sabato 31 marzo 2018

Meditazione sulla Domenica delle Palme da parte di un eremita ieromonaco orante di città

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Cari fratelli e sorelle, anno dopo anno il brano evangelico della Domenica delle Palme ci racconta l’ingresso di Gesù in Gerusalemme. Insieme ai suoi discepoli e ad una schiera crescente di pellegrini, Egli era salito dalla pianura della Galilea alla Città Santa. Come gradini di questa salita, gli evangelisti ci hanno trasmesso tre annunzi di Gesù relativi alla sua Passione, accennando con ciò allo stesso tempo all’ascesa interiore che si stava compiendo in questo pellegrinaggio. Gesù è in cammino verso il tempio – verso il luogo, dove Dio, come dice il Deuteronomio, aveva voluto "fissare la sede" del suo nome (cfr 12, 11; 14, 23). Il Dio che ha creato cielo e terra si è dato un nome, si è reso invocabile, anzi, si è reso quasi toccabile da parte degli uomini. Nessun luogo può contenerLo e tuttavia, o proprio per questo, Egli stesso si dà un luogo e un nome, affinché Lui personalmente, il vero Dio, possa esservi venerato come il Dio in mezzo a noi. Dal racconto su Gesù dodicenne sappiamo che Egli ha amato il tempio come la casa del Padre suo, come la sua casa paterna. Ora viene di nuovo a questo tempio, ma il suo percorso va oltre: l’ultima meta della sua salita è la Croce. È la salita che la Lettera agli Ebrei descrive come la salita verso la tenda non fatta da mani d’uomo, fino al cospetto di Dio. L’ascesa fino al cospetto di Dio passa attraverso la Croce. È l’ascesa verso "l’amore sino alla fine" (cfr Gv 13, 1), che è il vero monte di Dio, il definitivo luogo del contatto tra Dio e l’uomo.
Durante l’ingresso a Gerusalemme, la gente rende omaggio a Gesù come figlio di Davide con le parole del Salmo 118 [117] dei pellegrini: "Osanna al figlio di Davide! Benedetto colui che viene nel nome del Signore! Osanna nel più alto dei cieli!" (Mt 21, 9). Poi Egli arriva al tempio. Ma là dove doveva esservi lo spazio dell’incontro tra Dio e l’uomo, Egli trova commercianti di bestiame e cambiavalute che occupano con i loro affari il luogo di preghiera. Certo, il bestiame lì in vendita era destinato ai sacrifici da immolare nel tempio. E poiché nel tempio non si potevano usare le monete su cui erano rappresentati gli imperatori romani che stavano in contrasto col Dio vero, bisognava cambiarle in monete che non portassero immagini idolatriche. Ma tutto ciò poteva essere svolto altrove: lo spazio dove ora ciò avveniva doveva essere, secondo la sua destinazione, l’atrio dei pagani. Il Dio d’Israele, infatti, era appunto l’unico Dio di tutti i popoli. E anche se i pagani non entravano, per così dire, nell’interno della Rivelazione, potevano tuttavia, nell’atrio della fede, associarsi alla preghiera all’unico Dio. Il Dio d’Israele, il Dio di tutti gli uomini, era in attesa sempre anche della loro preghiera, della loro ricerca, della loro invocazione. Ora, invece, vi dominavano gli affari – affari legalizzati dall’autorità competente che, a sua volta, era partecipe del guadagno dei mercanti. I mercanti agivano in modo corretto secondo l’ordinamento vigente, ma l’ordinamento stesso era corrotto. "L’avidità è idolatria", dice la Lettera ai Colossesi (cfr 3, 5). È questa l’idolatria che Gesù incontra e di fronte alla quale cita Isaia: "La mia casa sarà chiamata casa di preghiera" (Mt 21, 13; cfr Is 56, 7) e Geremia: "Ma voi ne fate una spelonca di ladri" (Mt 21, 13; cfr Ger 7, 11). Contro l’ordine interpretato male Gesù, con il suo gesto profetico, difende l’ordine vero che si trova nella Legge e nei Profeti.
Tutto ciò deve oggi far pensare anche noi come cristiani: è la nostra fede abbastanza pura ed aperta, così che a partire da essa anche i "pagani", le persone che oggi sono in ricerca e hanno le loro domande, possano intuire la luce dell’unico Dio, associarsi negli atri della fede alla nostra preghiera e con il loro domandare diventare forse adoratori pure loro? La consapevolezza che l’avidità è idolatria raggiunge anche il nostro cuore e la nostra prassi di vita? Non lasciamo forse in vari modi entrare gli idoli anche nel mondo della nostra fede? Siamo disposti a lasciarci sempre di nuovo purificare dal Signore, permettendoGli di cacciare da noi e dalla Chiesa tutto ciò che Gli è contrario?
Nella purificazione del tempio, però, si tratta di più che della lotta agli abusi. È preconizzata una nuova ora della storia. Adesso sta cominciando ciò che Gesù aveva annunciato alla Samaritana riguardo alla sua domanda circa la vera adorazione: "È giunto il momento, ed è questo, in cui i veri adoratori adoreranno il Padre in spirito e verità; perché il Padre cerca tali adoratori" (Gv 4, 23). È finito il tempo in cui venivano immolati a Dio degli animali. Già da sempre i sacrifici di animali erano stati una miserevole sostituzione, un gesto di nostalgia del vero modo di adorare Dio. La Lettera agli Ebrei, sulla vita e sull’operare di Gesù ha posto come motto una frase del Salmo 40 [39]: "Tu non hai voluto né sacrificio né offerta, un corpo invece mi hai preparato" (Ebr 10, 5). Al posto dei sacrifici cruenti e delle offerte di vivande subentra il corpo di Cristo, subentra Lui stesso. Solo "l’amore sino alla fine", solo l’amore che per gli uomini si dona totalmente a Dio, è il vero culto, il vero sacrificio. Adorare in spirito e verità significa adorare in comunione con Colui che è la verità; adorare nella comunione col suo Corpo, nel quale lo Spirito Santo ci riunisce.
Gli evangelisti ci raccontano che, nel processo contro Gesù, si presentarono falsi testimoni e affermarono che Gesù aveva detto: "Posso distruggere il tempio di Dio e ricostruirlo in tre giorni" (Mt 26, 61). Davanti a Cristo pendente dalla Croce alcuni schernitori fanno riferimento alla stessa parola, gridando: "Tu che distruggi il tempio e lo ricostruisci in tre giorni, salva te stesso!" (Mt 27, 40). La giusta versione della parola, come uscì dalla bocca di Gesù stesso, ce l’ha tramandata Giovanni nel suo racconto della purificazione del tempio. Di fronte alla richiesta di un segno con cui Gesù doveva legittimarsi per una tale azione, il Signore rispose: "Distruggete questo tempio e in tre giorni lo farò risorgere" (Gv 2, 18s). Giovanni aggiunge che, ripensando a quell’evento dopo la Risurrezione, i discepoli capirono che Gesù aveva parlato del Tempio del suo Corpo (cfr 2, 21s). Non è Gesù che distrugge il tempio; esso viene abbandonato alla distruzione dall’atteggiamento di coloro che, da luogo d’incontro di tutti i popoli con Dio, l’hanno trasformato in una "spelonca di ladri", in un luogo dei loro affari. Ma, come sempre a partire dalla caduta di Adamo, il fallimento degli uomini diventa l’occasione per un impegno ancora più grande dell’amore di Dio nei nostri confronti. L’ora del tempio di pietra, l’ora dei sacrifici di animali era superata: il fatto che ora il Signore scacci fuori i mercanti non solo impedisce un abuso, ma indica il nuovo agire di Dio. Si forma il nuovo Tempio: Gesù Cristo stesso, nel quale l’amore di Dio si china sugli uomini. Egli, nella sua vita, è il Tempio nuovo e vivente. Egli, che è passato attraverso la Croce ed è risorto, è lo spazio vivente di spirito e vita, nel quale si realizza la giusta adorazione. Così la purificazione del tempio, come culmine dell’ingresso solenne di Gesù in Gerusalemme, è insieme il segno della incombente rovina dell’edificio e della promessa del nuovo Tempio; promessa del regno della riconciliazione e dell’amore che, nella comunione con Cristo, viene instaurato oltre ogni frontiera.
San Matteo, il cui Vangelo ascoltiamo in questo anno, riferisce alla fine del racconto della Domenica delle Palme, dopo la purificazione del tempio, ancora due piccoli avvenimenti che, di nuovo, hanno un carattere profetico e ancora una volta rendono a noi chiara la vera volontà di Gesù. Immediatamente dopo la parola di Gesù sulla casa di preghiera di tutti i popoli, l’evangelista continua così: "Gli si avvicinarono ciechi e storpi nel tempio ed Egli li guarì". Inoltre, Matteo ci dice che dei fanciulli ripeterono nel tempio l’acclamazione che i pellegrini avevano fatto all’ingresso della città: "Osanna al figlio di Davide" (Mt 21, 14s). Al commercio di animali e agli affari col denaro Gesù contrappone la sua bontà risanatrice. Essa è la vera purificazione del tempio. Egli non viene come distruttore; non viene con la spada del rivoluzionario. Viene col dono della guarigione. Si dedica a coloro che a causa della loro infermità vengono spinti agli estremi della loro vita e al margine della società. Gesù mostra Dio come Colui che ama, e il suo potere come il potere dell’amore. E così dice a noi che cosa per sempre farà parte del giusto culto di Dio: il guarire, il servire, la bontà che risana.
E ci sono poi i fanciulli che rendono omaggio a Gesù come figlio di Davide ed acclamano l’Osanna. Gesù aveva detto ai suoi discepoli che, per entrare nel Regno di Dio, avrebbero dovuto ridiventare come i bambini. Egli stesso, che abbraccia il mondo intero, si è fatto piccolo per venirci incontro, per avviarci verso Dio. Per riconoscere Dio dobbiamo abbandonare la superbia che ci abbaglia, che vuole spingerci lontani da Dio, come se Dio fosse nostro concorrente. Per incontrare Dio bisogna divenire capaci di vedere col cuore. Dobbiamo imparare a vedere con un cuore giovane, che non è ostacolato da pregiudizi e non è abbagliato da interessi. Così, nei piccoli che con un simile cuore libero ed aperto riconoscono Lui, la Chiesa ha visto l’immagine dei credenti di tutti i tempi, la propria immagine.

La Domenica dell'Ingresso di Gesù a Gerusalemme-Le Palme -da Alexander Schmemann, in "Le Messager Orthodoxe", III-IV 1984; trad. J. K.

 Risultati immagini per Dai Discorsi di san Proclo.Oratio IX, In ramos Palmarum, 1-3.4. PG 65, 772-777


Una settimana prima di Pasqua, i credenti festeggiano la Domenica delle Palme, giorno in cui ricordano l'entrata di Gesù Cristo a Gerusalemme: entrata gloriosa e al tempo stesso piena di umiltà. Il popolo lo accoglie come un Re, con grida di gioia, agitando rami di palme, e l'Evangelo dice: "Tutta la città era commossa" (Matteo 21, 10). Ma era un Re che non disponeva di alcun potere se non quello dell'amore, non aveva da dare altro che libertà e gioia, non richiedeva che quello stesso amore, quella stessa libertà. "Ecco viene a te il tuo re pieno di dolcezza" (Matteo 21, 5). L'Evangelo cita questo testo del profeta Zaccaria, questa profezia viene letta durante l'ufficio della Domenica delle Palme. E precisamente in questo incontro fra l'umiltà e la regalità, il potere e l'amore, la gloria e la libertà, risiede il senso eterno di questo avvenimento evangelico e di questa festa che la Chiesa chiama "Entrata del Signore a Gerusalemme".
Come allora, il mondo attuale esalta il dominio, la potenza, l'onore, la concorrenza. Allora come oggi ciascuno vuol regnare sull'altro, comandare, dirigere, esercitare il proprio potere. "I re delle nazioni – dice Cristo – dominano su di esse da padroni ed esercitano il potere. Non deve essere così fra voi..." (Matteo 20, 55). Spesso, riduttivamente, si vuol vedere nella religione in generale, e nel cristianesimo in particolare, un insieme simultaneo di sete di sottomissione e di potenza. Nella religione si vede l'abbassamento dell'uomo, una sottomissione di schiavo di fronte ad un Assoluto terrificante. Dio è percepito come la proiezione umana dell'asservimento e della tirannia, di tutto ciò che avvilisce, schiavizza, opprime l'uomo. Si è costruita ed insegnata tutta una serie di teorie sulla religione e la sua origine, sul modello dello sfruttamento dell'uomo da parte dell'uomo, sui rapporti che lo legano ai detentori del potere, sul suo carattere di classe. Per questo si collega la liberazione dell'uomo ad una sua emancipazione nei confronti di questa ebbrezza religiosa, di questo "oppio" che contribuirebbe a mortificare l'uomo addormentandolo con la promessa di una ricompensa nell'aldilà, che lo priverebbe di ogni volontà di lotta, di miglioramento della propria sorte sulla terra, di liberazione da ogni sfruttamento... Ma che fare di una dottrina, di una religione, che ci presenta Dio stesso nell'aspetto di un uomo povero e umile? Quest'uomo, tuttavia, è assolutamente e integralmente libero.

Dinanzi a Dio dunque chiunque detiene un potere trema, freme e cerca di mobilitare tutte le proprie forze per distruggere, respingere, annientare il terribile insegnamento sull'amore, la libertà, la verità. Che fare di una religione che non può in alcun modo stendersi su letto di Procuste delle teorie scientifiche secondo le quali al cuore di ogni religione dovrebbe necessariamente trovarsi la paura, la sottomissione cieca, l'asservimento? Ecco che avanza verso Gerusalemme il Maestro povero, senza casa né tetto, senza un luogo ove posare il capo. Ecco che Egli manda i suoi discepoli a cercargli un umile animale, l'asinello da cavalcare, e questo è tutto il suo trionfo, questa la sua gloria! Ed ecco che viene ad incontrarlo una folla immensa mentre tutta la città risuona dei saluti tradizionalmente riservati ai re: "Osanna! Benedetto Colui che viene nel nome del Signore!". In quel momento egli non ebbe altro potere, altra regalità: inutili ed assurdi tutti gli ammennicoli del potere umano, le intimidazioni, le autoglorificazioni. Egli insegnava: "Imparate la verità e la verità vi renderà liberi".

Tutto il suo insegnamento dimostra che non esiste potere al mondo capace di spezzare interiormente e di asservire colui che conosce la verità e che in essa ha acquistato la libertà. Si può trasformare un intero paese in una prigione ed obbligare i popoli a tremare per decine di anni. Viene il momento in cui la verità trionfa ed il potere trema. Allora bisogna ancora mobilitare degli schiavi perché gridino: "Crocifiggeteli, annientateli, chiudete la bocca a questi criminali". Che fare in questo mondo ove prima o poi la parola, la poesia, il pensiero sono più forti di tutti gli "apparati", di tutti i "poteri"... È tutto questo che ci riporta la Domenica delle Palme, è questa libertà che costituisce l'essenziale di questa festa. Ci dicono che la religione svia tutti i nostri interessi verso l'aldilà... ma il Regno della libertà dell'amore e della verità si è levato sulla nostra terra. Il Cristo è entrato in una città di questo mondo, ad accoglierlo ed acclamarlo era gente di quaggiù. Egli ha insegnato che bisogna essere liberi qui ed adesso, che adesso bisogna amare, che bisogna vincere ogni paura con l'amore, che l'uomo realizza la propria eternità in questo mondo creato da Dio, colmo della bellezza di Dio, e al quale Dio ha conferito un significato. Ed ogni volta che nell'ufficio della vigilia, nella veglia della Domenica delle Palme, nel momento solenne e gioioso in cui i fedeli che riempiono la chiesa levano le palme nella luce dei ceri, nel momento in cui risuona di nuovo l'acclamazione "Osanna! Benedetto colui che viene nel nome del Signore!", in quel momento non si commemora solo ciò che è avvenuto un tempo in un paese lontano...

No! Essi sono là ora e fanno giuramento di fedeltà al solo Re e all'unico Regno, essi promettono di essere fedeli alla libertà, alla verità, all'amore che Egli ha annunciato. O, più semplicemente essi riaffermano e annunciano la libertà divina dell'uomo. Tutto il resto non esiste e non può soggiogare che nella misura in cui non si oppone a questa libertà, a questo amore, a questa verità. Sì, io mi sottometto ad ogni legge di questo mondo meno che a quella che nega questa libertà... E a chi mi dirà che è la legge del potere legittimo io risponderò che tutte le leggi e tutti i poteri sono tali solo nella misura in cui essi stessi sono sotto la legge della libertà, dell'amore, della verità.

La Domenica delle Palme è la festa della liberazione, la festa del Regno di Dio, venuto in tutta la sua forza, come annuncia l'Evangelo. Certo, noi sappiamo che dopo la luce e la gioia di questo giorno ci immergeremo nella tristezza e nelle tenebre della Grande e Santa Settimana. Il potere non perdonerà e non dimenticherà il trionfo di Cristo. Lo condannerà a morte, farà di tutto per estirpare fino all'ultima particella di questo terribile insegnamento. Quest'appello alla libertà, all'amore, alla verità è insopportabile per il potere. La Domenica delle Palme è "anticipazione della Croce" come proclama uno dei canti di questa festa. Ma noi sappiamo già che dal profondo del Venerdì Santo sulla strada del Golgota, in cammino verso la sofferenza e la crocifissione ci giungono le parole di Cristo: "Padre, l'ora è venuta: glorifica il Figlio affinché il Figlio ti glorifichi" (Giovanni 17, 1-2)[*].


da Alexander Schmemann, in "Le Messager Orthodoxe", III-IV 1984; trad. J. K.

lunedì 26 marzo 2018

Ogni santo vive, per così dire, tre vite-Metropolita Ilarion Alfeev)


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 Icona di san Nicola a mezza figura. XIII sec.(?), tempera su tavola, cm 28,7 x 34,2 x 1,7. Monastero di Santa Caterina al Monte Sinai

Ogni santo vive, per così dire, tre vite. La prima è la vita reale che ha condotto sulla terra in un determinato periodo storico di tempo. A volte sappiamo molto di questa vita, e a volte sappiamo molto poco. Un'altra vita del santo è la sua agiografia. È una descrizione buona se è stata scritta dalle persone che lo hanno conosciuto, che potrebbero riportare i reali dettagli della sua vita in questa agiografia.

Molto spesso una vita viene scritta molti secoli dopo e quindi, di fatto, la vita viene scritta come un'icona. Cioè, la vita non è un ritratto verbale, ma piuttosto un'icona verbale del santo. Molto spesso la vita potrebbe consistere di certe storie che sono comuni a molti santi e migrano da una vita all'altra. Pertanto non si dovrebbe trattare queste vite come fonti storiche del tutto affidabili. Nello stesso modo non guardiamo un'icona come guardiamo un ritratto umano. Un'icona è un certo tipo di immagine simbolica verbale.

La terza vita di un santo è la sua vita sperimentata da coloro che si rivolgono a lui in preghiera nel corso dei secoli. Questa è una vita molto reale del santo, che possiamo sentire attraverso la nostra esperienza. Quindi, quando ci viene detto che un santo come san Nicola non è mai esistito, ma sappiamo che proprio questa persona, proprio questo santo, ci ha aiutato molte volte nella vita – allora la questione che avrebbe potuto non esistere è per noi del tutto priva di fondamento. L'esperienza della Chiesa non è meno importante di qualsiasi testimonianza storica o archeologica.
(Metropolita Ilarion Alfeev)


lunedì 19 marzo 2018

Dalla IV Domenica di Quaresima in poi...

Copia di Pim0055



Ci avviciniamo al momento cruciale della nostra memoria spirituale,ecclesiale e teologica( e memoria non vuole per niente essere semplice  ricordo come se fossimo in un museo o in un archivio
ma vuole essere il far memoria L'oggi continuo ed eterno della nostra fede,della nostra speranza e della nostra carità ).


Saremo –in spirito e verità e con la pienezza della fede –tutti a Gerusalemme accompagnando il Signore

..... nel mistero di Dio tre volte santo  a morire e a risorgere "propoter nostram salutem" e per la sua incredibile misericordia ,la misericordia di lui che ha stracciato il manoscritto dei nostri peccati calpestando la morte ,anzi irridendola e spezzando la prigionia dell'inferno .


Lettera di Paolo Apostolo agli Efesini 6:11-20

11 Rivestitevi della completa armatura di Dio, onde possiate star saldi contro le insidie del diavolo;
12 poiché il combattimento nostro non è contro sangue e carne, ma contro i principati, contro le potestà, contro i dominatori di questo mondo di tenebre, contro le forze spirituali della malvagità, che sono ne’ luoghi celesti.
13 Perciò, prendete la completa armatura di Dio, affinché possiate resistere nel giorno malvagio, e dopo aver compiuto tutto il dover vostro, restare in piè.
14 State dunque saldi, avendo presa la verità a cintura dei fianchi, essendovi rivestiti della corazza della giustizia
15 e calzati i piedi della prontezza che dà l’Evangelo della pace;
16 prendendo oltre a tutto ciò lo scudo della fede, col quale potrete spegnere tutti i dardi infocati del maligno.
17 Prendete anche l’elmo della salvezza e la spada dello Spirito, che è la Parola di Dio;
18 orando in ogni tempo, per lo Spirito, con ogni sorta di preghiere e di supplicazioni; ed a questo vegliando con ogni perseveranza e supplicazione per tutti i santi,
19 ed anche per me, acciocché mi sia dato di parlare apertamente per far conoscere con franchezza il mistero dell’Evangelo,
20 per il quale io sono ambasciatore in catena; affinché io l’annunzi francamente, come convien ch’io ne parli.

Calendario Latino 19 Marzo..ma sempre icone..l'icona ...

San Giuseppe, il cui nome significa "Dio aumenti", era figlio di Giacobbe e genero di Gioacchino, che fu il padre di Maria Vergine (Mt 1,16). Giuseppe, membro della tribù di Giuda, della famiglia di Davide, viveva a Nazareth ed era falegname. Era già avanti negli anni quando, secondo la volontà di Dio, prese Maria come promessa sposa per proteggerla, sostenerla nel grande mistero dell'incarnazione di Dio, provvedere a lei e assumere il ruolo di suo marito, affinché la gravidanza di Maria, essendo vergine, non destasse scandalo. Giuseppe, prima del suo fidanzamento con la Madonna, era già stato sposato e quelli che sono chiamati "fratelli e sorelle" (Mt 13,55-56) di Gesù, sono i figli di Giuseppe. Dalla Scrittura, sappiamo che San Giuseppe è vissuto almeno fino al dodicesimo anno di vita di Cristo (Lc 2,41-52), e, secondo la tradizione dei Padri, morì prima dell'inizio del ministero pubblico di Cristo.

 (la riflessione è del fratello Spyridon Colucci con cui condivido la fede  nell'ecclesialità ortodossa...l'icona è del fratello Ivan Polverari cristiano di Roma  con il quale condivido l'ansia orante del primo millennio...)


mercoledì 14 marzo 2018

Lo ieromonaco eremita di città ricorda San Benedetto -Mercoledì, 9 aprile 2008

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San Benedetto da Norcia
Cari fratelli e sorelle, 
vorrei oggi parlare di san Benedetto, Fondatore del monachesimo occidentale, e anche Patrono del mio pontificato. Comincio con una parola di san Gregorio Magno, che scrive di san Benedetto: “L’uomo di Dio che brillò su questa terra con tanti miracoli non rifulse meno per l’eloquenza con cui seppe esporre la sua dottrina” (Dial. II, 36). Queste parole il grande Papa scrisse nell’anno 592; il santo monaco era morto appena 50 anni prima ed era ancora vivo nella memoria della gente e soprattutto nel fiorente Ordine religioso da lui fondato. San Benedetto da Norcia con la sua vita e la sua opera ha esercitato un influsso fondamentale sullo sviluppo della civiltà e della cultura europea. La fonte più importante sulla vita di lui è il secondo libro dei Dialoghi di san Gregorio Magno. Non è una biografia nel senso classico. Secondo le idee del suo tempo, egli vuole illustrare mediante l’esempio di un uomo concreto – appunto di san Benedetto – l’ascesa alle vette della contemplazione, che può essere realizzata da chi si abbandona a Dio. Quindi ci dà un modello della vita umana come ascesa verso il vertice della perfezione. San Gregorio Magno racconta anche, in questo libro dei Dialoghi, di molti miracoli compiuti dal Santo, ed anche qui non vuole semplicemente raccontare qualche cosa di strano, ma dimostrare come Dio, ammonendo, aiutando e anche punendo, intervenga nelle concrete situazioni della vita dell’uomo. Vuole mostrare che Dio non è un’ipotesi lontana posta all’origine del mondo, ma è presente nella vita dell’uomo, di ogni uomo. 
Questa prospettiva del “biografo” si spiega anche alla luce del contesto generale del suo tempo: a cavallo tra il V e il VI secolo il mondo era sconvolto da una tremenda crisi di valori e di istituzioni, causata dal crollo dell’Impero Romano, dall’invasione dei nuovi popoli e dalla decadenza dei costumi. Con la presentazione di san Benedetto come “astro luminoso”, Gregorio voleva indicare in questa situazione tremenda, proprio qui in questa città di Roma, la via d’uscita dalla “notte oscura della storia” (cfr Giovanni Paolo II, Insegnamenti, II/1, 1979, p. 1158). Di fatto, l’opera del Santo e, in modo particolare, la sua Regola si rivelarono apportatrici di un autentico fermento spirituale, che mutò nel corso dei secoli, ben al di là dei confini della sua Patria e del suo tempo, il volto dell’Europa, suscitando dopo la caduta dell’unità politica creata dall’impero romano una nuova unità spirituale e culturale, quella della fede cristiana condivisa dai popoli del continente. E’ nata proprio così la realtà che noi chiamiamo “Europa”. 
La nascita di san Benedetto viene datata intorno all’anno 480. Proveniva, così dice san Gregorio, “ex provincia Nursiae” – dalla regione della Nursia. I suoi genitori benestanti lo mandarono per la sua formazione negli studi a Roma. Egli però non si fermò a lungo nella Città eterna. Come spiegazione pienamente credibile, Gregorio accenna al fatto che il giovane Benedetto era disgustato dallo stile di vita di molti suoi compagni di studi, che vivevano in modo dissoluto, e non voleva cadere negli stessi loro sbagli. Voleva piacere a Dio solo; “soli Deo placere desiderans” (II Dial., Prol 1). Così, ancora prima della conclusione dei suoi studi, Benedetto lasciò Roma e si ritirò nella solitudine dei monti ad est di Roma. Dopo un primo soggiorno nel villaggio di Effide (oggi: Affile), dove per un certo periodo si associò ad una “comunità religiosa” di monaci, si fece eremita nella non lontana Subiaco. Lì visse per tre anni completamente solo in una grotta che, a partire dall’Alto Medioevo, costituisce il “cuore” di un monastero benedettino chiamato “Sacro Speco”. Il periodo in Subiaco, un periodo di solitudine con Dio, fu per Benedetto un tempo di maturazione. Qui doveva sopportare e superare le tre tentazioni fondamentali di ogni essere umano: la tentazione dell’autoaffermazione e del desiderio di porre se stesso al centro, la tentazione della sensualità e, infine, la tentazione dell’ira e della vendetta. Era infatti convinzione di Benedetto che, solo dopo aver vinto queste tentazioni, egli avrebbe potuto dire agli altri una parola utile per le loro situazioni di bisogno. E così, riappacificata la sua anima, era in grado di controllare pienamente le pulsioni dell’io, per essere così un creatore di pace intorno a sé. Solo allora decise di fondare i primi suoi monasteri nella valle dell’Anio, vicino a Subiaco.
Nell’anno 529 Benedetto lasciò Subiaco per stabilirsi a Montecassino. Alcuni hanno spiegato questo trasferimento come una fuga davanti agli intrighi di un invidioso ecclesiastico locale. Ma questo tentativo di spiegazione si è rivelato poco convincente, giacché la morte improvvisa di lui non indusse Benedetto a ritornare (II Dial. 8). In realtà, questa decisione gli si impose perché era entrato in una nuova fase della sua maturazione interiore e della sua esperienza monastica. Secondo Gregorio Magno, l’esodo dalla remota valle dell’Anio verso il Monte Cassio – un’altura che, dominando la vasta pianura circostante, è visibile da lontano – riveste un carattere simbolico: la vita monastica nel nascondimento ha una sua ragion d’essere, ma un monastero ha anche una sua finalità pubblica nella vita della Chiesa e della società, deve dare visibilità alla fede come forza di vita. Di fatto, quando, il 21 marzo 547, Benedetto concluse la sua vita terrena, lasciò con la sua Regola e con la famiglia benedettina da lui fondata un patrimonio che ha portato nei secoli trascorsi e porta tuttora frutto in tutto il mondo. 
Nell’intero secondo libro dei Dialoghi Gregorio ci illustra come la vita di san Benedetto fosse immersa in un’atmosfera di preghiera, fondamento portante della sua esistenza. Senza preghiera non c’è esperienza di Dio. Ma la spiritualità di Benedetto non era un’interiorità fuori dalla realtà. Nell’inquietudine e nella confusione del suo tempo, egli viveva sotto lo sguardo di Dio e proprio così non perse mai di vista i doveri della vita quotidiana e l’uomo con i suoi bisogni concreti. Vedendo Dio capì la realtà dell’uomo e la sua missione. Nella sua Regola egli qualifica la vita monastica “una scuola del servizio del Signore” (Prol. 45) e chiede ai suoi monaci che “all’Opera di Dio [cioè all’Ufficio Divino o alla Liturgia delle Ore] non si anteponga nulla” (43,3). Sottolinea, però, che la preghiera è in primo luogo un atto di ascolto (Prol. 9-11), che deve poi tradursi nell’azione concreta. “Il Signore attende che noi rispondiamo ogni giorno coi fatti ai suoi santi insegnamenti”, egli afferma (Prol. 35). Così la vita del monaco diventa una simbiosi feconda tra azione e contemplazione “affinché in tutto venga glorificato Dio” (57,9). In contrasto con una autorealizzazione facile ed egocentrica, oggi spesso esaltata, l’impegno primo ed irrinunciabile del discepolo di san Benedetto è la sincera ricerca di Dio (58,7) sulla via tracciata dal Cristo umile ed obbediente (5,13), all’amore del quale egli non deve anteporre alcunché (4,21; 72,11) e proprio così, nel servizio dell’altro, diventa uomo del servizio e della pace. Nell’esercizio dell’obbedienza posta in atto con una fede animata dall’amore (5,2), il monaco conquista l’umiltà (5,1), alla quale la Regola dedica un intero capitolo (7). In questo modo l’uomo diventa sempre più conforme a Cristo e raggiunge la vera autorealizzazione come creatura ad immagine e somiglianza di Dio.
All’obbedienza del discepolo deve corrispondere la saggezza dell’Abate, che nel monastero tiene “le veci di Cristo” (2,2; 63,13). La sua figura, delineata soprattutto nel secondo capitolo della Regola, con un profilo di spirituale bellezza e di esigente impegno, può essere considerata come un autoritratto di Benedetto, poiché – come scrive Gregorio Magno – “il Santo non poté in alcun modo insegnare diversamente da come visse” (Dial. II, 36). L’Abate deve essere insieme un tenero padre e anche un severo maestro (2,24), un vero educatore. Inflessibile contro i vizi, è però chiamato soprattutto ad imitare la tenerezza del Buon Pastore (27,8), ad “aiutare piuttosto che a dominare” (64,8), ad “accentuare più con i fatti che con le parole tutto ciò che è buono e santo” e ad “illustrare i divini comandamenti col suo esempio” (2,12). Per essere in grado di decidere responsabilmente, anche l’Abate deve essere uno che ascolta “il consiglio dei fratelli” (3,2), perché “spesso Dio rivela al più giovane la soluzione migliore” (3,3). Questa disposizione rende sorprendentemente moderna una Regola scritta quasi quindici secoli fa! Un uomo di responsabilità pubblica, e anche in piccoli ambiti, deve sempre essere anche un uomo che sa ascoltare e sa imparare da quanto ascolta. 
Benedetto qualifica la Regola come “minima, tracciata solo per l’inizio” (73,8); in realtà però essa offre indicazioni utili non solo ai monaci, ma anche a tutti coloro che cercano una guida nel loro cammino verso Dio. Per la sua misura, la sua umanità e il suo sobrio discernimento tra l’essenziale e il secondario nella vita spirituale, essa ha potuto mantenere la sua forza illuminante fino ad oggi. Paolo VI, proclamando nel  24 ottobre 1964  san Benedetto Patrono d’Europa, intese riconoscere l’opera meravigliosa svolta dal Santo mediante la Regola per la formazione della civiltà e della cultura europea. Oggi l’Europa – uscita appena da un secolo profondamente ferito da due guerre mondiali e dopo il crollo delle grandi ideologie rivelatesi come tragiche utopie – è alla ricerca della propria identità. Per creare un’unità nuova e duratura, sono certo importanti gli strumenti politici, economici e giuridici, ma occorre anche suscitare un rinnovamento etico e spirituale che attinga alle radici cristiane del Continente, altrimenti non si può ricostruire l’Europa. Senza questa linfa vitale, l’uomo resta esposto al pericolo di soccombere all’antica tentazione di volersi redimere da sé – utopia che, in modi diversi, nell’Europa del Novecento ha causato, come ha rilevato il Papa Giovanni Paolo II, “un regresso senza precedenti nella tormentata storia dell’umanità” (Insegnamenti, XIII/1, 1990, p. 58). Cercando il vero progresso, ascoltiamo anche oggi la Regola di san Benedetto come una luce per il nostro cammino. Il grande monaco rimane un vero maestro alla cui scuola possiamo imparare l’arte di vivere l’umanesimo vero.

sabato 10 marzo 2018

Dal mio Archivio Terza di Quaresima.La Croce..Non ci sono parole "più corsare" di queste




. Khakhuli trittico, illustrazione medievale dalla Georgia. La decorazione di Croce con san Paolo ritratto . 10th-12th cc. Anonimo 338 Khakhuli icona. San Paolo Foto Stock




Khakhuli trittico, illustrazione medievale dalla Georgia. La decorazione di Croce con san Paolo ritratto . 10th-12th cc. Anonimo 338 Khakhuli icona


17 Cristo mi ha  mandato a predicare il vangelo; non però con un discorso sapiente, perché non venga resa vana la croce di Cristo. 18 La parola della croce infatti è stoltezza per quelli che vanno in perdizione, ma per quelli che si salvano, per noi, è potenza di Dio. 22 Mentre i Giudei chiedono i miracoli e i Greci cercano la sapienza, 23 noi predichiamo Cristo crocifisso, scandalo per i Giudei, stoltezza per i pagani; 24 ma per coloro che sono chiamati, sia Giudei che Greci, predichiamo Cristo potenza di Dio e sapienza di Dio. 25 Perché ciò che è stoltezza di Dio è più sapiente degli uomini, e ciò che è debolezza di Dio è più forte degli uomini. 26 Considerate infatti la vostra chiamata, fratelli: non ci sono tra voi molti sapienti secondo la carne, non molti potenti, non molti nobili. 27 Ma Dio ha scelto ciò che nel mondo è stolto per confondere i sapienti, Dio ha scelto ciò che nel mondo è debole per confondere i forti, 28 Dio ha scelto ciò che nel mondo è ignobile e disprezzato e ciò che è nulla per ridurre a nulla le cose che sono, 29 perché nessun uomo possa gloriarsi davanti a Dio.
2,1 Anch'io, o fratelli, quando sono venuto tra voi, non mi sono presentato ad annunziarvi la testimonianza di Dio con sublimità di parola o di sapienza. 2 Io ritenni infatti di non sapere altro in mezzo a voi se non Gesù Cristo, e questi crocifisso. 3 Io venni in mezzo a voi in debolezza e con molto timore e trepidazione; 4 e la mia parola e il mio messaggio non si basarono su discorsi persuasivi di sapienza, ma sulla manifestazione dello Spirito e della sua potenza, 5 perché la vostra fede non fosse fondata sulla sapienza umana, ma sulla potenza di Dio.
(1Cor 1,17-18; 22-29;2,1-5)

Non ci sono parole  "più corsare di queste" mentre camminiamo tutti verso Gerusalemme nella certezza che  il Venerdi della deposizione  è non l'ultima puntata  ma la penultima perchè nel Sabato soprabenedetto ,nella Notte delle Notti, nella Festa delle Feste,noi esploderemo incontenibili nella gioia della Sua Resurrezione,caparra ed anticipazione della nostra ,epiclesi della Sua Gloriosa Parousia del Ritorno quando -in misericordia e giustizia- sconfiggerà il separatore,la di lui concubina che è la morte e il frutto del loro osceno amplesso,l'anticristo,e alla fine   tutto sarà in tutti e in tutti e il Figlio coeterno al Padre nello Spirito tutto consegnerà al Padre affinchè ogni ginocchio si pieghi  in cielo,in terra e sottoterra,si all'inferno ormai sconfitto e svuotato,svuotato è molto più di vuoto, e ogni lingua proclami che Gesù Cristo è il Signore a lode e gloria di Dio Padre e lo proclami per monizione del Santo Spirito  Amin

domenica 4 marzo 2018

Dal mio Archivio-Seconda Domenica di Quaresima-Gesù guarisce un paralitico



Risultati immagini per icona del miracolo della guarigione del paralitico dal lettuccio dal tetto

Marco 2,1-12

1 Dopo alcuni giorni, Gesù entrò di nuovo in Capernaum. Si seppe che era in casa, 2 e si radunò tanta gente che neppure lo spazio davanti alla porta la poteva contenere. Egli annunciava loro la parola.
3 E vennero a lui alcuni con un paralitico portato da quattro uomini. 4 Non potendo farlo giungere fino a lui a causa della folla, scoperchiarono il tetto dalla parte dov'era Gesù; e, fattavi un'apertura, calarono il lettuccio sul quale giaceva il paralitico. 5 Gesù, veduta la loro fede, disse al paralitico: «Figliolo, i tuoi peccati ti sono perdonati». 6 Erano seduti là alcuni scribi e ragionavano così in cuor loro: 7 «Perché costui parla in questa maniera? Egli bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non uno solo, cioè Dio?» 8 Ma Gesù capì subito, con il suo spirito, che essi ragionavano così dentro di loro, e disse: «Perché fate questi ragionamenti nei vostri cuori? 9 Che cosa è più facile, dire al paralitico: "I tuoi peccati ti sono perdonati", oppure dirgli: "Àlzati, prendi il tuo lettuccio e cammina"? 10 Ma, affinché sappiate che il Figlio dell'uomo ha sulla terra autorità di perdonare i peccati, 11 io ti dico», disse al paralitico, «àlzati, prendi il tuo lettuccio, e vattene a casa tua». 12 Ed egli si alzò e, preso subito il lettuccio, se ne andò via in presenza di tutti; sicché tutti si stupivano e glorificavano Dio, dicendo: «Una cosa così non l'abbiamo mai vista».


 .....coloro che lo calano da tetto: è esperienza di tenacia e di sicurezza ….desiderio di incontrare il  Nazareno poiché si ha fiducia piena  nell'autorità terapeutica e salvifica del Nazareno stesso e il calare il   lettuccio dal letto non è di per sé operazione strana conoscendo le povere case
palestinesi ma è segno  di questa volontà ,di questa fiducia 

.. Solo il Cristo dona  guarigione e   guarigioni e non si può non cercare e non si può non incontrare (il salmo 17..Mio aiuto e mio sostegno sei tu. .nelle tue parole ho tanto sperato…..ed anche il desiderio di Zaccheo,la fede della donna Cananea.....)

.."E Gesù vedendo la loro fede…" al plurale e al plurale nella e della Chiesa  .tutti noi per tutti noi Ecco la fede  dei portatori  del paralitico come intercessori ..come coloro che davanti a Dio fanno memoria e presentano i fratelli e le sorelle  per i bisogni e dei fratelli e delle sorelle fa agire Cristo 
Il terapeuta delle anime nostre e dei nostri  corpi .......  tutti insieme  verso e con Gesù Cristo Medico e Terapeuta


Ed ancora una volta Gesù si scontra con i  soliti benpensanti .

Il Cristo guarisce totalmente ..ricostruisce il corpo ..rimette e perdona i
peccati   ....egli è  il padrone del Sabato perché non è l'uomo per il Sabato ma il
Sabato per l'uomo e nessuno può mettere vino nuovo in otri vecchi ..

Il Signore  della Misericordia e della Riconciliazione stavolta(cme spesso)  se la gioca tutta con i benpensanti e li sfida con l'ipotesi di essere un impostore

Cosa è più facile per un impostore dire
A- ti sono rimessi i peccati
B- Alzati e cammina

Ovviamente per un impostore è più facile dire ti sono rimessi i peccati appunto
perché non è verificabile.
E' come se Cristo dicesse. Io ho detto ti sono rimessi i peccati ma siccome non
sono un impostore Dio solo mi rende testimonianza e mi garantisce e quindi a
garanzia do chi sono davanti a voi benpensanti
..ecco veeso il paralitico  Alzati e
cammina ..perdono e guarigione 

.L'ecclisia. .la molta gente…   i portatori.. ciascuno di noi porta l'altro ed è portato dagli altri .La
Chiesa il farmaco..la terapia..la Chiesa il nostro ospedale

Quaresima tempo di lupi..il tempo degli assalti più forti del principe di questo
mondo..i suoi colpi di coda ..il suo voler fare ed agire contro di noi   tutti perché
ancora una volta nonostante noi stessi noi proclamiamo la Signoria in Cristo
della Sua Misericordia e quindi si tempo di lupi ma anche -Dio sia lodato-tempo
di Dio tre volte santo

giovedì 1 marzo 2018

Al Sacro Clero Della nostra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta LETTERA ARCIVESCOVILE


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Al Sacro Clero
Della nostra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta

LETTERA ARCIVESCOVILE
Per mezzo della presente Lettera Arcivescovile, salutando con sentimenti di affetto e stima tutti i miei confratelli e concelebranti Presbiteri, che prestano servizio presso l'Arcidiocesi Ortodossa d'Italia e Malta ed Esarcato per l'Europa Meridionale del Patriarcato Ecumenico, informo e comunico di aver ricevuto notizie relative ad alcuni Presbiteri, che esercitano l'Ufficio di Padre Spirituale - Confessore, con il consenso e la concessione del Metropolita.


Primo: Confessano per mezzo del telefono, della rete informatica o con analoghe modalità, per facilitare o servire meglio i fedeli.
Secondo: esercitano le funzioni di Padre Spirituale, cioè la Paternità, indispensabile e necessaria, come un “potere mondano”, considerando il fedele come un “suddito” sottomesso, privandolo della libertà e calpestando la sua libertà di coscienza, che rappresenta il suo ornamento spirituale.
Perdoniamo chi si è comportato in tal modo e, per l'ultima volta, Vi esorto tutti quanti a tenere presente ciò, e a rispettare la libertà del fedele ortodosso, senza utilizzare la potenza divina, la Filantropia di Dio, la Sua immensa carità, come un “potere amministrattivo”, perché essa non è “autorità che concede l’uomo” ma è amore e redenzione, la vera Paternità, del vero sacerdote di Dio, del ministro di Dio, che celebra “i Sacramenti di Dio”, secondo la sua volontà. Chi non rispetterà questo paterno consiglio sarà complice e sarà giudicato secondo i Canoni e la Tradizione della nostra Chiesa.
Saluto tutti con la mia continua preghiera e con amore in Cristo.

Venezia, 27 febbraio 2018

† Il Metropolita Gennadio
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta

Tale Lettera siete invitati a leggerla ai fedeli nel corso della Divina Liturgia di domenica 4 marzo, prima della Comunione.



Il Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta