sabato 27 ottobre 2018

Dal mio archivio 2010- dal web- ma non è citato l'autore La guarigione della donna emorroissa e la risurrezione della figlia di Giairo (Luca 8:41-56)

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L'epistola di oggi (Efesini 2:14-22) è un grande richiamo a questa santità, che ci rammenta come siamo "concittadini dei santi e familiari di Dio". E un nostro compito nell'ascoltare queste parole è quello di prepararci al processo che ci porterà a partecipare alla natura stessa di Dio. Ecco perché in questi momenti è tanto importante la nostra attenzione, anche quando il prete si mette a dirci alcune parole di spiegazione del brano del Vangelo appena letto. È facile annoiarsi, immaginare di avere sentito tutto quello che c'è da dire su un brano del Vangelo che magari abbiamo ascoltato cento volte. Ebbene, potremmo ascoltarlo anche "settanta volte sette" (Matteo 18:22, indicatore di un numero infinito), e ancora trovare tante cose che parlano al nostro cuore.
In questo brano leggiamo di due miracoli, la guarigione della donna afflitta da un flusso di sangue e la risurrezione della figlia di Giairo: due miracoli raccontati nella stessa storia, che anche se esternamente appaiono molto diversi, in realtà sono lo stesso miracolo. Vediamo come.
Intanto, queste due persone hanno entrambe sentito parlare di Gesù. Hanno sentito parlare dei suoi miracoli: ricordate il Vangelo della settimana scorsa, come l'intero paese dei Gadareni ha conosciuto la potenza di Cristo attraverso la guarigione dell'uomo indemoniato; prima ancora, una parola del Signore aveva guarito il servo del centurione. Così accade quando ci sono persone davvero disperate: sentendo parlare di qualcuno che può aiutarle, corrono a cercare questo aiuto. Ebbene, noi siamo cristiani, o almeno diciamo di esserlo! Siamo convinti - almeno in qualche parte nascosta del nostro cuore - che Cristo ci può aiutare e venire incontro. Pensate che nel mondo non esistano oggi persone come questo capo della sinagoga e questa donna inferma? Quanti attorno a noi sono davvero disperati, assetati di una parola di salvezza, di un senso da dare alla propria vita? Più di quanti possiamo immaginare! E il nostro compito come cristiani è PARLARE DI CRISTO! Non è necessario che ci mettiamo a suonare le trombe o a gridare in piazza. Basta mostrare a chi ci circonda che noi crediamo in un Signore che ci è amico e che ci ascolta, basta che diciamo di avere sperimentato nella nostra vita la forza della preghiera, e allora chi ha sete di Dio VORRÀ SAPERE. Ma non dimentichiamo che questa testimonianza è un compito che è affidato a ciascuno di noi.
Un'altra somiglianza che accomuna queste due storie di miracoli è che a entrambi viene richiesta una certa dose di pazienza. La donna ha atteso ben dodici anni prima della sua guarigione; Giairo, che ha fretta di condurre il Signore nella propria casa, deve attendere (immaginiamoci con quanta angoscia) che la folla si assiepi attorno a Gesù da ogni parte, facendolo ritardare fino al momento terribile della morte della figlia. Perché questi tormenti? Per accrescere la fede. Anche noi, se vogliamo che Cristo agisca nella nostra vita, dobbiamo avere abbastanza fede da lasciarlo agire nel momento che Egli conosce come il più opportuno, e non quando vorremmo noi, con la nostra visione limitata.
La donna in particolare (di cui la Santa Tradizione ci ricorda anche il nome, Santa Veronica, una delle prime donne che testimoniarono la parola di Gesù) sembra avere pagato un prezzo ben caro. Dodici anni di sofferenze che nessun medico ha potuto curare! Ebbene, ricordiamo che il sangue ha un importante senso rituale e simbolico nella Bibbia. Una persona afflitta da continue emorragie non poteva entrare nel Tempio a pregare, e pertanto questa donna era stata esclusa per tanto tempo, e considerata impura. L'emorragia è anche un'immagine molto efficace dei nostri peccati, che continuano a farci perdere forza, anche quando non ne siamo consapevoli, anche quando non lo ammettiamo a noi stessi. Ma questi anni di sofferenze hanno anche temprato la fede della donna: il passo parallelo del Vangelo di San Marco ci racconta i suoi pensieri segreti, la sua sicurezza di poter ottenere la guarigione toccando il lembo del mantello di Gesù. E di fatto la guarigione avviene.
Le parole di Cristo sono significative: questo "chi mi ha toccato?" in mezzo a una folla che lo circonda da ogni parte, ci fa capire come dobbiamo accostarci a lui. Non è importante solo avvicinarsi a lui, ma avvicinarsi a lui CON FEDE, riconoscendo in Lui il Signore della nostra vita: solo così, con la nostra attiva partecipazione, Egli potrà aprirci la via della salvezza.
Quanti peccati fanno sanguinare la nostra anima? Da quanti anni ci perseguitano? Non importa quanto siano gravi, il Signore ci è sempre di fronte a offrire il perdono. E anche se sentiamo di avere profondamente sbagliato, Egli ci accoglie comunque. Tocchiamo il Signore, pregandolo con fede, e i risultati di questa azione ci colmeranno di meraviglia.
In questa fede, che viene esaltata di fronte a tutta la folla, vediamo forse l'unica differenza essenziale tra le due figure della donna e di Giairo. Quest'ultimo non viene lodato, perché la sua fede non è altrettanto forte. E quanto è significativo questo brano, che ci dice che il capo della sinagoga (che pure è un uomo buono, che ha rispetto per Cristo) non ha tanta fede come una donna "impura" che soffre...!
Ma anche questa guarigione serve a rafforzare la fede di Giairo: avendo visto con i suoi occhi, e non più soltanto sentito dire, qual'è il potere di Cristo, egli è molto più preparato alla prova che ancora gli resta da affrontare: il dolore di una perdita improvvisa. Abbiamo bisogno anche noi di questo genere di consolazione, perché se anche vediamo cento volte attorno a noi i miracoli di Cristo, abbiamo ancora la tendenza a disperarci quando una tragedia ci colpisce di persona. A Giairo vengono ancora chieste umiltà e pazienza, e il desiderio di migliorare anche quando tutto sembra inutile. Pensiamoci, quando ci viene la tentazione (davvero diabolica) di "non disturbare il Maestro", perché tanto ci sembra che non riusciremo mai a liberarci dai nostri peccati.
Non importa quanto gravi possano essere i nostri peccati; non importa per quanti anni ce li siamo trascinati dietro come un'emorragia; non importa se ci sembrano tanto gravi e irrimediabili come la morte di una figlia: andiamo incontro a Cristo al di là di tutte le nostre illusioni, e tocchiamo con fede anche solo l'orlo del suo mantello, ed Egli ci guarirà secondo la nostra fede.
Amen.

http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSezDoc.php?cat_id=34&id=253

Domenica VII di Luca-Omelia del Padre llie Cleopa Predică la Duminica a XXIV-a după Rusalii ( Despre cei adormiţi în Hristos ) Versiune fara diacritice | Predici la duminici Iar El a zis: Nu plîngeţi; nu a murit, ci doarme (Luca 8, 52)http://paginiortodoxe2.tripod.com/predici_cleopa_duminici/dumin24rusalii.html


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Trascrivo  copiando in rumeno la predica del Padre Cleopa di venerata memoria  e spero che qualcuno/qualcuna dei fratelli e delle sorelle in Cristo possano tradurla in italiano affinchè io riapra il post e inserisca anche la traduzione  
Domenica VII di Luca  XXIV dopo Pentecoste  la Resurrezione della Figlia di Giairo e la guarigione della donna con flusso di sangue da dodici anni

Vangelo di Luca  8,40-56


http://paginiortodoxe2.tripod.com/predici_cleopa_duminici/dumin24rusalii.html
Predică la Duminica a XXIV-a după Rusalii
( Despre cei adormiţi în Hristos )
Versiune fara diacritice | Predici la duminici
Iar El a zis: Nu plîngeţi; nu a murit, ci doarme (Luca 8, 52)

Iubiţi credincioşi,
În Sfînta Evanghelie de astăzi aţi auzit despre două minuni mari şi preaslăvite, pe care le-a făcut Domnul Dumnezeul şi Mîntuitorul nostru Iisus Hristos. Una cu vindecarea femeii care era în curgerea sîngelui de doisprezece ani; iar alta cu învierea fiicei lui Iair, mai marele sinagogii din Capernaum. În predica de azi vom vorbi despre cei adormiţi în Domnul.
Dar mai întîi să ne punem o întrebare. Pentru care pricină a zis Mîntuitorul către cei ce erau de faţă şi plîngeau după fiica lui Iair, care murise: Nu plîngeţi; nu a murit, ci doarme (Luca 8, 52).
Iată răspunsul: Acest cuvînt l-a zis Mîntuitorul, ca să ne arate că, după venirea Sa cu trupul în lume, toţi cei ce vor crede în El şi vor face poruncile Lui, nu vor mai muri cu sufletul. Chiar de mor cu trupul, ei sînt vii înaintea Lui, după cum şi în alt loc al Sfintei Evanghelii ne-a spus Hristos: Cel ce va crede întru Mine, chiar de ar muri, viu va fi (Ioan 11, 25). Adică, unii ca aceştia numai cu trupul sînt adormiţi, iar nu şi cu sufletul.
Acest adevăr ni-l arată pe larg şi marele Apostol Pavel care zice: Fraţilor, despre cei ce au adormit, nu voiesc să fiţi în neştiinţă ca să nu vă întristaţi ca ceilalţi, care nu au nădejde (I Tesaloniceni 4, 13). Care sînt cei ce nu au nădejde? Sînt cei care cred că odată cu moartea trupului, moare şi sufletul şi că niciodată nu vor mai învia cei morţi ai lor, precum au fost şi sînt păgînii închinătorii de idoli şi toate popoarele care nu cred în Hristos şi în învierea Lui din morţi.
Noi însă, credem că Iisus a murit şi a înviat. Şi, la fel credem că Dumnezeu pe cei adormiţi întru Iisus, îi va aduce la învierea, cea de apoi, împreună cu El (I Tesaloniceni 4, 14). Căci dacă am murit împreună cu Hristos, credem că vom vieţui împreună cu El (Romani 6, 8; I Corinteni 15, 49). Cît despre cei morţi în credinţa în Iisus Hristos, ei nu sînt morţi ci adormiţi, aşa cum adevereşte Sfînta şi dumnezeiasca Scriptură, care zice: Hristos a înviat din morţi, fiind începătura învierii celor adormiţi (I Corinteni 15, 20). Vedeţi că nu zice: începătura învierii celor morţi, ci a acelor adormiţi?
Aşadar, prealuminat ne arată aceste mărturii ale Sfintei Scripturi că cei ce mor cu credinţa în Iisus Hristos, nu sînt "morţi", căci după cum nu putem zice unui om ce doarme că este mort, tot aşa şi celor ce au adormit în Hristos nu le putem spune că sînt morţi, ci adormiţi. Aceştia, la judecata de apoi, se vor scula şi vor avea mărturie de la Hristos înaintea Tatălui, despre credinţa lor cea dreaptă şi despre faptele lor cele bune (Matei 10, 32; 25, 34; Luca 12, 8; Apocalipsa 3, 5). Aşa a adormit în Hristos, Sfîntul întîiul mucenic şi arhidiacon Ştefan, fiind ucis cu pietre de către iudei pentru mărturisirea lui Iisus Hristos, care se ruga şi zicea: "Doamne Iisuse, primeşte duhul meu!" Şi îngenunchind a strigat cu glas mare: Doamne, nu le socoti lor păcatul acesta! Şi zicînd acestea a adormit (Fapte 7, 59-60).
Aşa au adormit milioane de sfinţi şi martiri care au crezut şi au mărturisit pe Hristos şi care nu sînt morţi, ci adormiţi în Hristos pînă la obşteasca înviere.
Iubiţi credincioşi,
După ce aţi auzit că toţi cei ce mor cu credinţă statornică în numele lui Iisus Hristos, nu sînt morţi ci adormiţi, este bine să arătăm şi în ce fel vor învia cei adormiţi în Hristos. Trebuie să ştiţi şi să înţelegeţi, că toţi cei adormiţi în Hristos, nu se vor scula la judecata viitoare, tot aşa cum au fost cînd au murit cu trupul. Nu, cu adevărat nu.
Avem atîtea mărturii în Sfînta Scriptură despre acest lucru că la judecata de apoi, cu mare prefacere se vor schimba trupurile celor adormiţi în Hristos şi cu însuşiri şi daruri preaminunate se vor îmbrăca atunci. Pe aceste însuşiri şi daruri ale trupurilor celor adormiţi în Hristos, ni le arată Marele Apostol Pavel, zicînd: Seamănă-se întru stricăciune, scula-se-va întru slavă; seamănă-se întru slăbiciune, scula-se-va întru putere; seamănă-se trup firesc, scula-se-va trup duhovnicesc (I Corinteni 15, 42-44).
Apoi, arătînd că este trup firesc şi trup duhovnicesc, zice: Este trup firesc, este şi trup duhovnicesc. De aici înţelegem că trupurile drepţilor la judecata cea viitoare vor străluci ca soarele, după cum a zis Domnul Însuşi: Atunci drepţii vor străluci ca soarele întru împărăţia Tatălui lor (Matei 13, 43). Mai trebuie să ştim că preaminunată va fi atunci acea uşurime şi lesne mişcare a trupurilor drepţilor. Atunci ei se vor purta cu iuţeala fulgerelor în orice parte a lumii şi ca gîndul vor zbura din cer şi vor veni la mormintele şi la trupurile lor (Uşa pocăinţei, Braşov, 1812, Cartea a II-a, p. 85 şi Cartea a IV-a, p. 254).
Nici o întîrziere nu li se va pricinui lor din greutatea duhovniceştilor trupuri. De aceea înţeleptul Solomon cu scînteile focului a asemănat pe drepţi, zicînd: Ca scînteile prin foc vor fugi (Înţelepciunea lui Solomon 3, 7); căci scînteile focului cînd se împrăştie de vînt, pretutindenea cu mare lesnire se risipesc. Încă vor avea în vremea aceea trupurile drepţilor mare şi covîrşitoare subţirătate, încît vor trece prin celelalte trupuri şi prin orice fel de materie, asemenea cu trupul Domnului după înviere, care a trecut prin piatra mormîntului şi prin uşile încuiate ale ucenicilor cu mare lesnire şi fără de nici o oprire.
Dar, fraţii mei, cine poate spune cîtă bucurie şi cîtă mirare va fi atunci cînd aceste suflete duhovniceşti şi slăvite vor veni din cer la judecata viitoare, cu ochii lor plini de lumină şi de bucurie şi vor căuta pe pămînt trupurile lor. Ce fel de vorbire se va face împreună atunci între sufletele şi trupurile lor? Cîte dulci şi sfinte sărutări, cîte duhovniceşti îmbrăţişări vor face atunci sufletele către trupurile lor cu care au vieţuit pe pămînt? Atunci va zice sufletul către trupul său, cuvîntul cel din Sfînta Scriptură: Cît de frumos eşti dragul meu, şi cît de drăgăstos eşti tu (Cîntarea Cîntărilor 1, 15. Iubitul meu este alb şi rumen şi întru zeci de mii este întîiul. Trandafirii mirositori sînt obrajii lui, strat de ierburi aromate, iar buzele lui la fel cu crinii roşii (Cîntarea Cîntărilor 5, 10-13). După aceste convorbiri va zice sufletul către trupul său: "Vino, trupule, prietenul meu din măruntaie să ne unim unul cu altul împreună, ca un mire cu mireasa sa, că iată iarna a trecut şi s-a sfîrşit, iar grindinile, furtunile şi tulburările lumii nu mai sînt.
Bunătăţile cerurilor se gătesc, bucură-te dar fratele meu împreună locuitorule. Acum Dumnezeu a dat sfîrşit dorului meu celui de mult pe care îl aveam de a mă întîlni şi de a mă uni cu tine. Cîte osteneli am suferit noi împreună pe pămînt, cîte scîrbe, cîte suferinţe, cîte lacrimi am vărsat împreună, cîte privegheri, cîte dureri am răbdat împreună cînd eram în viaţa cea de pe pămînt şi suspinam după viaţa cea veşnică? Dar acum, moartea s-a pierdut, patimile s-au prăpădit, a sosit viaţa şi învierea, nestricăciunea şi odihna. Unde ai fost atîţia ani, unde atîta vreme ai locuit? Ci, o Dumnezeule, cum trupul acesta al meu zăcea în groapa oaselor celor fără de suflare, iar eu umblam plimbîndu-mă prin rai, îndulcindu-mă din parte din frumuseţile lui pentru puţina mea dare de plată!
Vino dar acum, trupul meu, şi să luăm plăţile deplin. Fiindcă şi tu ai fost împreună călător şi ajutător la ostenelile mele, tu ai răbdat ocările şi necinstea împreună cu mine pentru Hristos, aspra vieţuire a postului şi a privegherii, crucea pocăinţei, lipsa hranei, lipsirea de cele spre trebuinţă, toate cu osîrdie împreună cu mine le-ai răbdat. De cîte ori ai scos pîinea din gura ta ca să hrăneşti pe cei săraci! De cîte ori te-ai golit pe tine, ca să îmbraci pe cei goi! De cîte ori ai lăsat pămînturile şi moşiile tale, averile, bogăţia şi cinstea ta, ca să nu strici pacea cu vecinii tăi! Cu dreptate dar este, cîte lacrimi împreună cu mine ai semănat, iarăşi împreună cu mine bucurii să seceri. Şi la cîte ai fost împreună cu mine părtaş la osteneli şi ajutor, la acestea să te faci împreună cu mine părtaş al slavei mele.
Deci, scoală-te fratele meu din praf şi te uneşte cu mine, ca să umblăm împreună şi să ne împărtăşim împreună de răsplata ostenelilor noastre" (Ibidem, p. 83-86).
Iubiţi credincioşi,
Am vorbit pînă aici despre cei adormiţi în Hristos, despre darurile şi însuşirile pe care le vor avea trupurile celor adormiţi în Hristos la judecata viitoare şi despre convorbirea ce vor avea sufletele drepţilor cu trupurile lor înviate la judecata cea de obşte în vremea de apoi.
Acum voi adăuga din Vieţile Sfinţilor o istorioară sfîntă şi adevărată prin care Dumnezeu ne-a arătat în chip minunat învierea cu trup a celor adormiţi în Hristos.
Pe vremea împăratului Teodosie cel Tînăr, care a luat împărăţia Bizanţului în anul 408 după venirea Domnului, s-a ivit un eres blestemat, care zicea că nu vor învia morţii. Iar Preabunul nostru Mîntuitor, care pururea poartă grijă de Biserica Sa, pe care a răscumpărat-o cu Preascump sîngele Său, a arătat o mare şi preaslăvită minune despre învierea celor adormiţi întru El în acest chip: Şapte tineri creştini ostaşi cu rînduiala, din oraşul Efes, a căror nume erau: Maximilian, Ianvlih, Exacusodian, Martinian, Ioan, Dionisie şi Antonie, pe vremea marilor prigoane din partea păgînului împărat Decie, au fugit din faţa muncitorilor şi s-au ascuns în peştera muntelui ce se chema Ohon. Stînd ei acolo la rugăciune către Dumnezeu, au adormit în această peşteră şi au dormit 192 de ani, pînă pe vremea împăratului Teodosie cel Tînăr.
Deci, cu puterea lui Dumnezeu trezindu-se ca dintr-un somn preadulce, li s-a făcut foame şi au trimis în oraşul Efes pe Ianvlih, cel mai tînăr dintre ei, să le cumpere ceva de hrană. Acela luînd nişte bani de argint, s-a dus în cetatea Efesului cu mare grijă ca să nu fie cunoscut de cineva spre a fi prins de cei ce chinuiau pe creştini... şi mergînd la un vînzător de pîine, a scos un ban de argint şi i l-a dat vînzătorului. Dar banul acela avea pe el chipul lui Deciu, cel ce împărăţise de demult. Văzînd acest lucru vînzătorul de pîine a prins pe Sfîntul Ianvlih şi i-a zis: "De unde ai găsit această comoară să ne spui şi nouă, iar de nu, te vom da pe mîna judecătorului". Apoi a dus pe Sfîntul Ianvlih la antipatul şi la episcopul cetăţii.
Auzind Sfîntul Ianvlih că împăratul Deciu a fost de demult a căzut cu faţa la pămînt şi a zis: "Tot Deciu este împărat în cetatea aceasta?" Iar episcopul i-a zis: "Nu, fiule. Acest împărat păgîn a fost de demult. Acum împărăţeşte peste noi drept credinciosul împărat Teodosie". Atunci Sfîntul Ianvlih a zis: "Mă rog vouă să mergeţi după mine să vă arăt peştera muntelui Ohon şi pe prietenii mei ca să ştiţi de la dînşii adevărul. Căci noi, fugind din faţa păgînului împărat Deciu, mai înainte cu cîteva zile, ne-am ascuns în peştera aceea, iar pe el l-am văzut intrînd în cetatea Efesului".
Apoi episcopul şi antipatul cu mai marii cetăţii au mers cu tînărul şi cu mulţime de popor la peşteră. Iar la gura peşterii au găsit între două pietre, două tăbliţe de plumb pe care erau scrise aceste cuvinte: "Aceşti şapte tineri sfinţi, au fugit din faţa muncitorului Deciu şi s-au ascuns în peştera aceasta, iar Deciu a poruncit de s-a astupat peştera şi aşa s-au sfîrşit într-însa aceşti tineri care au murit pentru Hristos" (a se vedea pe larg Vieţile Sfinţilor, la 4 august). Citind aceste,a toţi s-au umplut de mirare şi au preaslăvit pe Dumnezeu. Apoi, intrînd în peşteră, au găsit pe sfinţii tineri şezînd plini de bucurie, cu feţele strălucind ca lumina, de harul lui Dumnezeu. Deci văzîndu-i pe ei antipatul şi episcopul şi cei mai mari ai cetăţii, au căzut şi s-au închinat pînă la pămînt la picioarele lor, şi au dat mare slavă lui Dumnezeu, că i-a învrednicit să vadă o minune preaslăvită ca aceasta.
Auzind împăratul Teodosie aceasta, a venit la peşteră şi, intrînd a văzut pe sfinţi ca pe nişte îngeri ai lui Dumnezeu şi, căzînd în genunchi li s-a închinat lor.
Vorbind împăratul Teodosie cu ei şapte zile, i-a văzut plecîndu-şi capetele lor şi adormind somnul morţii, după porunca lui Dumnezeu. Apoi a poruncit să se facă şapte sicrie de aur, în care purtînd sfintele trupuri ale sfinţilor tineri, i-a îngropat acolo în peşteră.
Iubiţi credincioşi,
Ce datorii avem noi faţă de cei adormiţi, mai ales faţă de morţii noştri?
Să ne rugăm lui Dumnezeu pentru iertarea şi odihna sufletelor lor. Şi cum nu ştim care dintre cei adormiţi au fost mîntuiţi sau nu, sîntem datori să ne rugăm lui Dumnezeu pentru toţi morţii noştri, pomenindu-i regulat la Sfînta Liturghie şi la parastase cu dezlegări. Iar în familie sîntem datori să facem milostenie la săraci în numele lor. Milostenia şi slujbele cu dezlegări la biserică sînt singurele căi de ajutorare a celor răposaţi. Prin acestea Biserica a scos multe suflete din osîndă şi le-a mîntuit.
Şi dacă cei adormiţi au fost în viaţă credincioşi, iubitori de Dumnezeu şi de biserică, milostivi, smeriţi şi apoi spovediţi şi împărtăşiţi înainte de moarte, slujbele şi dezlegările îi mîntuiesc sigur şi îi scot din osîndă la odihnă.
Iar dacă, dimpotrivă, au trăit în viaţă indiferenţi şi departe de Dumnezeu şi de biserică şi au murit nespovediţi, slujbele şi milostenia nu le mai uşurează osînda sufletului, căci nimeni din cei ce mor nedezlegaţi prin spovedanie nu pot intra în odihna raiului, căci zice Mîntuitorul în Sfînta Evanghelie: ce veţi dezlega - prin spovedanie - pe pămînt, va fi dezlegat şi în cer...
Aşadar foarte mult putem ajuta la mîntuirea răposaţilor noştri prin slujbe şi milostenie în numele lor. Că fiii Bisericii lui Hristos prin moarte nu mor, adică nu sînt aruncaţi în osînda veşnică a iadului, ci dorm, adică se odihnesc cu drepţii în sînul lui Avraam, adică în rai, pînă la Judecata de apoi. De aceea este păcat ca noi creştinii să plîngem ca nişte deznădăjduiţi pe cei morţi, ci numai să ne întristăm pentru plecarea lor dintre noi, ca cei ce au nădejde.
Vă spun şi aceasta, că este păcat şi oprit de Biserică să pomeniţi la sfintele slujbe pe cei ce au fost necredincioşi, adică lepădaţi de Dumnezeu, sau sectanţi, adică lepădaţi de Ortodoxie, care au murit atei sau în vreo sectă. La fel, nu puteţi pomeni la biserică pe cei ce s-au sinucis şi pe copiii avortaţi, pentru că primii şi-au pierdut nădejdea de mîntuire, iar ceilalţi nu au fost botezaţi. Nu pot fi pomeniţi la slujbe nici creştinii care au refuzat preotul şi Sfînta Împărtaşanie înainte de moarte sau care n-au vrut să se împace şi să ierte pe duşmanii lor nici măcar în ceasul morţii. Pe toţi aceştia nu-i puteţi pomeni.
O mare datorie avem şi faţă de noi înşine şi de fiii noştri. Aceea de a duce pe pămînt o viaţă curată, creştinească, legată permanent de Hristos, ştiind că nu cunoaştem ceasul morţii fiecăruia dintre noi şi că fiecare în ce va fi găsit, în aceea va fi judecat!
Deci să ne pocăim fiecare de păcatele noastre, acum cînd mai avem putinţă şi puţină vreme. Să ne spovedim şi împărtăşim cît mai des cu Prea Cinstitele Taine; să ne rugăm neîncetat lui Dumnezeu cu credinţă şi cu nădejde; să îndemnăm şi pe fiii şi fraţii noştri la pocăinţă şi sfinţenie, iar pentru cei răposaţi să ne rugăm aşa cum ne învaţă Sfînta Biserică: "Cu sfinţii odihneşte, Hristoase, sufletele adormiţilor robilor Tăi, unde nu este durere, nici întristare, nici suspin, ci viaţă fără de sfîrşit". Amin.

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mercoledì 24 ottobre 2018

La Divina Eucarestia Metropolita Gennadios Arcivescovo Ortodosso d'Italia e Malta 2011

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http://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=571:la-divina-eucarestia&catid=168:monachesimo-e-spiritualita&lang=it


L’Eucarestia è, secondo Sant’Ignazio d’Antiochia, «φάρμακον ἀθανασίας» “farmaco d’immortalità”. E’ il Corpo ed il Sangue di Cristo; è amore, è l’inesauribile fonte della Grazia Divina. L’Eucarestia è il più prezioso dono della Chiesa e della società umana.
    Essa è la “mistica mensa” (ἡ μυστική Τράπεζα) di Gesù Cristo ed i fedeli sono i «συνδαιτυμόνες» (“commensali”) benedetti, che, nutrendosi, vivono in comunione con Lui.
    “Μετὰ φόβου Θεοῦ, πίστεως καὶ ἀγάπης προσέλθετε.”
    “Con timore di Dio, con fede e amore avvicinatevi” invita il sacerdote ed i Divini Doni sono offerti a tutti i fedeli.
    “Μελίζεται καὶ διαμερίζεται ὁ Ἀμνὸς τοῦ Θεοῦ, ὁ μελιζόμενος καὶ μὴ διαιρούμενος· ὁ πάντοτε ἐσθιόμενος καὶ μηδέποτε δαπανώμενος ἀλλὰ τοὺς μετέχοντας ἁγιάζων.”
    “Si spezza e si spartisce l’Agnello di Dio: Egli è spezzato e non si divide, è sempre mangiato e mai si consuma, ma santifica coloro che ne partecipano”, medita il sacerdote durante la Liturgia di San Giovanni Crisostomo, dopo la consacrazione («Μετουσίωσις») dei Divini Doni.
    Rispondiamo “sì” a questa altissima offerta divina di salvezza; rispondiamo “sì” ai Divini Doni, con la nostra partecipazione alla comunione, anzi diventiamo partecipi della Cena Eucaristica e troviamo il Regno di Dio; vale a dire, diventiamo partecipi della vita incorruttibile ed eterna, diventiamo realmente “σύσσωμοι Χριστοῦ” (“incorporati in Cristo”).
    Conosciamo molto bene che Gesù Cristo sulla croce ha offerto il proprio sangue, la propria vita per noi e per la nostra salvezza: “Nessuno ha amore più grande di questo: dare la vita per i propri amici” (Gv 15,13).
    Comunicando con il Corpo e Sangue di Cristo, “nostro Signore e nostro Dio”, secondo l’espressione apostolica di San Tommaso “εἰς ἄφεσιν ἁμαρτιῶν καὶ εἰς ζωὴν αἰώνιον”, “per la remissione dei peccati e per la vita eterna” dal “comune calice”, che accettiamo personalmente e liberamente, e grazie a cui partecipiamo al Sacramento della Divina Eucarestia, si realizza la nostra unione con il Corpo di Cristo.
    Questa unione è offerta divina; è dono della Grazia di Dio. Aggiungiamo ancora che questi Doni Divini non sono una “ἀνταμοιβή” (“ricompensa”), ma costituiscono il vero cibo, l’autentico nutrimento per ogni uomo che ha fame e sete, senza il quale egli morirà.
    E’ il più potente farmaco per l’immortalità, l’antidoto contro la morte.
    E’ l’esultante e inesauribile comunione d’amore, è la Solennità della Resurrezione. La Divina Eucarestia è dono e offerta “certamente di un altro mondo”: del Regno dei Cieli.
    Solitamente la Divina Eucarestia è celebrata in chiesa e il nostro ingresso in essa è ingresso nella casa paterna, secondo lo spirito dei Santi Padri del Mondo Ortodosso. Durante la sua celebrazione la chiesa è inondata di luce divina ed è circondata dallo splendore e dalla bellezza divina. E ciò perché in tal modo essa dimostra il proprio carattere escatologico, proteso verso il futuro, nel Regno di Dio.
    Nella Chiesa non viviamo come individui, non siamo soli, ma come persone; siamo “icona (immagine) di Dio” e ricapitoliamo “τό προαιώνιον μυστήριον” (“il mistero prima di tutti i secoli”).
    Dobbiamo, dunque, essere vicini alla Chiesa del nostro Salvatore Gesù Cristo, la quale ci dona i Sacramenti della nostra salvezza, ci dona, anzi, “il Sacramento dei Sacramenti”, la Divina Eucarestia. Dobbiamo abbandonare il “vecchio uomo” e rivestirci del “nuovo uomo”, per camminare degnamente secondo la volontà di Dio.
    Non si discute assolutamente che il culto, durante la celebrazione della Divina Liturgia, sia anche una manifestazione sociale: Da una prospettiva “verticale” influenza anche la vita sociale, mentre da quello “orizzontale” il comune riferimento lega i fedeli tra loro stessi. D’altro canto i fedeli scoprono il Regno dei Cieli tra di loro, ma anche in essi stessi; mentre si disvela loro il Regno dei Cieli, essi avvertono la gioia di aver trovato “τόν πολύτιμον κεκρυμμένον θησαυρόν” (“il prezioso tesoro nascosto”). Infatti, con l’accettazione di questa comunione personale con la Divina ed Increata Grazia per mezzo della Divina eucarestia, si realizza questo legame con vincoli più saldi di quelli umani, con legami soprannaturali (metafisici).
    E’ quella “Σύναξις” (“Sinassi”), ove incontriamo il nostro Signore risorto, costituiamo certamente Chiesa tutti quanti siamo stati accettati nella Vita Eucaristica di Cristo. Aggiungiamo, inoltre, che l’Eucarestia, come “Sinassi” del popolo intorno al vescovo ed ai presbiteri, salva, come scrive Sua Eminenza il Metropolita Giovanni di Pergamo, ed esprime nella storia l’immagine di un mondo che supererà il mortale “ἀποσπασπασματικότητα” “distaccamento” (“drapello”) e la sua corruzione, grazie all’unione ed alla incorporazione in Colui, che con la Croce e la Resurrezione, secondo la testimonianza degli Apostoli, ha unito “τά διεστῶτα” ha raccolto “in una sola cosa, il suo mondo” ed ha stabilito “così, il proprio Regno” (Metropolita Giovanni di Pergamo, p. 207)
    Chi partecipa alla Divina Eucarestia riesce ad avere il proprio progresso morale e spirituale, ma consegue anche un risveglio sociale, anzi, secondo la Parola di Dio, ripresa dai Santi Padri, per mezzo della Grazia del nostro Redentore Gesù Cristo, ogni uomo è chiamato a diventare “icona (immagine) e figlio di Dio” (Rm 8,29).
    Possiamo ora ricordare la sapienza dei Padri del Oriente Ortodosso, secondo i quali “ὅ ἣνωται τῷ Θεῷ, τοῦτο καί σώζεται” “Chi si unisce a Dio, esso si salva”. La “κενωτικὴ ἐνέργεια τῆς Θείας ἀγάπης” (“La forza che deriva dallo svuotamento dell’Amore di Dio paga” l’esistenza umana con la vita di Dio, vale a dire che Dio diventa povero e l’uomo diventa ricco, pensiero importantissimo della Τeologia e Spiritualità Ortodossa, che il fedele osserva anche nell’Eucarestia.
    Rigenerato per una “viva speranza” (1 Pt 1,3) “ἐλπίδα ζῶσαν” pieno di amore divino verso il prossimo e cooperando, con la propria fede, ad una strettissima connessione tra la Divina Eucaristia e la Vita Quotidiana (famiglia, lavoro, salute ed altro), si interesserà del proprio vicino, abbraccerà i suoi problemi, lo consiglierà al meglio e farà di tutto per pacificarlo, aiutandolo a trovare il Regno dei Cieli, per realizzare in tal modo una nuova società (“νέα κοινωνία”) veramente guidata da Gesù Cristo Risorto per la nostra eternità.
    Non c’è bene più dolce, più bello e più prezioso dell’Amore, il Figlio di Dio, che “pur essendo di natura divina, non considerò un tesoro geloso la sua uguaglianza con Dio, ma spogliò se stesso, assumendo la condizione di servo e divenendo simile agli uomini, apparso in forma umana, umiliò se stesso, facendosi ubbidiente fino alla morte e alla morte di croce” (Fil 2, 6-8).
    Avendo davanti ai nostri occhi questo significativo passo, l’Eucarestia è incomprensibile senza l’amore. Certamente, l’amore è la cosa più importante, ma il suo valore non è solo morale, è un tesoro divino, è lo stesso Dio.
    La Divina Eucarestia ci fa subito rammentare anche tante piccole cose quotidiane, i nostri doveri, i nostri impegni, le nostre difficoltà, i nostri problemi, che angustiano la nostra vita senza l’Amore che è la Divina Eucarestia e viceversa.
    Noi, dunque, che apparteniamo al clero, dobbiamo avvertire la necessità e l’importanza di insistere sul rapporto dell’Eucarestia con la Vita Quotidiana, e ciò perché molti fedeli non conoscono e non intendono l’importanza della relazione della Divina Eucaristia, elemento essenziale della nostra esistenza, con la vita quotidiana.
    Il quarto Incontro del clero dell’Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, che si terrà prossimamente avrà per tema “Ὅπου Ἐπίσκοπος ἐκεῖ καὶ ἡ Καθολικὴ Ἐκκλησία” “Dov’è il Vescovo li è tutta la Chiesa” approfondirà in modo particolare il tema della “Divina Eucarestia” e della “Confessione”, in quanto il nostro Clero, continuando la sua eccellente opera spirituale in favore dei fratelli Ortodossi per assisterli nella propria fede, conservando le proprie tradizioni, costumi ed in generale la propria Spiritualità, li aiuterà a diventare uomini portatori di amore, di pace, di fratellanza, cittadini pieni di speranza e di rispetto nei confronti delle leggi, del popolo e del paese; continuerà a sostenere i fedeli affinché diventino uomini degni e capaci e così coinvolgere l’Arcidiocesi Ortodossa ad approfondire con la preghiera, con la fede e con la fiducia questo aspetto della Vita Quotidiana in modo che la Chiesa sia “presente”, illumini con la sua luce eterna, risplenda anche al di fuori dei proprio ambito religioso con la propria forza spirituale, morale e sociale, con le proprie opere ed iniziative, con i propri sforzi ed altro per il bene degli Ortodossi, ma anche per il bene di ogni uomo di buona volontà, per cui Gesù Cristo è nato, è stato crocefisso ed è risorto.
    La Divina Eucaristia, diventando “Vita” di ogni Ortodosso nella quotidianità, diventa unica realtà per creare una “nuova generazione”, una nuova società, con una mentalità, con pensieri e iniziative, con un popolo nuovo, attivo e pieno di speranza in Dio, con fiducia nel suo vescovo, che ne è la guida spirituale, il “Τύπος Χριστοῦ” (“Tipo di Cristo”), come scrive Sant’Ignazio d’Antiochia il Teoforo.
    “Γεύσασθε καὶ ἴδετε ὅτι Χριστὸς ὁ Κύριος” “Gustate e vedete che Cristo è il Signore” esclama San Gregorio Magno, Papa di Roma, nella sua Liturgia dei Presantificati “Προηγιασμένων”, ma anche i cori della Chiesa Ortodossa alla Vigilia del Santo Natale cantano “Ξενίας Δεσποτικῆς καὶ ἀθανάτου Τραπέζης” (“Ospitalità del Signore ed immortale, Mensa … venite a gustare il Verbo incarnato”) (Mattutino, Ode 9).
    Infatti, Gesù Cristo non è per noi una persona di cui speriamo la venuta, ma è una persona della storia e del Vangelo, fondatore della Chiesa anzi è “il sacrificio” e “il Santificatore” in ogni Divina Liturgia.
    “Πάλιν καὶ πολλάκις…” “Nuovamente e spesso…”, scrive San Giovanni Crisostomo nella sua Divina Liturgia, si preparerà l’Agnello di Dio (“Ἀμνός”) perché si offra continuamente il “Santo” (“Ὁ Ἅγιος”) “ai Santi” (“τοῖς Ἅγίοις”), affinché il fedele ortodosso diventi Santo, Cristoforo, Pneumatoforo, “dimora”, “luogo” dell’ (“Ἀχωρήτου”), della Santissima Trinità.
    Con questi sentimenti il fedele Οrtodosso canterà insieme al Padre Innografo della propria Chiesa Ortodossa “ἐν τῇ προτέρᾳ σου Χριστὲ παρουσίᾳ ἔσωσας τὸν Ἀδάμ, ἀλλὰ ἐν τῇ Δευτέρᾳ τοὺς τιμῶντας τὴν Γέννησιν τὴν σὴν σῶζε” (“Nella tua prima apparizione hai salvato Adamo, con la tua seconda, però, salva coloro che venerano la tua Nascita”) (Vigilia di Natale, Ode 9).
     
 “Ἐν εἰρήνῃ προέλθωμεν” (“Procediamo in pace”), esclama con dolceza ed esultanza San Giovanni Crisostomo verso la fine della Divina Liturgia. Procediamo verso il mondo e professiamo con cuore buono e libero che “abbiamo visto la vera luce, abbiamo avuto lo Spirito Celeste, abbiamo trovato la vera fede, adoriamo la Trinità Indivisa, in verità essa ci ha salvato”.
    La nostra vita dopo la Divina Eucarestia è veramente nelle mani di Dio e costituisce per noi da un lato la gioia, la pace, la forza, la fiducia e la vita, dall’altro, essendo in noi, ci invita ad essere autentici testimoni del Sacramento che abbiamo vissuto e della Grazia che abbiamo ricevuto.
    La Divina Eucarestia, nonostante sia alla fine del (percorso) della Divina Liturgia, diventa nuovamente l’inizio e le nostre debolezze si rivelano potenti, secondo la parola evangelica del nostro Salvatore Gesù Cristo (“Τὰ ἀδύνατα παρ’ ἀνθρώποις, δυνατὰ παρὰ τῷ Θεῷ”) “Le cose impossibili agli uomini sono possibili a Dio”.
    Dopo la Divina Eucarestia, lasciando la chiesa, con la benedizione ricevuta da Dio e la grazia della Santissima Τrinità, dobbiamo diventare apostoli ed evangelizzatori con lo scopo di continuare, con sentimenti di amore, pace, fratellanza e speranza, la nostra missione “fuori dei confini”, nella nostra casa, nella nostra famiglia, tra gli amici, nel nostro posto di lavoro.
    La liturgia, dopo la Liturgia, lottiamo, “pieni di amore e Grazia di Dio”, per la “progressiva trasfigurazione dell’uomo, chiamato per Grazia ad essere ad immagine del Figlio di Dio” (Rm 8,29)
    Sarebbe una grave mancanza omettere di sottolineare che innanzitutto l’Eucarestia ci invita a non abbandonare il luogo ed il tempo, in quanto sono accettabili alla trasfigurazione (trasformazione) ed, inoltre, che il Regno di Dio non è un qualcosa che sposterà la creazione materiale, ma, al contrario, la trasfigurerà (trasformerà) e purificherà dagli elementi che provocano la corruzione e la morte. Essa ci rivela ancora che l’intera creazione alla fine sarà liberata (“ἀπαλλαγῆ”) dalla corruzione e dalla morte per vivere “nei secoli dei secoli”, in quanto la materia è sacra e degna di ogni onore e venerazione dal momento che si è incarnato il Figlio di Dio. (Cfr. Migne, P.G. 94,1245). Anche San Giovanni Damasceno parla con maestria: “Le sante immagini” “e non smetto di venerare la materia, per mezzo della quale si è compiuta la mia salvezza”.
    Con tali comportamenti sinceri, graditi a Dio, ritorniamo alla vita quotidiana, ritorniamo alla lotta quotidiana, sotto gli occhi dell’Altissimo Dio, incontrando i nostri vicini come amici e fratelli, abbracciandoli e comunicando loro la gioia, la pace, l’amore e la speranza di Dio: (“Τὶς Θεὸς μέγας ὡς ὁ Θεὸς ἡμῶν, σῦ εἶ ὁ Θεὸς ἡμῶν, ὁ ποιῶν θαυμάσια μόνος”) “Quale Dio è grande come il nostro Dio, l’Unico che compie meraviglie?”
    Così evangelizza la ricchissima mistica innografia della Chiesa Ortodossa. E’ evidentemente impossibile che Dio possa abbandonare l’uomo, in quanto ha offerto se stesso come sacrificio (“θυσία”) , perché scopo della Divina Eucarestia non è tanto che l’uomo diventi perfetto, quanto piuttosto veda la Luce di Dio, il suo divino e paterno amore per gli uomini.
   
    In conclusione dobbiamo sottolineare ancora una volta che il carattere dell’Εucaristia è “sociale” e “cattolico” (universale), è “Sinassi” (“Σύναξις”), allo stesso luogo, tutta la Chiesa locale, perché il Regno di Dio è una “Sinassi”, con struttura e modo corretto, che ha come centro e corpo Gesù Cristo, circondato dai Santissimi Apostoli. Questa struttura, che si manifesta nella Divina Eucarestia e viene manifestata nella struttura stessa della Chiesa come unità del Popolo di Dio intorno al Vescovo, ha le sue radici nell’immagine (“εἰκονισμὸν”) eucaristica del Regno di Dio (Metropolita Giovanni di Pergamo, p. 221)
    Gesù Cristo è realmente “ὁ προσφέρων καί προσφερόμενος”, (“Colui che offre ed è offerto”), il vero ministro, anzi Cristo Risorto che verrà, “ἐν τῇ ἐσχάτῃ ἡμέρᾳ” “nell’ultimo giorno”, nella sua gloria ed essi (i sacerdoti) che celebrano la Liturgia sono “icona” (“immagini”) del Cristo Escatologico “ἡ τιμὴ τῆς εἰκόνος ἐπὶ τὸ πρωτότυπον διαβαίνει” “l’onore e la venerazione appartiene al Prototipo” secondo l’insegnamento della Chiesa Οrtodossa.
 

“L’ epiclesi nella Liturgia di San Giovanni Crisostomo” Relazione al VII Incontro del Clero Diocesano della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia ed Esarcato per l’Europa Meridionale Perugia, 1 - 3 maggio 2014 Archimandrita Simeon Catsinas

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La Divina Liturgia rivela la misura del divino amore: “hai amato il mondo a tal segno da dare l’ unigenito tuo Figlio”. La grandezza del dono del Padre verso il mondo, mostra la misura del Suo amore per esso. Ha dato il Suo unigenito Figlio al mondo già morto perché venisse di nuovo la vita. Infatti il sacrificio di Cristo è l’ amore medesimo. Per questo il Santo Nic. Cavassilas parlando della Santa Eucaristia dice, che “questo sacrificio non è  immagine e  tipo di sacrificio ma vero sacrificio” E’ il sacrificio del Calvario il quale abbraccia il mondo intero per i secoli. Questa unica offerta ha santificato il tempo intero e il mondo intero. Così che si offre a noi la possibilità di vivere mistericamente l’  evento della morte sulla Croce del Signore.

La Santa Eucaristia è il mistero della morte sulla Croce di Cristo. Così partecipando all’ Eucaristia gustiamo i frutti del sacrificio di Cristo. Per mezzo della Croce di Gesù, scrive San Giovanni il Damasceno, “la morte  è cancellata…  la Resurrezione  è regalata… le porte del Paradiso  sono aperte … siamo diventati figli di Dio e suoi eredi”. Perciò anche l’ assemblea stessa dei fedeli sono i frutti del Sacrificio sulla Croce del Signore, i quali noi gustiamo nella Divina Liturgia. Perché con la Santa Eucaristia celebriamo quello che ha precisamente celebrato il Signore Gesù. Viviamo l’ ora del Cristo il quale instancabilmente “va e viene”.

I doni che noi offriamo al altare possono degnamente rendere grazie à Cristo per questo dono nuovo, perché precisamente tra poco saranno la carne e il sangue di Cristo. Così questi doni hanno la forza di essere la  nostra risposta al Suo amore, che è stato rivelato al inizio della creazione del mondo e alla nuova creazione in Cristo. E questi stessi doni, sono inoltre, i segni della libertà che ci ha donato Cristo offrendo Se stesso,“riscatto per i molti“. Come dice il sacerdote rivolto a Cristo, nella Liturgia di San Gregorio il Teologo, un po’ prima della Consacrazione: “Di questa mia liberta ti offro i simboli”.

Alla Divina Liturgia di San Giacomo, prima dell’ inizio della santa Oblazione, ha luogo il seguente dialogo tra il celebrante e il popolo: Il celebrante dice: “Magnificate con me il Signore, e inalziamo il Suo nome tutti insieme” e il popolo risponde: “Lo Spirito Santo scenderà su di te, su te stenderà la sua ombra la potenza dell’ Altissimo” La risposta del popolo ci ricorda il dialogo il quale avvenuto tra la piena di grazie Theotokos e l’ arcangelo Gabriele il giorno dell’ Annunciazione.

Ogni Divina liturgia e una nuova Annunciazione. Al posto della Tutta Santa Theotokos si trova l’ Una, Santa, Cattolica e Apostolica Chiesa. Dicendo l’ assemblea dellla Chiesa -  tramite la bocca del celebrante - manda il tuo Santo Spirito su di noi, in un certo modo riprende le parole della sempre Vergine “Eccomi sono la serva del Signore, avvenga di me quello che hai detto”. E così si compie l’ annunciazione della Chiesa theotokos: «La grazia dello Spirito si trova là e si riversa su di tutti e prepara il mistico sacrificio».

Con il mistero della santa Eucaristia la nostra Santa Chiesa diventa Madre – Theotokos. Il Paraklito scende su di Lei e su i suoi doni. Mistericamente viene concepito il Logos di Dio, nasce  il Senza Tempo   e si offre per la vita del mondo. La Chiesa riceve il compimento  “delle parole dette a Lei dal Signore”: “Questo è il mio corpo… questo è il mio sangue…”.
  
Il Signore ha dato ai suoi discepoli il comandamento di celebrare la Cena in Sua memoria perché “voleva offrire a loro la forza, di poter fare questo” E quale è questa forza? E’ lo Spirito Santo. La forza dal cielo che ha armato   gli Apostoli, secondo le parole del Signore a loro “rimarrete alla Città di Gerusalemme finché voi sarete rivestiti della forza dal alto” Questo mistero è opera di quella discesa, perché lo Spirito Santo non e disceso per una sola volta e dopo ci ha abbandonati, ma rimane e rimarrà con noi per sempre…

Lui celebra i misteri con la mano e la lingua dei sacerdoti. “E diventa pioggia tramite l’ epiclesi la grazia adombrante dello Spirito Santo” come scrive San Giovanni il Damasceno.

La discesa del Paraklito su di noi e sopra i Doni qui presenti è la risposta di Dio alla supplica dei Suoi figli. E’ la certezza, che Dio ci considera come Suoi figli e che i nostri doni sono accetti dal suo  Amore. “Quando vedi che con abbondanza discende lo Spirito Santo, non devi avere alcun dubbio per la nostra conciliazione con Dio” scrive San Giovanni Crisostomo.

Con la Divina Liturgia “abbiamo la possibilità di festeggiare sempre la Pentecoste” Il momento della discesa  del Paraklito è l’ eucaristica Pentecoste “questo tempo (dell’ Eucaristia) indica quel tempo (di Pentecoste)” La presenza del Paraklito riunisce il popolo di Dio intorno alla Santa Mensa. Coordina l’ istituzione della Chiesa in Eucaristia. E continua il Santo Padre “se non era presente lo Spirito Santo non si diventava  Chiesa. E se la Chiesa esiste è chiaro che lo Spirito Santo è presente”.            
                                
 

venerdì 19 ottobre 2018

Archevêché des Églises Orthodoxes Russes en Europe Occidentale exarchat du patriarcat œcuméniqueCommuniqué du bureau de l’Archevêque

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Chers Frères et Soeurs, nous vous informons que notre Archevêché-Exarchat relevant de la juridiction du Patriarcat Œcuménique, est en pleine communion avec toute l’Église orthodoxe. En effet le Patriarcat Œcuménique, n’a pas rompu la communion avec le Patriarcat de Moscou et continue de le mentionner selon l’ordre des diptyques.
Tous les fidèles orthodoxes, peuvent donc participer pleinement à la vie liturgique et sacramentelle dans nos paroisses.
Nous invitons tous les prêtres, diacres, moines, moniales et fidèles de notre Archevêché-Exarchat à prier pour l’unité de l’Église, et nous demandons aux prêtres de prononcer à haute voix à la fin de la litanie instante pendant la liturgie, la prière suivante inspirée de l’Archimandrite Sophrony.

Prière pour l’unité de l’Église

Seigneur Jésus-Christ, Agneau de Dieu, qui enlève le péché du monde, donne-nous la force d’aimer comme Tu nous l’as commandé.
Lorsque Tu as dit à tes disciples : « Aimez-vous les uns les autres, comme je vous ai aimés », et accorde-nous grâce et sagesse pour accomplir chaque jour ce commandement.
Par ton Saint-Esprit, donne-nous le courage de nous humilier les uns devant les autres, comprenant que celui qui aime davantage s’humilie aussi davantage.
Apprends-nous à prier les uns pour les autres et à porter les fardeaux les uns des autres avec patience. Par le lien d’un amour indéfectible unis-nous autour de nos vénérés patriarches et évêques comme les brebis dociles d’un seul troupeau autour de leurs pasteurs qu’elles aiment.
Donne-nous de voir en chacun de nos frères et en chacune de nos sœurs l’image de ton ineffable gloire, et de ne jamais oublier que notre frère est notre propre vie.
Et place-nous sous la protection de ta Très-Sainte Mère, de ton Précurseur Jean-Baptiste et de nos vénérables Docteurs, Pères et Confesseurs de la foi.

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mercoledì 10 ottobre 2018

La lotta spirituale nel mondo contemporaneo (Metr. Kallistos Ware)https://www.natidallospirito.com/2018/10/10/la-lotta-spirituale-nel-mondo-contemporaneo-metr-kallistos-ware/

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È per me un onore essere stato invitato a tenere l’intervento conclusivo di questo convegno. Oggi tenterò di fare due cose. Per prima cosa, ricordando che durante questa conferenza abbiamo parlato ripetutamente delle “passioni”, valuterò più da vicino questo termine e tenterò di specificare in modo più preciso rispetto a quanto sia stato fatto finora che cosa intendiamo con questo termine. In secondo luogo, tratterò il tema delineato nel titolo del mio intervento, cioè la lotta spirituale nel mondo contemporaneo.
Nessun nuovo peccato?
Più di cinquant’anni fa una nota guida spirituale della tradizione anglicana, padre Algy Robertson (della Society of Saint Francis), che passava ogni settimana molte ore ascoltando le confessioni, mi disse con una nota di tedio nella sua voce: “Che peccato che non esistano nuovi peccati!”. Al contrario del punto di vista secolare prevalente, non è la santità ma è il peccato che è spento e ripetitivo. Il male è fondamentalmente non creativo e monotono, mentre i santi presentano una varietà e un’originalità inesauribili.
Se il peccato è essenzialmente ripetitivo, ne consegue che la lotta lotta spirituale, compresa come guerra invisibile contro i nostri pensieri malvagi e le nostre passioni peccaminose, continua a essere la stessa nel mondo contemporaneo così come è sempre stata nel passato. La forma esteriore può cambiare, ma il carattere interiore resta invariato. Un libro quale La scala del paradiso di Giovanni Climaco può essere un manuale pratico nel ventunesimo secolo così come lo fu nel settimo secolo. Oggi come nel passato il nostro avversario il diavolo si aggira come leone ruggente cercando chi divorare. Oggi come ieri satana si trasforma in un angelo della luce. Oggi come ieri Dio ci chiama a quello spirito di vigilanza sintetizzato dai padri ascetici dell’oriente cristiano con il termine nepsis, cioè “sobrietà”, “vigilanza”.
“Mortificare” o “trasfiguarare”?
Nei nostri colloqui di questi giorni abbiamo parlato spesso di passioni: ma che cosa si intende precisamente con questo termine? Ahimé, la parola inglese “passion”, che è solitamente usata per tradurre il termine pathos, è del tutto insufficiente per rendere il ventaglio di significati presenti nel termine greco. Collegato al verbo paschein, “soffrire”, pathos indica fondamentalmente uno stato passivo, in contrasto con dynamis, una forza attiva; esso indica qualcosa subito da una persona o da una cosa, un evento o uno stato vissuto passivamente; pertanto il sonno e la morte sono definiti pathos da Clemente di Alessandria, mentre Gregorio di Nazianzo descrive le due facce della luna come pathe. Applicate alla nostra vita interiore, pathosha quindi il significato di un sentimento o di un’emozione patita o subita da una persona.
Due differenti atteggiamenti nei confronti delle passioni possono essere distinti già nella filosofia greca antecedente il periodo patristico. Il primo è quello che si trova nello stoicismo primitivo, dove pathossignifica un impulso disordinato ed eccessivo, horme pleonazousa secondo la definizione di Zenone. Si tratta di un disturbo patologico della personalità, una malattia (morbus), come lo definisce Cicerone. Il saggio, pertanto, mira all’apatheia, all’affrancamento dalle passioni.
Accanto a questa visione pessimistica delle passioni, tuttavia, vi è anche una valutazione più ottimistica, che si ritrova in Platone e, in misura più articolata, in Aristotele. Platone nel Fedro utilizza l’analogia dell’auriga e dei due cavalli: l’anima è qui considerata come un cocchio con la ragione (to logistikon) come auriga; i due cavalli che sono aggiogati al cocchio – l’uno di razza nobile, mentre l’altro disobbediente e ribelle – rappresentano rispettivamente le emozioni più nobili della parte dell’anima “dotata di spirito” o “inclusiva” (to thymikon) e le emozioni più primitive della parte “appetitiva” (to epithymitikon). Ora il cocchio a due cavalli ha bisogno di cavalli per muoversi, e allo stesso modo l’anima, senza le energie vitali fornite da pathe, mancherebbe di vigore e di forza per agire. Inoltre, il cocchio a due cavalli per muoversi nella direzione giusta ha bisogno non di uno ma di entrambi i cavalli; la ragione, dunque, non può fare a meno né delle emozioni nobili né delle passioni più primitive, sforzandosi però di tenerle entrambe sotto controllo. Pertanto questa analogia comporta che il saggio deve aspirare non alla soppressione totale delle passioni nelle diverse parti dell’anima, bensì al loro mantenimento nel giusto equilibrio e armonia.
Una visione simile è offerta da Aristotele nell’Etica nicomachea. Secondo lui le pathe includono non soltanto cose quali il desiderio e la collera, ma anche l’amicizia, il coraggio e la gioia. In sé le passioni non sono “né virtù né vizi”, dice Aristotele, né intrinsecamente buone né intrinsecamente cattive, e noi non siamo né elogiati né biasimati a causa di esse; le passioni sono impulsi neutrali e tutto dipende – come il metropolita Filaret ha indicato nel suo intervento – dall’uso che ne facciamo. Il nostro obiettivo pertanto non è (come nello stoicismo) l’eliminazione totale delle passioni, ma piuttosto una via di mezzo (to meson), cioè un uso moderato e ragionevole di esse: l’ideale non è l’apatheia ma la metropatheia (termine che però non è usato in quanto tale da Aristotele stesso nella sua opera).
Quale di queste due comprensioni della passione è adottata nella teologia patristica? Di fatto non vi è unanimità tra i padri. Innanzitutto, un gruppo considerevole di autori abbraccia l’utilizzo stoico, di carattere negativo. Clemente di Alessandria ripete la definizione di Zenone di pathos quale pleonazousa horme, un “impulso eccessivo”, “disobbediente alla ragione” e “contrario alla natura”. Le passioni sono “malattie” e la persona davvero buona non ha passioni. Similmente, Nemesio di Emesa abbraccia la visione stoica. Evagrio Pontico associa strettament le passioni con i demoni; lo scopo del lottatore spirituale, pertanto, è l’apatheia, anche se Evagrio ne dà un contenuto positivo, associandola strettamente con l’amore. Nelle omelie di Macario le passioni sono quasi sempre comprese in un senso peggiorativo.
Tuttavia, in secondo luogo, vi sono altri padri che, anche se fondamentalmente ostili nella loro valutazione delle passioni, ne contemplano pertanto un uso positivo. Gregorio di Nissa considera che il pathos non fosse originariamente parte della natura umana, ma “fu introdotto in seguito nell’uomo, dopo la prima creazione”, e di conseguenza non fa parte della costituzione dell’anima. Le passioni hanno un carattere “bestiale” (ktenodes), che ci rende simili ad animali. Tuttavia, avvicinandosi al punto di vista aristotelico, Gregorio di Nissa aggiunge che delle passioni si può fare un buon uso: il male sta non nel pathe in quanto tali, ma piuttosto nella libera scelta (proairesis) della persona che ne fa uso.
Giovanni Climaco è totalmente d’accordo con Gregorio di Nissa. Alcune volte egli parla in termini negativi, eguagliando pathos con il vizio o il male (kakia), e insiste che il pathos “non [era] originariamente parte della natura umana”, dicendo che “Dio non è il creatore delle passioni”; queste appartengono agli esseri umani nella loro condizione corrotta e devono pertanto essere considerate “empie”; nessuno deve aspirare a essere teologo a meno di non aver raggiunto l’apatheia. Tuttavia egli ammette che si possa fare un buon uso delle passioni; l’impulso che soggiace a ogni passione non è cattivo in sé, ma siamo noi che, attraverso l’esercizio del nostro libero arbitrio, “abbiamo preso i nostri impulsi naturali e ne abbiamo fatto delle passioni”. È degno di nota il fatto che Climaco non condanni l’eros, l’impulso sessuale, come intrinsecamente peccaminoso, ma lo consideri come qualcosa che può essere diretto verso Dio.
In terzo luogo, vi sono altri autori che si spingono addirittura oltre e paiono concedere non solo che si possa fare buon uso delle passioni, ma che esse siano parte della nostra natura originale in quanto creata da Dio. È questo il caso evidente di abba Isaia († ca 491). Nel suo secondo Discorso egli considera alcune realtà che sono solitamente considerate passioni, quali il desiderio (epithymia), l’invidia o gelosia (zelos), la collera, l’odio e l’orgoglio, sostenendo che esse sono fondamentalmente kata physin, “in accordo con la natura”, e si può fare di tutte un buon uso. In tal modo il desiderio che per natura dovrebbe essere orientato verso Dio, è stato da noi diretto fallacemente verso “ogni tipo di impurità”. Lo zelo o gelosia che dovrebbe condurci a perseguire la santità – “desiderate con zelo i carismi più grandi”, dice san Paolo (1Cor 12,31) – noi lo abbiamo corrotto, così che arriviamo a invidiarci gli uni gli altri. La collera e l’odio che dovrebbero essere orientati contro il demonio e tutte le sue opere, noi lo abbiamo rivolto contro il nostro prossimo. Perfino dell’orgoglio si può fare buon uso: c’è un’autostima buona che ci permette di contrastare l’autocommiserazione distruttiva e la depressione. Per abba Isaia, dunque, cose quali la collera e l’orgoglio – che Evagrio considererebbe come “demoni” o come pensieri malvagi – al contrario sono parte naturale della nostra personalità in quanto creata da Dio. Il desiderio e la collera non sono di per sé peccaminose: ciò che conta è il modo in cui vengono utilizzate, kata physin oppure para physin. È improbabile che abba Isaia sia stato influenzato direttamente da Platone o da Aristotele, che probabilmente non aveva mai letto, ma potrebbe aver attinto alla tradizione copta, come è attestato per esempio nel caso delle lettere attribuite a sant’Antonio il Grande.
Un’approccio positivo alle passioni si può altresì trovare in autori successivi. Quando Dionigi l’Aeropagita descrive Ieroteo come colui che “non soltanto ha appreso ma ha sperimentato le realtà divine” (ou monon mathon alla kai pathon ta theia), egli lascia certamente intendere che l’esperienza mistica è in un certo senso un pathos. Massimo il Confessore, sebbene tenda a far propria la posizione di Gregorio di Nissa secondo cui le passioni sono entrate nella natura umana soltanto successivamente alla prima creazione, fa nondimeno riferimento (come ha evidenziato padre Louth) alla “beata passione dell’amore divino” (makarion pathos tes theias agapes); inoltre egli non teme di parlare dell’unione con Dio in termini erotici; insiste che le passioni possono essere “encomiabili” così come “biasimevoli”. Secondo Gregorio Palamas lo scopo della vita cristiana non è la mortificazione (nekrosis) delle passioni ma la loro trasposizione o riorientamento (metathesis).
Ci sono, dunque, prove sufficienti secondo cui i padri greci siano stati influenzati non soltanto dall’approccio stoico, di tipo negativo, ma anche (direttamente o indirettamente) dalla valutazione aristotelica, di carattere più positivo. Quei padri che adottano una visione positiva, o almeno neutrale, delle passioni sono una minoranza, ma nondimeno una minoranza significativa. Si potrebbe naturalmente dire che la questione è squisitamente semantica, una questione di come scegliamo di utilizzare la parola “passione”; ma i diversi utilizzi della parola non hanno forse implicazioni più profonde? Le parole hanno un grande potere simbolico e il modo in cui vengono utilizzate ha un’influenza decisiva sul modo in cui concepiamo la realtà. Questo vale anche con la parola pathos: dobbiamo seguire l’utilizzo negativo degli stoici o quello più permissivo di Aristotele? Ciò può avere un effetto di ampia portata sulla direzione pastorale che noi offriamo agli altri e a noi stessi. Dobbiamo parlare di “mortificare” o di “trasfigurare”? Dobbiamo dire “sradicare” o “educare”? “Eliminare” o “riorientare”? Siamo di fronte a una grande differenza.
Per quanto riguarda la nostra lotta spirituale nel mondo contemporaneo io sono fermamente convinto che noi saremmo molto più efficaci se dicessimo “trasfigurare” piuttosto che “distruggere”. Il mondo contemporaneo in cui dimoriamo, almeno in Europa occidentale, è un mondo fortemente secolarizzato, avulso alla chiesa. Se vogliamo riguadagnare questo mondo a Cristo, se vogliamo noi stessi preservare la nostra identità cristiana in un tale ambiente alienato, allora noi faremmo bene a presentare il nostro messaggio cristiano in termini affermativi piuttosto che di condanna. Dobbiamo accendere una candela piuttosto che maledire la tenebra.
Tre temi cupi
Venendo alla seconda parte del mio intervento, vorrei selezionare sei aspetti della lotta spirituale nel mondo contemporaneo. La mia esposizione non è sistematica né pretende di essere esaustiva. Parlerò in termini di tenebra e di luce. Tre degli aspetti che ho scelto hanno a prima vista un carattere cupo, tre invece riflettono uno spirito più luminoso; ma tutti e sei non sono in fin dei conti negativi ma piuttosto eminentemente positivi.
(1). La discesa agli inferi. L’inferno può essere considerato come l’assenza di Dio, come il luogo in cui Dio non c’è (è tuttavia vero che l’inferno, considerato in maniera più precisa, non è vuoto di Dio, dal momento che – come Isacco il Siro insiste – l’amore di Dio è dovunque). Non è sorprendente che i cristiani nel ventesimo secolo, dimorando in un mondo segnato dal senso dell’assenza di Dio, abbiano interpretato la loro vocazione come un descensus ad inferos. Paul Evdokimov sviluppa questa idea in relazione con il sacramento del battesimo, che costituisce perlatro il fondamento della lotta spirituale del cristiano (come ha insistito fratel Enzo nel suo intervento di apertura). “Parlando della cerimonia dell’immersione al momento del battesimo”, osserva Evdokimov, “san Giovanni Crisostomo annota: «L’azione di scendere nell’acqua e poi risalirne di nuovo simbolizza la discesa di Cristo agli inferi e il suo ritorno da quel luogo». Ricevere il battesimo, quindi, significa non soltanto morire e risorgere con Cristo; significa anche che noi scendiamo all’inferno, che portiamo le stigmate di Cristo sacerdote, la sua premura sacerdotale, la sua ansia apostolica per le sorti di coloro che hanno scelto l’inferno”. Il pensiero di Evdokimov ha molto in comune con le idee di Hans Urs von Balthasar, ma non bisogna dimenticare che, come l’arcivescovo Ilarione Alfeev ha dimostrato in un suo libro recente, la discesa di Cristo agli inferi è soprattutto un’azione di vittoria.
Un santo ortodosso del ventesimo secolo ch ha particolarmente enfatizzato la discesa agli inferi è Silvano dell’Athos: “Mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”, insegna, aggiungendo che questa è la via per acquisire l’umiltà. Il suo discepolo padre Sofronio insiste che “egli si riferiva a una reale esperienza dell’inferno”. Nelle sue meditazioni, Silvano ricorda il calzolaio di Alessandria, visitato da Antonio, che era solito dire: “Tutti saranno salvati; soltanto io perirò”. Silvano applica queste parole a sé: “Presto io morirò e prenderò dimora nell’oscura prigione dell’inferno, e soltanto io brucerò in quel luogo”.
Tuttavia sarebbe errato interpretare la posizione di Silvano in termini puramente negativi e tetri; bisogna attribuire il giusto peso a entrambi le parti della sua affermazioni: non dice soltanto “mantieni il tuo spirito agli inferi”, ma aggiunge subito dopo “e non disperare”. Altrove egli afferma che la certezza della propria dannazione è una tentazione del demonio. Ci sono, dice, due pensieri che provengono dal nemico: “Tu sei un santo” e “non ti salverai”. San Silvano era profondamente influenzato dagli insegnamenti di Isacco il Siro sul carattere irriducibile dell’amore divino: “Se l’amore non è presente”, egli dice, “allora tutto si fa difficile”; al contrario, quando l’amore è presente, tutto è possibile.
La discesa di Cristo agli inferi e la sua risurrezione trionfante dai morti formano un evento inscindibile, un’azione unica e unita.
(2) Il martirio. La forma particolare che la discesa agli inferi ha assunto durante il ventesimo secolo nella lotta spirituale dei cristiani ortodossi è stata l’esperienza della persecuzione e del martirio. Il secolo scorso è davvero stato per l’oriente cristiano un secolo di martirio per eccellenza. Si ricordi inoltre che, sebbene il comunismo è caduto in Russia e nell’Europa orientale, vi sono ancora molti luoghi nel mondo in cui i cristiani – sia ortodossi che non ortodossi – continuano a soffrire persecuzioni (si pensi alla Turchia, all’Irak, al Pakistan, alla Cina, eccetera). Secondo le parole di un prete russo della diaspora, padre Alexander Elchaninov, che morì nel 1934, “il mondo è deforme e Dio lo raddrizza. Questo è il motivo per cui Cristo ha sofferto (e soffre), così come hanno sofferto i martiri, i confessori della fede e i santi; e anche noi, che amiamo Cristo, non possiamo che soffrire altrettanto”. Come indica Silvano, il martirio può essere interiore o esteriore: “Pregare per la gente”, dice, “significa versare il sangue”. Allo stesso tempo, come nel suo apoftegma “mantieni il tuo spirito agli inferi e non disperare”, egli insiste sul reciproco concorrere di tenebra e luce, di disperazione e speranza. Così la sofferenza dei martiri è anche una fonte di gioia: come afferma Silvano, “la sofferenza estrema è alleata con la beatitudine estrema”.
Un martire la cui lotta spirituale ha particolarmente catturato l’immaginazione ortodosso negli ultimi sessant’anni è Maria Skobtsova, morta in una camera a gas di Ravensbrück il 13 marzo 1945, offrendosi probabilmente al posto di un altro prigioniero. Se così avvenne, ciò indica come il martire – allo stesso modo di Cristo stesso, il protomartire – svolge un ruolo vicario, morendo al posto di altri, morendo perché altri possano vivere. Il martire adempie, in modo definitivo e finale, il comando di san Paolo: “portate i pesi gli uni degli altri” (Gal 6,2); questo era anche un tema che madre Maria ha sottolineato nei suoi scritti. In un’antologia di vite dei santi da lei compilata, essa annota la storia di Ioannichio il Grande e della ragazza indemoniata: “Collocò la sua mano sulla testa della ragazza sofferente e disse con tono calmo: «Per la potenza del Dio vivente, io, il suo indegno servo Ioannichio, prendo su di me il tuo peccato, semmai tu abbia peccato … perché le mie spalle sono più robuste delle tue, perché desidero prendere su di me la tua condanna per amore». La ragazza fu curata, mentre Ioannichio condivise la sua agonia, giungendo vicino alla morte prima di emergere, vittorioso, dalla sua lotta con la potenza del male”.
Questo, dunque, è un aspetto molto importante della lotta spirituale: sopportare il martirio, versando il proprio sangue, in maniera visibile o interiormente, per gli altri.
(3) Kenosis. Strettamente legato ai due elementi di cui abbiamo appena parlato – la discesa gli inferi e il martirio – ve n’è un terzo, la kenosis o autosvuotamento. Colui che si impegna nella lotta spirituale si identifica con il Cristo umiliato (vorrei ricordare a questo proposito un libro degno di essere letto ancor’oggi, scritto settant’anni fa da un autore russo, Nadegda Gorodetsky, Il Cristo umiliato nel pensiero russo moderno). Prima di essere imprigionata, Maria Skobsova dimostrò il suo spirito kenotico in maniera impressionante, mostrando grande solidarietà con gli indigenti, gli emarginati, e tutti i reietti dalla società, e anche – quando scoppiò la seconda guerra mondiale – con gli ebrei. “I corpi dei nostri fratelli in umanità”, scriveva, “devono essere trattati con maggior cura rispetto ai nostri. L’amore cristiano ci insegna non soltanto a fare doni spirituali ai nostri fratelli, ma anche doni materiali. Perfino la nostra ultima camicia, il nostro ultimo pezzo di pane deve essere donato loro. L’elemosina individuale e ogni tipo possibile di opera sociale sono allo stesso modo legittimi e necessari”.
Un santo della tradizione ellenica che ha mostrato questo spirito kenotico in un modo considerevole è Nectario di Pentapoli, morto nel 1920. Le storie circa la sua umiltà abbondano. Giovane vescovo di Alessandria, qualora venica attaccato, rifiutava ogni misura di ritorsione e di difesa contro i calunniatori. Quando più tardi era direttore della scuola teologica Rizareion di Alessandria, avvenne che l’addetto alle pulizie si ammalò; per impedire che il posto andasse a qualche altro Nectario per molti si alzò prestissimo al mattino per spazzare i corridoi e pulire le latrine, finché l’uomo non fu di nuovo in grado di tornare al suo lavoro. Negli ultimi anni di vita, i visitatori che lo incontravano mentre lavorava nel giardino del monastero che aveva fondato lo scambiavano per un operaio, senza poter indovinare che lui invece era un vescovo. In questo e in diversi altri modi Nectario obbedì alle parole di san Paolo: “Abbiate in voi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù: egli … svuotò se stesso” (Fil 2,5.7).
Luce nella tenebra
Descrivendo la lotta spirituale, san Paolo ne sottolinea il carattere antinomico: “Nella gloria e nel disonore, nella cattiva e nella buona fama; … come moribondi, e invece viviamo; … come afflitti, ma sempre lieti; … come gente che non ha nulla e invece possediamo tutto” (2Cor 6,8-10). Bilanciamo ora questi tre elementi cupi della lotta spirituale con tre elementi più gioiosi che sono di particolare importanza nel mondo contemporaneo.
(1) La trasfigurazione. Quando stavamo analizzando in precedenza i diversi modi in cui la guerra contro le passioni può essere compresa, avevo suggerito che in questo momento della storia è più saggio parlare a noi stessi in termini di “trasfigurazione” piuttosto che di “mortificazione” o di “sradicamento”. Il mistero della trasfigurazione ha un valore particolare per noi nel tempo presente. La nostra lotta spirituale deve certamente coinvolgere elementi quali la rinuncia, lo sforzo ascetico, il sudore, il sangue e le lacrime, il martirio interiore e forse anche esteriore; ma il reale valore di tutto ciò viene perduto se esso non viene illuminato dalla luce increata del Tabor. A questo proposito, non è certo una coincidenza che il santo più influente nella vita e nell’esperienza dell’ortodossia del ventesimo secolo sia stato Serafino di Sarov, che è proprio un santo della trasfigurazione. Quando visitai la Grecia per la prima volta, cinquantacinque anni fa, san Serafino era praticamente sconosciuto; mentre ora, ogni volta che vado sul suolo ellenico, vedo la sua icona nelle chiese e nelle case, e nei monasteri frequentemente incontro monaci e monache che si chiamano Serafino o Serafina in onore del santo di Sarov. Le cose vanno davvero come dovrebbero, in quanto egli è davvero un santo per il nostro tempo.
Nello stesso tempo non facciamo del sentimentalismo nei riguardi del santo di Sarov né semplifichiamo troppo la sua lotta spirituale. Facciamo bene a ricordare che egli si vestiva in bianco e non in nero, come la tradizione monastica voleva; che chiamava i suoi visitatori “mia gioia” e li salutava durante tutto l’anno con il saluto pasquale “Cristo è risorto”; che il suo volto risplendeva di gloria in presenza del suo discepolo Nicola Motovilov. Ma non dimentichiamo gli assalti demoniaci che Serafino ha dovuto sostenere mentre pregava sulla roccia accanto al suo eremo e sentiva le fiamme dell’inferno crepitare intorno a lui; non dimentichiamo il dolore fisico che soffriva dopo essere stato azzoppato dall’assalto di tre ladri nel bosco; non dimentichiamo le incomprensioni che dovette sopportare da parte del suo stesso abate e le calunnie che lo perseguitarono fino alla morte. Davvero egli comprese ciò che san Paolo intendeva quando diceva: “afflitti, ma sempre lieti”. Nella lotta spirituale la trasfigurazione e il portare la croce sono due elementi inseparabili.
(2) L’eucaristia. In precedenza è stato detto che il battesimo costituisce il fondamento della lotta spirituale del cristiano. Il battesimo tuttavia non può essere separato dalla santa comunione, e di conseguenza anche l’eucaristia gioca un ruolo basilare nella nostro combattimento spirituale. È vero che nel primo periodo patristico molti autori ascetici quali Giovanni Climaco e Isacco il Siro facevano poco o nessun riferimento all’eucaristia, ma nella nostra lotta spirituale oggi la dimensione eucaristica deve essere esplicitata e posta in primo piano. È significativo che questo è esattamente quello che è stato fatto da una grande figura di prete celebrante all’inizio del ventesimo secolo, Giovanni di Kronstadt. “L’eucaristia è un miracolo continuo”, era solito dire; ed egli entrò appieno in questo “miracolo continuo” celebrando quotidianamente la divina liturgia. L’intensità della sua celebrazione eucaristica sbalordiva i suoi contemporanei: san Silvano, per esempio, parla della “forza della sua preghiera” e aggiunge: “In tutto il suo essere [era] una fiamma d’amore”. Giovanni insisteva che tutti i presenti alla liturgia dovevano ricevere la comunione insieme a lui. Per sua influenza e per l’influenza di altri, la prassi di ricevere la comunione è di fatto divenuta più frequente nella chiesa ortodossa del ventesimo secolo; eppure vi sono ancora in molti luoghi in cui i fedeli si accostano al sacramento soltanto tre o quattro volte l’anno: ciò è certamente deplorevole. Nel mondo contemporaneo la nostra lotta spirituale deve essere, nel modo più pieno possibile, una lotta eucaristica.
Al centro della divina liturgia, immediatamente prima dell’epiclesi dello Spirito santo, il diacono eleva le sante offerte mentre il prete recita: “Offriamo ciò che è tuo prendendolo da ciò che è tuo, in ogni cosa e per ogni cosa (ta za ek ton zon soi prospherontes, kata panta kai dia panta)”. Questo ci porta a considerare un aspetto della liturgia che ha una rilevanza particolare per la nostra lotta spirituale nel mondo contemporaneo: la dimensione cosmica dell’eucaristia. È significativo che nell’eucaristia offriamo i doni non soltanto “per tutti gli esseri umani” (dia pantas), ma anche “per tutte le cose” (dia panta). L’oblazione eucarsitica abbraccia in tutta quanta la sua ampiezza non soltanto l’umanità ma l’intero regno della natura, abbraccia ogni cosa; ne consegue che l’eucaristia ci investe di una responsabilità ecologica; ci impegna a proteggere e ad amare non soltanto i nostri fratelli in umanità ma tutte le cose viventi, e non soltanto queste, ma anche a proteggere e ad amare l’erba, gli alberi, le rocce, l’acqua e l’aria. Celebrando l’eucaristia con piena consapevolezza noi guardiamo il mondo intero come un sacramento.
La nostra lotta spirituale, pertanto, non è meramente antropocentrica: noi siamo salvati non dal mondo ma con il mondo, e pertanto lottiamo per santificare e per ridonare a Dio non soltanto noi stessi ma l’intera creazione. Questa portata ecologica della nostra lotta spirituale è stata particolarmente enfatizzata dal patriarcato ecumenico negli ultimi due decenni. Il patriarca Dimitrios e il suo successore, l’attuale patriarca Bartolomeo, hanno stabilito l’1 settembre, giorno di apertura dell’anno ecclesiastico, come “giorno per la salvaguardia dell’ambiente”, da osservarsi (così ci si auspica) non soltanto da parte degli ortodossi ma anche da parte degli altri cristiani. “Consideriamoci ciascuno per quanto gli compete personalmente responsabili del mondo affidato da Dio nelle nostre mani”, ha affermato il patriarca Dimitrios nel suo messaggio natalizio del 1988, “tutto ciò che il Figlio di Dio ha assunto nel suo corpo attraverso la sua incarnazione non deve perire, ma deve diventare un’offerta eucaristica al Creatore, un pane datore di vita condiviso nella giustizia e nell’amore con gli altri, un inno di pace per tutte le creature di Dio”. Secondo le parole di Silvano dell’Athos, “il cuore che ha imparato ad amare prova compassione per tutta la creazione”. Questa tenerezza cosmica, come ci ha ricordato dom André Louf, è un leitmotiv in Isacco il Siro.
(3) La preghiera del cuore. Per quanto importante siano gli aspetti eucaristici e liturgici della lotta spirituale, nello stesso tempo è necessario dare enfasi anche alla lotta per la preghiera interiore. Nella lotta spirituale del ventesimo secolo, la preghiera interiore ha significato, per gli ortodossi, preminentemente ma non esclusivamente la preghiera di Gesù. L’importanza dell’invocazione del nome santo è giunta a essere molto apprezzata negli ultimi cento anni grazie soprattutto all’influenza di due libri: Il racconto di un pellegrino e la Filocalia; entrambi i volumi hanno riscosso un successo inatteso in occidente. Probabilmente la preghiera di Gesù viene oggi praticata quotidianamente da molta più gente che in passato: il nostro tempo non è soltanto un tempo di secolarizzazione!
Ecco dunque alcuni elementi della lotta spirituale nel mondo contemporaneo: da una parte la discesa agli inferi, il martirio e la kenosis; dall’altra la trasfigurazione, l’eucaristia e la preghiera del cuore. Le due triadi non devono essere contrapposte bensì combinate insieme, come ha fatto Giovanni Climaco (e qui richiamo l’intervento di padre Ioustinos) coniando il termine charmolype, “gioiosa afflizione”, e parlando di charopoion penthos, “dolore che crea la gioia”. Questi due aspetti complementari della lotta spirituale sono ben riassunti in due brevi affermazioni di Serafino di Sarov che cerco di tenere sempre in mente: “Dove non c’è dolore non c’è salvezza” e “Lo Spirito santo riempie di gioia tutto ciò che tocca”.
Kallistos Ware
Metropolita di Diokleia