chiesa Evangelica Tedesca si articola in chiese (chiese regionali).
    Noi qui riuniti come Sinodo confessante della Chiesa Evangelica Tedesca, rappresentanti di chiese luterane, riformate ed unite, di liberi sinodi, convegni e gruppi ecclesiastici, dichiariamo di trovarci uniti insieme sul terreno della Chiesa Evangelica Tedesca intesa come Lega di chiese tedesche aventi una propria confessione di fede.
    Quel che ci tiene uniti è perciò la professione di fede nell’unico Signore della chiesa una, santa, universale ed apostolica. Pubblicamente, davanti a tutte le chiese evangeliche della Germania, dichiariamo che l’unità di questa professione di fede, e quindi anche l’unità della Chiesa Evangelica Tedesca, è messa seriamente in pericolo dal modo di agire e dagl’insegnamenti propri del partito ecclesiastico dominante dei Cristiani Tedeschi e del governo ecclesiastico da essi espresso. In questo primo anno di esistenza della Chiesa Evangelica Tedesca tale pericolo è apparso sempre più evidente. La premessa teologica su cui si fonda l’unità della Chiesa Evangelica Tedesca è stata continuamente e fondamentalmente contrastata e resa inoperante, mediante ricorso a postulati di altro genere, tanto da del capo e portavoce dei Cristiani Tedeschi, o da parte dello stesso governo ecclesiastico. Se questi altri postulati diventano determinanti, allora – secondo tutte le confessioni di fede vigenti tra di noi – la chiesa cessa di esser chiesa? Se sono essi a valere, allora anche l’esistenza della Chiesa Evangelica Tedesca come lega di chiese confessanti diventa intimamente impossibile.
    Ci è dunque consentito ed imposto, come membri di chiese luterane, riformate ed unite, di esprimerci unitariamente ed in comunione gli uni con gli altri su questa materia. Appunto in quanto siamo e desideriamo restare fedeli alle nostre diverse confessioni di fede, non ci è consentito tacere. In questo tempo di difficoltà e disorientamento per tutti, crediamo che ci venga data una parola da spendere in nome di tutti. Ci rimettiamo a Dio per tutto ciò che tale parola potrà significare circa il rapporto reciproco delle chiese confessanti tra di loro in relazione alla loro confessionalità.
    Di fronte agli errori dei Cristiani Tedeschi e dell’attuale dirigenza ecclesiastica del Reich, errori che devastano la chiesa e quindi provocano anche la disunione della Chiesa Evangelica Tedesca, ci riconosciamo nelle seguenti verità evangeliche:
    1. “Io sono la via, la verità e la vita; nessuno viene al Padre se non per mezzo di me” (Giov. 14,6). “In verità, in verità vi dico: chi non entra nella stalla delle pecore per la porta, ma da qualche altra parte, quello è un ladro e un assassino. Io sono la porta: chi entra attraverso di me, sarà salvo” (Giov. 10,1.9).
    Gesù Cristo, cosi come ci viene attestato nella Sacra Scrittura, è l’unica parola di Dio. Ad essa dobbiamo prestare ascolto; in essa dobbiamo confidare e ad essa dobbiamo obbedire in vita ed in morte.
    Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui la chiesa, a fianco e al di là di quest’unica parola, potrebbe e dovrebbe usare come base della propria predicazione anche altri eventi e forze, figure e verità, riconoscendo loro il carattere di rivelazione di Dio.
    2. “Gesù Cristo ci è stato fatto da Dio sapienza e giustizia e santificazione e redenzione” (I Cor. 1,30).
    Come Gesù Cristo rappresenta la grazia senza condizioni del perdono di tutti i nostri peccati, così, con uguale serietà, egli è l’espressione della forte pretesa che Dio fa valere nei confronti di tutta la nostra vita. Per mezzo suo ci accade di sperimentare una felice liberazione dagli empi legami di questo mondo per un libero, riconoscente servizio alle sue creature.
    Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui ci sarebbero settori della nostra esistenza nei quali non apparterremmo a Gesù Cristo ma ad altri signori; settori, in cui non ci sarebbero necessarie la sua giustificazione e la sua santificazione.
    3. “Siate al servizio della verità nell’amore e in tal modo crescete sotto ogni aspetto verso quello che è il capo, Cristo, a partire dal quale tutto il corpo è collegato insieme” (Efes. 4,15-16).
    La chiesa cristiana è la comunità di fratelli in cui Gesù Cristo nella parola e nel sacramento mediante lo Spirito Santo agisce in modo presente come il Signore. Essa ha da testimoniare con la sua fede come con la sua obbedienza, con il suo messaggio come con il suo ordinamento, in mezzo al mondo del peccato come chiesa dei peccatori perdonati, che essa è soltanto sua proprietà e che vive e desidera vivere soltanto della sua consolazione e della sua direttiva, nell’attesa della sua manifestazione.
    Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui chiesa potrebbe lasciar determinare la forma proprio messaggio e del proprio ordinamento da proprie preferenze o dal variare delle convinzioni ideologiche e politiche di volta in volta dominanti.
    4. “Voi sapete che i principi delle nazioni le signoreggiano e che i grandi le sottomettono al loro dominio. Ma non è così tra voi; anzi, chiunque vorrà esser grande fra voi, sarà il vostro servitore” (Matteo 20,25-26).
    I diversi ministeri nella chiesa non legittimano alcuna supremazia degli uni sugli altri, bensì sono alla base dell’esercizio del servizio affidato e comandato a tutta la comunità.
    Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui la chiesa potrebbe darsi o permettere che le vengano dati dei capi di tipo particolare muniti di autorizzazione all’esercizio di un potere che esula dal servizio stesso della chiesa.
    5. ” Temete Iddio, rendete onore al re” (I Pietro 1,17).
    La Scrittura ci dice che lo stato, per divina disposizione, nel mondo non ancora redento, nel quale anche la chiesa si trova, ha il compito – per quanto rientra nelle prospettive e nelle possibilità umane e senza escludere la minaccia e l’uso della forza – di provvedere al diritto e alla pace. La chiesa, con gratitudine e timore verso Dio, riconosce il beneficio di questa disposizione divina. Essa fa appello al regno di Dio, al suo comandamento ed alla sua giustizia e perciò ricorda ai governanti ed ai governati le loro responsabilità. Essa si affida ed obbedisce alla potenza della parola mediante la quale Dio regge ogni cosa.
    Respingiamo la falsa dottrina secondo cui lo stato, al di là del suo compito particolare, dovrebbe e potrebbe diventare il solo e totale ordinamento della vita umana tanto da assolvere anche funzione cui è destinata la chiesa.
    Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui la chiesa, al di là del suo compito particolare, dovrebbe e potrebbe attribuirsi caratteri, compiti dignità propri dello stato, tanto da diventarne essa stessa uno degli organi.
     6. “Ecco, io sono con voi tutti i giorni fino alla fine dell’età presente” (Matteo 28,20). “La parola di Dio non è incatenata” (II Tim. 2,9).
    Il compito della chiesa, fondamento della libertà, consiste nel rivolgere a tutto il popolo, luogo di Cristo e dunque a servizio della sua parola e della sua opera, per mezzo della predicazione e dei sacramenti, la notizia della libera grazia Dio.
    Respingiamo la falsa dottrina, secondo cui la chiesa, agendo con umana arroganza, potrebbe porre la parola e l’opera del Signore al servizio di qualche desiderio, obbiettivo o piano, corrispondente alle sue autonome scelte.
     “Verbum Dei manet in aeternum”.
    (trad. dal tedesco Sergio Rostagno)
    La Dichiarazione teologica del Sinodo confessante di Barmen del 31 maggio 1934 è l’esposizione teologica centrale della cosiddetta Chiesa confessante durante il periodo della dittatura nazionalsocialista 1933-1945. Tale movimento si opponeva alla falsa teologia e al regime ecclesiale dei cosiddetti “Cristiani tedeschi” (“Deutsche Christen”) i quali avevano avviato l’allineamento della Chiesa evangelica alla dittatura del “Führer” Adolf Hitler. Fra i punti pretesi dai Cristiani tedeschi vi erano l’introduzione del ‘principio del duce’ (Führerprinzip) nella chiesa, l’esclusione dei “non ariani” dall’ufficio pastorale, il rigetto dell’Antico Testamento e l’annuncio di Gesù come “figura eroica di Salvatore” in vece della figura del “Crocifisso”. Contro tale impostazione prende posizione la Dichiarazione teologica di Barmen, che fu formulata sostanzialmente dai teologi Karl Barth e Hans Asmussen. Ognuna delle sei Tesi è strutturata in modo seguente: prima vengono riportate le parole dalla Sacra Scrittura, quindi segue il punto di vista della Chiesa confessante e infine seguono le affermazioni con le quali viene confutata la falsa dottrina dei Cristiani tedeschi.
    L’affermazione più importante della Dichiarazione teologica di Barmen, nella Tesi 1, recita: “Gesù Cristo, così come ci viene testimoniato nella Sacra Scrittura, è l’unica Parola di Dio che noi ascoltiamo, nella quale dobbiamo confidare e alla quale dobbiamo prestare ascolto nella vita e nella morte.” Da questa professione del “Solus Christus”, uno dei principi cardine della Riforma, vengono fatte conseguire tutte le altre tesi. La Dichiarazione teologica di Barmen ammonisce inequivocabilmente che la chiesa debba riferirsi unicamente al Vangelo, non soltanto per quanto concerne la propria dottrina, ma anche nella sua struttura, e che non debba far riferimento ad altri modelli di governo. Per questo la Dichiarazione di Barmen è diventata un importante punto di riferimento proprio per quelle chiese che vivono in paesi sotto la pressione di dittature. In molte chiese protestanti la Dichiarazione di Barmen è stata recepita all’interno dei propri scritti confessionali o viene riprodotta nelle appendici dell’innario.

    sabato 6 luglio 2019

    Convegno "La teologia dopo Veritatis Gaudium nel contesto del Mediterraneo", tenutosi nei giorni 20 e 21 giugno presso la Facoltà Teologica dell'Italia Meridionale - Sez. San Luigi di Napoli. Il Patriarca Ecumenico ha voluto essere presente con un suo messaggio


    Risultati immagini per foto del mar mediterraneo
    Al Reverendissimo p. Pino Di Luccio, Vice- Preside della Pontificia Facoltà Teologica dell’Italia Meridionale – Sezione San Luigi a Napoli, figlio amato della nostra Modestia, grazia e pace dal Signore nostro Gesù Cristo e da noi benevolenza.
    Abbiamo ricevuto la Vostra cortese Lettera del 3 giugno u.s., con la quale avete avuto la bontà di informare la nostra Modestia del prossimo Convegno su “La Teologia dopo Veritas Gaudium nel contesto del Mediterraneo”, che avrà luogo a Napoli nei giorni 20 e 21 giugno prossimi, per elaborare una teologia della accoglienza, adatta al nuovo contesto del Mediterraneo. Abbiamo altresì accolto con gioia che al Convegno parteciperà anche il nostro amato Fratello Vescovo della Antica Roma, Papa Francesco, col quale ci unisce il profondo impegno per la salvaguardia dell’essere umano e di tutto ciò che lo circonda, impegno fondato sulla κοινωνία propria della relazione Trinitaria. Lo salutiamo coll’adagio evangelico: “La grazia del Signore nostro Gesù Cristo, l’amore di Dio Padre e la comunione dello Spirito Santo, sia con tutti noi”!
    Salutiamo inoltre l’amato Arcivescovo Metropolita di Napoli, Cardinale Crescenzio Sepe, gli Organizzatori e Relatori del Convegno, come tutti i partecipanti.
    Nell’ambito di quanto previsto dalla Costituzione Apostolica Veritatis Gaudium di Papa Francesco, circa le Università e le Facoltà Ecclesiastiche, questo convegno pone al centro della sua attenzione il contesto del Mediterraneo ed il tema dell’accoglienza. Due temi che fondano il loro postulato principale sul concetto di dialogo nei suoi multiformi aspetti, ma anche sulle dinamiche ed introversioni che esso contiene.
    Il Mare Nostrum, il Μεσόγειος θάλασσα, - come abbiamo ancora sottolineato - il mare tra le terre, - è stato “culla di storia, civiltà, lingue, culture e religioni capaci di interconnessioni e di scambi, che hanno guidato i processi sociali dell’intera area per secoli, contribuendo alla crescita dei popoli che ad esso si affacciano. Se il Cristianesimo, nella sua accezione Orientale ed Occidentale, ha giocato un ruolo fondamentale, dopo l’Editto di Milano, non di meno l’Ebraismo e poi l’Islam hanno contribuito nelle alterne fasi storiche a trovare vie di comunione e di coesistenza. Il susseguirsi dell’Impero Romano, delle Invasioni Barbariche, dell’Impero Romano d’Oriente a Bisanzio, di quello Ottomano, non aveva mai rotto la sinfonia di comunione tra le varie anime esistenti tra i popoli dell’area, nonostante le tensioni mai sopite”. (Bari 2016).
    Oggi questo mare di incontro presenta una valenza molto diversa, alle volte presa ad esempio in tante aree del mondo, non come luogo d’incontro, ma piuttosto come confine da non valicare tra nord e sud del mondo, ponendo interrogativi allo stesso concetto di accoglienza dello straniero, di cui il Cristianesimo è espressione massima, secondo l’insegnamento del nostro Maestro e Salvatore. La Chiesa Ortodossa riconosce tuttavia che non c’è altra via al dialogo, e in tal modo si è espressa durante il Santo e Grande Concilio a Creta nel 2016: “In questo spirito di riconoscimento della necessità di una testimonianza e di una disponibilità, la Chiesa Ortodossa ha sempre attribuito grande importanza al dialogo, e in particolare a quello con i cristiani non ortodossi.”  (Enciclica cap. VII, 20).
    I vari sconvolgimenti mondiali del precedente secolo, il nazionalismo e i fondamentalismi di varia natura, ancora presenti in troppe parti del nostro mondo, le tensioni accesesi oggi per l’accoglienza dei più deboli, di coloro che sono esposti alle tensioni sociali, economiche, climatiche, pongono nuovi interrogativi alle Chiese, a cui il Grande Concilio ha voluto porre attenzione,  non sottacendo ai problemi derivanti dalla globalizzazione, dagli estremi fenomeni di violenza e della immigrazione: “In nessun momento la opera filantropica della Chiesa non si è limitata semplicemente ad un atto di carità occasionale verso i bisognosi e sofferenti, ma piuttosto ha cercato di sradicare le cause che creano problemi sociali.”  (cap. 19).
    L’accoglienza non può pertanto limitarsi ad una opera di assistenza, ma deve guardare al tema della verità e della giustizia, per comprendere le cause, curarne gli effetti e testimoniare con forza il pericolo di vecchie e nuove schiavitù dell’essere umano, celate molte volte sotto forme di un acceso buonismo, di subdoli concetti di libertà illimitate, le cui conseguenze stanno affiorando prepotentemente all’interno di molti popoli, anche cristiani. La transumanza di interi popoli, o peggio di complete generazioni, causano ulteriori povertà nel sud del mondo e fenomeni di intolleranza in chi dovrebbe praticare l’accoglienza come dettame del proprio aderire evangelico. E tutto questo lo vediamo nei paesi del continente Africano in cammino verso i paesi che si affacciano sul Mare Mediterraneo, ma anche tra i paesi del Sud America in cammino verso il Nord, tra i paesi asiatici verso l’Oceania, e anche all’interno della stessa Europa tra Oriente e Occidente.
    Diviene quindi preponderante l’impegno primario delle Chiese per la giustizia sociale, per creare i presupposti teologici  e antropologici, anche attraverso il lavoro delle Università e dei Centri di Studi, al fine di creare una coscienza nuova nelle Istituzioni mondiali, in cui il profitto non sia l’unico metro di misura, ma si possa e si debba virare verso una economia ecosostenibile, rispettosa anche dell’ambiente in cui viviamo e che abbiamo il dovere di consegnare intatto alle generazioni future, una economia che dia dignità all’essere umano nella sua interezza, e pertanto libera da tensioni, libera da focolai di guerra, indotti molte volte al fine del proprio esasperato egoismo ed egocentrismo di pochi su molti. Una economia del rispetto delle peculiarità di popoli e aree può portare al miglioramento dell’esistenza di intere nuove generazioni, ad un nuovo rinnovato interscambio, basato sul dialogo e la giustizia, ma anche sulla verità non manipolata e può pertanto evitare o limitare tali transumanze.
    L’opposto è il grande pericolo che oggi attraversa il concetto di accoglienza, non più percepito dai popoli Cristiani come dettame evangelico ed esempio della fratellanza umana, ma come una “invasione” di popoli su altri popoli. La storia ci insegna che questo concetto di invasione non scompare più dal sentire comune dei popoli lungo i secoli, poiché esso ha sempre una accezione fortemente negativa. Ancora parliamo delle invasioni dei Persiani, dei Romani, delle Invasioni barbariche, della invasione araba, mongola, turca, dei bianchi sui Nativi americani, della Comunità nera in America sradicata nel passato dall’Africa, e ancora della invasione Nazista, Sovietica e altre ancora fino ai nostri giorni. Questo sentimento deve essere fortemente evitato oggi, anche dalle nostre Chiese, affinché non si realizzi il binomio accoglienza-invasione.
    E’ quindi necessario esaminare con cura il modo di accogliere, il perché accogliere, ma soprattutto il come accogliere, nel rispetto delle popolazioni locali. L’accoglienza deve diventare principalmente integrazione, ma mai sincretismo. Se vi è la necessità di una giustizia mondiale per molti popoli in movimento, vi è anche la giustizia dei popoli che aprono i propri confini. C’è il dovere evangelico ed umano di accogliere chi è in difficoltà, ma c’è anche il dovere di chi viene accolto di rispettare tradizioni, costumi, fedi di coloro che lo accolgono.
    Con questi brevi pensieri, auguriamo ogni successo a questo importante Convegno, di cui tutti sentiamo la necessità per un confronto veritiero in dialogo, e invochiamo copiosa la grazia e la misericordia dall’Alto, con la nostra Apostolica e Patriarcale Benedizione su tutti.
    Fanar, 16 Giugno 2019
    Bartolomeo di Costantinopoli