venerdì 31 agosto 2018

Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato 2018 data: 01-09-2018 - Messaggio di S.S. il Patriarca Ecumenico Messaggio Patriarcale in occasione della Giornata di preghiera per la salvaguardia del creato 2018




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Prot. n. 738
+ B A R T O L O M E O
PER GRAZIA DI DIO ARCIVESCOVO DI COSTANTINOPOLI
NUOVA ROMA E PATRIARCA ECUMENICO
A TUTTO IL PLEROMA DELLA CHIESA GRAZIA, PACE E MISERICORDIA
DALL’ARTEFICE DI TUTTO IL CREATO, IL SIGNORE
E DIO E SALVATORE NOSTRO GESU’ CRISTO
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Fratelli e Figli nel Signore,
Si sono già compiuti ventinove anni dalla istituzione, da parte del Santa e Grande Chiesa di Cristo, della festa della Indizione come “Giorno di protezione dell’ambiente”. Durante tutto questo periodo il Patriarcato Ecumenico è stato ispiratore e protagonista di molteplici azioni, le quali hanno portato ricchi frutti e hanno messo in risalto il potenziale spirituale ecologico della nostra tradizione ortodossa.

Le iniziative ecologiche del Patriarcato Ecumenico hanno costituito un’esca per la teologia, per far risaltare i principi ecologici della antropologia e della cosmologia cristiane e per presentare la verità che nessun ideale nel cammino dell’umanità nella storia ha valore, se non comprende anche la speranza di un mondo che funzioni come “casa” reale dell’uomo, in un’epoca durante la quale la minaccia continuamente in aumento verso l’ambiente naturale ha in gestazione una catastrofe ecologica mondiale. Questa evoluzione è la conseguenza di una scelta specifica di un modo di sviluppo economico, tecnologico e sociale, che non rispetta né il valore della persona umana, né la sacralità della natura. È impossibile interessarsi realmente della persona umana e allo stesso tempo distruggere l’ambiente naturale, la base della vita, in sostanza cioè minare il futuro dell’umanità.

 
Oltre al fatto che non riteniamo corretto giudicare la cultura moderna, sulla base di “criteri scorretti”, desideriamo sottolineare che la catastrofe dell’ambiente naturale nella nostra epoca si accompagna alla presunzione dell’uomo difronte alla natura e alla propria relazione dominatrice verso di essa, come anche al modello eudemonistico dell’ “avere bisogno di tutto”, come atteggiamento generico di vita. Quanto sbagliato è il credere che nel passato tutto fosse migliore, tanto è assurdo chiudere gli occhi davanti a quanto succede oggi. Il futuro non appartiene all’uomo che ricerca incessantemente piaceri artificiali e nuove soddisfazioni, che vive per il proprio io e ignora il prossimo, all’uomo dello spreco provocante, né all’ingiusto e allo sfruttatore dei deboli. Il futuro appartiene alla giustizia e all’amore, alla civiltà che partecipa alla solidarietà e al rispetto della integrità della creazione.
 
Tale ethos e tale civiltà si conservano nella tradizione divino-umana dell’Ortodossia. Nella vita sacramentale e liturgica della Chiesa vive e si manifesta l’autenticità eucaristica, il significato e l’uso della creazione. Questa relazione col mondo è incompatibile con ogni specie d’introversione e disinteresse per il creato, con ogni forma di dualismo dello spirito e della materia e di svilimento della realtà terrena. Al contrario, l’esperienza eucaristica sensibilizza e mobilita il fedele a una azione d’amore per l’ecologia nel mondo. In questo spirito, il Santo e Grande Sinodo della Chiesa Ortodossa ha sottolineato che nei misteri della Chiesa “l’uomo è incoraggiato ad agire come amministratore, custode e ‘sacerdote’ della creazione, offrendola in gloria al Creatore” (Enciclica §14). Ogni forma di abuso e di distruzione del creato e di un suo cambiamento in un oggetto da sfruttare, costituisce una distorsione dello spirito dell’Annuncio cristiano. Non è per niente casuale che la Chiesa Ortodossa sia stata definita come la “forma ecologica” del Cristianesimo, in quanto è la Chiesa che ha conservato la Divina Eucarestia, come nucleo della propria vita.
 
Di conseguenza, l’attività ecologica del Patriarcato Ecumenico non si è sviluppata semplicemente come una reazione all’attuale crisi ecologica senza precedenti, non è stata prodotta da questa, ma costituisce un’espressione della vita della Chiesa, estensione dell’ethos eucaristico nella relazione del fedele con la natura. Questa coscienza ecologica innata della Chiesa si è manifestata con coraggio e con sagacia in vista delle attuali minacce verso l’ambiente naturale. La vita della Chiesa Ortodossa è una ecologia vissuta, un rispetto reale e indistruttibile del creato. La Chiesa è un atto di comunione, vittoria sul peccato e sulla morte, sull’autoreferenza e sull’individualismo, dai quali ne deriva la distruzione dell’ambiente. Il fedele Ortodosso non può rimanere impassibile davanti alla crisi ecologica. La cura e la premura per il creato sono una conseguenza e una manifestazione della fede e del suo ethos eucaristico.
È chiaro che per contribuire in modo efficace ad affrontare i problemi ecologici, la Chiesa deve conoscerli e studiarli. Tutti sappiamo che la più grande minaccia per l’ambiente e per la umanità è oggi il cambiamento climatico e le sue conseguenze distruttive per la vita stessa sulla terra. Questo tema ha avuto un ruolo di primo piano anche durante il nono Simposio Ecologico, organizzato dal Patriarcato Ecumenico nello scorso giugno sulle isole del golfo Saronico di Spetses e Ydra, con titolo: “Per una Attica verde. Preservare il pianeta e proteggere i suoi abitanti”. Purtroppo, i recenti incendi devastanti in Attica e le attese conseguenze della grande devastazione dell’ambiente che ne è derivata, costituiscono una tragica conferma delle tesi dei Convegnisti sulla gravità della minaccia ecologica.
 
Venerabilissimi Fratelli e Figli più che amati nel Signore,

La cultura ecologica dell’Ortodossia è la realizzazione della visione eucaristica della creazione, che si condensa e si esprime nell’insieme liturgico della vita ecclesiastica. Questo è il messaggio eterno della Chiesa Ortodossa sul tema dell’ecologia. La Chiesa dice e annuncia “sempre le stesse cose” e “riguardo a esse”, in accordo anche con le insuperabili parole del suo Fondatore e capo: “Il cielo e la terra passeranno, ma le mie parole non passeranno” (Lc. 21,33). Allineandosi a questo spirito, la Madre Chiesa chiama le Arcidiocesi e le Metropoli attraverso il mondo, le parrocchie e i sacri Monasteri, a sviluppare iniziative e azioni coordinate, programmi di sensibilizzazione ambientale, a organizzare convegni e omelie, affinché i fedeli prendano coscienza che la protezione dell’ambiente naturale è responsabilità spirituale di ciascuno di noi. Il bruciante tema del cambiamento climatico, le sue cause e le sue conseguenze per il pianeta e per la quotidianità delle persone costituiscono un’occasione per approcci e discussioni sulla base dei principi della ecologia teologica e per particolari interventi pratici. È di vitale importanza dare enfasi all’azione sul piano locale. La parrocchia costituisce la cellula della vita ecclesiastica, luogo di presenza personale e di testimonianza, di comunione e di collaborazione, una comunità liturgica e di servizio.
 
Particolare sollecitudine deve esser mostrata per l’organizzazione dell’educazione in Cristo della nuova generazione, perché si coltivi in essa l’ethos ecologico. Il catechismo ecclesiastico deve instillare nell’anima dei fanciulli e dei giovani il rispetto verso il creato “assai bello”, incentivi per rendere attiva la protezione dell’ambiente e la verità che rende liberi della semplicità e della frugalità e dell’ethos ascetico, del mutuo modo della vita e dell’amore sacrificale. È necessario che i giovani comprendano la loro responsabilità per applicare nei fatti gli effetti ecologici della nostra fede, che conoscano e facciano conoscere il contributo determinante del Trono Ecumenico sulla questione della protezione dell’ambiente naturale.

Terminando il messaggio, auguriamo a tutti voi un benedetto anno ecclesiastico, copiosa abbondanza delle vostre lotte spirituali e invochiamo su di voi la grazia vitale e la smisurata misericordia del Signore e Dio e Salvatore nostro Gesù Cristo che tutto si dona, il principio e il realizzatore della nostra fede, per l’intercessione della Vergine di Pammakaristos, alla cui venerata icona, il sacro cimelio del Popolo, festosamente, devotamente e in umiltà oggi rendiamo omaggio.

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1 settembre 2018
Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo
Fervente intercessore presso Dio per tutti voi

 + Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo,
diletto fratello in Cristo e fervente intercessore presso Dio

giovedì 23 agosto 2018

riflessioni da altre tende cristiane ma non è detto che siano tende altre

il tono è tipicamente e sanamente evangelical da chiesa libera e pentecostale ma -e devo dire come spesso avverto leggendolo - il pastore Watchman Nee è egli stesso ricco frammento di Chiesa Una e Indivisa ed edifica ..ci edifica...

tratto da 
NON AMATE IL MONDO di Watchman Nee

"Dio sta edificando la Sua Chiesa fino al suo compimento nel regno universale di Cristo. Contemporaneamente il Suo rivale sta costruendo il sistema di questo mondo che avrà il suo vano culmine nel regno universale dell'anticristo. Dobbiamo stare molto attenti affinché in nessun momento siamo trovati ad aiutare Satana nella costruzione di quel malaugurato regno. Quando siamo di fronte ad alternative ed a scelte, la domanda non è: "È bene o male? È utile o dannoso?" No, la domanda che dobbiamo porci è: "È di questo mondo, o di Dio?" Esiste solo quest'unico conflitto nell'universo - quando ci troviamo di fronte a due vie opposte fra di loro la scelta in questione è sempre e soltanto questa: Dio... o Satana?"


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"Ora avviene il giudizio di questo mondo; ora sarà cacciato fuori il principe di questo mondo; e io, quando sarò innalzato dalla terra, trarrò tutti a me" (Giovanni 12:31-32).

lunedì 13 agosto 2018

Se i cristiani che si erano lamentati dei pastori avessero parlato di meno e si fossero rivolti con tutto il loro essere a Dio, se si fossero per così dire, levati in piedi per scuotere il cielo con umili, ferventi ed incessanti preghiere in favore dei loro conduttori, avrebbero potuto ottenere un maggior successo. (JONATHAN EDWARDS

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Come è noto..determinate riflessioni di cristiani di tradizione evangelica da antichi e seri sentieri a me è molto gradita.. Trovo sempre in essa traccia continua di pensiero ecclesiale patristico pur se si resta non in comunione

 


http://www.coramdeo.it/articoli/dieci-comandamenti-per-membri-della-chiesa-riguardo-il-loro-pastore/


1.Non idolatrare il tuo pastore. Non ti aspettare che lui possa essere in grado di fare quello che solo Dio può fare. Non fare del tuo pastore un salvatore.
2. Non criticare il tuo pastore a meno che lui non si allontani dalla verità e se così sarà, fallo con lacrime. E ti prego di non aspettarti da lui la perfezione. Lui è un semplice uomo: un uomo debole, un uomo peccatore come te. Il suo ministero è divino, ma la sua persona è totalmente umana. Lui prepara davanti a te un tesoro in un vaso di terra. Se tu non ricorderai questa verità, oggi griderai “Osanna”, ma domani lo metterai in croce.
3. Non evitare il tuo pastore. Vai da lui, parlagli dei tuoi bisogni, apri la tua anima, ma non sprecare il suo tempo prezioso. È il tuo dovere e privilegio andare da lui con le domande e i tuoi problemi spirituali – e questo sarà per lui un incoraggiamento e una gioia.
4. Prega per il tuo pastore. Prega per la sua anima, che possa rimanere umile e santo. Prega anche per il suo corpo, che possa rimanere forte, in buona salute risparmiandolo dalle malattie per tanti anni. Prega che lui può essere una luce ardente e splendente. Prega per il suo ministero che può essere abbondantemente benedetto. Prega anche per sua moglie, la sua famiglia, per la preparazione della sua predicazione, per l’atto della predicazione, per la consulenza che deve dare. Prega affinché il suo ministero sia completo, allora la sua predicazione sarà piena di benedizioni.
5. Devi essere un buon ascoltatore e un credente che mette ad effetto il sermone ascoltato dal tuo pastore. Ascolta e ubbidisci a ciò che odi dal pastore. Fin quando lui predicherà le Scritture fedelmente, ricevila come vera Parola di Dio. Ricordati che lui è un dono di Cristo per te.
6. Abbiate sempre un profondo interesse per il vostro pastore. Non lasciare che le vostre conversazioni siano sempre incentrate su di te. Sii gentile con lui. Mostra interesse per lui, la sua vita e la vita dei suoi famigliari. Anche lui è un essere umano.
7. Ricordati di apprezzare le forze del vostro pastore e minimizzare le sue debolezze, ricordandoti sempre che il tuo futuro pastore potrebbe non avere le stesse forze di quello attuale. Non paragonare i pastori uno con l’altro, ma impara ad apprezzare ogni pastore per i preziosi doni che Dio ha dato a loro.
8. Guarda sopra e oltre il tuo pastore. Guarda a Cristo il quale lo ha preposto per te.
9. Diventa un collaboratore del tuo pastore e un suo associato. Rinuncia a te stesso, esalta Cristo e collabora per l’opera Sua. Brama l’umiltà, la saggezza, la pace, l’unità e rivestiti di carità.
10. Mantieni una prospettiva eterna sotto il ministero del pastore. Chiedi a Dio che il tuo Pastore possa giungere a dare un buon resoconto della tua anima nel Giorno del Giudizio. Ricordati che tu non devi dare un resoconto delle imperfezioni e dei punti di forza del tuo pastore nel Grande Giorno, ma tu devi rendere conto di quello che hai fatto con la parola che lui ha predicato a te.
Se tu non sei ancora salvato, guarda al suo ministero come una grandissima opportunità che Dio ti dona per ricevere con mansuetudine la Sua Parola nel tuo cuore.
Attraverso il suo ministero, il Signore sta dicendo che Lui vuole raccogliere tanta gente che frequenta la tua chiesa dentro la Sua messe eterna – e perché non dovresti essere anche tu?
Oh, che tu possa conoscere quel grande giorno in cui Dio ti farà visita mediante il ministero del tuo pastore!

domenica 12 agosto 2018

Padre Daniele Marletta Omelia sulla parabola del servo spietato (undicesima Domenica di Matteo)

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dal sito
https://qoelet.wordpress.com/2018/08/12/anfibi-di-carne-e-spirito/

Letture
Apostolos: 1 Cor 9, 2-12
Evangelo secondo Matteo (18, 23-35)



Il Vangelo di questa Domenica vuole ricordarci una cosa fondamentale per la nostra vita spirituale: il fatto di essere noi tutti dei debitori insolventi. Di più: spesso noi siamo proprio quel debitore di cui si parla nella parabola, quello che prima supplica perché si abbia pazienza con lui ma che poi non è in grado di avere la tessa pazienza con il suo fratello.

“Siate misericordiosi come è misericordioso il Padre vostro” (Lc 6, 26) dice il Signore. E noi dovremmo chiederci: quanto siamo lontani dall’essere misericordiosi?
Spesso, quando un ortodosso prova a spiegare a un non ortodosso le regole del digiuno, si sente invariabilmente rispondere: “Ma come fate?” Come se il non mangiare carne e latticini sia poi così difficile. Certo, può essere più o meno difficile, in base ai nostri bisogni, ma anche ai nostri vizi e alle nostre cattive abitudini, in generale però il digiuno non è difficile quanto sembra. Perdonare le offese, invece – rimettere i “debiti” – è difficile. Perché? È difficile perché noi siamo in un certo senso – senza saperlo – degli anfibi.
Gli anfibi sono quegli animali che vivono sia nell’acqua che sulla terraferma, come rane e salamandre. Questi animali vivono una parte della loro vita in acqua e poi si stabiliscono sulla terraferma. Hanno sempre bisogno però di vivere vicino all’acqua: se portiamo una rana in un luogo arido, infatti, morirà presto.

Anche noi siamo anfibi, come le rane, anche se in un modo diverso. Noi viviamo nel nostro corpo e nello spirito, e per questo abbiamo bisogno sia di cibo carnale che di cibo spirituale, siamo carnali e spirituali insieme. C’è però una grande differenza tra noi e le rane: le rane cercano istintivamente l’acqua. È da lì che sono nate ed è lì che passano la maggior parte della loro vita e del loro tempo anche quando hanno finito di trasferirsi sulla terra e hanno perso le branchie. Tutto il ciclo della vita della rana gira intorno all’acqua. Noi, al contrario, potremmo vivere tutta la vita ignorando il fatto di essere degli anfibi, delle creature di carne e spirito e così, spesso, ci curiamo della nostra carne ma non del nostro spirito. Per questa ragione, anche quelli che sanno bene di essere fatti di carne e di spirito si trovano di fatto più a loro agio a trattare con la propria carne. Per questo, quindi, troviamo più facile il digiuno che il perdono.

Ritorniamo però al Vangelo di oggi. Noi preghiamo tutti i giorni con le parole del Padre nostro, che siano rimessi i nostri debiti “come anche noi li rimettiamo ai nostri debitori”. Forse non c’è commento migliore di questa parabola alle parole della preghiera. Il servo spietato della parabola è infatti un debitore che non rimette il debito. Questo ci mostra un fatto importante: è Dio, per primo, a rimettere il debito. Dio non aspetta che noi siamo degni di questa remissione. Semplicemente, rimette il nostro debito e ci lascia andare. Dio dà il perdono all’uomo senza attendere che sia stato lui, prima, a perdonare il suo fratello. Il “come noi li rimettiamo ai nostri debitori” non è una condizione, è la conseguenza del nostro credere realmente al perdono di Dio. Se infatti noi credessimo realmente al fatto che Dio, incarnandosi e morendo sulla Croce per noi, ci abbia dato il perdono, saremmo portati a ripetere spontaneamente questo gesto verso i nostri fratelli. “Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date” (Mt 10, 8), dice il Signore. Ecco: se noi non diamo è perché non abbiamo apprezzato il dono di Dio, è perché non crediamo realmente di aver ricevuto qualcosa da Lui. Eppure Dio stesso si è fatto anfibio, come noi. Ha preso carne e si è fatto uomo e ha vissuto la nostra stessa vita nella carne, perché l’uomo potesse prendere spirito e farsi Dio vivendo nello Spirito.

Noi siamo abituati a trattare il nostro corpo e il nostro spirito come scompartimenti stagni, senza comunicazione. Il fine della vita spirituale, invece, è proprio di metterli in comunicazione. Non è solo la mia anima che deve salvarsi, devo salvarmi io, tutto intero. Per questo noi dobbiamo imparare a vivere la nostra condotta morale come una conseguenza della nostra fede, non come una serie di regole a cui bisogna obbedire. Non dobbiamo perdonare il nostro fratello perché Dio ci ordina di fare così: dobbiamo perdonarlo perché Dio, per primo, ha perdonato noi per l’opera del Figlio suo Unigenito a cui è l’onore e la gloria, col Padre e con il Santo Spirito. Amin.



(Pronunciata il 30 Luglio /12 Agosto 2018)

giovedì 9 agosto 2018

riflessioni di due amici ..proprio a prescindere...direi immediatezze .. salutari schiaffoni


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Elisabetta Cipriani citando Santa Suor Benedetta della Croce

"Non accettate nessuna verità che sia priva di amore, né alcun amore che sia privo di verità: l'uno senza l'altra diventa una menzogna distruttiva".
Edith Stein (Teresa Benedetta della Croce), Breslavia 12 ottobre 1891, Auschwitz 9 agosto 1942.


Adriano Frinchi palermitano come me

 Io vorrei capire una cosa di questa città, delle sue autorità e dei suoi cittadini, che sono capaci di indignarsi e polemizzare su una discutibile opera di arte moderna esposta all’orto botanico ma non proferiscono una parola sui disgraziati che si facevano spaccare gli arti da criminali per poche centinaia di euro. Quando li facciamo i conti con il lato oscuro di questa città? Quando ci leveremo contro il degrado? Quanto ancora dormiranno le coscienze di fronte all’abisso morale in cui è precipitata questa città?

Ed ancora Elisabetta Cipriani  

 

"Ed è proprio qui che si trova la chiave della nostra liberazione, una chiave che abbiamo trascurato e che pure è tanto semplice e accessibile: IL RIFIUTO DI PARTECIPARE PERSONALMENTE ALLA MENZOGNA. Anche se la menzogna ricopre ogni cosa, anche se domina dappertutto, su un punto siamo inflessibili: che non domini PER OPERA MIA!".
(Alexander Solzenicyn, 11 dicembre 1918 - 3 agosto 2008)

Ed ancora Adriano Frinchi

 Un po' mi dispiace ma non mi sorprende che questo strano Paese che celebra tutto e tutti continui a dimenticare uno degli scrittori italiani più prolifici e di successo come Giovannino Guareschi. Oggi sono 50 anni che Guareschi non c'è più e forse non gli dispiace affatto essere dimenticato da un'Italia di cui aveva previsto la corsa nell'abisso di una maleodorante modernità.
Io però Giovannino non posso dimenticarlo perché non posso dimenticare i giorni dell'adolescenza passati sulle pagine dei suoi libri, quella tenera malinconia che mi prendeva dopo quelle letture e il desiderio di farmi anche io una passeggiata lungo l'argine del grande fiume insieme a don Camillo o di bere un bicchiere di lambrusco con Peppone, lo Smilzo e il Brusco.
L'ho capito solo col tempo che non desideravo quel posto dove "il sole picchia in testa come un martello d’estate e la nebbia cancella il mondo a pochi metri dal tuo naso, durante l’autunno" ma anelavo il "mondo piccolo" raccontato da Guareschi perché vi ritrovavo le stesse cose della vita normale: l’odio, la morte, il peccato, le liti. Con la piccola differenza che quel mondo era un mondo toccato dalla Grazia, a cui i protagonisti non si opponevano.
Quella Grazia di cui tutti noi abbiamo straordinariamente bisogno.

lunedì 6 agosto 2018

IL TESTAMENTO DI PAOLO VI


Nel corso della riunione della Congregazione Generale dei Cardinali, giovedì 10 agosto, è stato letto il testo delle ultime volontà di Paolo VI, testo che prima della pubblicazione è stato portato a conoscenza dei familiari. Il testamento consiste in uno scritto del 30 giugno 1965, integrato da due aggiunte, una del 1972 e un’altra del 1973. Sono in tutto quattordici pagine manoscritte. Il primo dei tre testi è scritto su tre fogli grandi, formato lettera, ciascuno di quattro facciate. Paolo VI ha numerato la prima pagina dei tre fogli di suo pugno ed ha apposto la sua firma anche a margine della quarta facciata del foglio I. In tutto sono undici facciate scritte. La prima aggiunta fu fatta a Castel Gandolfo e, oltre alla data, reca anche l’indicazione dell’ora: 16 settembre 1972, ore 7,30. Si tratta di due foglietti manoscritti. Il primo reca tra parentesi, in alto, accanto allo stemma pontificio l’indicazione «Note complementari al testamento 8. La seconda, intitolata « Aggiunta alle mie disposizioni testamentarie », consiste in poche righe scritte su un unico foglio il 14 luglio 1973.

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Alcune note
 per il mio testamento
In nomine Patris et Filii et Spiritus Sancti. Amen.
1. Fisso lo sguardo verso il mistero della morte, e di ciò che la segue, nel lume di Cristo, che solo la rischiara; e perciò con umile e serena fiducia. Avverto la verità, che per me si è sempre riflessa sulla vita presente da questo mistero, e benedico il vincitore della morte per averne fugate le tenebre e svelata la luce.
Dinanzi perciò alla morte, al totale e definitivo distacco dalla vita presente, sento il dovere di celebrare il dono, la fortuna, la bellezza, il destino di questa stessa fugace esistenza: Signore, Ti ringrazio che mi hai chiamato alla vita, ed ancor più che, facendomi cristiano, mi hai rigenerato e destinato alla pienezza della vita.
Parimente sento il dovere di ringraziare e di benedire chi a me fu tramite dei doni della vita, da Te, o Signore, elargitimi: chi nella vita mi ha introdotto (oh! siano benedetti i miei degnissimi Genitori!), chi mi ha educato, benvoluto, beneficato, aiutato, circondato di buoni esempi, di cure, di affetto, di fiducia, di bontà, di cortesia, di amicizia, di fedeltà, di ossequio. Guardo con riconoscenza ai rapporti naturali e spirituali che hanno dato origine, assistenza, conforto, significato alla mia umile esistenza: quanti doni, quante cose belle ed alte, quanta speranza ho io ricevuto in questo mondo!
Ora che la giornata tramonta, e tutto finisce e si scioglie di questa stupenda e drammatica scena temporale e terrena, come ancora ringraziare Te, o Signore, dopo quello della vita naturale, del dono, anche superiore, della fede e della grazia, in cui alla fine unicamente si rifugia il mio essere superstite? Come celebrare degnamente la tua bontà, o Signore, per essere io stato inserito, appena entrato in questo mondo, nel mondo ineffabile della Chiesa cattolica? Come per essere stato chiamato ed iniziato al Sacerdozio di Cristo? Come per aver avuto il gaudio e la missione di servire le anime, i fratelli, i giovani, i poveri, il popolo di Dio, e d’aver avuto l’immeritato onore d’essere ministro della santa Chiesa, a Roma specialmente, accanto al Papa, poi a Milano, come arcivescovo, sulla cattedra, per me troppo alta, e venerabilissima dei santi Ambrogio e Carlo, e finalmente su questa suprema e formidabile e santissima di San Pietro? In aeternum Domini misericordias cantabo.
Siano salutati e benedetti tutti quelli che io ho incontrati nel mio pellegrinaggio terreno; coloro che mi furono collaboratori, consiglieri ed amici - e tanti furono, e così buoni e generosi e cari!
benedetti coloro che accolsero il mio ministero, e che mi furono figli e fratelli in nostro Signore!
A voi, Lodovico e Francesco, fratelli di sangue e di spirito, e a voi tutti carissimi di casa mia, che nulla a me avete chiesto, né da me avuto di terreno favore, e che mi avete sempre dato esempio di virtù umane e cristiane, che mi avete capito, con tanta discrezione e cordialità, e che soprattutto mi avete aiutato a cercare nella vita presente la via verso quella futura, sia la mia pace e la mia benedizione.
Il pensiero si volge indietro e si allarga d’intorno; e ben so che non sarebbe felice questo commiato, se non avesse memoria del perdono da chiedere a quanti io avessi offeso, non servito, non abbastanza amato; e del perdono altresì che qualcuno desiderasse da me. Che la pace del Signore sia con noi.
E sento che la Chiesa mi circonda: o santa Chiesa, una e cattolica ed apostolica, ricevi col mio benedicente saluto il mio supremo atto d’amore.
A te, Roma, diocesi di San Pietro e del Vicario di Cristo, dilettissima a questo ultimo servo dei servi di Dio, la mia benedizione più paterna e più piena, affinché Tu Urbe dell’orbe, sia sempre memore della tua misteriosa vocazione, e con umana virtù e con fede cristiana sappia rispondere, per quanto sarà lunga la storia del mondo, alla tua spirituale e universale missione.
Ed a Voi tutti, venerati Fratelli nell’Episcopato, il mio cordiale e riverente saluto; sono con voi nell’unica fede, nella medesima carità, nel comune impegno apostolico, nel solidale servizio al Vangelo, per l’edificazione della Chiesa di Cristo e per la salvezza dell’intera umanità. Ai Sacerdoti tutti, ai Religiosi e alle Religiose, agli Alunni dei nostri Seminari, ai Cattolici fedeli e militanti, ai giovani, ai sofferenti, ai poveri, ai cercatori della verità e della giustizia, a tutti la benedizione del Papa, che muore.
E così, con particolare riverenza e riconoscenza ai Signori Cardinali ed a tutta la Curia romana: davanti a voi, che mi circondate più da vicino, professo solennemente la nostra Fede, dichiaro la nostra Speranza, celebro la Carità che non muore, accettando umilmente dalla divina volontà la morte che mi è destinata, invocando la grande misericordia del Signore, implorando la clemente intercessione di Maria santissima, degli Angeli e dei anti, e raccomandando l’anima mia al suffragio dei buoni.
2. Nomino la Santa Sede mio erede universale: mi obbligano a ciò dovere, gratitudine, amore. Salvo le disposizioni qui sotto indicate.
3. Sia esecutore testamentario il mio Segretario privato. Egli vorrà consigliarsi con la Segreteria di Stato e uniformarsi alle norme giuridiche vigenti e alle buone usanze ecclesiastiche.
4. Circa le cose di questo mondo: mi propongo di morire povero, e di semplificare così ogni questione al riguardo.
Per quanto riguarda cose mobili e immobili di mia personale proprietà, che ancora restassero di provenienza familiare, ne dispongano i miei Fratelli Lodovico e Francesco liberamente; li prego di qualche suffragio per l’anima mia e per quelle dei nostri Defunti. Vogliano erogare qualche elemosina a persone bisognose o ad opere buone. Tengano per sé, e diano a chi merita e desidera qualche ricordo dalle cose, o dagli oggetti religiosi, o dai libri di mia appartenenza. Distruggano note, quaderni, corrispondenza, scritti miei personali.
Delle altre cose che si possano dire mie proprie: disponga, come esecutore testamentario, il mio Segretario privato, tenendo qualche ricordo per sé, e dando alle persone più amiche qualche piccolo oggetto in memoria. Gradirei che fossero distrutti manoscritti e note di mia mano; e che della corrispondenza ricevuta, di carattere spirituale e riservato, fosse bruciato quanto non era destinato all’altrui conoscenza.
Nel caso che l’esecutore testamentario a ciò non possa provvedere, voglia assumerne incarico la Segreteria di Stato.
5. Raccomando vivamente di disporre per convenienti suffragi e per generose elemosine, per quanto è possibile.
Circa i funerali: siano pii e semplici (si tolga il catafalco ora in uso per le esequie pontificie, per sostituirvi apparato umile e decoroso).
La tomba: amerei che fosse nella vera terra, con umile segno, che indichi il luogo e inviti a cristiana pietà. Niente monumento per me.
6. E circa ciò che più conta, congedandomi dalla scena di questo mondo e andando incontro al giudizio e alla misericordia di Dio: dovrei dire tante cose, tante. Sullo stato della Chiesa; abbia essa ascolto a qualche nostra parola, che per lei pronunciammo con gravità e con amore. Sul Concilio: si veda di condurlo a buon termine, e si provveda ad eseguirne fedelmente le prescrizioni. Sull’ecumenismo : si prosegua l’opera di avvicinamento con i Fratelli separati, con molta comprensione, con molta pazienza, con grande amore; ma senza deflettere dalla vera dottrina cattolica. Sul mondo: non si creda di giovargli assumendone i pensieri, i costumi, i gusti, ma studiandolo, amandolo, servendolo.
Chiudo gli occhi su questa terra dolorosa, drammatica e magnifica, chiamando ancora una volta su di essa la divina Bontà. Ancora benedico tutti. Roma specialmente, Milano e Brescia. Alla Terra santa, la Terra di Gesù, dove fui pellegrino di fede e di pace, uno speciale benedicente saluto.
E alla Chiesa, alla dilettissima Chiesa cattolica, all’umanità intera, la mia apostolica benedizione.
Poi: in manus Tuas, Domine, commendo spiritum meum.
Ego: Paulus PP. VI.
Dato a Roma, presso S. Pietro, il 30 giugno 1965, anno III del nostro Pontificato.
Note complementari
al mio testamento
In manus tuas, Domine, commendo spiritum meum.
Magnificat anima mea Dominum. Maria!
Credo. Spero. Amo.
Ringrazio quanti mi hanno fatto del bene.
Chiedo perdono a quanti io avessi non fatto del bene. A tutti io do nel Signore la pace.
Saluto il carissimo Fratello Lodovico e tutti i miei familiari e parenti e amici, e quanti hanno accolto il mio ministero. A tutti i collaboratori, grazie. Alla Segreteria di Stato particolarmente.
Benedico con speciale carità Brescia, Milano, Roma, la Chiesa intera. Quam diletta tabernacula tua, Domine!
Ogni mia cosa sia della Santa Sede.
Provveda il mio Segretario particolare, il caro Don Pasquale Macchi, a disporre per qualche suffragio e qualche beneficenza, e ad assegnare qualche ricordo fra libri e oggetti a me appartenuti a sé e a persone care.
Non desidero alcuna tomba speciale.
Qualche preghiera affinché Dio mi usi misericordia.
In Te, Domine, speravi. Amen, alleluia.
A tutti la mia benedizione, in nomine Domini.
PAULUS PP. VI
Castel Gandolfo, 16 settembre 1972, ore 7,30.
Aggiunta
alle mie disposizioni testamentarie
Desidero che i miei funerali siano semplicissimi e non desidero né tomba speciale, né alcun monumento. Qualche suffragio (beneficenze e preghiere).
PAULUS PP. VI
14 luglio 1973

 https://w2.vatican.va/content/paul-vi/it/speeches/1978/august/documents/hf_p-vi_spe_19780810_testamento-paolo-vi.html

sabato 4 agosto 2018

Tudor Petcu intervista Annick de Souzenelle sulla bellezza dell'Ortodossia(testo italiano ) http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSezDoc.php?cat_id=31&id=659



La prima domanda che vorrei farle è molto semplice ma abbastanza importante per capire meglio la sua personalità spirituale: come ha scoperto la spiritualità ortodossa?
Nata in Francia da una famiglia cristiana, ho ricevuto dalla Chiesa romana il cibo di cui aveva così intensamente fame la bambina che ero, così indifesa nella vita che le era stata offerta. Ricordo di aver detto "assurdi" dei miei 3 o 4 anni, tanto erano nutriti dalle conseguenze o dalle memorie della guerra 1914-1918 che si era appena conclusa, ma di cui le anime di tutti, e i corpi di quelli che erano stati feriti, incluso mio padre, portavano ancora i traumi.
La Chiesa è stata allora per me un rifugio; ho avuto esperienze profonde e queste mi hanno aperta alla realtà di valori diversi da quelli a cui mi chiedevano di aderire. Ma dieci anni dopo la Chiesa stessa, per quanto riguarda il suo insegnamento, non ha più avuto peso; dopo aver nutrito l'infante, per me è divenuta infantilizzante; e l'ho lasciata. Quello che mi ricordo essenzialmente di questo divorzio è che i chierici, e non tra i meno importanti, respingevano violentemente questa adolescente che osava vedere nelle Scritture la loro dimensione "simbolica" – una parola che non conoscevo in quel momento, ma che qualifica oggi l'esigenza che esprimevo. A quel tempo, curiosamente, per la Chiesa romana, il simbolo era qualcosa di diabolico!
Così è iniziato per me una lunga ricerca, solitaria, perché era intorno agli anni 1939-1940, e mi sono immersa nel vuoto. A 20 anni, quando il mondo ti coglie con le sue braccia gelose e potenti, mi sono sviata, pur non essendo stata ingannata. Ma il cielo mi ha preso di nuovo con violenza. E dopo un difficile "esame di passaggio" mi ha portato alle porte della "Chiesa cattolica ortodossa di Francia" a Parigi. Questa chiesa, fondata da monsignor Irénée Winnaert, anch'egli dissidente di Roma, fu rilevata dopo la morte di questo vescovo da padre Eugraph Kovalevsky. Non dirò mai abbastanza di quanto sono grata a padre Eugraph, un innamorato di Dio, ma anche, su un piano fraterno, un grande amico della Francia. Non avrebbe voluto in alcun modo incistare un Cristianesimo ortodosso della diaspora di lingua russa in questo paese, ma ha sempre cercato di far risorgere nell'Occidente che lo ospitava l'Ortodossia del primo millennio che li era propria nella sua espressione liturgica. Assistito da suo fratello Maxime, eminente musicologo, ha iniziato un potente risveglio nella celebrazione dei misteri cristiani che avevano sviluppato l'anima e il genio spirituale dei nostri antenati. Quando venni per la prima volta in questa chiesa nel 1958, fu per la festa della Santissima Trinità. Fui colta da un'ondata di amore e gioia di tale violenza che aprì nel mio cuore la porta del mondo che stavo cercando da sempre, da quando ero coinvolta nell'assurdo in cui mi dibattevo fin dall'infanzia. Quali che siano gli eventi dolorosi che hanno rotto questo primo impulso di vita, continuo ad affermare che è stato quello il giorno in cui sono nata. Ho abbracciato il cristianesimo ortodosso nel giorno della festa di Natale dello stesso anno; il seme divino era germogliato in me.
Per rispondere al questionario di Tudor Petcu, presenterò in un altro testo ciò che l'Ortodossia mi ha portato, perché oltre al cibo ricevuto dalla vita liturgica, stavo per assimilare quello dell'Istituto di Teologia che ho seguito per tre anni, perché avevo fame, fame, fame! Poco dopo ho accompagnato una volta alla settimana padre Eugraph, divenuto vescovo Jean de Saint Denis, alla sua segreteria e lì ho continuato a imparare, ad approfondire, a mettere in discussione, ma anche a unire sempre più da vicino questo importante insegnamento con quello della lingua ebraica e della Qabbalah a cui mi ha portato allo stesso modo lo Spirito Santo. Fu sul retro di un cabaret di dubbia reputazione vicino a Place de la Republique a Parigi che ricevetti, meravigliata, l’insegnamento di un rabbino, e ancor più meravigliata di sentirlo come in stereofonia con l'insegnamento di padre Eugraph. Per 60 anni, il primo e il secondo testamento sono stati una sola eucaristia, Cristo che viene per "adempiere la legge" di Mosè e il primo testamento che illumina l'insegnamento di Cristo.
 
Quale sarebbe a suo giudizio l'unicità, o meglio, la bellezza dell'Ortodossia? Cosa rende l'Ortodossia interessante e nuova come stile di vita?
"Ortodossia, retta dottrina", dice il greco. Questa qualità, tenuto conto anche dell'apporto ebraico, mi sembra la più vicina al messaggio del Vangelo, ma a condizione di tener conto che questa correttezza non è statica; è asintotica fino all'infinito. Questa precisione può spiegare solo la qualità della contemplazione che abbiamo di Dio e la confessione che ne facciamo, da una parte, e dall'altra parte la dinamica in cui l'insegnamento di Cristo invita l'uomo a condurre la sua vita. L'uomo è invitato a salire di ramo in ramo a raccogliere i frutti del sapere e diventare... come se ogni livello della scala vista in sogno dal patriarca Giacobbe fosse un giardino dai frutti sempre più deliziosi che siamo invitati a raccogliere e mangiare. Il giardino dell'Eden, l'interno all'uomo, descritto in Genesi, "giardino del godimento" in ebraico, non è altro che questo. Quando ci si arrampica su questi livelli, si sperimenta l'accuratezza relativa di un livello di conoscenza perché questo collassa prima della conoscenza raggiunta al livello più alto. Massimo il Confessore conclude il suo trattato sul problema del male dicendo, a proposito dell'albero della conoscenza della Genesi: "Ecco come per il momento dobbiamo capire l'albero (della conoscenza) secondo un metodo deduttivo che si adatta a tutti. Il suo significato più misterioso è conservato nella mente dei mistici e onorato dal nostro silenzio". Quattordici secoli ci separano da questa saggezza di san Massimo, ma non è per paura o per pigrizia che questa ci conforta. Oggi, quando la scienza abolisce qualsiasi logica binaria per aprirsi al ternario, è urgente liberare l'albero della Conoscenza dalla semplicistica contraddizione bene-male che lo qualifica e ostacola l'uomo nella sua crescita. Ora solo in questo albero, fonte di intelligenza, vi è anche la saggezza.
L'università, che da parte sua offre un dono di conoscenza, ne è priva; non sa come impostare i limiti, e oggi ci stiamo avvicinando alla follia distruttiva; ne parlerò più tardi.
Quando padre Eugraph mi ha iniziata alla contemplazione apofatica di Dio, e, di conseguenza, al necessario superamento di tutte le contraddizioni, si capisce il motivo per cui ho iniziato a dare un nome a ciò che mi aveva staccato dalla Chiesa romana e al fatto che non era stata una coincidenza trovarmi proiettata nella Chiesa ortodossa nel giorno della festa della divina Trinità. Questo nome è quello dello Spirito Santo. Fu lui, lo Spirito Santo che, quel giorno, cantò, ballò, respirò, mi afferrò e mi imprigionò per sempre nel suo abbraccio più liberatorio.
La scolastica romana mi stava alienando; stavo soffocando.
Da quel momento la Chiesa occidentale si è evoluta, ma il respiro continua a mancare. È Berdjaev, questo filosofo cristiano ortodosso che amo tanto, che sente il Cristo, il Figlio dell'Uomo e Figlio di Dio come vissuto e contemplato più nel Figlio dell'Uomo dai romani occidentali, e come Figlio di Dio dagli orientali ortodossi. Ci sarebbe molto da dire, anche su questo!
Alla sua domanda riguardante "ciò che rende l'Ortodossia interessante e nuova come stile di vita", posso solo rispondere ricordando l'invito fatto da Gesù a Nicodemo e che, per il momento, pochissimi cristiani, anche ortodossi, hanno capito. "Sposare la madre interiore, l'Adamah di Adamo" (l'essere umano, uomo e donna) – un invito di cui non ho mai sentito una sola omelia spiegare il significato – è osare un'inversione radicale al proprio interno, inversione che spesso comporta difficili perdite di sicurezze rispetto ai valori del mondo; difficili ma necessarie per abbracciare i valori ontologici, senza i quali l'ascesa della scala evocata sopra è pura illusione. Ma non è che in questa dinamica, insegnata e vissuta dall'Oriente e dall'Occidente cristiano, che le due chiese possono muoversi verso l'unità. Oggi, entrambe non insegnano molto sulla parola "ritorno" tradotta con "penitenza" come atteggiamento morale, mentre invece si tratta di una penetrazione interiore (opera maschile) là dove gli "animali dell'anima" descritti da Basilio di Cesarea penetrano in un'operazione divino-umana, quasi alchemica, con la quale l'energia dà le sue informazioni; così nell'uomo cresce l'albero della conoscenza che è anche saggezza.
 
L'Ortodossia è solitamente definita come l'amore per la saggezza. Pensa che questa definizione sia il modo migliore per capire l'Ortodossia? Qual è la sua comprensione dell'Ortodossia e come scoprirne le fondamenta?
Tutte le grandi tradizioni del mondo amano la saggezza. Per il cinese, il Tao ne è la via, l'Advaita, o non-dualità, lo è per gli indù, e potremmo proseguire storicamente fino ai Vangeli, ma essi coprono tutto il tempo e il mistero della croce, condotti alla follia! "Saggezza di Dio, follia per i greci" canta instancabilmente l'apostolo Paolo! E se osserviamo nel primo testamento il suo insegnamento ci dice che la sapienza e l'intelligenza sono naturalmente distinte ma inseparabili, mentre nel secondo contempliamo la croce come l'erezione dell'albero della conoscenza, la cui sapienza vissuta da Cristo, è follia ai nostri occhi! Dal momento che la Chiesa romana dolorosamente despiritualizzata – "non hanno più vino!" – lascia i cristiani ai piedi della croce, è certo che l'Ortodossia invita i sensi a risalire l'albero, canta la saggezza, dono per eccellenza dello Spirito Santo.
Saggezza e intelligenza sono inseparabili, come ho detto sopra. Per gli ebrei, sono rispettivamente il padre e la madre divini. Sono i due pilastri della scala che ha visto il patriarca Giacobbe e la cui ascesa consiste nel vivere, dopo il battesimo dell'acqua, il battesimo del fuoco nello Spirito Santo. Questa elevazione è tradotta nel primo testamento dalla costruzione della casa interna: "costruisci la tua arca", dice Dio a Noè. "Va' verso di te", dice il Signore ad Abramo. E a Giobbe, con cui questa costruzione prende il carattere di un combattimento, "fascia i tuoi reni, uomo valoroso" ...gli dice il suo Signore invitandolo a rivestirsi della forza dello Spirito prima di portare i suoi animali davanti all'anima.
E il libro dei Proverbi canta versi che la Liturgia ortodossa riprende: "La Sapienza si è costruita la casa, ha intagliato le sue sette colonne. Ha ucciso gli animali (quelli dell'anima), ha preparato il vino e ha imbandito la tavola". (9,1-2)
Compreso tutto questo significato, Gesù riprende questa esortazione: "Prendi il tuo lettuccio" dice al paralitico "vai a casa tua" "vai verso di te". Lo guarisce, instancabilmente, il che significa
che introduce l'essere nella saggezza che ricostruisce l'uomo finora esiliato dal Regno!
Molti libri molto belli sono stati scritti su questo argomento della saggezza dagli ortodossi, ma molto poco è insegnato nelle chiese! E questo è un peccato, perché "i fondamenti dell'Ortodossia," nelle parole del suo questionario comprendono certamente la contemplazione e il vissuto del più retto dei sette doni dello Spirito Santo, applicati al quotidiano, mentre Roma è scivolata nel mentale, a scapito della sua funzione pneumatica.
 
Come dovremmo capire secondo lei la relazione tra Ortodossia e ragione? In altre parole, quale sarebbe il posto occupato dalla ragione nell'Ortodossia?
Mi pare che, parlando dello Spirito Santo, del suo respiro creativo, ho già risposto a questa domanda. Questi diversi livelli di realtà, ben "velati" per ora, come dicono i fisici, che simboleggiano i livelli successivi della santa scala, hanno ciascuno la loro "ragione". La ragione identificata nel discernimento, per esempio tra il bene e il male, è oggetto di numerosi detti dei Padri in storie tanto divertenti quanto profonde: un personaggio considerato santo fa cose totalmente riprovevoli e assurde, è giudicato malvagio dal povero che ne soffre, ma che in seguito capirà l'imperativo bisogno della rettitudine della sua strada o di quella della comunità.
Questi non sono che eventi che colpiscono oggi il collettivo e sarebbe ragionevole e intelligente comprenderne il significato, sapendo che il "caso" è la legge che gioca a un livello di realtà ancora sconosciuto, ma a cui le nostre azioni inconsce contravvengono .
La ragione identificata con la logica va da questa logica binaria che ho citato sopra verso quella ternaria e verso lo stesso Logos creatore, verso cui tende, forse senza nemmeno saperlo, il "terzo segreto" dei fisici.
Il primo ricco testamento ricco di "trucchi divini", dice proprio questo, e i Vangeli si concentrano sullo stesso salario dato ai lavoratori della prima e dell'ultima ora, in uno dei tanti esempi.
La vita spirituale che si incarna nel nostro quotidiano tributario del tempo ci fa scendere dal tempo per guidarci, come un ciclone nel suo occhio, nell'istante dell'eternità.
 
Un teologo americano ha detto che nell'Ortodossia tutti possono scoprire la loro santità nascosta. Come comprende questa affermazione?
"Dio si fa uomo in modo che l'uomo si faccia Dio", dicono i Padri sin dall'inizio del cristianesimo, con sant'Ireneo di Lione e forse molto prima di lui!
L'antropologia cristiana è interamente riassunta qui. Ma, a questo proposito, devo farle una confidenza. Padre Eugraph Kovalevsky, a quel tempo divenuto il vescovo Jean de Saint Denis, fu costretto a letto da un terribile dolore, di cui morì quarantotto ore dopo; ma a una domanda finale che gli chiesi, di argomento teologico, si sedette sul suo letto per rispondermi e concludere con quello che percepii come il suo ultimo messaggio: "Annick, l'antropologia cristiana non è ancora nata!". E questo grido arrivò ad allargare la breccia con cui Nicolas Berdjaev aveva già trafitto il mio cuore, un detto di questo grande cristiano in quasi tutti i suoi libri ma soprattutto ne "L'uomo e la macchina" pubblicato nel 1933 (Ed. Je Sers p. 51): "Non possiamo più accontentarci dell'antropologia patristica, scolastica o umanista".
Il vescovo Jean ci ha lasciati, potrei dire, in uno stato di "giubilo" che mi ha confidato poiché ho avuto la grazia di vegliarlo durante la sua ultima notte tra noi; questo accadde il 30 gennaio 1970, e nel luglio seguente, iniziai a scrivere il mio primo libro, "le Symbolisme du corps humain". Quest'opera, cosa che all'epoca ignoravo, era ed è tuttora la bozza di una nuova antropologia cristiana; non ho smesso di svilupparla e approfondirla da quella data, meravigliandomi ogni giorno di più, vivendo il "giubilo" che mi ha trasfuso il mio maestro.
Per penetrare il mistero dell'antropologia, nascosto nelle acque profonde dell'oceano delle Scritture, non possiamo rimanere alla superficie, accecati dalla sua schiuma.
Il patriarca Giacobbe si addormentò su una terra chiamata Luz quando fece il sogno della scala – la parola Luz significa "mandorla" – ha dormito sul guscio del frutto, ma il sogno lo ha invitato a svegliarsi e a penetrare il frutto nel suo cuore; questo cuore era simboleggiato dalla cima della scala dove si trovava il suo Signore. Ogni essere umano è chiamato a diventare quel Signore di cui è il seme. Questo seme è ciò che non abbiamo ancora capito della parola ebraica Bassar tradotta come "carne", che nel secondo capitolo della Genesi il Signore Dio suggella nel profondo del cuore di Adamo, nel cuore di un'altra "costola" di Adamo (che non è mai stata una costola!); questa parte è chiamata Ishah come moglie, Adamah come madre.
Questo lato femminile di tutti gli esseri è oggi chiamato l'inconscio, ed è nel profondo di questo immenso potenziale (abitato dagli animali selvaggi di cui ho parlato sopra) che Dio sigilla questa carne che nella parola ebraica pronunciata Basser è il verbo "informare". Il seme contiene tutte le informazioni del suo divenire; e non si dice Bassorah la "Buona Novella dei Vangeli"?
Ogni essere umano porta in sé questo seme; ma pochi lo sanno; e il seme rimane sterile (simbolo dell'infertilità di molte coppie della Bibbia). Ogni essere umano è invitato a passare dal suo stato animale alla sua natura divina. In questo stato animale non è sbagliato dire che la carne è anche il corpo, ma ciò non conferma il messaggio biblico.
"Voi siete dèi" (degli Elohim), dice Gesù ai suoi detrattori, confermando così ciò che canta il salmista. Ciò che è vero per ogni essere umano è anche vero per il collettivo, questo grande Adamo che siamo e che oggi è scosso da un terribile caos per passare dallo stato animale al risveglio della sua natura divina.
Più che santità, è alla sua divinizzazione che l'uomo è chiamato! Perché l'uomo dovrebbe essere inferiore all'uranio! La sua carne, come seme, il nucleo fondante del suo essere, possiede una forza nucleare inimmaginabile, una forza di risurezione! La trasfigurazione di un san Serafino di Sarov lo testimonia.
 
Le sarei grato se potessimo evidenziare la sua prospettiva sulla relazione tra l'Ortodossia e le esigenze sociali dell'uomo contemporaneo, perché è un tema che, a mio parere, dovrebbe essere di interesse per gli ortodossi.
Penso di averle detto abbastanza per farle sentire quanto deploro, come lei, il silenzio dei cristiani in generale e degli ortodossi in particolare, al centro del nostro attuale caos. Coloro che potrebbero avere l'autorità di parlare forse non osano farlo, ma autorità non significa necessariamente conoscenza.
Tra le leggi ontologiche ignorate, perché il verbo ebraico le tiene segrete dietro il "velo" che i fisici iniziano a sollevare, è quella che è l'oggetto della quinta piaga d'Egitto; Deber è tradotto con "peste" e non è altro che la parola poi pronunciata Dabar, che significa la "Parola" di Dio, ma anche una "cosa". Questo test significa che ogni "cosa" staccata dalla "Parola" di Dio dalla quale procede, crea la "peste". Ciò significa che tutte le costruzioni mentali, organizzative, filosofiche, ideologiche, tagliate fuori dalla Parola divina e quindi da qualsiasi valore ontologico, generano una "peste" e sono destinate alla distruzione. Oggi tutte le politiche mondiali tagliate fuori dalla Parola divina sono sotto scacco. Tutti i partiti che affermano di avere una visione giusta delle cose vivono in una relazione di potere e si escludono a vicenda. La giusta relazione dell'Uno e del multiplo che scaturisce da questa stessa legge prima era vissuta nelle monarchie, ma quando i monarchi vivevano in rapporti di forza, sono crollati. Le nostre società fatte oggi di popoli che si definiscono tagliati fuori dal divino e nominano un presidente della loro stessa qualità, le cui decisioni vengono sistematicamente distrutte dai partiti i cui non è espressione, queste società generano il caos totale.
Al centro di essi, gli uomini colpiti da un potere germinativo di cui non conoscono la qualità divina e che, volendo uscire dal pozzo del loro essere, trovano il suo coperchio sigillato, cadono tutti in malattie che la loro buona madre nazione si esaurisce a guarire, o si fondono attraverso le fessure del pozzo verso ideologie distruttive (vedi Daesh).
Ma se gli stati hanno eliminato la religione, le religioni hanno la loro parte di responsabilità; sono rimaste per lo più infantilizzanti, insegnando un Dio esterno all'uomo, punitore, persino vendicativo e incolpante. Da questo sono stata risparmiata da padre Eugraph, ma l'Occidente e l'Occidente cristiano hanno privato il cristianesimo della sua universale qualità riducendo la Persona di Cristo alla sua mera storicità; questo è essenziale, ma Cristo è nel cuore di tutti gli uomini e la sua opera sulla terra li abbraccia tutti dall'inizio alla fine dei tempi. Molti cristiani non sanno cosa vuol dire vivere il battesimo dell'acqua, mentre uomini e donne di altre tradizioni e che non ne vivono il simbolo, vi si immergono in realtà con grande apertura di coscienza. La liberazione del Golgota è per tutta l'umanità. La Chiesa non è ancora molto aperta a ciò che Cristo dice quando parla del "compimento della legge": quello dei tre battesimi: acqua-fuoco-cranio, di cui ho mostrato nel "Simbolismo del corpo umano" che sono inscritti nel corpo, questa "carne" rivolta all'esterno.
I cinesi li chiamano "campi di cinabro", pelvico, toracico e cranico, e ancora altre tradizioni, ma tutte li rivelano. Vi si trova la via della deificazione universale.
Questa ignoranza dimostra come l'antropologia cristiana non sia ancora nata, come mi ha detto il vescovo Jean. I cristiani non sono in grado di portare una voce costruttiva al cuore delle nostre società oggi così disorientate! Gli ospedali psichiatrici e le prigioni sono diventati i sostituti dei luoghi di culto.
E così arriva il momento in cui Cristo dirà alla donna samaritana: "Donna, credimi, verrà l'ora in cui né a Gerusalemme né su questo monte adorerete il Padre... ma in spirito e in verità; questi sono i veri adoratori che il Padre chiede".
Tutti sono chiamati ad andare urgentemente verso il proprio santuario interiore, verso la propria vera persona, unica e tutt'uno con tutti. Il futuro è per la regalità interiore di ciascuno. Allora il collettivo saprà gestirsi da solo.
C'è un'altra legge ontologica che denuncia la seconda piaga d'Egitto, quella dell'invasione di "rane che salgono nella stanza del re", come dice il testo. Tsaphordaïm, rane, è una parola che può essere letta: "l'ascesa della conoscenza". Nella loro camera da letto re e regina hanno ognuno il proprio smartphone; non comunicano più! In questo dramma, le conoscenze tecnologiche sono acquisite per la sola volontà esterna, priva di saggezza, poiché i nostri comitati etici sono composti da uomini e donne di indiscutibile onestà e intelligenza, ma che non riescono a raggiungere la saggezza insita nelle favolose scoperte delle scienze, se non attraverso il sentiero interiore proprio di ciascuno. E non penso che nessuno di loro sappia neppure di cosa sto parlando qui! Un giorno fui chiamata, indirettamente, a portare un chiarimento, ma questo non è stato riferito. Non voglio entrare ulteriormente su questo argomento cruciale che ormai ha raggiunto le dimensioni comprese da Nicolas Berdjaev quasi un secolo fa, quando ha detto nel libro citato sopra: "Siamo all'inizio di un conflitto spaventoso tra la persona morale e la civiltà tecnica, tra uomo e macchina". E inoltre: "un nuovo uomo deve sorgere; e la sfida non è tanto quella di illuminare il suo rapporto con chi lo ha preceduto, quanto di definire il suo atteggiamento verso l'uomo eterno" (p. 44 e 45). Parlando di quest'ultimo, Berdjaev evoca il dio che l'uomo deve diventare, il Signore di cui è il seme e che esiste già, perché è eterno...
Per concludere, date le risposte alle domande che mi ha posto, dirò che teologia e antropologia sono due facce della stessa medaglia. Se i Padri della Chiesa sono stati i nostri iniziatori alla contemplazione dei misteri divini, ora dobbiamo entrare con urgenza in questo "mistico" di cui parla Massimo il Confessore; egli ci invita con urgenza, per arricchire la teologia, a costruire un'antropologia forte, aperta ai ricchi contributi delle scienze umane e ai dati quasi mistici delle scienze fisiche dette quantistiche, che, non si può negare, di avvicinano al mistero della divina Trinità.

è del 2013...ma in data 4 agosto 2018 è sempre puntuale

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Sorella Falciatrice~ PICCOLE VOLGARITÀ  IN UN CONCORSO MINISTERIALE ~

L'acculturazione forzata («obbligatoria») delle masse produce tra gli altri danni la diminuzione degli artigiani, di coloro che conoscono l'arte di usare le mani, a vantaggio di milioni di laureati, e in discipline che mal si conciliano con la massificazione, specialisti in chiacchiere mediocri che, per forza di cose, finiscono con il nutrire e ampliare a dismisura la burocrazia. Quanti lavori si inventano per far contenti i dottorini senz'arte, quanti uffici e consulenze generati da fantasie barocche e di cui la ragione umana non si capacita neppure. A governo supremo di simili elucubrazioni `per mangiare', c'è un ministero denominato, a seconda del narcisismo dei politici regnanti, della Cultura o dei Beni e Attività Culturali, come si chiama adesso in un trionfo di maiuscole. E parte da questo ministero un concorso, bandito insieme alla «Direzione Generale per i Beni Culturali e Paesaggistici del Lazio, la Soprintendenza per i Beni Storici, Artistici ed Etnoantropologici del Lazio» (per ogni ridicola maiuscola chissà quanti impiegati e consulenti e fondi e uffici e pause caffè e viziosi ghiribizzi finalizzati a partorire eventi), onde ricordare Francesco d'Assisi.

Un «concorso artistico» riservato agli studenti d'arte che invita i ragazzi a cimentarsi con Giotto per mettere in scena – «con ogni mezzo espressivo», naturalmente, in primis le installazioni – la figura del frate medioevale. Una lodevole iniziativa per esaltare la santità dell'imitatore di Cristo? No, una sciocchezza. Il ministero, indirettamente il ministro già rettore dell'Università cattolica, chiede agli studenti d'arte di celebrare la gloria di Francesco come «primo pacifista ed ecologista, attuatore di un'esperienza di vita basata sui principi di estrema semplicità e sostenibilità, il primo trekker moderno». Testuale.

Una siffatta banalità non nasce nelle chiacchiere di ragazzotti sul tram ma in un ufficio apposito dove si affinerebbe il miglior spirito italico.

Si sbagliavano, dunque, santi e papi nel corso dei secoli, non si trattava di uno che voleva incarnare il Vangelo radicalmente ma di un `pacifista', un politicante senza princìpi intimorito dalla violenza; si sbagliava Dante, che faceva intervenire Tommaso d'Aquino a prescrivere per tutto quanto riguarda questo santo speciale - se qualcuno «proprio dir vole» - che si ricorra a termini preziosi. Il sommo domenicano, da parte sua, nel canto XI del Paradiso dantesco, canto che un tempo si mandava a memoria nei licei della penisola, lo chiama «patriarca», «santo archimandrita», l'amante della Povertà cristiana atteso da «millecent'anni e più», «la cui mirabil vita meglio in gloria del ciel si canterebbe». Non sapevano quei poveri ingegni, quasi contemporanei suoi, che l'esperienza francescana si basava sulla sostenibilità ambientale, sul business dell'ecologia, magari anche nella versione ante litteram di paladino del global warming piuttosto che di araldo della croce.

Non sapeva il poeta che il Serafico era semplicemente uno che faceva trekking, un escursionista, uno che pensava «modernamente» al benessere corporale dunque, magari con adeguato equipaggiamento (peccato che lordasse ogni cosa con quel sangue colante da mani, piedi e petto, un trekker che lasciava dietro di sé una rossa scia). Così, la natura per il Poverello era – secondo i burocrati compilatori del concorso – una disneyana armonia, leggermente diversa dalla fondamentale concezione cattolica che vede nel creato il suggello di Dio, ragion per cui anche «sorella morte corporale» è da lodare. I promotori del concorso su un Francesco un po' zen capiranno forse il paradosso francescano solo quando a contatto con la terribile Falciatrice proveranno a chiamarla sorella, a considerarla pia, e vedranno che non è facile senza il Vangelo, certamente più arduo di un'arrampicata in montagna.