Grande scandalo s’è recentemente prodotto intorno a un reportage televisivo, proposto dalla Rai, che offriva uno spaccato di Transumanesimo italiano: in tono d’allarme esso alludeva allo spettro dell’eugenetica che aleggia sul capo dell’ideale transumanista. Polemiche non nuove, queste, nei confronti dell’ideologia del transumano: volendo chiamare in causa gli scritti del più celebre politologo degli ultimi due decenni, Francis Fukuyama, si potrebbero denunciare i rischi che questa costituisce per l’uguaglianza sociale dei diritti. Il sogno transumanista è quello di un essere che trascenda i limiti mondani dati all’umano: la possibilità che il superuomo eugeneticamente congegnato reclami per sé, rispetto all’uomo ordinario, diritti in quantità e forma smisurate stride mostruosamente anche agli orecchi dell’egualitarista più timido. Il dissenso, però, si concentra quasi sempre nelle mani del dibattito etico e laico, configurando la questione come una disputa morale tra le altre. Qui, invece, si vuole protestare la natura fatale dell’ideologia transumanista, che istituisce, e in sé cela, un pericolo inaudito per l’essenza congenita del Cristianesimo e per lo spazio che esso occupa in Occidente.

Se l’apprensione morale per i diritti di libertà e uguaglianza è plausibile, da una prospettiva secolarizzata, nondimeno la minaccia contro cui si dovrebbe esprimere maggior inquietudine coinvolge un orizzonte bimillenario assai più vasto, quello giudaico-cristiano. Il senso del Cristianesimo originale – come evidenziato pochi giorni fa in Occidente senza eschaton – si condensa intorno al focolare della promessa di Cristo, la promessa escatologica della vita eterna. Nel lanciare il loro monito, queste righe vogliono richiamare qualcosa che, oggi, agli occhi di alcuni può sembrare quasi eretico: la resurrezione cristiana, nucleo della promessa di Cristo, non è spirituale né mistica, ma resurrezione dei corpi. Promessa materiale della salvezza in mezzo a noi, non in noi, come sostenne un esegeta eversivo di nome Sergio Quinzio, che tante parole spese contro le interpretazioni platoneggianti delle Scritture. Di Quinzio, dunque, sarebbe abietto non considerare alcuni passi rivelatori:
L’invocazione del credente non chiede infatti ciò a cui l’uomo ha astrattamente diritto, ma ciò che Dio, stabilendo un patto con Abramo e attraverso Abramo con il suo popolo, promette come ricompensa alla fedeltà, o come sovrabbondante misericordia. Che cosa ha dunque promesso Dio? Basta scorrere le pagine della Bibbia. L’arcobaleno che compare nel cielo dopo il diluvio è il segno dell’alleanza di Dio con la carne: “Tale è il segno dell’alleanza che io metto fra me e ogni carne che è sulla terra” (Gn 9,17). La promessa non riguarda l’anima o lo spirito, ma la carne e la terra. 

Fin dai primi secoli della chiesa, di molti passi (delle Scritture ndr) venne fatta una lettura allegorica, secondo la quale i beni materiali promessi nell’antico Testamento (come se fosse solo materiale vivere senza angoscia sulla propria terra e vedere nella pace la propria sposa e i propri figli!) non sono che il simbolo dei beni spirituali promessi ai beati nell’eternità celeste. Questa interpretazione ellenizzante è prevalsa nella tradizione ecclesiastica sia d’Oriente che d’Occidente, sebbene i Padri apostolici, più vicini alle origini neotestamentarie fossero ancora pienamente consapevoli che la redenzione cristiana riguardava non le realtà interiori e spirituali, invisibili, bensì la concretezza dell’esistenza storica e della corporeità.
Le voci che, uggiosamente ortodosse, si alzano invece dal papato hanno unicamente sapore di redenzione interiore. Il punto è questo: se Cristo, duemila anni fa, promise alla carne vita senza fine, oggi questa promessa è divenuta il fulcro dell’intento transumanista, seppur con una differenza focale rispetto all’originale cristiana: in Cristo trionfava lo scioglimento del dramma della carne; il Transumanesimo, dal canto suo, vuol farsi campione del successo di una potenza umana ormai adorna dei fronzoli della Tecnica occidentale. Si tratta, insomma, del dominio incosciente dell’umano su tutto ⎼ votato a una esistenza di natura incerta ⎼ contro la promessa cristiana del rimedio ultimo all’angoscia corporea.

Ecco, allora, che il sogno del transumano si propone, di fatto, come nuovo attuatore di quella promessa vita eterna il cui schema è sorto in seno al Giudaismo e al Cristianesimo. Di fronte alla minaccia del deturpamento, dunque, il cristiano deve porsi la domanda: come reagire? Se l’esegesi delle Scritture ha troppo spesso tralasciato la valenza materiale della promessa cristiana, allora proponiamo che di essa ci si riappropri: in molti, fedeli e laici, non riescono a decifrare la natura della Resurrezione che dovrebbe seguire il Giudizio Universale. Non è loro mancanza, ma un difetto di chiarezza dottrinale. È giunto, dunque, il momento di dichiararlo, anche a costo di scatenare l’ilarità affrettata del secolarismo scientista d’oggi: il cristiano crede nella Resurrezione finale dei corpi, ai quali sarà restituita, infine, la forma mondana. Una tale rivoluzione esegetica consentirebbe alla cristianità di occupare nuovamente quello spazio che l’ideale transumanista sta saccheggiando, lo spazio della promessa di vita eterna. In questo chiarimento affiorerebbe il vero carattere della rivoluzione, il cui senso autentico risiede nel rivolgersi a ciò che, relegato al passato, si è perduto a proprio detrimento.
Ciò malgrado, i sentieri attualmente percorsi dalla cristianità abbracciano tendenze e propensioni assai diverse da quelle della resistenza che sarebbe necessaria per la difesa dello spazio che viene via via espropriato. Sembra quasi che, dottrinalmente, la cristianità abbia relegato la promessa materiale di vita eterna nel cantuccio più buio della dimora evangelica. Eppure la Chiesa, com’è verosimile, conosce bene l’insidia transumanista: perché, dunque, la sua magra dialettica? Dalla Porta Santa non si leva alcuna voce a rivendicare il primato cristiano della vita eterna nella carne.

Nell’intento sfiduciato di dare a ciò una spiegazione, bisogna forse calarsi, quasi, nel campo della strategia militare, avulso solo in apparenza alla questione. Da duemila anni ⎼ già duemila anni d’attesa ⎼ serpeggia sull’uomo di fede una eventualità ripugnante, ma il riconoscimento della quale è cosa assai più radicale dell’ateismo che spopola: che Dio non salvi il suo popolo, che la vita eterna della carne, infine, non abbia luogo. È la possibilità del fallimento. Questo è un non-detto, eppure un orrore ben noto alla Chiesa. Vogliamo scagliare sul tavolo, allora, una congettura ingloriosa: se il presentimento collettivo del fallimento condanna l’autore del fiasco all’ignominia, perché non supporre che a San Pietro s’intenda lasciar ricadere tale ignominia su quella milizia transumanista che s’è resa usurpatrice della promessa di Cristo? Mano libera, perciò, ai transumanisti: i limiti connaturati alla Tecnica sono tanto evidenti da render certa la rovina del loro traguardo di perfezione, non raggiungibile per mano umana; paghino loro la disfatta del sogno di vita eterna.
Se così non fosse, si dovrebbe non solo sancire la dissoluzione della schiera cristiana, ma anche porre sulle spalle della cristianità l’onere dell’oblio di un punto essenziale di dottrina: la resurrezione carnale. I segni dello sfregio iniziano a farsi evidenti sul volto di un Cristianesimo il cui popolo ripudia la rivoluzione, circa le scelte della Chiesa, invece, a voi la scelta: capo stratega o milite morente?