domenica 18 febbraio 2018

Quelle pietre e quei martiri che ci parlano ancora oggi

 

(23 ottobre 2017)Si compiono 26 anni dall'elezione del Patriarca Bartolomeo. Pubblichiamo un'omelia da lui tenuta in Cappadocia, patria di grandi Padri della Chiesa 

http://www.lastampa.it/2017/10/23/vaticaninsider/ita/documenti/quelle-pietre-e-quei-martiri-che-ci-parlano-ancora-oggi-aAWdHZZ3QNoK2YtCoP7gaN/pagina.html

"Benvenuti, carissimi fratelli in Cristo, su queste terre sacre della Cappadocia, santificate da molto sangue, lacrime di preghiera, dolori di speranza nelle cose a venire e compianti di lutto. Terre sulle quali si è vissuta l’ascesi, che le ha trasformate da suolo arido in terreno fecondo, e dove la testimonianza e la teologia ortodossa hanno toccato il loro apice, del cui frutto la nostra Santa Chiesa Ortodossa si è sempre nutrita nel corso dei tempi. Alzi gli occhi, Sua Beatitudine, e contempli intorno a sé la terra delle Stelle luminose di Cappadocia: «Eccoci, siamo tutti venuti qui dall’occidente e dal settentrione, dal mare e dall’oriente, a te», o Cappadocia, «glorificando Cristo per tutti i secoli».  
  
Carissimi e stimabili fratelli,  
Figli nel Signore 
benedetti pellegrini,  
  
Durante l’importantissimo evento della Pentecoste «si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo … Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia» (Atti 2:5-6, 9-10). Tra questi c’erano anche dei Giudei ellenizzati provenienti dalla Cappadocia, tra i primi ad ascoltare la predicazione dell’apostolo Pietro e battezzarsi Cristiani, contribuendo in seguito in modo decisivo alla cristianizzazione della Cappadocia. In Cappadocia predicò anche «Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell'Asia e nella Bitinia» (1 Pietro 1:1). Qui in Cappadocia predicò, inoltre, anche Andrea, il protocleto e fondatore della Chiesa di Costantinopoli, l’«occhio dell’ecumene». È evidente, quindi, sin dai tempi apostolici, il nesso indissociabile, nell’unità di fede, tra Gerusalemme, Cappadocia e Costantinopoli e tutte le chiese ortodosse che dispensano rettamente la parola della Verità.  

Questa stessa identica e inalienabile fede tutti noi continuiamo a preservare ancora oggi, in comunione fraterna, su queste terre santificate della Romanità (Ρωμιωσύνη), dopo aver tolto i sandali dai piedi, perche il suolo dove poggiamo è un suolo sacro (cf. Esodo 3:5). 

Per questo, stasera, il Patriarca Ecumenico lascerà parlare, al di sopra di ogni parola, l’eloquente natura della Cappadocia. Di quella Cappadocia ortodossa dalla quale emersero i grandi martiri della fede, i grandi Padri e dottori della Chiesa, specialmente durante l’età d’oro della Chiesa, il quarto secolo dopo Cristo. E non sono emerse soltanto, fino ai tempi nostri, grandi e importanti figure ascetiche, ma anche figure leggendarie, quelle degli akrites [milites limitanei] quale ad esempio il popolarissimo «Basilio il Dighenìs [di due stirpi], famoso akritis, diletto e fiore rigoglioso di Cappadocia, del valore e dell’audacia il culmine».  

Più in particolare siamo personalmente commossi perché in questo luogo, chiamato Aràvissos, fu esiliato il grandissimo Padre, dottore della Chiesa e nostro predecessore Giovanni Crisostomo, il quale, come riportano le fonti storiche, per maggiore sicurezza fu portato qui dai suoi custodi, durante i mesi invernali, dalla vicina città di Kukussòs, nella diocesi del vescovo di Melitene. Proprio qui ad Aràvissos Giovanni Crisostomo scrisse al vescovo Ciriaco, anch’egli esiliato, una lettera piena di dolore e angoscia, con la quale cercava di consolarlo, scrivendogli: «Molto si è tramato contro di me, per odio e gelosia. Non soffrirne, caro fratello, ma sempre ricordati che Colui che governa il mondo si è fatto esempio di contegno dinanzi alle provocazioni, onde evitare di essere malvagi con gli altri. Dunque ti prego, allontana da te il lutto della sofferenza e ricordami a Dio». 

Da questi luoghi, da questo mondo presero forma le virtù e la parola dei Cappadoci. Dopo secoli i loro devoti figli, discendenti di eroi e santi - la nostra stirpe - si sono trapiantati, contro il loro volere, in tutto il mondo. Di conseguenza questi luoghi, queste terre si sono svuotate e nelle chiese non si è più potuto celebrare una messa né benedire le tombe dei nostri avi. Le nobili dimore rimaste sono una silente testimonianza dei giochi della storia e del principe di questo mondo ingannevole. L’avvilimento e il buio hanno pervaso le anime di coloro che lasciarono la patria il 4 agosto 1924, per andare a contribuire alla crescita delle nuove terre dove si sono trapiantati.  

Raccolti stasera in preghiera nella Chiesa di San Demetrio il Megalomartire, la cui campana tace, né c’è più “cantore né sacerdote”, né discepoli di Nostro Signore, vogliamo contemplare e vedere con gli occhi della nostra anima per confessare, in silenziosa adorazione e con il cuore contrito, dinanzi al mare immenso della misericordia del Signore, evocando le parole del poeta: 

«La memoria, stordita, cerca di riunire le membra sparse e quasi sente dolore. Solo l’olfatto serba ancora il persistente odore d’olio e cero santo che non intende staccarsi dalle chiese vuote.» [G. Seferis, Tre giorni nei monasteri della Cappadocia
  
Ma la memoria guarisce e cessa di causare pena quando frequenta la chiesa e quando fa costante riferimento al Signore della storia, l’Áchronos [l’intemporale], Colui che salva le cose nella Sua Carità, nella prospettiva dell’ora e sempre e nei secoli dei secoli.  

Perciò, cari fratelli e figli di Gerusalemme, Cipro, Italia e Grecia, della nostra Città e di tutta l’ecumene, lasciamo parlare i nostri cuori attraverso le vecchie ma sempre nuove parole del grande figlio della terra di Ionia, Fotis Kòntoglou, che condensa i significati e i sentimenti, i dolori e i sospiri, tutto ciò che tutti noi sentiamo sicuramente stasera. 

«Sulle tegole della chiesa ondeggiano erbe alte. Ma all’interno della cupola c’è il Pantokrator, che sembra come chinarsi dal cielo per “prendersi cura di tutti gli uomini”. Verso sera, una dolce luce dorata penetra nella santa torre, quasi colmandola d’incenso. In quel momento sacro in cui tramonta il sole, entra ronzando l'ultimo devoto alato, un sagrestano innocente. 

Si avvicina con precauzione all’effige divina, gli bacia la fronte, accarezza i baffi e la santa capigliatura, poi bacia la Sua mano, aleggia sul Vangelo quasi a contare le perle che lo adornano e continua a volteggiare sopra le spalle di Dio, come frugando nel panneggio del suo abito. Girovaga in volo più volte all’interno della cupola fiutando il profumo dell’incenso e dei ceri che da secoli esala dalla cupola annerita. A lungo si ode il bordone tenuto da quell’innocente creatura, una falena che non intende separarsi dal suo Signore Cristo per prendere la via delle montagne attorno. Anzi, con il suo ronzio sembra cantare: ”Quanto sono amabili le Tue dimore, Signore degli eserciti”. Sotto, in quel momento, il monaco canta a bassa voce l’inno «Luce gioiosa», mentre il sole tramonta e la giornata finisce. Lacrime affiorano agli occhi di colui che ascolta queste parole antiche, semplici e eterne come il tramonto. Nel libro poggiato sul leggio sta scritto che è un poema di Atenogène il martire. Vecchissimo inno, cantato ogni sera sul finire del giorno, da duemila anni fino ad oggi, da gente semplice discesa dagli antichi greci». 
  
Cari fratelli, 
  
questa luce gioiosa in gloria del nostro Padre Immortale splende stasera nella chiesa di San Demetrio in Aràvissos. Luce di Cristo, che tutti illumina, tenue, ma rivolta verso il tempo a venire. E tutti noi, vedendo la luce vespertina, salmodiamo in gloria: “Sia benedetto il nome del Signore ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen”. "

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