martedì 29 maggio 2018

«Quattro piccole persone che nel mondo non contano nulla»: le clarisse di Cademario

 

Non me ne vogliamo(e se me ne vorranno..me ne farò una ragione..anzi diciamo che già è stata fatta..) i miei fratelli e le mie sorelle di fede ecclesiale magari se non proprio neozeloti/neozelote.. sicuramente identitari ed identitarie se offro alla riflessione di tutti e di tutte questa meditazionedi vita cristiana all'interno della Chiesa di Roma Antica

https://monachesimoduepuntozero.com/2018/03/12/quattro-piccole-persone-che-nel-mondo-non-contano-nulla-le-clarisse-di-cademario/

"Vorrei avere il tempo – e non è un luogo comune – per seguire il più possibile, almeno sulla carta, le vicende di alcune comunità monastiche attraverso i vari documenti che lasciano in giro e che ormai non è difficile reperire: articoli, interviste, blog, opuscoli e piccole pubblicazioni. Lo dico perché quando ci riesco lo trovo allo stesso tempo molto istruttivo e, sì, molto riposante.
Il maggio scorso, ad esempio, le clarisse di Cademario (Canton Ticino) hanno celebrato il venticinquesimo anniversario della fondazione del loro monastero, e ovviamente la cosa ha lasciato diverse tracce scritte, a cominciare da un articolo, semplice e bello, firmato da loro stesse e apparso sull’ultimo numero di «Forma Sororum»1. «Quest’anno abbiamo la grazia di festeggiare un quarto di secolo», scrivono le monache, «il tempo appena di un respiro, ma a noi sembra di aver percorso già un lungo tratto, sia per l’intensità della vita accaduta sia per quel continuo – ma essenziale! – dirsi e ridirsi il significato di una presenza, e quindi di una vocazione»: quanto mi pare tipica, quell’insistenza, di una «professione», quella monastica, che non smette mai, a differenza di quasi tutte le altre, di interrogare se stessa.
L’articolo ripercorre la vicenda del monastero, risalendo al primissimo impulso dato dall’allora vescovo di Lugano, Eugenio Corecco, del quale vengono citate due espressioni che mi hanno incuriosito. Anzitutto le parole rivolte nel 1986 alla badessa del monastero di S. Maria di Monteluce a Perugia, per sollecitare l’invio in Svizzera di un’avanguardia di monache e che contengono una singolare ammissione di pragmatismo provvidenziale: «Penso che la verifica della volontà di Dio scaturisce dal riuscire a realizzare il progetto stesso. Se si riesce a realizzarlo, rispettando tutti i passaggi che le circostanze e le persone impongono, allora non dobbiamo dubitare di noi stessi»; e poi una frase pronunciata nel 1992, in occasione dell’inaugurazione: «Non stiamo ponendo la prima pietra di un monumento, ma di una storia di persone, una storia che ci porta verso l’eternità. Quattro piccole persone che nel mondo non contano nulla iniziano un cammino di salvezza per tutti noi»: parole che sembrano echeggiare quelle di m. Cànopi che citavo in un appunto precedente: «È certo infatti che fino alla fine del mondo ci sarà bisogno di piccoli uomini e piccole donne senza alcuna importanza, ma che sappiano stare là davanti al Signore»2.
Dopo una prima fase, non brevissima, di assestamento, si giunge all’erezione canonica del monastero, nel giugno del 2006, passo necessario per procedere alla ristrutturazione e all’ampliamento della sede originaria, una villa messa a disposizione dalle sorelle cappuccine e poi donata dalla diocesi. Mentre le monache si trasferiscono temporaneamente in città, a Lugano, presso il monastero di S. Giuseppe lasciato vuoto da una comunità di cappuccine (sempre loro), si apre la «fase del cantiere», che è molto interessante ripercorrere attraverso le tesimonianze video disponibili (qui ad esempio si possono ascoltare s. Miriam e s. Giuseppina).
La storia del monastero non è stata priva di «difficoltà varie e numerose», come ammettono con estrema discrezione le monache stesse3, e come si può trovare accennato in altre testimonianze. Qualcosa traspare, ad esempio, nelle parole dell’allora parroco di Cademario, d. Pierangelo Regazzi, qui intervistato in occasione del rientro della comunità (oggi composta da nove sorelle) nel nuovo edificio nel 20124.
Di articolo in testimonianza, si potrebbe andare avanti a lungo, e ognuno può farlo se lo desidera, per avere almeno un’idea, seppur indiretta, di monachesimo in atto: «Più volte in questi anni abbiamo constatato con stupore», riflettono le monache, «come le difficoltà ci hanno rivelato una comunione vera tra noi, mentre avrebbero potuto dividerci, oppure far morire la piccola pianta. Più volte siamo dovute ritornare con umiltà sulle scelte fatte… Più volte abbiamo dovuto ricominciare con lavori già fatti o impostati, più volte ci siamo interrogate sul nostro essere qui… La pedagogia del Signore ci continua ad educare ad un dinamismo del cuore, dove nulla sembra mai essere definitivo e sicuro, ma tutto chiede di essere continuamente accolto, guardato e amato».
Da qualunque posizione si guardi a questa letizia, non credo se ne possa dubitare.
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  1. Le clarisse di Cademario, 25 anni di presenza a Cademario, in «Forma Sororum» 55 (2018), 1 (gennaio-giugno), pp. 43-51.
  2. Anna Maria Cànopi, L’amore che chiama. Vocazione e vita monastica, prefazione di G. Savagnone, EDB 2017, vedi qui.
  3. Naturalmente anche di natura economica. Sul pieghevole diffuso per sollecitare le donazioni si può leggere ad esempio: « La costruzione di un monastero è una grossa sfida anche dal punto di vista finanziario: per questo, mentre vi ringraziamo di cuore per gli aiuti giunti sinora, continuiamo a confidare nella vostra generosità e in quella di nuovi benefattori, anche per superare alcune sopravvenute e inattese complicazioni finanziarie, che al momento non consentono il completamento di alcuni lavori».
  4. Nel ricordo che il sacerdote dedica al suo vescovo, mons. Corecco, si può leggere: «Tra le istituzioni che ha accolto in diocesi c’è stata pure la comunità delle Clarisse di Cademario: a quei tempi ero proprio io il parroco di quella parrocchia. Le cose non sono andate subito lisce. Ma alla fine la presenza di queste sorelle è stata “provvidenziale”», in «Bollettino dell’Associazione internazionale amici di Eugenio Corecco, Vescovo di Lugano» XX, 11 (settembre 2016), p. 96.

lunedì 28 maggio 2018

Domenica di Pentecoste –Un prete davanti alla Santa Trapeza

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Domenica di Pentecoste –Un prete davanti alla Santa Trapeza





.......Il coro ha iniziato il canto del  Kerubikòn



 "noi che misticamente ora siamo icone e alla vivifica Triade l'inno trisagio       cantiamo,deponiamo ogni affanno dela vita per accogliere il Re dell'universo invisibilmente scortato dalle angeliche schiere.Alliluia,alliluia,alliluia"



 Ed io davanti al Trono del Signore Sovrano e Filantropo recito l'antica preghiera segreta presbiterale:ancora una volta e per me stesso,per le mie contraddizioni,per i miei peccati,ma anche-nell'incredibile mistero triadico della misericordia della e nella Chiesa-per la lotta interiore di tutti,per la quotidiana battaglia tra il buco nero e la veste nuziale,tra la forza di gravità di ogni nostra pesantezza e il convito e il banchetto esente da ogni contaminazione,da ogni interesse,da ogni preoccupazione,da ogni ansia,angoscia,impegno per quanto nobile e propositivo.



Tutto,ma proprio tutto,è immondizia di fronte al re della gloria che sta entrando in Sion la santa .



Tutto,ma proprio tutto,tutto il nostro tutto,viene inchiodato alla sua ambiguità,al suo codice genetico di idolatria possibile e costantemente realizzata- la storicità come dramma,come luogo di pesantezza,di parzialità,di ambigua oscurità



Non confidate nei  principi,nei figli degli uomini,che non posseggono salvezza ( salmo 145  seconda antifona dei Tipici della Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo/di San Basilio-uso del tipikòn delle Chiese di tradizione slava)



Il Padre Cosmàs,igumeno del nostro monastero calabrese di San Giovanni Theristis,....ogni anno  il mio mese di Agosto per il mio riposo del corpo e del cuore e per il mio servizio in monastero......

Io  gli parlavo  e gli presentavo  i miei drammi,le mie cadute,i miei dubbi e da buon occidentale figlio della discorsività e del ruminar della dialettica mi aspettavo  proprio questo ed invece no,ma proprio no



Nessuna concessione ad ogni possibile demone,ad ogni possibile tentazione di autoreferenzialità.Solo e semplicemente  Coraggio,Non avere paura e poi

scoprire che di notte si alzava e si recava in Chiesa e prega e prega portandomi sulle sue spalle e con la sua intercessione e accende per me e per tutti una candela



Confessate dunque i falli gli uni agli altri e pregate gli uni per gli altri onde siate guariti;molto può  la supplicazione del giusto fatta con insistenza (lettera di Giacomo apostolo,capitolo 5 versetto 11)





Taccia ogni carne mortale e se ne stia con timore e tremore.Non pensi in se stessa ad alcunchè di mondano

Il Re dei re  e il Signore dei Signori si avanza per essere immolato e dato in cibo ai fedeli........(inno cherubico del sabato santo,il grande sabato)





E allorquando misuro me stesso davanti al Signore e  perfino tremo,so che è anche questo è idolatria.So che sono chiamato a non essere più problema per me stesso.Io non sono il centro del mondo-Siamo chiamati ad essere un'assenza



Superbia e disperazione sono sorelle gemelle monozigoti





Resta solo l'esperienza del pubblicano,la compunzione,il pentimento,la coscienza della propria assoluta inadeguatezza-Non posso proporre nulla.Non ho un curriculum vitae da depositare in Direzione Amministrativa affinchè venga monetizzato in punti e in graduatoria.Non posso assumere impegni ed alternative.Non ho più capacità negoziale-Nessuna concertazione è possibile-Ed ecco la forza del salmo 50..”Abbi pietà di me o Dio secondo la tua grande misericordia”





Venga la Grazia  e passi questo mondo(Didachè-insegnamento degli Apostoli  X,6 p 329)



E mentre il diacono incensa  tengo stretta tra le mani la mia corda di preghiera e apro lo spazio all'invocazione

La preghiera del cuore,grano per grano della corda di preghiera,l'invocazione del Nome



Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore





Ed è ancora lotta:lo squarcio di luce è teofania,ma il vecchio Adamo è sempre vigile,questo strano cadavere che cammina e l'avversario stavolta usa il fascino della sapienza,la seduttiva seduzione mai sfiorita e sempre consapevole delle sue armi: la gnosis ,l'orgoglio della gnosis emergono improvvisamente e mi tenta,si mi tenta,mi tenta durante l'invocazione,cerca di castrarla,di deprivarla,di leggerla

Mi squaderna l'eleganza e l'infinita sapienza  dei miei studi sulla  Teologia del Nome,i suoi rimandi,le sue nobili intuizioni,il suo Sitz im Leben,il suo valore



Ma è distrazione.è tentazione,è inserimento di un modesto,triviale altro di fronte all'Altro

Sì la storicità come tentazione,come autogiustificazione, senso di legittimità per una specifica opera meritoria,un voler comunicare(ed è bestemmia) al Signore Risorto che ho capito tutto,che conosco alla perfezione i codici di comunicazione con lui,che li sto usando con intelligente discernimento,un volergli dire(sotto le sembianze nobili di un presento dialogo tra pari) che mi sento bene



Si la tentazione durante  la preghiera e durante la preghiera del cuore!!!



Dimentico che il pubblicano sta  sempre a capo chino e molto distante dal luogo alto e dimentico ancor che al figliol prodigo,al momento del ritorno a casa,non fu consentito dal Padre misericordioso la relazione sugli eventi e neppure gli fu consentito di aprir bocca





-Ditemi Padre Dorofeo,in che cosa consiste la preghiera pura?



-E' una preghiera senza pensieri vani;è quando il pensiero è raccolto,quando l'attenzione non vaga e il cuore veglia,cioè quando è preso da spavento e da tenerezza.Ma se pregando con le labbra,i tuoi pensieri vagano lontano,questo non è una preghiera.(Sergio Bolsakov -Incontri con la preghiera del cuore-Ancora Milano 1981  pagina 15)





La lotta prosegue  Abbi di noi misericordia Signore,abbi di noi misericordia mancando di ogni discolpa questa supplica a te Sovrano noi peccatori porgiamo,abbi di noi misericordia(ufficio della protesis Divina Liturgia di San Giovanni Crisostomo/San Basilio -preghiere di preparazione del sacerdote)





Siamo chamati a diventare un'assenza e nella preghiera del cuore,l'invocazione ininterrotta del Nome di Gesù rende il luogo Luogo e il tempo Tempo





Pregare senza interruzione è strappare il tempo alla dannazione per collocarlo nella luce indefettibile.....eliminare mediante il ricordo di Dio,l'elemento terrestre del cuore,affinchè a poco a poco il male si consumi al ricordo del bene e l'anima torni perfettamente al suo splendore naturale e glorioso.Se non preghiamo senza interruzione,il nostro tempo diventa un tempo decaduto che si annuncia,si avvicina,arriva e non è più....Pregare è al contrario trasfigurare il tempo....Non abbiamo altra risorsa all'infuori dell'epiclesi del Nome di Gesù per vincere i nemici incorporei e visibili malevoli, maestri nell'arte di fare il male(Andre Borrely-Chi si avvicina a me s'avvicina al fuoco-Ancora Milano -1978-passim pagina 181 e 180)





E alla fine tra i morsi della lotta,i colpi di coda del mentitore,le consolazioni dell'intercessione tra noi tutti popolo di Dio in cammino nella distinzione dei carismi e ministeri e nell'unità dell'edificazione comune,grappoli e tralci dell'unico vigneto,la certezza incredibile e assolutamente gratuita  della Filantropia,la compagnia concreta dell'icona della Madre di Dio,del mio Santo,e dei santi tutti ,la mia corda di preghiera forse strapazzata e strapazzata,mi si apre davanti la sconfinata prateria dell'epiclesi,il lasciar fare al Santo Spirito







Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore





Riuscirò a dichiararmi inutile ed inessenziale?





Signore Gesù Cristo abbi pietà di me peccatore

venerdì 25 maggio 2018

Une interview avec Stéphanie Mendes par Tudor Petcu-traduzione italiana in http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSezDoc.php?cat_id=31&id=6480


 Whispers of an Immortalist: Icons of the Venerables 1


1\.) S'il vous plaît de nous expliquer en quelques lignes ce qui vous a conduit vers l'Orthodoxie.

2.) Quelle est l'unicité de la spiritualité orthodoxe à vos yeux?

3.) Comment caractériseriez-vous la beauté que l'on peut trouver dans la liturgie orthodoxe?

4.) Que représente pour vous l'icône orthodoxe? Quel serait son rôle et son message?

5.) Quel serait le sense de la vie que vous avez découvert dans la spiritualité orthodoxe?

6.) Comment l'Église Orthodoxe peut-elle connaître une forte évolution en Occident et  particulièrement en France?

7.) Quel serait le rapport entre votre identité occidentale et la spiritualité orthodoxe que vous avez choisie en tant que manière de vivre?

Réponse a la question 1 : 

Ce qui m'a conduite à l'orthodoxie est Dieu lui même , ce n'est pas moi qui ai cherché Dieu dans la foi orthodoxe mais Dieu qui m'a éprouvé avant de m'y amener dans sa Grande Miséricorde et son Amour véritable .
Cela c'est passé il y a maintenant 12 ans , j'étais une simple chrétienne catholique de baptême , perdue dans une vie civile normale . J'ai eu malheur de toucher à ce que Dieu ne permets pas , magie blanche , qui c'est transformée en magie noire et qui a fini en " cas de possession démoniaque '' . Mes parents eux même chrétiens catholiques de naissance ont été amenés à voir des prêtres catholiques , demandant de l'aide , mais la réponse a été malheureusement qu'il était trop tard pour moi , que j'allais mourir. 
De ce fait, mes parents ont contacté des Pères orthodoxes , qui eux ont tenté le tout pour le tout avec l'aide de Dieu à me sortir ''de cet enfer "et par la grâce divine je suis encore là,  vivante et maintenant pleinement pieuse . Dieu en passant par les Saints Pères orthodoxes m'a sauvé . Alleluia ! 
J'ai donc par la suite été amené à la Christmation " validation de baptême " et je suis devenue Orthodoxe par la volonté de Dieu . 
À mes yeux , la plus grande Grâce que j'ai pu recevoir de Dieu est celle ci , d'autant plus que je peux le remercier mille fois de m'avoir donné un Père spirituel plein de sagesse et d'amour inconditionnel pour ma famille et moi même , je ne lui serais jamais assez reconnaissante . Que Le Seigneur le remercie pour moi , mille fois .

Réponse à la question numéro 2 : 

À mes yeux,  l'unicité de la spiritualité Orthodoxe est en premier lieu dans la prière à Jésus " Seigneur Jésus Christ , Fils de Dieu,  aie pitié de moi pêcheur " , la prière qui relie tout Chrétien dans son coeur et son esprit à Dieu , mais aussi dans chaque parole , chaque geste , chaque tradition inspirée par l'Esprit Saint et qui en même temps touche au coeur de notre identité même . 
L'orthodoxie est l'expression de la divinisation personnelle de chaque homme , chaque Pays , chaque culture , chaque peuple . 
Dans la Sainte Liturgie,  nous retrouvons aussi l'unicité car c'est la seule réalité représentant les anges du paradis . 
Chaque sacrement orthodoxe est unique car il fait appel à la réalité transfigurée du paradis . 
Je pense réellement et sincèrement que l'unicité dans la foi orthodoxe ce trouve partout et en tout .
De plus l'église orthodoxe est la communion , l'unicité spirituelle rigoureuse de foi et de vie des Églises qui suivent les 7 conciles oecuméniques .

Réponse pour la question 3 : 

Pour le fait de ce qui à mes yeux caractérise la beauté de la liturgie Orthodoxe , il y a en premier lieu ce que j'ai trouvé de suite , La Présence de Dieu , dans chaque prière , dans chaque icône,  dans chaque chant liturgique , Dieu est partout , je ne peux l'expliquer , c'est mon ressenti personnel , il élève et comble nos âmes dans la prière . Nous sommes dans la crainte de Dieu , c'est aussi ce qui fait notre foi ardente , et toute la beauté de la spiritualité Orthodoxe . Et pour clôturer le sujet , dans la liturgie Orthodoxe nous formons tous une seule et même Église , l'Église de Christ Notre Seigneur .


Réponses 4 : L'icône orthodoxe représente à mes yeux , une fenêtre vers le ciel . L'Icône sanctifie la vue , et ainsi transforme la vue en vision . Elle rend capable L'homme d'entrevoir l'invisible à travers le visible , le Royaume à travers le Mystère. C'est une révélation du monde de la Gloire de Dieu . L'icône est une image qui fait partie à part entière de la Liturgie Orthodoxe.  Elle est sanctifié et à mes yeux représente aussi l'unicité de la spiritualité Orthodoxe . Je pense que chaque fidèle créait un lien intime avec l'icône . Il est tout important de vénérer une Sainte Icône que d'écouter la parole ou de lire les écrits .

Réponse a la question 5 : 

Le sens de la vie que Dieu veut pour moi est dans l'orthodoxie,  et nulle part ailleurs . Dieu m'a permis des chutes , je m'en suis rendu compte il y a très peu de temps " pas plus ni moins d'une semaine en arrière " . 

Je suis tombé dans des spiritualités ésotériques,  des fausses croyances qui amènent à une fausse paix intérieure , je suis tombé dans le monde , ce monde , "Dieu me l'a permis , un temps .... un long temps " plus de deux ans et demi de chute ! Puis au bout de ce temps j'en été rendu à un point ou , mon âme n'était plus du tout en paix , je vomissais ce monde , chaque mauvaise parole qui touchait mon âme me donnait la nausée , réellement.  
Jusqu'à ce que je lise un parole d'un grand Saint Père "  Saint Staretz Thadée " qui disait " Ne rentre pas en guerre spirituelle avec le monde " et la ... je me suis senti en paix , et j'ai donc compris que Dieu m'a juste demandé de revenir dans l'orthodoxie et c'est ce que j'ai fait pleinement , ma vie maintenant est de faire pleinement la volonté de Dieu , d'essayer d'éviter les chutes , de prier pour les âmes des vivants et des morts , d'apprendre à mes enfants  la foi orthodoxe , de ne pas juger mon prochain mais de prier pour lui , de travailler mon humilité , même si je reste toute fois pêcheur et non parfaite , d'aimer inconditionnemement chaque être humain comme Dieu nous aime , de pardonner tout ce que je peux pardonner avec l'aide de Dieu . Tellement de choses ont changé depuis que je suis devenue Orthodoxe . 
La foi orthodoxe change complètement un être humain , quand Dieu se montre réellement,  nous pouvons que le suivre , tant bien que mal , mais il sait ce qu'il fait et tout est parfait . 
Tout arrive en temps et en heure , ni avant , ni après , tout est chronométré à la seconde près . 
J'ai donc accepté qu'il soit mon Père , un Père parfait , celui qui me fait voir mes chutes , qui me demande d'arrêter , qui me mets des petites gifles , qui quand je ne veux pas comprendre me mets carrément un mur , mais qui m'aime , qui reste la avec tout son amour pour me regarder et m'aider à me relever , qui me comble de joie et de grâce quand j'arrive à voir le péché et à ne pas tomber ..... 
Dieu est parfait ! Tout est parfait !

Réponse de la question no 6

L'évolution je pense ce fera au fil du temps , elle  a bien commencée ici en France , étant donner la dérive des autres religions chrétiennes . Je trouves que les 3/4 des gens parlent de Dieu mais ne le connaissent pas pour autant . 
Je m'expliques avec plus de précision a ce sujet , j'ai souvent à faire à des catholiques et ils ne savent parler , se défendre qu'avec la parole des Saintes écritures , ce qui est en soi est bien , mais Dieu ne passe pas que par la ...  
Dans la foi orthodoxe , certes nous lisons les Saintes Écritures,  mais nous avons tout de même un autre rapport avec Dieu , une autre connaissance de Dieu , nous avons une connaissances qui passe par les paroles des Saints Pères , je vous en cites quelques uns : Saint Seraphim de Sarov " Russie " , Saint Gabriel le Fol en Christ " Géorgie " , Saint Antoine le Grand , Saint Seraphim Rose , Saint Staretz Thadée , etc ... ect.... ect .... 
De grands sages qui ont gardé la tradition première et ancienne de la foi Orthodoxe . 
Je pense qu'au fil du temps , Dieu lui même rappelera à lui chaque être capable de l'entendre,  nous en tant que simples fidèles orthodoxes , transmettons par notre façon d'être plus ou moins bonne .. la base de l'orthodoxie . Nous transmettons à chaque être qui veut bien l'entendre ce que nous apprenons par le biais d' écrits et paroles de nos Saints Pères  . 
Mais après tout est question de temps , Dieu n'a pas de temps , il agit quand il le décide.  La graine est semée , attendons avec patience , amour et foi qu'elle germe.  

N'oublions pas que la France a été orthodoxe pendant 1000 ans ... il n'y a qu'un retour à la foi de nos ancêtres , aucune opposition entre Occident et Orthodoxie . 

Je dirais que c'est aussi parce que dans l' Église orthodoxe on retrouve les racines de L' Église pour mieux comprendre son message et son histoire ... ! 
C'est comme une continuation de l'évangile , une vie où tout s'explique,  les miracles du Christ sont naturels et dont partie du quotidien , tout comme la vie des Saints . 

Laissons Dieu agir en son temps , n'oublions pas que par Dieu tout est parfait !

Dernière réponse .. pour la question 7 .. : 

Disons déjà que ce n'est pas moi qui ai choisie la foi orthodoxe , ni encore moins le Patriacat dont je fais partie depuis 12 ans maintenant . 
Comme je l'ai dit plus haut , c'est Dieu lui même qui m'y a amené , c'est Dieu lui même qui m'a fait renaître dans la foi orthodoxe , dans le Patriacat Orthodoxe Serbe   
La foi orthodoxe n'a jamais été détachée de l'occident , donc finalement je suis juste la où Dieu veut que je sois , à mes yeux c'est tout ce qui compte .
Je ne me considère pas comme appartenant à l'occident , ni même à la France . Je considère pleinement appatenir à Dieu . Mon identité , la seule identité que j'ai est pleinement Orthodoxe .

sabato 19 maggio 2018

Santa Lidia (Atti degli Apostoli 16,11-15) nella meditazione del venerato ieromonaco eremita

 

"L’esempio di Lidia è quanto mai eloquente in proposito. Racconta san Luca che Paolo, mentre si trovava a Filippi, andò di sabato per annunciare il Vangelo ad alcune donne; tra esse vi era Lidia e il “Signore le aprì il cuore per aderire alle parole di Paolo” (At 16,14). Il senso racchiuso nell’espressione è importante. San Luca insegna che la conoscenza dei contenuti da credere non è sufficiente se poi il cuore, autentico sacrario della persona, non è aperto dalla grazia che consente di avere occhi per guardare in profondità e comprendere che quanto è stato annunciato è la Parola di Dio."




Atti 16,11-15

Paolo a Filippi
Mt 18:20 (Gv 6:44-45; Sl 119:18; Mt 13:23)
11 Perciò, salpando da Troas, puntammo diritto su Samotracia, e il giorno seguente su Neapolis; 12 di là ci recammo a Filippi, che è colonia romana e la città più importante di quella regione della Macedonia; e restammo in quella città alcuni giorni.
13 Il sabato andammo fuori dalla porta, lungo il fiume, dove pensavamo vi fosse un luogo di preghiera; e sedutici parlavamo alle donne là riunite. 14 Una donna della città di Tiatiri, commerciante di porpora, di nome Lidia, che temeva Dio, ci stava ad ascoltare. Il Signore le aprì il cuore, per renderla attenta alle cose dette da Paolo. 15 Dopo che fu battezzata con la sua famiglia, ci pregò dicendo: «Se avete giudicato ch'io sia fedele al Signore, entrate in casa mia, e alloggiatevi». E ci costrinse ad accettare.

domenica 13 maggio 2018

La domenica del cieco nato

 



Due eventi nell’unità delle due letture di questa Divina Liturgia della domenica del cieco nato. Le due conversioni… Due pieni riconoscimenti della Signoria del Cristo come Teantropo, il Terapeuta delle anime nostre e dei nostri corpi.
 
L’evento unitario della guarigione nel e del corpo  carceriere e del e nel cuore del cieco nato che riconosce (al pari della Samaritana) in Cristo Gesù il Figlio dell’uomo ,l’Atteso, il Messia, il Teantropo.

…Ecco il dono e il mistero della visitazione.. dell’essere visitati interamente dal Signore Dio tre volte santo…ecco…apre gli occhi…la luce…l’evento della Luce…in un continuum totale andando e riandando dalla Luce del Genesi alla Luce del Tabor alla Luce del Risorto al fuoco di Pentecoste e dalla Pentecoste alla Luce di Sion la Santa nella Santa Parousia del Suo ritorno ….. La Parousia verrà, la Parousia c’è…la visitazione e l’intercessione…la Chiesa come ospedale e come farmacia… i misteri come antibiotici…e sempre poi Lui nel mistero di Dio tre volte santo .. Egli il Terapeuta delle anime nostre e dei nostri corpi

Signore, colui che tu ami è ammalato! " (Gv 11, 3), è il grido supplice che da tutta la Chiesa continuamente sale al Dio filántropo, a favore delle sue membra sofferenti. Ed egli risponde a questa implorazione con la confortante risposta: "Io verrò e lo curerò " (Mt 8, 7).

Ed ancora per certi aspetti più immediata.. direi ancora biblicamente e patristicamente "più scandalosa e più paradossale" la conversione narrata in Atti ..l’immediatezza del carceriere…proprio la sua metanoia.. il suo rivolgimento… la professione di fede sua e della sua casa…l’ecclesia domestica del battesimo ..dell’incorporazione nell’evento tutto quanto del Cristo …il Risorto dai morti il Teantropo il Terapeuta…dei nostri corpi e del nostro cuore…un cuore di carne Signore …un cuore triadico ..e non più un cuore di pietra


Le Letture per la Divina Liturgia nella Domenica del cieco nato

Atti 16,16-34

Giovanni 9,1-41

 http://sottoscalaortodossopalermo.blogspot.it/2016/06/typikon-della-domenica-del-cieco-nato.html

 

mercoledì 9 maggio 2018

la lotta con il demonio nel monachesimo Intervento della Prof.Maria Grazia Mara - 10 Maggio 2003

 

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la lotta con il demonio nel monachesimo

Intervento della Prof.Maria Grazia Mara - 10 Maggio 2003

Fin dalle sue origini, il cristianesimo non ha mai messo in dubbio l’esistenza di spiriti demoniaci, e ciò perché, radicato nella Scrittura, ha letto la lotta contro Satana e i demoni, condotta da Cristo lungo la sua vita e nella conclusione della sua passione e morte, come il prezzo da lui pagato perché umanità e cosmo fossero liberati dal potere demoniaco. E’ quanto testimoniano, tra altri, questi due passi scritturistici: l’espressione giovannea: “..il diavolo fin da principio pecca. Per questo il Figlio di Dio si è manifestato, per sciogliere le opere del diavolo” (1Gv 3,8), e quella della lettera agli Ebrei: “Fratelli, poiché i figli hanno in comune il sangue e la carne, anche Gesù ne è divenuto partecipe, per ridurre all’impotenza mediante la morte colui che della morte ha il potere, cioè il diavolo, e liberare così quelli che per timore della morte erano soggetti a schiavitù per tutta la vita” (Ebr 2,14-15).
Anche se nel narrare la storia d’Israele, la Prima Economia non ama dilungarsi su questo misterioso personaggio chiamato diavolo, è noto che la narrazione di Gn 3, a cui la Bibbia fa esplicito riferimento solo nei secoli che precedono l’era cristiana[1], ((come in Sap 2,23-24, dove si legge: “ Iddio certo creò l’uomo per l’immortalità, avendolo fatto a immagine della sua propria natura. Per invidia del diavolo la morte entrò nel mondo e quelli che lo seguono ne fanno l’esperienza”)), la narrazione genesiaca parla del ruolo avuto dal “serpente” alle origini dell’umanità; e anche se non dice il nome del “serpente” e nulla fa sapere sulla sua natura e sulla sua origine, fa conoscere le conseguenze negative che la sua azione ha avuto per l’umanità. [2].
Questo modo di presentare la realtà demoniaca nella narrazione di Genesi è ben comprensibile avendo presente la preoccupazione, da parte del testo, di evitare ogni possibile interpretazione dualista; Dio è posto all’origine di ogni creatura, quindi anche del serpente, di cui è detto che “era astuto più di ogni altro animale della campagna, che il Signore Iddio aveva formato” (Gn 3,1).
Molto più esplicita è la demonologia del NT[3] , che chiama il serpente genesiaco, con i nomi di: grande dragone, diavolo, Satana (Ap 12,9; Gv 8,44; 1Gv 3,8; 2Cor 11,3) o, come accade nella parabola del seminatore, con i nomi di: Satana (Mc), il Maligno (Mt), il diavolo (Lc). E ancora, in altri passi dei sinottici, dove viene chiamato: il nemico ( parabola dell’oglio), il tentatore (Mt 4,3), Beelzebub, principe dei demoni (Mc 9,34; 10,25; 12,24-27; Lc 11,15-19).
A questi titoli Giovanni vi aggiunge quello di “principe di questo mondo” (Gv 12,31; 14,30; 16,11). Paolo, oltre a parlare di Satana come del “dio di questo secolo”(2Cor 4,4), contrapponendolo a Cristo, lo chiama Beliar (2Cor 6,15) . “Anche se - come diceva Pietro Rossano - Satana, agli occhi di Paolo rimane ‘aniconico’, mediante numerosi testi , l’Apostolo mostra attraverso quali spazi si insinui l’azione di Satana nell’uomo (( sono la durezza del cuore e la mancanza del perdono (cfr. 2Cor 2,11); sono la fragilità umana e la difficoltà di autodominio, che rendono difficile il controllo dei sensi (1Cor 7,5), sono l’orgoglio e l’avidità del denaro (2 Tm 6,9); la depressione, l’avvilimento “)) . Egli mostra “ quale sia il valore redentivo della lotta di Gesù con le forze demoniache, quale il valore e la forza della sua preghiera (Ef 6,16) e il valore espiatorio della sua morte (Rm 16,20; 1Cor 5,5; 1Tim 1,20). Paolo proclama inoltre che anche il cristiano, mediante Cristo, partecipa già alla vittoria sul demoniaco, perché il Signore è fedele e lo renderà saldo e lo difenderà dal maligno” [4].
Nel capitolo dodicesimo dell’Apocalisse viene poi ripresa e completata la narrazione di Genesi, riassumendo per sommi capi la dottrina della Bibbia sul demonio e sul suo ruolo nella storia della salvezza[5], e rappresentando lo scontro personale che oppone l’Uomo-Dio al “seduttore” e “principe di questo mondo” (Gv 8,44).
E’ in questa prospettiva che gli scrittori cristiani antichi interpretano alcuni avvenimenti della vita di Cristo, come le tentazioni nel deserto dopo il battesimo e soprattutto la sua morte in croce. E’ quanto testimonia Teodoro Studita che, a quanti gli domandavano perché Cristo fosse stato crocifisso, rispondeva: per crocifiggere il diavolo [6].
Nonostante questa forte presenza del demoniaco nella Scrittura e la convinzione, lungo tutta la storia del cristianesimo, che gli spiriti malvagi esistono e che, come si legge in Ef 6,12, per i cristiani la vita spirituale è un combattimento contro i demoni, la fede in questa presenza non è divenuta articolo di fede[7], anche se una trattatistica teologica se ne è occupata fin dal III secolo e non sono mancate, da parte della chiesa, indicazioni in merito .
Leone Magno, nella Epistola inviata nel 447 a Turribio, vescovo delle Asturie, ricordava che il diavolo non è una creatura cattiva per natura ma è divenuto tale a causa del peccato; e nella Sinodo Costantinopolitana del 543, il canone 7 proclamava l’anatema contro chi avesse sostenuto che nel secolo futuro Cristo avrebbe realizzato nuovamente l’opera redentiva morendo sulla croce a favore dei demoni così come l’aveva realizzata per gli uomini. La condanna aveva di mira Origene che con la teoria dell’apocatastasi finale aveva sostenuto, se pure in via ipotetica, che anche il diavolo sarebbe stato salvato da Cristo.
Prima di questi pronunciamenti e forse alla loro origine vi è, scritto tra il 420 e il 426, il l. VIII delle Conferenze ai Monaci di Cassiano, libro interamente dedicato ai “Principati”, cioè alla varietà e diversità degli spiriti del male e a spiegare che la Scrittura non è di immediata comprensione quando parla dei demoni, perché richiede la capacità di penetrare con la purificazione, la preghiera, la nuditas, l’argomento di cui tratta . Cassiano chiarisce inoltre non solo che l’origine di colui che sarebbe poi stato il demonio è buona, perché è da Dio, ma si sofferma a illustrare quale sia l’origine della sua caduta: prima ancora di tentare Eva egli si sarebbe allontanato dalla santità angelica, meritando il nome di serpente per il peccato di vanagloria che lo aveva portato a nutrire gelosia nei confronti dell’uomo elevato a quella gloria da cui egli era caduto [8].
Nonostante queste e altre scarne indicazioni di autorità ecclesiastiche, l’assenza di un vero e proprio articolo di fede sul demonio non ha impedito che fosse ferma, nella comunità ecclesiale, la credenza nella sua esistenza e nella sua azione[9]. Questa credenza è sicuramente rappresentata dall’esorcismo, particolarmente quello liturgico, dalla letteratura martirologica e dalla letteratura monastica. In altre parole: a) dal prolungamento, nella storia, dell’opera liberatrice di Cristo che, attraverso le parole della Scrittura [10] e la mediazione dell’esorcista, che nella viva coscienza ecclesiale è Cristo stesso, libera e salva il fedele dal maligno [11]; b) dalle testimonianze che, nel corso della storia, veicolano modelli diversi di imitazione di Cristo e, in lui, del perdurare della sua azione liberatrice: prima il modello del martire, inserito nella passione e morte di Cristo e con lui vincitore del demonio e della morte; poi, finite le più evidenti occasioni esterne di martirio, il modello del monaco che, in un nuovo modo di imitatio Christi, continua la sua opera di liberazione degli uomini e del cosmo dal demoniaco. Al di sopra di altri motivi, pur presenti nello svolgimento della storia, è la costante esigenza, avvertita da non pochi cristiani di fare della propria vita una sequela Christi, a individuare nel monaco il portatore di quella vita teandrica che continua, nella storia, l’azione liberatrice di Cristo.
Se il cristiano dei primi secoli, concependo la propria vita come partecipazione al mistero di Cristo, tendeva a quella identificazione con lui che Paolo dichiara con l’espressione di Gal 2,20: “Non sono più io che vivo, è Cristo che vive in me”, lo stesso desiderio di identificazione con Cristo accompagna il cristiano lungo la storia, pur manifestandosi in modi diversi per rispondere all’evolversi delle situazioni storiche.
Se prima era stato l’ideale del martirio, come imitazione di Cristo, a motivare la preparazione ascetica, ora è la stessa ascesi, nell’uguale desiderio di imitazione di Cristo, a divenire l’equivalente del martirio; basterebbe solo ricordare la fortuna del versetto paolino : cotidie morior (1Cor 15,31) nella letteratura monastica. [12] Che le due proposte, martirio e vita ascetica monastica, si avviino a divenire equivalenti lo mostra già nel III s. Clemente Alessandrino quando scrive: “Se la confessione davanti a Dio è martirio, ogni anima che ha vissuto in purezza nella conoscenza di Dio, cioè che ha obbedito ai comandamenti, in qualsiasi maniera questo sia stato realizzato dal suo corpo, è martire sia nella vita che nella parola perché ha versato la sua fede come sangue lungo tutta la sua vita fino alla fine”[13]. Un secolo dopo Girolamo sarà più esplicito quando presenterà l’ascesi monastica intrapresa da Blesilla[14] e da Demetriade [15] come “un secondo battesimo”, così come veniva considerato il martirio cruento delle persecuzioni.
Questi testi ne richiamano uno anteriore, del II s., la Passio Perpetuae et Felicitatis , dove si legge: “Così Felicita, lieta di essere sopravvissuta al parto per combattere con le fiere, passando da sangue a sangue, dall’ostetrica al reziario , per purificarsi dopo il parto con il secondo battesimo”(XVIII, 3)[16].
L’analogia tra martirio e vita monastica ritorna frequentemente negli scritti monastici.[17]
Se prima era la letteratura martirologica a veicolare la proposta di imitazione, ora si sostituisce ad essa l’agiografia monastica. Prima la letteratura martirologica aveva presentato il martire come il perfetto imitatore di Cristo nelle sofferenze sopportate, nella testimonianza resa, nella mitezza e al tempo stesso nella lotta sostenuta contro il demoniaco nelle sue varie forme, nel perdono concesso, nella vittoria sulla morte, tutti elementi che, secondo le narrazioni neotestamentarie avevano caratterizzato il comportamento di Cristo nella sua passione-morte- risurrezione . Poi l’agiografia monastica aveva proposto l’imitatio non più della passione e morte di Cristo, ma della sua vita terrena, recuperandone lo schema narrativo evangelico. Prima la divinizzazione del martire faceva riferimento alla morte sofferta ed era su quest’ultimo nemico il suo trionfo definitivo; poi la divinizzazione del monaco, nuovo martire, faceva riferimento al mondo e al demoniaco che lo domina , perché è su di esso che egli trionfa lottando, fino a tradurre nel vissuto il noto cotidie morior di Paolo (1Cor 15,31). Giustamente quindi è stato osservato che “la svolta del modello dal martire a quello del monaco è…una svolta epocale: il modello monastico è destinato a durare nella chiesa un intero kairòs”.[18]
Tra le testimonianze che la letteratura martirologica offre sulla lotta del martire con il demoniaco, ricordo le lettere di Ignazio nelle quali il vescovo di Antiochia fa riferimento alla lotta da sostenere con il “ principe di questo mondo “ [19]. Particolarmente significativa è la lettera scritta alla comunità romana per supplicarla di non adoperarsi per evitare il suo martirio, martirio che, unito a Cristo e con lui e per lui, egli attende come momento prezioso per sconfiggere il diavolo. Scrive: “Il principe di questo mondo vuole distruggermi e corrompere la mia mente rivolta a Dio. Quindi, nessuno di voi che sarete presenti, lo aiuti; state piuttosto dalla mia parte che è quella di Dio…”(Ad Rom.1).
Ancora più evidente è nella Passio Perpetuae la lotta della martire con il diavolo, identificato col serpente antico[20] e con l’orrida figura simbolica dell’Egizio [21], chiamato il diavolo [22], lotta sostenuta dalla martire Perpetua prima di conseguire , finalmente, il suo trionfo.
Nella spiritualità monastica del deserto acquista nuovo rilievo il combattimento contro i demoni, perché il deserto è, per eccellenza, il regno dove i demoni si ritirano e il monaco vi si reca per affrontarli e cooperare alla liberazione dell’umanità dal loro influsso nefasto. Non stupisce quindi che la demonologia conosca, con il monachesimo, una nuova fioritura.
Nella demonologia presente nella Vita Antonii [23], nell’opera di Evagrio[24] e in quella di Cassiano[25], al monaco è affidato il compito di purificare, per mezzo della fede in Dio e dell’ascesi, i luoghi della potenza del male, dove egli sceglie di abitare per lottare e vincere i demoni che vi si trovano. E tra i luoghi abitati dai demoni il deserto è luogo privilegiato e ultimo rifugio.
Nella letteratura monastica viene frequentemente sottolineato il fatto che l’azione dei demoni, che non solo non è estranea ma anzi è soggetta alla provvidenza divina, finisce col diventare strumento di quelle prove che il monaco subisce prima della vittoria. Così , di Melania, nobile romana che verso la fine del IV s. aderì al monachesimo, viene detto che: “Il nemico essendosi reso conto che non otteneva nulla contro di lei e anche che, vinto, le dava delle corone molto più belle, confuso, non osò più importunarla”[26]. E di Saba, fondatore della Grande Laura presso Gerusalemme, verso la fine del V s., si narra che, poiché non temeva Satana apparsogli sotto forma di un leone spaventoso, a ricompensa della sua fede “Dio gli sottomise ogni bestia velenosa e carnivora”.[27]
L’azione demoniaca, soggetta alla provvidenza divina, sconfitta dalla vita di fede e dall’ascesi del monaco e quindi strumento della sua vittoria, è tema ricorrente anche nei detti del deserto, quegli Apophtegmata patrum, redatti verso la fine del V s., che fanno conoscere gli insegnamenti trasmessi da maestro a discepolo fra i monaci egiziani [28].
In essi si legge che:
‘ Una volta venne a Scete un indemoniato e dopo molto tempo non era stato ancora guarito. Un anziano ne provò compassione, tracciò su di lui il segno di croce e lo guarì. Il demonio infuriato disse all’anziano: “Ecco tu mi hai scacciato e io vengo da te!”. L’anziano gli disse: “Vieni, mi fai piacere!”. L’anziano passò dodici anni sopportando il demonio e lo mortificava mangiando ogni giorno 12 noccioli di datteri. Alla fine il demonio uscì e se ne partì da lui. L’anziano vedendolo uscire gli disse: “perché fuggi? Resta ancora!”. Il demonio gli rispose: “Ti domerà Dio perché soltanto lui ha potere su di te!” (n. 12).
E ancora:
Un grande anacoreta che diceva: “Satana, perché mi fai guerra in questo modo?” udì Satana rispondere: “Sei tu che mi combatti con forza!” (n.33).
Nell’Apophtegma 36 si legge che: “Un anacoreta vide un demonio che ne spingeva un altro perché andasse a svegliare un monaco che dormiva. E sentì l’altro dire: “ Non posso farlo. Una volta l’ho svegliato ed egli si è alzato e mi ha bruciato con le preghiere e i salmi” (n.36).
Una testimonianza eloquente di quanto, nella vita monastica, fosse radicata la certezza dell’esistenza del demonio e di quanto l’uomo di Dio, il monaco, potesse sconfiggere i demoni con l’aiuto di Cristo, è offerta dalla Vita Antonii , scritta da Atanasio nel 357, (un anno dopo la morte del protagonista) , nella quale abbondano gli episodi in cui il diavolo e i demoni che lo accompagnano costituiscono il centro del racconto. L’importanza di questo scritto monastico, il primo di cui abbiamo conoscenza, appare subito se si ricorda che una quindicina di anni dopo la redazione atanasiana almeno due versioni latine la diffondevano già in Occidente. Una tale richiesta e accoglienza della Vita Antonii sembra indicare che anche l’Occidente doveva trovarsi in sintonia non solo con la proposta monastica che l’agiografia offriva ma anche con la demonologia presente e con il ruolo assegnato al monaco per combatterla e vincerla. [29]
Sui 94 capitoli che costituiscono la Vita Antonii (VA) circa i due terzi (48) interessano la demonologia.
La ragione di tanta insistenza è stata dichiarata alla fine del lavoro , e testimonia come la credenza nell’esistenza di spiriti malvagi fosse condivisa da cristiani e pagani:
“Se sarà utile, leggete queste cose anche ai pagani, affinché almeno così riconoscano che non solo il Signore Gesù Cristo è Dio e Figlio di Dio, ma anche che coloro che lo adorano in modo legittimo e credono in lui devotamente – i cristiani – vituperano quei demoni che i pagani stessi ritengono dei; e non soltanto dimostrano che non sono dei, ma addirittura li calpestano come seduttori e li scacciano ritenendo che siano corruttori degli uomini” (VA 94,2).
Non solo la Vita Antonii testimonia la credenza di cristiani e pagani nella esistenza dei demoni, ma testimonia anche quanto sia costante la lotta che Antonio deve sostenere con i demoni. I combattimenti principali nei quali egli deve affrontarli sono tre, in corrispondenza delle tre tappe decisive verso la vita solitaria:
1- quando si ritira in una tomba (VA 8);
2- quando si inoltra nel deserto per stabilirsi in un vecchio fortino (VA 12-13);
3- quando raggiunge il deserto vicino al mar Rosso (VA 51-52).
Il perché del collegamento tra la lotta del demonio e la vita solitaria è suggerito dalla stessa agiografia lì dove Atanasio mette in bocca ad Antonio una dichiarazione che racchiude anche un intento apologetico: il cristianesimo si è ormai esteso nelle città e quindi i demoni non hanno più città; con l’arrivo degli asceti nel deserto essi temono di perdere anche questo luogo dove si sono dovuti ritirare (VA 41), perché il deserto è diventato luogo di una presenza teandrica che, per la forza trascinante che esercita rischia di trasformare il deserto in città (VA 8,2).
Una preoccupazione che affiora continuamente nei numerosi episodi demoniaci narrati nella VA è infatti quella di dimostrare che il demonio, indicato con i nomi biblici di diabolus [30] , daemon [31], inimicus [32], draco [33] , tyrannus [34], spiritus fornicationis [35], princeps daemoniorum [36] , non deve essere temuto, perché il monaco che contro di lui lotta e combatte sa che con lui vi è “il Signore che li ha vinti e ha tolto loro ogni forza”.[37] La Scrittura , con quanto detto dal Signore nella citazione lucana: “Vedevo Satana cadere come una folgore” [38], corrobora la fede del monaco, il quale in questa lotta riconosce anche il perpetuarsi di quella lotta di cui parla Paolo: “ Non contro la carne e il sangue, ma contro i principati , contro le potestà, contro i padroni delle tenebre di questo mondo, contro gli spiriti del male che sono nei cieli” (Ef 6,12 in VA 21). E il versetto di Paolo, già in lui eco di un insieme di credenze, richiama, nella demonologia atanasiana, quel patrimonio religioso della letteratura giudaica extrabiblica, particolarmente sviluppato da Origene, secondo cui l’aria era la dimora dei demoni [39] .
E’ interessante notare che nella Vita Antonii, come poi nella successiva letteratura monastica, se tutti credono nella esistenza del diavolo, quando si approfondisce in che cosa e in che modo si crede, emerge una sostanziale differenza: mentre infatti i pagani e la maggior parte dei cristiani vi crede e lo teme, i santi, monaci-asceti, vi credono ma non lo temono, denunciandone così la sua radicale falsità, vacuità e debolezza.
Il concetto espresso da Paolo in Ef 6,12 acquista, nella spiritualità monastica del deserto, un nuovo rilievo perché il deserto è, come già detto, il luogo. per eccellenza, in cui i demoni dominano e dove il monaco si ritira per affrontarli in un combattimento diretto. Si legge nella VA: “Grande è la loro moltitudine nell’aria che ci circonda, e non sono lontani da noi. Molte sono le loro varietà; e il discorso sulle loro proprietà e varietà sarebbe lungo…Ciò che importa ed è necessario per noi è conoscere le astuzie che essi adoperano nei nostri riguardi”.
Evagrio, nato nel Ponto verso il 345, nel Trattato Pratico, precisando maggiormente quanto è detto nella VA, con la quale l’opera evagriana ha molti contatti, dirà che la lotta degli anacoreti con i demoni (principati, potestà, padroni delle tenebre) è una lotta senza intermediari, mentre nella lotta contro coloro che, pur praticando l’ascesi, vivono nei cenobi, i demoni si servono di altri uomini. Scrive Evagrio : “Contro gli anacoreti i demoni combattono senza armi; ma contro coloro che si esercitano nella virtù nei monasteri o nelle comunità, i demoni armano i più negligenti tra i fratelli. Ora questa seconda guerra è molto meno pesante della prima perché non è possibile trovare sulla terra uomini che siano più cattivi dei demoni o che possano assumere, ad un tempo, tutte le loro malefatte” (Tr.Pr. 5). In altre parole, per quanto gli uomini siano cattivi non possono raggiungere quel grado di cattiveria e di collera a cui giungono i demoni.
Abbiamo visto come nella Vita Antonii la credenza nell’esistenza di spiriti malvagi non venga mai messa in discussione, la presenza del diavolo è un dato di fede, la sua esistenza è un “a priori” che deriva dall’interpretazione dei dati biblici della creazione, della caduta e della redenzione. Ma è soprattutto il tema del combattimento spirituale contro i demoni e le loro astuzie, a percorre tutta l’opera atanasiana. Questo tema ritornerà con insistenza anche negli Apophtegmata Patrum.
La Vita Antonii permette inoltre di individuare le caratteristiche con cui il diavolo, creduto, viene rappresentato; quali sono i suoi titoli, (a quelli più noti aggiunge quello di “amico della fornicazione”, di spirito di fornicazione VA 6), quali le sue azioni, ( le percosse VA 8), le tipologie in cui appare, ( in pensieri sordidi VA 5, le sembianze di una donna VA 5, di un fanciullo negro VA 5, di belve e di serpenti VA 9), le sue vittime, (i timorosi VA 13) i suoi strumenti, i suoi poteri (trasformazioni reali o che incidono sull’immaginazione) e le sue debolezze (non sopportare il segno della croce VA 13, la recita dei salmi VA 13).
In altre parole, gli interventi del diavolo si susseguono nella VA secondo una tattica finemente psicologica, ed è difficile riconoscere quanto questa sia presentazione fedele dell’esperienza di Antonio o quanto sia frutto di una sistematizzazione dei dati operata da Atanasio. Dapprima il diavolo appare come il tentatore sulla memoria e sul desiderio, suscitando il ricordo di piaceri e affetti, come l’amore per i parenti (VA 5), l’agio delle ricchezze godute (VA 5), il desiderio del denaro (VA 11-12), della vanagloria, del piacere del cibo (VA 5), quella nostalgia del passato su cui si misura l’asprezza della virtù, la fatica del presente. Poi, mediante i pensieri sordidi il diavolo vuole piegare la volontà di Antonio, che ripetutamente reagisce e vince. Scrive Atanasio: “L’uno (il diavolo) suggeriva pensieri sordidi, l’altro (Antonio) li respingeva con la preghiera. L’uno spingeva la volontà contro le cose immonde: l’altro, quasi provasse vergogna, circondava il suo corpo con la fede e i digiuni, come se fossero un muro. Il diavolo miserabile si adattava anche a trasformarsi di notte in una donna e a imitarla in tutte le maniere, pur di sedurre Antonio” (VA 5,4-5).
O ancora suscita un senso di stanchezza, di insofferenza, di torpore, di mancanza d’interesse per la vita intrapresa (VA 36,2). E’ questa quell’acedia che già nella Vita Antonii è orientata verso quell’interpretazione che ne darà Evagrio quando, identificando il demone dell’acedia con il “demone di mezzogiorno” del Sal 90,6 [40], indicherà quel particolare stato d’animo, legato alla vita anacoretica, che conduce il monaco a desiderare di abbandonare la sua cella per altri luoghi, nella speranza di potervi trovare quella comprensione, quella compagnia che non trova negli altri monaci e dove sogna di trovare un lavoro meno faticoso, una solitudine meno opprimente. L’interesse dell’azione del demonio è quello di condurre il monaco al rifiuto della stessa vita anacoretica, mostrandogli che per piacere al Signore non occorre seguire una via così singolare perché, come il Signore stesso ha insegnato, la divinità può essere adorata ovunque ( cfr. Gv 4, 21-24 in TP 12).
E’ proprio nel deserto che gli anacoreti e i monaci hanno conosciuto quella tentazione che mina alla radice stessa la vocazione cristiana: lo scoraggiamento che sconfina nella disperazione, e le hanno dato il nome di “acedia”, chiamata anche “il demone meridiano” (cf. Sal 90,5), perché assale l’abba del deserto soprattutto a mezzogiorno, con un senso di noia e di mortale stanchezza di fronte alla vita, mentre viene constatata la radicale vanità di ogni sforzo umano “sotto il sole” (Qo 1,3). [41]
A proposito della stessa azione demoniaca dell’acedia si legge nel n. 33 degli Apophtegmata Patrum :
- Nella Tebaide vi era un anziano di nome Ierace che era giunto all’età di circa 90 anni. I demoni volevano farlo cadere nell’acedia prospettandogli il pensiero che avrebbe dovuto vivere ancora a lungo e così un giorno si presentarono a lui e gli dissero: “Anziano che farai? Ti toccherà vivere ancora 50 anni!” .Ma quello rispose: “Mi avete proprio rattristato. Mi ero preparato a vivere ancora duecento anni”. Ed essi se ne partirono da lui ululando”.
Il tema dell’acedia, come tentazione demoniaca contro una risposta data al Signore in un rapporto personale con lui, è presente anche in Cassiano, che mostra la necessità di combattere: “.. quella che i Greci chiamano acedia (axedian), che possiamo chiamare noia o ansietà del cuore”. Di essa: “ alcuni degli anziani dicono che si tratta del “demonio di mezzogiorno”, quello di cui parla il Sal 90”. E prosegue: “ E quando questo prende possesso di una miserevole mente vi genera orrore per il luogo, disgusto della cella, disprezzo per i fratelli…che considera negligenti e poco spirituali”.[42]
Nella lotta contro il demonio, Evagrio mostra come il demonio non possa raggiungere direttamente l’ intelletto umano, mentre può introdurvi delle immagini[43].
Così, per Evagrio, la lotta contro il demonio si svolge soprattutto a livello di logismòi,[44] nel mondo immaginario delle illusioni, delle false consolazioni, degli inganni di ogni specie, dove il monaco combatte e vince con il discernimento e con la vigilanza del cuore, a cui aggiunge anche digiuni e penitenze varie perché i demoni si servono del corpo per introdursi nell’uomo. E ciò anche se in sé il corpo è buono e può , se in sintonia con un cuore vigile, essere una protezione contro il demonio stesso. E’ per questo motivo che il demonio attacca soprattutto durante il sonno, quando la persona umana è senza difesa[45].
I vari gradi di penetrazione di un pensiero cattivo nel cuore sono stati oggetto di una attenta analisi [46]; si tratta di una gradatio che dalla suggestione (“una semplice idea o un’immagine suggerita allo spirito o al cuore dal nemico” [47]) passa all’avvicinamento, (cioè al “conversare” con quella suggestione) , al consenso dato al piacere proibito [48], (è il momento del peccato vero e proprio), alla “prigionia”, dovuta all’attrazione violenta del cuore, alla passione, a quella abitudine viziosa che finisce per diventare come una seconda natura, prodotta da una lunga serie di consensi [49]. Quella lunga serie di consensi che Agostino chiamerà consuetudo.
Per Evagrio, come prima per Antonio, è attraverso la custodia del cuore che si ostacola la penetrazione del demoniaco nell’uomo, anche se, per alcuni scrittori cristiani antichi non solo è difficile, ma forse impossibile, così ritiene Origene, liberarsi del tutto dai pensieri cattivi con solo le proprie forze; l’aiuto di Dio rende però possibile sopportare le battaglie a cui questi pensieri obbligano. [50]
Secondo la tradizione monastica, come insegna lo Pseudo-Macario: “Tutto il combattimento dell’uomo avviene nei pensieri e consiste nell’eliminare la materia dei pensieri cattivi” ( Homilia 6,3).
Nella Vita Antonii, la gradatio che caratterizza l’azione del demonio non si ferma alle suggestioni né al “demone di mezzogiorno”, ma prosegue il suo intervento più esteriore contraffacendosi in modi diversi, particolarmente come animale, secondo un vero e proprio bestiario del deserto, e con autentiche aggressioni fisiche, quasi a conferma della sua presenza invisibile e visibile. Atanasio sembra voler mostrare così, in parallelo con la storia di Giobbe, fin dove può giungere il potere che Dio concede al demonio.
Narra Atanasio che Antonio, ritiratosi fra i sepolcri lontani dalla città, sia entrato in una tomba facendovisi chiudere dentro; ciò non piacque al demonio che gli “si avvicinò una notte con una moltitudine di demoni e tanto lo percosse che Antonio, vinto dai tormenti, giacque a terra senza voce. Narrò poi, prosegue Atanasio, che il dolore dei colpi ricevuti era stato così insopportabile, che colpi umani non avrebbero mai potuto dargli un simile tormento” (VA 8,2-3). Dopo essere stato ristorato da un suo discepolo, Antonio volle tornare nel sepolcro suscitando la collera dei demoni che, trasformatisi in belve e in serpenti, aggredirono Antonio che tutto sopportava e “Pieno di fiducia diceva..: ‘Se avete forza e vi è dato qualche potere, perché esitate? Venite. Ma se non potete, perché mi disturbate inutilmente? Noi abbiamo per darci forza il segno della croce e un muro, la fede che abbiamo nel Signore” (VA 9,10)
Per dare più credibilità alle sue parole il demonio fa uso della Scrittura secondo il modello del tentatore di Gesù in Mt 4,9: “..tutto questo io ti darò se ti prostri e mi adori” (cfr. VA 37,2).
Alle visioni e allucinazioni, nelle quali il diavolo e la sua corte assumono le sembianze di eremiti che salmodiano, cantano (cfr. VA 25,1-4), citano la Scrittura (cfr. VA 26,6) Antonio oppone, per sconfiggerle e allontanarle, il segno della croce (cfr. VA 9,10; 78,5), a dimostrazione che non lo sforzo umano ma la forza salvifica di Cristo riporta la vittoria
In tutte queste narrazioni Antonio non attribuisce mai a sé, alle sue veglie e digiuni la vittoria sul demonio - forse proprio in polemica con altre correnti monastiche che sembravano accentuare troppo la dimensione volontaristica dell’uomo – ma, facendo sue le parole di Paolo, attribuisce ogni vittoria al Cristo che vive in lui (1Cor 15,10 in VA 5,6-7), pur non tralasciando di indicare la parte che nella lotta spetta all’uomo, a lui, Antonio, lotta che comporta fede, preghiera, digiuni (cfr. VA 5,3-5). In altre parole, vi è già nella Vita Antonii la consapevolezza che ogni vittoria dell’uomo, ogni sua buona azione è al tempo stesso di Dio e dell’uomo. Una quarantina d’anni dopo, Agostino, commentando Rm 9,15-16 alla luce di Lc 2,14: “E sulla terra pace agli uomini di buona volontà” e di 1Cor 9,24: “Correte così da riportare il premio”, affermerà che Paolo aveva inteso mostrare che nel piano di Dio vi è che “il nostro volere sia suo e nostro” (Ad Simpl. I,2.10). Concludendo poi le Confessiones, Agostino ritornerà, poeticamente, su questa raggiunta convinzione e scriverà: “..noi pure, dopo compiute le nostre opere, buone assai per tua generosità, nel sabato della vita eterna riposeremo in te. Anche allora sarai tu a riposare in noi, come ora sei tu a operare in noi. Sarà, quello, un riposo tuo per mezzo nostro, come sono, queste, opere tue per mezzo nostro”(Conf. XIII, 36.51-37.52) .
Nella lotta contro il demonio, così come nella lotta quotidiana, il monaco ha piena coscienza del grande tema che attraverserà, con alterne vicende, tutto il vivere dei cristiani nella storia: il rapporto grazia divina-agire umano, cioè il primato dell’agire invisibile di Cristo sull’agire necessario e visibile dell’uomo.
Avendo constatato quanto insistente sia la presenza del diavolo nella Vita Antonii e avendo individuato le caratteristiche con le quali Atanasio lo presenta , anche se l’opera non offre una spiegazione teologica articolata sul demonio e sulla sua storia, mi pare possibile dire che il diavolo di cui parla l’opera, quello contro cui Antonio lotta, e contro cui lotteranno i monaci di Evagrio e di Cassiano, nella cui esistenza Atanasio crede, così come vi crede il pubblico per il quale Atanasio scrive, mantenendone viva la credenza, è quella stessa realtà spirituale, creata buona da Dio e divenuta cattiva per ribellione, contro cui Cristo ha lottato fino a morire in croce, trionfando su di lei con la resurrezione, per liberare l’umanità dalla sua costante azione negativa e da quell’ultimo nemico con cui si presenta, che è la morte. La vita monastica, lottando contro il demoniaco nelle molteplici e varie manifestazioni con cui si presenta e si presenterà [51], intende attualizzare, nel trascorrere della storia, l’azione liberatrice di Cristo.
MARIA GRAZIA MARAUniversità "La Sapienza" - Roma


[1] Cfr. S. Lyonnet, Le démon dans l’Ecriture, DS 3 (1957), 142.
[2] Cfr. Idem, 144.
[3] Per il suo debito nei confronti della letteratura giudaica non canonica cfr. J. Bonsirven, Le Judaisme palestinien, t.1, Paris 1934, 239-246; DSB, t.4, coll.1164-1166.
[4] Cfr.2Tess 3,3: “Tuttavia fedele è il Signore: egli vi renderà saldi e vi difenderà dal maligno”; e 1Cor 10,13: “Dio è fedele: egli non permetterà che siate tentati al di sopra delle vostre forze, ma insieme alla tentazione vi darà pure il mezzo per poterla sopportare”. Cfr. P. Rossano, “Diabolos-Daimon nel corpus paolino”, in “L’Autunno del diavolo”, vol. I, Milano 1990, 183.
[5] Cfr. S.Lyonnet, Le démon dans l’Ecriture, DS 3 (1957), 142-152.
[6] Cfr. Teodoro Studita, Oratio 4,6 e J.Kirchmeyer, Grecque (eglise). Libération du Malin , DS 6 (1967), 833.
[7] Cfr. F. Bolgiani,, Dei, astri e demoni negli scrittori cristiani dei primi secoli, 218-219, in “L’Autunno del diavolo”, Milano 1990.
[8] Cassiano, Conlationes, VII-VIII.
[9] Basterebbe ricordare la raccolta di Testi e Tradizioni (secoli I-III) ne “Il Diavolo e i suoi angeli” a cura di Adele Monaci Castagno, Fiesole 1996
[10] Cfr. Atanasio, Epistola ad Marcellinum, 33: “Nelle parole della Scrittura si trova il Signore di cui i demoni non possono sopportare la presenza”.
[11] Cfr. J.Daniélou, Exorcisme, DS 4,2 (1961), 1995-2004.
[12] Cfr.Vita Antonii 19,2.
[13] Clemente Aless., Stromata IV.4
[14] Cfr.Girolamo, Epistola 39,3.4
[15] Cfr. Girolamo, Epistola 130, 7.14.
[16] Cfr. anche Passio Perpetuae et Felicitatis XXI,1. Cfr. anche Tertulliano, De bapt, 16,1-2
[17] Cfr. E.E. Malone, The Monk and the Martyr in Antonius Magnus Eremita, Studia Anselmiana 38, Roma 1956, 201-228.