domenica 5 maggio 2019

Che bisogno abbiamo della Resurrezione? (anba Epiphanius di san Macario)

Anastasis, metà XVIII secolo, di Yuhanna al-Armani. Attualmente nella Chiesa di sant'Atanasio. Madinet Nasr (Il Cairo)

Icona dell’Anastasis, metà XVIII secolo, di Yuhanna al-Armani. Attualmente nella Chiesa di sant’Atanasio. Madinet Nasr (Il Cairo)

Offriamo ai lettori di Natidallospirito.com il testo di un’omelia pasquale del tre volte beato vescovo Epiphanius, abate del Monastero di San Macario, ucciso il 29 luglio 2018. Il Monastero di San Macario sta per pubblicare la traduzione in lingua italiana della prima antologia di scritti del vescovo copto, che dovrebbe uscire in concomitanza con il primo anniversario del suo martirio.

Nella Prima lettera ai Corinzi, il nostro maestro Paolo Apostolo si dilunga sulla Resurrezione del Signore Gesù. Si tratta del capitolo di cui una metà viene letta nella Divina Liturgia del Sabato della Gioia[1] e l’altra metà nella Liturgia della veglia pasquale. San Paolo inaugura il capitolo dicendo:
Vi rendo noto, fratelli, il vangelo che vi ho annunziato e che voi avete ricevuto, nel quale restate saldi, e dal quale anche ricevete la salvezza, se lo mantenete in quella forma in cui ve l’ho annunziato. Altrimenti, avreste creduto invano! Vi ho trasmesso dunque, anzitutto, quello che anch’io ho ricevuto: che cioè Cristo morì per i nostri peccati secondo le Scritture, fu sepolto ed è risuscitato il terzo giorno secondo le Scritture (1Cor 15,1-4)
Il primo sintagma verbale, “vi rendo noto”, porta in sé una sfumatura di rimprovero perché poco dopo l’autore dirà ai destinatari della lettera: “Ritornate in voi, come conviene, e non peccate! Alcuni infatti dimostrano di non conoscere Dio; ve lo dico a vostra vergogna” (1Cor 15,34).
“Cristo morì per ὑπέρ i nostri peccati secondo le Scritture”, nel senso che Cristo è morto per togliere i nostri peccati, come si evince dalla lettera ai Galati (1,4): “Il quale ha dato se stesso per i nostri peccati, per strapparci da questo mondo perverso, secondo la volontà di Dio e Padre nostro”. Tuttavia, differisce dal versetto che riscontriamo nella lettera ai Romani il cui senso è piuttosto che egli è morto a causa dei nostri peccati (Rm 4,25): “Il quale è stato messo a morte per διὰ i nostri peccati ed è stato risuscitato per la nostra giustificazione”.
“Morì per i nostri peccati secondo le Scritture” onora la testimonianza degli scritti ispirati più che la visione oculare. L’Apostolo Paolo, in questo versetto, fa riferimento ad alcuni passi dell’Antico Testamento come Is 12,53 (“Perciò io gli darò in premio le moltitudini, dei potenti egli farà bottino, perché ha consegnato se stesso alla morte ed è stato annoverato fra gli empi, mentre egli portava il peccato di molti e intercedeva per i peccatori”) e Sal 22,15 LXX (“Si è seccata come un coccio la mia forza, la mia lingua si è incollata al palato, su polvere di morte mi hai deposto”).
Ciò ci ricorda le parole che il Signore rivolse ai discepoli nella stanza superiore: “Poi disse: «Sono queste le parole che vi dicevo quando ero ancora con voi: bisogna che si compiano tutte le cose scritte su di me nella Legge di Mosè, nei Profeti e nei Salmi». Allora aprì loro la mente all’intelligenza delle Scritture” (Lc 24,44-45).
Da questa breve premessa, capiamo qual è questo Vangelo che l’Apostolo ha annunziato ai corinzi, questo Vangelo dal quale dipende la loro salvezza, senza il quale essi non possono salvarsi. È evidente, da quanto scrive, che il cuore della sua predicazione è stata la morte del Signore e la sua resurrezione dai morti.
Che bisogno c’è della Resurrezione?
Successivamente, l’Apostolo Paolo affronta un problema diffuso nella chiesa di Corinto e cioè la mancanza di fede di alcuni nella resurrezione, in generale, e di conseguenza nella resurrezione del Signore Gesù. Scrive:
Ora, se si predica che Cristo è risuscitato dai morti, come possono dire alcuni tra voi che non esiste risurrezione dei morti? (1Cor 15,12)
C’era gente nella Chiesa primitiva che, malgrado credesse nel Signore Gesù, dubitava della sua resurrezione. In altro senso: “Crediamo che il Signore Gesù è morto per noi sul legno della Croce, e che con la sua morte abbiamo tutti ottenuto la salvezza. Che bisogno c’è, allora, di riconoscere la sua resurrezione e a cosa ci serve la resurrezione del Signore? Non basta la morte del Signore a rimettere i nostri peccati?”. Si noti che la resurrezione dei morti era messa in dubbio dalle genti come si evince dal discorso di san Paolo sull’Areòpago:
Quando sentirono parlare di risurrezione di morti, alcuni lo deridevano, altri dissero: «Ti sentiremo su questo un’altra volta». Così Paolo uscì da quella riunione. Ma alcuni aderirono a lui e divennero” (Atti 17,32). Lo stesso accadde quando si intrattenne con il re Agrippa: “Perché è considerato inconcepibile fra di voi che Dio risusciti i morti? (Atti 26,8).
Chiarendone la gravità, l’Apostolo Paolo replica così alla mancanza di fede nella resurrezione dai morti:
Se non esiste risurrezione dai morti, neanche Cristo è risuscitato! Ma se Cristo non è risuscitato, allora è vana la nostra predicazione ed è vana anche la vostra fede. (1Cor 15,13-14).
Eccoci chiarito il motivo dell’insistenza sulla verità della resurrezione del Signore. Senza resurrezione non c’è salvezza. Domanda: la morte del Signore non bastava a ottenere la salvezza? L’Apostolo risponde che se non crediamo alla resurrezione la predicazione degli apostoli è vana e così anche la nostra fede. Per capire questo punto, per capire fino in fondo il nostro bisogno della resurrezione del Signore, dobbiamo andare indietro, fino all’inizio della creazione, al momento della caduta dei nostri progenitori e alle sue conseguenze.
Adamo e la caduta
Prima ancora che peccasse, Dio avvertì Adamo che, se gli avesse disobbedito e avesse mangiato dall’albero della conoscenza del bene e del male, sarebbe morto. Nell’emettere questa sentenza Dio non mentiva. Perciò Adamo ed Eva furono scacciati dal Paradiso e furono condannati a morire. Che cos’è, infatti, la morte da una prospettiva spirituale? Non è forse la separazione dell’uomo da Dio, fonte della sua vita? Estraniandosi l’uomo dal volto di Dio, a causa del peccato, la morte è entrata nella sua esistenza: morte spirituale, prima, morte fisica, poi.
Il Signore Dio diede questo comando all’uomo:
Tu potrai mangiare di tutti gli alberi del giardino, ma dell’albero della conoscenza del bene e del male non devi mangiare, perché, quando tu ne mangiassi, certamente moriresti. […] Con il sudore del tuo volto mangerai il pane; finché tornerai alla terra, perché da essa sei stato tratto: polvere tu sei e in polvere tornerai! (Gen 2,16-17; 3,19).
Nello spiegare le conseguenze della caduta di Adamo, l’Apostolo dice:
Quindi, come a causa di un solo uomo il peccato è entrato nel mondo e con il peccato la morte, così anche la morte ha raggiunto tutti gli uomini, perché tutti hanno peccato (Rm 5,12).
È chiaro da questo discorso che il peccato di Adamo ha attirato su di lui la morte e così la morte stessa è passata a tutta la creazione. La conseguenza inevitabile di ciò è che l’uomo ha bisogno di risorgere da quella morte che era penetrata nel suo essere, schiavizzando la sua vita, se di vita si può parlare.
“Il Signore dal cielo si china sugli uomini per vedere se esista un saggio: se c’è uno che cerchi Dio. Tutti hanno traviato, sono tutti corrotti; più nessuno fa il bene, neppure uno” (Sal 14,2-3). Se tutti hanno traviato e tutti sono corrotti, sono vivi? Ovviamente sono morti perché hanno traviato, si sono sviati dalla sorgente della vita e sono stati invasi dal principio della corruzione, cioè la morte. I morti hanno dunque bisogno nient’altro che il Signore Creatore realizzi in loro una nuova creazione facendo scorrere nel loro essere una nuova vita che li faccia ritornare di nuovo vivi.

O Dio grande ed eterno, tu che hai plasmato l’uomo senza corruzione (cioè per l’eternità), hai distrutto la morte che era entrata nel mondo per l’invidia del Diavolo, per mezzo della vivificante venuta del tuo unigenito Figlio, nostro Signore, Dio e Salvatore Gesù Cristo (Orazione della riconcilliazione, Liturgia di san Basilio)
Risorti con Cristo
“Anche voi eravate morti per le vostre colpe e i vostri peccati […] Da morti che eravamo per i peccati, ci ha fatti rivivere con Cristo: per grazia infatti siete stati salvati” (Ef 2,1.5).
Ecco il grande beneficio della Resurrezione: siamo risorti con Cristo dopo essere stati morti a causa delle colpe e dei peccati. Non credere alla resurrezione del Signore dai morti significa che siamo ancora nel nostro peccato:
“Ma se Cristo non è risorto, è vana la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati. E anche quelli che sono morti in Cristo sono perduti” (1Cor 15:17-18; “morti in Cristo”, cioè morti in comunione e unione con Cristo).
Poi l’Apostolo spiega il rapporto che intercorre tra la resurrezione del Signore Gesù e la nostra: “Ora, invece, Cristo è risuscitato dai morti, primizia ἀπαρχή di coloro che sono morti” (1Cor 15,20). Il giorno successivo al sabato della settimana in cui cade la Pesach inizia la festa delle primizie e dopo cinquanta giorni cade la Pentecoste. Cristo è dunque la primizia e dopo di lui gli altri frutti. La primizia è dello stesso tipo degli altri frutti. Così, Adamo era la primizia del genere umano. Per capire il senso del termine “primizia” torniamo al Levitico dove si legge:
Queste sono le solennità del Signore, le sante convocazioni che proclamerete nei tempi stabiliti. Il primo mese, al quattordicesimo giorno, al tramonto del sole sarà la pasqua del Signore […] Il Signore aggiunse a Mosè: «Parla agli Israeliti e ordina loro: Quando sarete entrati nel paese che io vi do e ne mieterete la messe, porterete al sacerdote un covone, come primizia del vostro raccolto; il sacerdote agiterà con gesto rituale il covone davanti al Signore, perché sia gradito per il vostro bene; il sacerdote l’agiterà il giorno dopo il sabato. Quando farete il rito di agitazione del covone, offrirete un agnello di un anno, senza difetto, in olocausto al Signore. L’oblazione che l’accompagna sarà di due decimi di efa di fior di farina intrisa nell’olio, come sacrificio consumato dal fuoco, profumo soave in onore del Signore; la libazione sarà di un quarto di hin di vino. Non mangerete pane, né grano abbrustolito, né spighe fresche, prima di quel giorno, prima di aver portato l’offerta al vostro Dio. È una legge perenne di generazione in generazione, in tutti i luoghi dove abiterete. Dal giorno dopo il sabato, cioè dal giorno che avrete portato il covone da offrire con il rito di agitazione, conterete sette settimane complete. Conterete cinquanta giorni fino all’indomani del settimo sabato e offrirete al Signore una nuova oblazione (Lv 23,4-5; 9-16).
San Cirillo il Grande commenta questo brano dicendo:
Gesù Cristo è uno, e tuttavia è descritto come un covone abbondante, e davvero lo è, perché contiene in sé tutti i fedeli mediante un’unione spirituale. Altrimenti, come potrebbe dire il beato Paolo che «con lui ci ha anche risuscitati e ci ha fatti sedere nei cieli»? (Ef 2,6) Poiché si è fatto uno di noi, gli siamo divenuti concorporei (Ef 3,6) e abbiamo ricevuto un’unione con lui secondo il corpo. Per questo diciamo che siamo tutti una sola cosa in lui […] Dice che bisogna portare il covone all’indomani del primo giorno [degli azzimi], cioè il terzo giorno [dall’immolazione dell’agnello]. Cristo infatti è risorto il terzo giorno, e in esso è anche salito ai cieli […] Quando nostro Signore Gesù è risorto compiendo l’offerta di se stesso davanti a Dio Padre come primizia degli uomini, proprio allora gli abissi del nostro essere sono stati trasformati a nuova vita (Glaphyra in Numeros)
Poiché tutti siamo morti in Adamo e tutti abbiamo riottenuto la vita per mezzo della resurrezione di Cristo dai morti:
“Poiché se a causa di un uomo venne la morte, a causa di un uomo verrà anche la risurrezione dei morti; e come tutti muoiono in Adamo, così tutti riceveranno la vita in Cristo” (1Cor 15,21-22).
Se l’incarnazione, dunque, avesse avuto come semplice funzione la remissione dei peccati, non avremmo avuto bisogno di una nuova creazione e, tutt’al più, avremmo recuperato l’immagine di Adamo prima della caduta. Ma il Vangelo ci dice che, attraverso la resurrezione del Signore dai morti, diventeremo a immagine di lui, perché diventeremo celesti, dopo essere stati terrestri. Così scrive l’Apostolo:
Così ancora è scritto: il primo uomo, Adamo, divenne un essere vivente, ma l’ultimo Adamo divenne spirito datore di vita. Non vi fu prima il corpo spirituale, ma quello animale, e poi lo spirituale. Il primo uomo tratto dalla terra è di terra, il secondo uomo viene dal cielo. Quale è l’uomo fatto di terra, così sono quelli di terra; ma quale il celeste, così anche i celesti. E come abbiamo portato l’immagine dell’uomo di terra, così porteremo l’immagine dell’uomo celeste (1Cor 15,45-49).
Risorgendo insieme al Signore, dunque, non ritorneremo solamente alla prima immagine secondo la quale Adamo fu creato ma acquisteremo l’immagine del Signore risorto dai morti, il quale morì a causa dei nostri peccati e risuscitò per la nostra giustificazione.
E al nostro Signore sia gloria sempiterna. Amen.
anba Epiphanius (1954-2018)

martire, vescovo e abate
del Monastero di san Macario il Grande (Scete, Egitto)
discepolo di abba Matta El Meskin
omelia della notte di Pasqua, 12 aprile 2015

traduzione a cura di Natidallospirito.com

Il vescovo Epiphanios (sulla destra) con Tawadros II, papa e patriarca della predicazione marciana, al monastero di san Macario il Grande.
Il vescovo Epiphanius (sulla destra) con Tawadros II, papa e patriarca della predicazione marciana, al monastero di san Macario il Grande

venerdì 3 maggio 2019

MESSAGGIO DI PASQUA 2019Chiesa dei Veri Cristiani Ortodossi di Grecia


Premessa del Padre Giovanni Festa

La Chiesa dei Veri Cristiani Ortodossi di Grecia  di tradizione veterocalendarista non è in comunione con la  congregazionalità delle  chiese che vengono definite  canoniche ed infatti (per quel che mi riguarda) non sono -e scrivo purtroppo ma il purtroppo è e resta-in comunione con cari amici e fratelli in Cristo in Italia  come il Padre Daniele Marletta , e il Vescovo di Luni  Silvano. 
Ma l'esperienza della Chiesa Ortodossa cui fanno riferimento questi cari fratelli in Italia ,il loro popolo santo e l'intero popolo santo che in Grecia dentro e con essa  Chiesa vive il Cristo Risorto,merita rispetto 

Con questi sentimenti  inserisco nel blog il messaggio di Pasqua 2019 del loro Santo Sinodo 



Le Donne Mirofore

«Venite, prendete la Luce dalla Luce che non tramonta e glorificate il Cristo Risorto dai morti»
(Mattutino di Pasqua)
Cari Padri e Fratelli, figli nel Signore risorto,
in questa sublime Festa delle Feste e Solennità delle Solennità tutta inondata di Luce, il vincitore della morte, nostro Signore Gesù Cristo, ci concede la Luce senza tramonto della Resurrezione e della Vita. Ci invita gioiosamente, nella santa Chiesa, a non scoraggiarci, a non restare nelle gelide tenebre delle passioni e del peccato, ma ad accendere i nostri ceri alla Luce tangibile che scaturisce dal Suo Santissimo Sepolcro e soprattutto a ricevere nelle nostre anime l’illuminazione, partecipando con tutto il cuore alla Sua trionfante Resurrezione.
In altre parole, ci invita a lasciarci infondere dalla Luce che ha riempito tutta la creazione, il cielo, la terra e gli inferi, per illuminare anche la nostra interiorità con la Luce della Resurrezione:
«Oggi tutto è pieno di luce, il cielo, la terra e gli inferi» afferma con entusiasmo il santo Innografo. Poiché il nostro Sovrano, Cristo Risorto, ha colmato della Sua eterna e divina Luce anche il tenebroso Inferno dove Egli è disceso!
Perché? Poiché, allorché un tempo, a causa del peccato, l’uomo giaceva nelle tenebre, il male dominava ovunque e noi eravamo consegnati alla schiavitù della morte tanto che il nostro nemico, il diavolo, «l’omicida» (Gv. 8, 44), era potente e si vantava di averci ingannato.
Ma il Cristo nostro Salvatore, la Vera Luce, ci ha riscattati da questa vergognosa schiavitù con la Sua morte senza peccato sulla Croce, e ci ha liberati da questa condizione insopportabile. Nella Sua immensa compassione per l’uomo e nel Suo ineffabile amore, ha assunto volontariamente la morte per discendere nel regno dell’Inferno e incontrare le anime incatenate dei morti delle ere passate. E là, ha ucciso l’Inferno con il bagliore della Sua Divinità, ha annientato il regno della morte e del peccato, ha abbattuto il nostro implacabile nemico, e come nuovo Adamo, ha portato la liberazione e la redenzione.
Il Nostro Signore pieno di bontà ha sopportato tutto, come scrive san Gregorio Teologo, «allo scopo di resuscitare la carne, assicurare la salvezza della Sua immagine e di rigenerare l’uomo» (Omelia VII, 23)
Per questo motivo, l’Apostolo Paolo, difendendosi davanti ai Giudei e ai Pagani, chiede: «perché vi pare incredibile che Dio risorga dai morti?» (Atti 26, 8) La Resurrezione per l’Apostolo è una certezza e una realtà tra le più evidenti, poiché, egli sesso, finché era Saulo il persecutore, si convertì alla fede quando fu illuminato da una Luce discesa dal cielo, più splendente del sole, e udì Gesù Risorto rimproverarlo di averLo perseguitato ma fu anche chiamato a risorgere lui stesso, per intraprendere la più grande e gloriosa missione, quella di «aprire gli occhi degli increduli, per ricondurli dalle tenebre alla luce e dal potere di Satana a Dio, affinché ricevano, per la fede in Me, il perdono dei peccati e una parte di eredità con quelli che sono stati santificati» (Atti 26, 18)
La fede nella Resurrezione vivificante di nostro Signore Gesù Cristo libera e illumina l’uomo, mentre l’incredulità e il peccato che ne è la conseguenza, lo asserviscono e lo colmano di tenebre.
Solo coloro che persistono «nelle opere cattive» (Col. 1, 21) dell’incredulità e dell’errore sono invasi dalle tenebre e diventano estranei a Dio, al punto di considerare il peccato come un bisogno naturale, come un fine e uno stile di vita, e di giungere ad una sua giustificazione, all’agnosticismo e all’ateismo.
Tuttavia è necessario sottolineare che anche i fedeli che cadono in peccati apparentemente insignificanti, ma li amano e li giustificano, divengono, secondo la definizione di San Basilio il Grande «infatuati dalle tenebre» privati della Luce e della Vita Eterna!

Figli nel Cristo Risorto,
Nella Chiesa di Cristo, per mezzo della fede ortodossa e delle buone opere, diveniamo «concittadini dei santi, membri della famiglia di Dio» (Ef. 2, 19), riceviamo la vita più alta, spirituale e carismatica e siamo «Luce nel Signore…Figli di luce» (Ef. 5, 8), figli della Resurrezione.
Questo dono ci sarà concesso fino alla fine e ci renderà degni dei beni divini e eterni, se partecipiamo alla Passione di Cristo, allo scopo di partecipare anche alla Resurrezione e alla deificazione, come, ispirato da un amore ardente per Cristo, ne esprime il desiderio San Gregorio Teologo: «Devo entrare nel sepolcro con Cristo, resuscitare con Cristo, divenire co-erede di Cristo, diventare figlio di Dio e dio io stesso».
Conseguentemente, i problemi e le difficoltà che incontriamo nella vita non devono farci paura né scoraggiarci. Non dobbiamo aver timore di lavorare con abnegazione al compimento delle virtù e dobbiamo dedicarci, con santo ardore e zelo gradito a Dio, a Cristo nostro Salvatore che ha sofferto ed è risorto per noi, alla preghiera, alla carità, alla continenza, alla speranza, alla mansuetudine, al perdono, alla misericordia, alla pazienza; e soprattutto alla partecipazione, nel pentimento, agli Immacolati Misteri. Senza cadere del tutto nell’inerzia o nella negligenza spirituale, considerandoci “arrivati”, compiuti e perfetti con sufficienza e vanto. Poiché siamo sempre dei debitori, «dei servi inutili» e «non abbiamo fatto altro che il nostro dovere» (Lc. 17, 10). Davanti a noi si aprono continuamente degli orizzonti luminosi e delle vette risplendenti di perfezione che ci chiamano a «essere in vista del premio della vocazione celeste di Dio in Cristo Gesù» (Fil. 3, 14)
Che la radiosa festività della Santa Pasqua su questa terra sia per noi un’anticipazione della divina Gloria e ineffabile illuminazione della Pasqua Celeste ed eterna. Amen!

Cristo è Risorto! È veramente Risorto!
L’Arcivescovo Kallinikos di Atene
e i membri del Santo Sinodo

giovedì 2 maggio 2019

JEAN, Evêque de Saint-DenisEGLISE CATHOLIQUE ORTHODOXE DE FRANCE Avril - Mai 1967 LETTRE PASTORALE DE PAQUES


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EGLISE CATHOLIQUE ORTHODOXE DE FRANCE
Avril - Mai 1967
LETTRE PASTORALE DE PAQUES


Christ est ressuscité ! Alléluia !

La joie pascale est si puissante pour les chrétiens que l'om­bre de la tristesse s'évanouit. D'une voix débordante d’allégresse, nous chantons à plein gosier : "C'est la Pâque; la Pâque du Seigneur, Pâque très pure qui brille sur nous, Pâque, terme de toute tristesse!"

Nous le chantons depuis deux mille ans, et si par volonté di­vine le monde s’arrêtait, nous crierions encore pendant des mil­lions données: "Christ est ressuscité! En vérité Il est ressusci­té!" Rien ne peut étouffer notre enthousiasme, ni notre joie to­tale et lumineuse.
En effet, si le Christ n’est pas ressuscité, l’histoire de l’humanité et l’existence du cosmos entier ne sont qu'absurdité.

Mais Il l’est. Telle est notre certitude, et alors "tout est illuminé, le ciel, la terre et l’enfer."

La vie de chacun aboutit au tombeau. Lui "resplendit, sortant du tombeau comme d’une chambre nuptiale". Il vivifie le monde par Son amour divin. Sans la Résurrection, toute la création chemine vers le tombeau universel, le vide glacial ou l’ennui mortel de l’éternel retour. Mais le Christ est ressuscité dans Sa chair, supprimant la domination de la mort, l’irréparable; dépassant le temps, libérant la matière de la pesanteur en lui procurant "la liberté glorieuse des enfants de Dieu".

S’il est ressuscité, nous ressusciterons aussi et avec nous l’univers, car nous sommes Ses membres. Il est notre Chef réca­pitulant en Lui toute création.

Il a participé pleinement à notre souffrance : affamé avec les affamés, haï, maltraité, crucifié afin que la tragédie du monde, nos guerres sanglantes et fratricides, nos maladies, la famine des peuples, la mort enfin, servent de marchepied à la Résurrection et au triomphe de la vie divine.

En hébreu, mes bien-aimés, Pâque signifie "passage". Le peuple hébreu a traversé la mer et le désert pour pénétrer dans la Terre promise. Pour nous, les milliards d’années de notre monde et l’histoire de notre race sont le passage, la Pâque vers la Résurrection universelle en Christ ressuscité. Nous avons traver­sé à pied sec la mer du paganisme, nous passons à pieds infatiga­bles le désert de l’athéisme pour parvenir à la glorieuse résurrection à laquelle nous participons déjà mystiquement, anticipant sur le temps, communiant au Christ glorifié avec le Père et l’Es­prit Saint aux siècles des siècles.

Riches de ce don unique, embrassons-nous les uns les autres! Disons :"Frères" même à ceux qui nous haïssent, pardonnons tout à cause de la Résurrection et clamons: "Christ est ressuscité des morts, par la mort Il a vaincu la mort! A ceux qui sont dans les tombeaux, Il a donné la vie! Alléluia !"

JEAN, Evêque de Saint-Denis



per EGLISE CATHOLIQUE ORTHODOXE DE FRANCE  si rimanda al seguente link 


Eglise Orthodoxe des Gaules  -sito  web 
http://www.eglise-orthodoxe.eu/orthodoxe_gaules_1.htm

 Église Orthodoxe Celtique- sito web della Chiesa 
http://www.eoc-coc.org/accueil/accueil/

 EGLISE ORTHODOXE FRANÇAISE- SITO WEB DELLA CHIESA
HTTPS://WWW.EOF.FR/ 

hanno canonizzato nella santa glorificazione  il vescovo Jean de Saint Denis 



per il caro fratello Spyridon a proposito di nonnine ed anime semplici

Benedetto XVI : la fede della massaia
così simile a quella di Pascal

L’editore Cantagalli pubblica omelie inedite del Papa emerito
Che sa legare vite ordinarie e teologia. Qui un ampio estratto di uno dei test

di JOSEPH RATZINGER - BENEDETTO XVI



Pubblichiamo un ampio stralcio di un’omelia inedita tratta dal volume di Joseph Ratzinger-Benedetto XVI Per amore (Cantagalli, pp. 192, e 17), a cura di Pierluca Azzaro, in libreria da giovedì 2 maggio. La raccolta di omelie, in gran parte mai pubblicate, è stata voluta dallo stesso Papa emerito e si incentra sul tema fondamentale della sua riflessione teologica, cui da pontefice dedicò la sua prima enciclica, Deus caritas est («Dio è amore»). Il testo che anticipiamo è un’omelia del Giovedì Santo tenuta a Monaco di Baviera il 12 aprile 1979.
Un sacerdote austriaco mio amico ha di recente pubblicato un ricordo di sua madre, la quale in un tempo difficile, in condizioni di bisogno che oggi a stento possiamo immaginare, mise al mondo undici figli di cui otto spontaneamente presero la via del sacerdozio e della vita religiosa. Quel che più colpisce nel libro è il racconto del testamento della madre. Nel suo ultimo giorno di vita, la mattina aveva partecipato come sempre alla celebrazione eucaristica e aveva ricevuto il Corpo del Signore; poi aveva svolto i suoi soliti lavori quotidiani. La sera, come di consueto, aveva benedetto le foto dei figli insieme al marito ed era quindi andata in cucina per prepararsi una tazza di caffè. Lì, poco dopo, fu trovata riversa a terra priva di sensi e tre ore dopo morì. Ma quel che sconvolge è che sul tavolo si trovò una cartolina che poco tempo prima le aveva scritto uno dei suoi figli; in un angolino di essa rimasto vuoto, con una grafia debole ma ancora ben leggibile, aveva scritto: «Fa’ di me quel che vuoi, solo concedimi di amarti pienamente».

Evidentemente aveva sentito che stava per essere sopraffatta dalla forza distruttrice della morte, dall’imprevedibile crollo fisico, e aveva colto l’ultimo istante disponibile per dire un’ultima parola ai suoi, per definire ancora una volta sé stessa. E aveva trasformato quell’istante alla soglia della morte, quell’istante di paura estrema in cui stava per essere sopraffatta dall’insondabile, in una libertà piena: «Fa’ di me quel che vuoi, solo concedimi di amarti pienamente».

Se anche non si sapesse nient’altro del percorso di questa donna, da questo si potrebbe senz’altro riconoscere quale cammino abbia compiuto per potere alla fine trovare, con tutta la semplicità che le era propria, una tale grandezza, una tale maturità e libertà. E non c’è nemmeno bisogno di alcuna spiegazione per rendersi conto come da una vita simile sia dovuta necessariamente promanare una specie di radioattività del bene che ancora sostiene e muove un’intera generazione rendendola a sua volta radioattiva del bene. E ancora: se anche non lo si sapesse, si potrebbe intuire, si dovrebbe presumere che una simile libertà in lei è cresciuta guardando a Gesù Cristo e vivendo in Gesù Cristo. In effetti questo è stato il suo cammino. Aveva vissuto con la liturgia e aveva cercato Cristo a partire da lì. E poiché una simile libertà proveniva da Cristo, per questo essa rimanda di nuovo a lui, lo indica e aiuta noi a vederlo meglio, a capirlo di più.
A me sembra che il messaggio del Vangelo di oggi — il messaggio delle ultime ore di Gesù Cristo sulla terra:«Avendo amato i suoi, li amò sino alla fine» — si può comprendere, grazie a quella frase e alla dinamica che contiene, meglio che non sulla base di dotti commentari. E grazie a essa possiamo capire meglio il mistero del Monte degli Ulivi, nel quale tutta la paura della creatura che si trova sola di fronte al nulla è tramutata in libertà. Nella libertà di un amore più grande: «Non sia fatta la mia, ma la tua volontà» (Lc 22,42). E siccome questo suo amore non era solo un vivere e un rispecchiare l’amore del Padre, ma era l’amore creatore del Figlio, per questo da esso proviene una radioattività del bene che giunge sino ai confini della terra, che è indistruttibile, che costituisce l’isola sottile ma affidabile della redenzione dalla quale viene quella luce che ci aiuta a vivere. (...)
Nella sua enciclica Redemptor hominis, il Santo Padre [Giovanni Paolo II] ha evidenziato come Gesù abbia riassunto tutto il suo messaggio in due frasi: «Credete al Vangelo» e «Convertitevi»
È l’invito a entrare nella gioia del suo amore, l’invito a entrare nell’Eucaristia. Ma quel Gesù che dice: «Venite!» e che si offre a noi è lo stesso che dice anche: «Convertitevi!» (...). In questa Enciclica egli ha anche fatto una diagnosi del nostro tempo che si accorda con la specificità di questa sera. Dice che il nostro tempo è il tempo di un nuovo Avvento. La parola Avvento innanzitutto ci fa venire in mente la consolazione e la gioia dell’attesa per l’avvicinarsi del Signore. Pensiamo all’attesa di Maria e alla luce silenziosa e gentile che da essa promana. Ma l’Avvento ha anche un’altra faccia. Significa anche la notte del Monte degli Ulivi. Significa anche trovarsi soli alla soglia del nulla e della morte. Significa lotta solitaria contro le potenze del caos nell’ora in cui i malvagi sono all’opera e i discepoli dormono.
Blaise Pascal, per molti anni segnato dalla malattia e che di continuo sperimentò la notte delle solitudini, la notte del Monte degli Ulivi, scrisse: «Gesù è in agonia sino alla fine dei tempi». Egli anche oggi è sul Monte degli Ulivi. E per accorgercene basta solo aprire un po’ gli occhi. Quante persone oggi sono spinte nella solitudine a motivo della loro fede, a motivo della loro coscienza; quante quelle spinte nella paura del nulla e della distruzione che le minaccia. E dobbiamo anche dire che i suoi discepoli dormono perché non vogliono o non sanno riconoscere la solitudine del Signore, il pericolo e la minaccia cui sono esposti i suoi. In tutti costoro c’è Avvento che invoca la trasformazione, che invoca la redenzione per mezzo dell’amore misericordioso di Gesù Cristo.