sabato 24 febbraio 2018

Apocalisse:Passi apocalittici di un discorso apocalittico di uno ieromonaco apocalittico



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Siccome la Chiesa non è così come appare nei sogni, si cerca disperatamente di renderla come la si desidererebbe: un luogo in cui si possano esprimere tutte le libertà, uno spazio dove siano abbattuti i nostri limiti, dove si sperimenti quell'utopia che ci dovrà pur essere da qualche parte.
Orbene; dobbiamo pur cominciare, si dice. Lo si dice spesso con l'ingenua presunzione dell'illuminato, il quale è convinto che le generazioni fino ad ora non abbiano ben compreso la questione, oppure che siano state troppo timorose e poco illuminate; noi però abbiamo ora finalmente nello stesso tempo sia il coraggio che l'intelligenza.
Tutto quello che gli uomini fanno, può anche essere annullato da altri. Tutto ciò che proviene da un gusto umano può non piacere ad altri. Tutto ciò che una maggioranza decide può venire abrogato da un'altra maggioranza. Una Chiesa che riposi sulle decisioni di una maggioranza diventa una Chiesa puramente umana. Essa è ridotta al livello di ciò che è plausibile, di quanto è frutto della propria azione e delle proprie intuizioni ed opinioni. L'opinione sostituisce la fede La Chiesa fatta da sé ha alla fine il sapore del “se stessi”, che agli altri “se stessi” non è mai gradito e ben presto rivela la propria piccolezza. Essa si è ritirata nell'ambito dell'empirico, e così si è dissolta anche come ideale sognato.
L'attivista, colui che vuole costruire tutto da sé, è il contrario di colui che ammira (l’“ammiratore”). Egli restringe l'ambito della propria ragione e perde così di vista il Mistero. Quanto più nella Chiesa si estende l'ambito delle cose decise da sé e fatte da sé, tanto più angusta essa diventa per noi tutti
La reformatio, quella che è necessaria in ogni tempo, non consiste nel fatto che noi possiamo rimodellarci sempre di nuovo la "nostra" Chiesa come più ci piace, che noi possiamo inventarla, bensì nel fatto che noi spazziamo via sempre nuovamente le nostre proprie costruzioni di sostegno, in favore della luce purissima che viene dall'alto e che è nello stesso tempo l'irruzione della pura libertà.
Certo, la Chiesa avrà sempre bisogno di nuove strutture umane di sostegno, per poter parlare e operare ad ogni epoca storica. Ma esse invecchiano, rischiano di presentarsi come la cosa più essenziale, e distolgono così lo sguardo da quanto è veramente essenziale. Per questo esse devono sempre di nuovo venir portate via, come impalcature divenute superflue.
L'attivista, colui che vuol sempre fare, pone la sua propria attività al di sopra di tutto. Ciò limita il suo orizzonte all'ambito del fattibile, di ciò che può diventare oggetto del suo fare. Propriamente parlando egli vede soltanto degli oggetti. Non è affatto in grado di percepire ciò che è più grande di lui, poiché ciò porrebbe un limite alla sua attività. Egli restringe il mondo a ciò che è empirico. L'uomo viene amputato. L'attivista si costruisce da solo una prigione, contro la quale poi egli stesso protesta ad alta voce.
Invece l'autentico stupore è un "No" alla limitazione dentro ciò che è empirico, dentro ciò che è solamente l'al di qua. Esso prepara l'uomo all'atto della fede, che gli spalanca d'innanzi l'orizzonte dell'Eterno, dell'Infinito. E solamente ciò che non ha limiti è sufficientemente ampio per la nostra natura, solamente l'illimitato è adeguato alla vocazione del nostro essere. Dove questo orizzonte scompare, ogni residuo di libertà diventa troppo piccolo e tutte le liberazioni, che di conseguenza possono venir proposte, sono un insipido surrogato, che non basta mai.
La fondamentale liberazione che la Chiesa può darci è lo stare nell'orizzonte dell'Eterno, è l'uscir fuori dai limiti del nostro sapere e del nostro potere. Ciò significa che la Chiesa deve essere il ponte della fede, e che essa - specialmente nella sua vita associazionistica intramondana - non può divenire fine a se stessa.
È diffusa oggi qua e là, anche in ambienti ecclesiastici elevati, l'idea che una persona sia tanto più cristiana quanto più è impegnata in attività ecclesiali. Si spinge ad una specie di terapia ecclesiastica dell'attività, del darsi da fare; a ciascuno si cerca di assegnare un comitato o, in ogni caso, almeno un qualche impegno all'interno della Chiesa. In un qualche modo, così si pensa, ci deve sempre essere un'attività ecclesiale, si deve parlare della Chiesa o si deve fare qualcosa per essa o in essa. Ma uno specchio che riflette solamente se stesso non è più uno specchio; una finestra che invece di consentire uno sguardo libero verso il lontano orizzonte, si frappone come uno schermo fra l'osservatore ed il mondo, ha perso il suo senso.
Può capitare che qualcuno eserciti ininterrottamente attività associazionistiche ecclesiali e tuttavia non sia affatto un cristiano. Può capitare invece che qualcun altro viva solo semplicemente della Parola e del Sacramento e pratichi l'amore che proviene dalla fede, senza essere mai comparso in comitati ecclesiastici, senza essersi mai occupato delle novità di politica ecclesiastica, senza aver fatto parte di sinodi e senza aver votato in essi, e tuttavia egli è un vero cristiano.
Non è di una Chiesa più umana che abbiamo bisogno, bensì di una Chiesa più divina; solo allora essa sarà anche veramente umana. E per questo tutto ciò che è fatto dall'uomo, all'interno della Chiesa, deve riconoscersi nel suo puro carattere di servizio e ritrarsi davanti a ciò che più conta e che è l'essenziale.
La libertà, che noi ci aspettiamo con ragione dalla Chiesa e nella Chiesa non si realizza per il fatto che noi introduciamo in essa il principio della maggioranza. Essa non dipende dal fatto che la maggioranza più ampia possibile prevalga sulla minoranza più esigua possibile. Essa dipende invece dal fatto che nessuno può imporre il suo proprio volere agli altri, bensì tutti si riconoscono legati alla parola e alla volontà dell'Unico, che è il nostro Signore e la nostra libertà.
Quanti più apparati noi costruiamo, siano anche i più moderni, tanto meno c'è spazio per lo Spirito, tanto meno c'è spazio per il Signore, e tanto meno c'è libertà. lo penso che noi dovremmo, sotto questo punto di vista, iniziare nella Chiesa a tutti i livelli un esame di coscienza senza riserve.
La Chiesa infatti non esiste allo scopo di tenerci occupati come una qualsiasi associazione intramondana e di conservarsi in vita essa stessa, ma esiste invece per divenire in noi tutti accesso alla vita eterna.
La Chiesa non è una comunità di coloro che "non hanno bisogno del medico", bensì una comunità di peccatori convertiti, che vivono della grazia del perdono, trasmettendola a loro volta ad altri.
La Chiesa: essa non è soltanto il piccolo gruppo degli attivisti che si trovano insieme in un certo luogo per dare avvio ad una vita comunitaria. La Chiesa non è nemmeno semplicemente la grande schiera di coloro che alla domenica si radunano insieme per celebrare l'Eucarestia. E infine, la Chiesa è anche di più che Papa, vescovi e preti, di coloro che sono investiti del ministero sacramentale. Tutti costoro che abbiamo nominato fanno parte della Chiesa, ma il raggio della compagnia in cui entriamo mediante la fede, va più in là, va persino al di là della morte.
Di essa fanno parte tutti i Santi,
Essi, i Santi, sono la vera, determinante maggioranza secondo la quale noi ci orientiamo. Ad essa noi ci atteniamo! Essi traducono il divino nell'umano, l'eterno nel tempo.
Quanto più noi siamo radicati nella compagnia con Gesù Cristo e con tutti coloro che a Lui appartengono, tanto più la nostra vita sarà sostenuta da quella irradiante fiducia cui ancora una volta San Paolo ha dato espressione: «Di questo io sono certo: né morte né vita, né angeli né potestà, né presente né futuro, né potenze, né altezza né profondità, né alcun'altra creatura potrà mai separarci dall'amore di Dio, che è in Cristo Gesù nostro Signore» (Rom 8,38-39).

venerdì 23 febbraio 2018

L'icona parla..Primo Sabato di Quaresima.. il linguaggio orante nel maestro Ivan Polverari



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San Teodoro la recluta, del quale domani -primo sabato di Quaresima- festeggiamo il miracolo delle kolive quando salvò i Cristiani dall’inganno dell’imperatore Giuliano l’Apostata.

  Icona del maestro Ivan Polverari 

Ringrazio il fratello Spyridon Colucci che ha postato  il tutto su facebook


domenica 18 febbraio 2018

Quelle pietre e quei martiri che ci parlano ancora oggi

 

(23 ottobre 2017)Si compiono 26 anni dall'elezione del Patriarca Bartolomeo. Pubblichiamo un'omelia da lui tenuta in Cappadocia, patria di grandi Padri della Chiesa 

http://www.lastampa.it/2017/10/23/vaticaninsider/ita/documenti/quelle-pietre-e-quei-martiri-che-ci-parlano-ancora-oggi-aAWdHZZ3QNoK2YtCoP7gaN/pagina.html

"Benvenuti, carissimi fratelli in Cristo, su queste terre sacre della Cappadocia, santificate da molto sangue, lacrime di preghiera, dolori di speranza nelle cose a venire e compianti di lutto. Terre sulle quali si è vissuta l’ascesi, che le ha trasformate da suolo arido in terreno fecondo, e dove la testimonianza e la teologia ortodossa hanno toccato il loro apice, del cui frutto la nostra Santa Chiesa Ortodossa si è sempre nutrita nel corso dei tempi. Alzi gli occhi, Sua Beatitudine, e contempli intorno a sé la terra delle Stelle luminose di Cappadocia: «Eccoci, siamo tutti venuti qui dall’occidente e dal settentrione, dal mare e dall’oriente, a te», o Cappadocia, «glorificando Cristo per tutti i secoli».  
  
Carissimi e stimabili fratelli,  
Figli nel Signore 
benedetti pellegrini,  
  
Durante l’importantissimo evento della Pentecoste «si trovavano allora in Gerusalemme Giudei osservanti di ogni nazione che è sotto il cielo … Parti, Medi, Elamiti e abitanti della Mesopotamia, della Giudea, della Cappadocia, del Ponto e dell'Asia, della Frigia e della Panfilia» (Atti 2:5-6, 9-10). Tra questi c’erano anche dei Giudei ellenizzati provenienti dalla Cappadocia, tra i primi ad ascoltare la predicazione dell’apostolo Pietro e battezzarsi Cristiani, contribuendo in seguito in modo decisivo alla cristianizzazione della Cappadocia. In Cappadocia predicò anche «Pietro, apostolo di Gesù Cristo, ai fedeli dispersi nel Ponto, nella Galazia, nella Cappadocia, nell'Asia e nella Bitinia» (1 Pietro 1:1). Qui in Cappadocia predicò, inoltre, anche Andrea, il protocleto e fondatore della Chiesa di Costantinopoli, l’«occhio dell’ecumene». È evidente, quindi, sin dai tempi apostolici, il nesso indissociabile, nell’unità di fede, tra Gerusalemme, Cappadocia e Costantinopoli e tutte le chiese ortodosse che dispensano rettamente la parola della Verità.  

Questa stessa identica e inalienabile fede tutti noi continuiamo a preservare ancora oggi, in comunione fraterna, su queste terre santificate della Romanità (Ρωμιωσύνη), dopo aver tolto i sandali dai piedi, perche il suolo dove poggiamo è un suolo sacro (cf. Esodo 3:5). 

Per questo, stasera, il Patriarca Ecumenico lascerà parlare, al di sopra di ogni parola, l’eloquente natura della Cappadocia. Di quella Cappadocia ortodossa dalla quale emersero i grandi martiri della fede, i grandi Padri e dottori della Chiesa, specialmente durante l’età d’oro della Chiesa, il quarto secolo dopo Cristo. E non sono emerse soltanto, fino ai tempi nostri, grandi e importanti figure ascetiche, ma anche figure leggendarie, quelle degli akrites [milites limitanei] quale ad esempio il popolarissimo «Basilio il Dighenìs [di due stirpi], famoso akritis, diletto e fiore rigoglioso di Cappadocia, del valore e dell’audacia il culmine».  

Più in particolare siamo personalmente commossi perché in questo luogo, chiamato Aràvissos, fu esiliato il grandissimo Padre, dottore della Chiesa e nostro predecessore Giovanni Crisostomo, il quale, come riportano le fonti storiche, per maggiore sicurezza fu portato qui dai suoi custodi, durante i mesi invernali, dalla vicina città di Kukussòs, nella diocesi del vescovo di Melitene. Proprio qui ad Aràvissos Giovanni Crisostomo scrisse al vescovo Ciriaco, anch’egli esiliato, una lettera piena di dolore e angoscia, con la quale cercava di consolarlo, scrivendogli: «Molto si è tramato contro di me, per odio e gelosia. Non soffrirne, caro fratello, ma sempre ricordati che Colui che governa il mondo si è fatto esempio di contegno dinanzi alle provocazioni, onde evitare di essere malvagi con gli altri. Dunque ti prego, allontana da te il lutto della sofferenza e ricordami a Dio». 

Da questi luoghi, da questo mondo presero forma le virtù e la parola dei Cappadoci. Dopo secoli i loro devoti figli, discendenti di eroi e santi - la nostra stirpe - si sono trapiantati, contro il loro volere, in tutto il mondo. Di conseguenza questi luoghi, queste terre si sono svuotate e nelle chiese non si è più potuto celebrare una messa né benedire le tombe dei nostri avi. Le nobili dimore rimaste sono una silente testimonianza dei giochi della storia e del principe di questo mondo ingannevole. L’avvilimento e il buio hanno pervaso le anime di coloro che lasciarono la patria il 4 agosto 1924, per andare a contribuire alla crescita delle nuove terre dove si sono trapiantati.  

Raccolti stasera in preghiera nella Chiesa di San Demetrio il Megalomartire, la cui campana tace, né c’è più “cantore né sacerdote”, né discepoli di Nostro Signore, vogliamo contemplare e vedere con gli occhi della nostra anima per confessare, in silenziosa adorazione e con il cuore contrito, dinanzi al mare immenso della misericordia del Signore, evocando le parole del poeta: 

«La memoria, stordita, cerca di riunire le membra sparse e quasi sente dolore. Solo l’olfatto serba ancora il persistente odore d’olio e cero santo che non intende staccarsi dalle chiese vuote.» [G. Seferis, Tre giorni nei monasteri della Cappadocia
  
Ma la memoria guarisce e cessa di causare pena quando frequenta la chiesa e quando fa costante riferimento al Signore della storia, l’Áchronos [l’intemporale], Colui che salva le cose nella Sua Carità, nella prospettiva dell’ora e sempre e nei secoli dei secoli.  

Perciò, cari fratelli e figli di Gerusalemme, Cipro, Italia e Grecia, della nostra Città e di tutta l’ecumene, lasciamo parlare i nostri cuori attraverso le vecchie ma sempre nuove parole del grande figlio della terra di Ionia, Fotis Kòntoglou, che condensa i significati e i sentimenti, i dolori e i sospiri, tutto ciò che tutti noi sentiamo sicuramente stasera. 

«Sulle tegole della chiesa ondeggiano erbe alte. Ma all’interno della cupola c’è il Pantokrator, che sembra come chinarsi dal cielo per “prendersi cura di tutti gli uomini”. Verso sera, una dolce luce dorata penetra nella santa torre, quasi colmandola d’incenso. In quel momento sacro in cui tramonta il sole, entra ronzando l'ultimo devoto alato, un sagrestano innocente. 

Si avvicina con precauzione all’effige divina, gli bacia la fronte, accarezza i baffi e la santa capigliatura, poi bacia la Sua mano, aleggia sul Vangelo quasi a contare le perle che lo adornano e continua a volteggiare sopra le spalle di Dio, come frugando nel panneggio del suo abito. Girovaga in volo più volte all’interno della cupola fiutando il profumo dell’incenso e dei ceri che da secoli esala dalla cupola annerita. A lungo si ode il bordone tenuto da quell’innocente creatura, una falena che non intende separarsi dal suo Signore Cristo per prendere la via delle montagne attorno. Anzi, con il suo ronzio sembra cantare: ”Quanto sono amabili le Tue dimore, Signore degli eserciti”. Sotto, in quel momento, il monaco canta a bassa voce l’inno «Luce gioiosa», mentre il sole tramonta e la giornata finisce. Lacrime affiorano agli occhi di colui che ascolta queste parole antiche, semplici e eterne come il tramonto. Nel libro poggiato sul leggio sta scritto che è un poema di Atenogène il martire. Vecchissimo inno, cantato ogni sera sul finire del giorno, da duemila anni fino ad oggi, da gente semplice discesa dagli antichi greci». 
  
Cari fratelli, 
  
questa luce gioiosa in gloria del nostro Padre Immortale splende stasera nella chiesa di San Demetrio in Aràvissos. Luce di Cristo, che tutti illumina, tenue, ma rivolta verso il tempo a venire. E tutti noi, vedendo la luce vespertina, salmodiamo in gloria: “Sia benedetto il nome del Signore ora e sempre nei secoli dei secoli. Amen”. "

domenica 11 febbraio 2018

Intervista di Tudor Petcu a padre John Peck

 

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All'inizio di questo dialogo, vorrei che mi dicesse come e quando ha scoperto l'Ortodossia e che cosa ha causato esattamente la sua conversione alla Chiesa ortodossa.
 
Questa è una storia lunga, e non è un complimento per alcune delle persone ortodosse coinvolte, quindi non vorrei entrare troppo nei dettagli. Basti dire che ho visto la Chiesa nella quale sono cresciuto tanto cambiata durante la mia breve vita che, da giovane genitore, ero terrorizzato da come sarebbe stata quando i miei figli sarebbero diventati adulti. Quindi io e mia moglie abbiamo iniziato a fare ricerche su come era davvero la Chiesa primitiva. Mi sono imbattuto nei Padri Apostolici e ho scoperto la Didache (il primo catechismo cristiano) che probabilmente precede alcune delle Scritture canoniche. Ci siamo chiesti "C'è ancora qualcuno che vive così?" Abbiamo esaminato la Chiesa romana, ma l'abbiamo scartata poiché è una cosa su carta (in teoria) e una cosa completamente diversa nella pratica. Alla fine, e dopo aver contattato una moltitudine di chiese ortodosse, nessuna delle quali rispondeva ai loro telefoni, finalmente ci siamo messi in contatto con un prete. Siamo entrati nella Chiesa nel 1992.
 

Se qualcuno che vuole comprendere la profondità dell'Ortodossia le chiedesse "qual è la bellezza dell'Ortodossia e come potrei scoprirla?", quale sarebbe la sua risposta?
Viverla. Tutto il resto, e intendo TUTTO, è semplicemente come nuotare su un terreno asciutto.
 
Come descriverebbe la ricchezza della liturgia ortodossa da sacerdote ortodosso americano?
Come un riflesso del culto celeste, in cui vediamo Dio nel cielo adorato da angeli, santi e martiri nel libro dell'Apocalisse. È questa la liturgia ortodossa.
 

Dato che lei è un americano convertito all'Ortodossia e, inoltre, un americano che è diventato prete ortodosso, come può l'Ortodossia dal suo punto di vista portare il suo contributo alla società americana?
 
Da dove cominciare qui... Questa è una cosa molto semplice, e allo stesso tempo, è quella che mi ha causato il dolore maggiore da parte degli ortodossi per diversi decenni. Smettetela di piagnucolare e di nascondervi, e poi di congratularvi con voi stessi per non essere "infetti" dalle cose americane – specialmente se voi stessi state annacquando la fede e la pratica ortodossa.
Se volete portare qualcosa alla società americana, dovete coinvolgere gli americani, e questo significa smettere di denigrare la vita americana, lamentandovi ed evitandola, nascondendovi in piccoli ghetti etnici di pensiero e identità. Io non ho niente contro le culture non americane, e credo che dovrebbero essere assolutamente celebrate, ma se vuoi offrire qualcosa all'America, offritela agli americani laddove sono, e così come sono. Che si tratti di americani del Midwest o del sud, , ispanoamericani o afroamericani, dovete incontrarli, parlare con loro, arrivare a conoscerli e a farvi conoscere da loro. Oggi è un momento difficile per i cristiani di oggi, ma questo è IL momento in cui così tanti americani cercano qualcosa di reale in Cristo. Stanno cercando l'Ortodossia. Quasi tutto ciò che dobbiamo fare è renderci visibili (smettete di evitare di essere individuati) e dimostrare a cosa punta l'Ortodossia. Sì, il greco e lo slavonico del IV secolo e dell'XI secolo sono belli, ma per un americano che vuole ascoltare e comprendere la teologia della Chiesa, potrebbe anche essere un blaterare estatico. È un mezzo inutile per trasmettere loro la verità e la bellezza della nostra fede.
 
Sarei molto felice se potesse dirmi qualcosa sui libri più importanti e più profondi che ha letto durante il suo viaggio verso l'Ortodossia.
Quando stavo diventando ortodosso, l'unico libro a cui potevamo davvero accedere era The Orthodox Church di Timothy Ware. Ce n'erano alcuni altri, ma nessuno di loro era molto utile. Oggi c'è molto di più, e libri eccezionalmente buoni per aiutare chi è alla ricerca.
A seconda della provenienza di chi legge e del suo stato spirituale, raccomanderò uno o più dei seguenti:
Orthodox Spirituality del metropolita Hierotheos
Light from the Christian East di James Payton
Becoming Orthodox di Peter Gillquist
La serie arcobaleno di padre Thomas Hopko
Ci sono altri libri che faccio seguire dopo di questi, ma sulla base della loro esperienza spirituale, maturità, formazione e background, questi sono quelli che uso principalmente.
Se ho un cristiano molto istruito e maturo, potrei dare loro Orthodox Spirituality di Dumitru Staniloae. Questo li rallenterà sempre e fornirà argomenti per conversazioni.
Per classi di nuovi membri, ho il mio testo, e anche per il catecumenato ho le mie lezioni, che terminano con un'introduzione alla vita interiore (molto necessaria per i catecumeni).
 
Pensa che l'Ortodossia possa aiutarci a rendere culto a Dio nel modo più profondo?
Sì, perché si concentra sulla vita interiore e sul culto così come sull'esterno – una persona unificata.
Cosa dovremmo sapere dei più importanti pensatori americani ortodossi? Potremmo fare riferimento a Jaroslav Pelikan o a Padre Seraphim Rose, per esempio.
I pensatori più importanti che abbiamo oggi nell'Ortodossia americana sono:
Padre Hans Jacobse – i suoi scritti su cultura e fede, sul marxismo culturale e la chiarezza con cui vede e che sa proiettare nei suoi scritti sono senza eguali. Insegna spesso alla Acton University, dove le sue lezioni sono altamente desiderate e le sue intuizioni sono molto ambite. C'è una ragione per cui molti non ortodossi prestano molta attenzione alle sue parole e ai suoi scritti.
Padre Patrick Reardon – così immerso nella Tradizione, nei Padri e nella storia. Le espressioni di vita e di fede e la comprensione spirituale di padre Patrick lo rendono il più erudito esponente dell'Ortodossia di oggi. Comprende profondamente la Tradizione e può paragonare e mettere a confronto la filosofia e la teologia occidentale con grande facilità. Per di più, parla con eccezionale chiarezza sui problemi più confusi dei nostri giorni, rendendo i suoi insegnamenti una boccata d'aria fresca e il sogno di un apologeta. È una grande mente e anima allo stesso tempo. Penso che sia il Dumitru Staniloae americano.
Padre Josiah Trenham – ho incontrato pochi sacerdoti che hanno scritto e parlato in modo tanto coerente e con tanto successo in molti luoghi di quella che è stata definita la virtù e la moralità cristiana ortodossa tradizionale, ma l'opera di padre Josiah va ben oltre. È attivo nel proteggere i punti di riferimento cristiani storici locali (con successo, potrei aggiungere), ed è un insegnante e predicatore molto richiesto.
Questi uomini stanno contribuendo alla società americana a molti livelli. Stanno proiettando una scia di illuminazione ortodossa nelle oscure acque della giungla di una popolazione sempre più confusa e manipolata. Stanno combattendo con la Croce e il Vangelo del nostro Signore Gesù Cristo. Sono fari di luce e chiarezza e pilastri dell'Ortodossia in America

sabato 10 febbraio 2018

Dal mio Archivio Domenica di carnem Levare

 

Parabola/racconto della seconda gloriosa Parusia del Risorto in Matteo al capitolo 25 versetto 31-46
testo del brano evangelico

Il Signore ha detto: "Quando il Figlio dell'uomo verrà nella sua gloria con tutti i suoi angeli santi, siederà sul trono della sua gloria. E saranno riunite davanti a lui tutte le genti, ed egli separerà gli uni dagli altri, come il pastore separa le pecore dai capri, e porrà le pecore alla sua destra e i capri a sinistra. Allora il re dirà a quelli alla sua destra: Venite, benedetti del Padre mio, ricevete in eredità il regno preparato per voi fin dalla fondazione del mondo. Perché io ho avuto fame e mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e mi avete dato da bere, ero forestiero e mi avete accolto, nudo e mi avete vestito, malato e mi avete visitato, ero carcerato e siete venuti a me. Allora i giusti gli risponderanno dicendo: Signore, quando ti abbiamo visto affamato e ti abbiamo dato da mangiare, assetato e ti abbiamo dato da bere? quando ti abbiamo visto forestiero e ti abbiamo accolto, nudo e ti abbiamo vestito? quando ti abbiamo visto malato o in carcere e siamo venuti a te? Rispondendo, il re dirà loro: Ogni volta che avete fatto queste cose a uno solo di questi miei fratelli più piccoli, l'avete fatto a me. Poi dirà a quelli alla sinistra: Allontanatevi da me, maledetti, al fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli. Perché io ho avuto fame e non mi avete dato da mangiare, ho avuto sete e non mi avete dato da bere, ero forestiero e non mi avete accolto, nudo e non mi avete vestito, malato e in carcere e non mi avete fatto visita. Anch'essi allora risponderanno dicendo: Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o forestiero o nudo o malato o in carcere e non ti abbiamo assistito? Ma egli risponderà loro, dicendo: In verità vi dico: ogni volta che non avete fatto queste cose a uno di questi più piccoli, non l'avete fatto a me. E se ne andranno, questi alla punizione eterna e i giusti alla vita eterna".
  • Testo complesso e non facile anche per come è stato predicato e trasmesso da una cristianità prigioniera dovunque della logica dei meriti e delle pene propria di una spiritualità  tutta presa dal primato della teologia delle opere
  • Il testo dovrebbe essere "masticato"analiticamente punto per tutto per individuare e centrare l’annuncio che esso vuole fare a noi.Siamo dentro il discorso escatologico che Gesù propone immediatamente prima della sua settimana santa IL discorso poi è preceduto dall’intera sezione narrativa (che inizia con il capitolo 19) che annuncia per discorsi,per questioni e per parabole l’avvento prossimo del Regno dei Cieli


Gesù parla al futuro ed annuncia il futuro che  egli compirà nella sua gloria

      1. Si presenta come il figlio dell’uomo,questa misteriosa categoria biblica,questo misterioso personaggio proposto dal profeta Daniele e sicuramente legato alla presenza finale e completa di Dio tra gli uomini per l’opzione e la scelta fondamentale e definitiva Gesù di Nazareth è proprio la pietra angolare di questa opzione:Egli convoca,Egli aduna,Egli chiama 


      2. Il figlio dell’uomo verrà nella sua gloria con i suoi angeli santi e siederà sul trono della sua gloria:questo annuncio è importante:Esso è fatto prima della morte e della resurrezione e alla morte e alla resurrezione non fa riferimento ed è annuncio al futuro del futuro;avevano i discepoli una possibilità di capire questa gloria,questi angeli santi,questo trono di gloria? Si Pietro Giovanni e Giacomo avevano già vissuto l’esperienza e l’evento della Trasfigurazione sul Tabor.Il tabor è allora incrocio teologico e spirituale veramente esplosivo Da una parte è annuncio profetico della successiva Resurrezione ma d’altra parte è visione anticipata del Compimento Finale:il Tabor è insieme preannuncio della Resurrezione ma anche uno squarcio della dimensione tempo,l’istante del compimento avvenuto prima dell’avvenire.La fede è speranza delle cose che accadranno
      3. Questa speranza,questo coniugarsi al futuro  della nostra fede nel Risorto che tornerà come interpella e come modifica la nostra vita la nostra preghiera la nostra ecclesialità?Come vivere questo nostro tempo se non come Il tempo dell’attesa e dell’invocazione?...senza sosta...senza interruzione...Signore Non Tardare


  • Il ritorno del Figlio dell’uomo renderà lo stesso Figlio dell’uomo come colui che riunisce e convoca tutte le genti,come il pastore attento all’armonia del suo gregge come Re. Cristo Signore è stato ed è pietra di inciampo per tutti .O viene vissuto  come inciampo,come ostacolo,come rovinosa caduta della nostra vita di prima,come continua memoria sovvertitrice di ogni nostra abitudine e di ogni nostro status,anche quando nobile e significativo oppure ancora una volta viene scartata proprio perché inciampo,proprio perché fastidiosamente sovvertitrice.
  • Veniamo convocati per la fotografia della nostra scelta e per averne piena consapevolezza



  • Benedetti dal Padre mio ricevete in eredità il regno preparato per voi sin dalla fondazione del mondo.Frase pesante,frase fondamentale per il nostro stesso tentativo faticoso di discepolato. Coloro che riescono a vivere l’Evangelo sono benedetti dal Padre,cioè il Padre dirà bene di loro davanti a se stesso,davanti al Figlio,davanti al Santo Spirito e davanti agli uomini tutti:Il Padre si renderà garante della loro sincerità di cuore e per questo diventeranno eredi cioè dichiarati figli (qui c’è tutto il tema paolinico dell’adozione nostra a figli e quello petrino della deificazione) e la loro eredità sarà nel diventare proprietari del regno preparato fin dalla fondazione del mondo,diventare cioè viventi e vivi dentro l’alleanza  con il Signore



  • Le opere per le quali il re/pastore esprime le sue scelte non sono le buone opere che non modificano la nostra vita ma servono solo a narcotizzare la nostra coscienza ma sono le opere di chi ha scelto il Vangelo e indicate profeticamente al capitolo 58 del profeta isaia.....
  • Sciogliere le catene inique Togliere i legami del giogo Rimandare liberi gli oppressi Spezzare ogni gioco …dividere il pane con l’affamato introdurre in casa i miseri,senza tetto vestire uno che vedi nudo ….Allora la tua ferita sarà rimarginata… ..Toglierai di mezzo a te l’oppressione il puntare il dito e il parlare empio ..offrirai il pane all’affamato ..sazierai di cibo chi è digiuno allora brillerà fra le tenebre la tua luce (dal profeta Isaia)


Si tratta di vivere nel mondo"come se il mondo non fosse mai stato dato/etsi mundus non daretur ".



  • Allontanatevi da me maledetti al fuoco eterno preparato per il diavolo e per i suoi angeli.Frase ovviamente speculare alla prima e frase tragica.Il Padre dirà male davanti a se stesso,davanti al Figlio e davanti allo Spirito ma anche davanti agli uomini di coloro i quali hanno vissuto nel mondo come se il mondo fosse l’unica realtà concreta con le sue leggi e la sua autonomia.Anche essi sono ovviamente eredi di qualcuno.Sono eredi del Separatore e in quanto tali non possono che essere separati,resi lontani definitivamente e il fuoco eterno è immagine tremenda perché se Dio è fuoco eterno,questo fuoco eterno non è il fuoco di Dio E’ il fuoco delle tenebre,il fuoco delle tenebre derivato e derivate dall’assenza di Dio



  • Davanti alle opere della profezia del Regno non ci sono terze posizioni intermedie .C’è solo la fatica del vivere e dell’impegno,la tragicità quotidiana della nostra lotta contro noi stessi L’inquietudine,l’intransigenza con se stessi e la compassione verso gli altri per non finire come è finita alla Chiesa di Laodicea nel libro biblico dell’Apocalisse
Conosco le tue opere.tu non sei né freddo né caldo:Magari tu fossi freddo caldo!!.Ma poiché sei tiepido,non sei cioè né freddo,né caldo,io ti vomiterò dalla mia bocca

venerdì 9 febbraio 2018

"The Benedict Option"- Riflessione che sembra politica ma politica non è espressa dal mio amico caro e fratello di fede Leonardo Lenzi



 http://www.storiain.net/storia/wp-content/uploads/2016/11/Holy_Abbots_of_Citeaux.jpg


  i santi primi abati di Cîteaux: Roberto di Molesme, Alberico di Cîteaux ed Etienne Harding.



Riflessione ,che sembra politica ma politica non è , espressa dal mio amico caro e fratello di fede Leonardo Lenzi



The Squatter Option: ovvero le ragioni per cui io il 4 marzo voterò Potere al Popolo


Come molti sanno "The Benedict Option" è un'espressione del filosofo scozzese Alasdair McIntyre, ed è stata ripresa recentemente dall'americano (e cristiano ortodosso) Rod Dreher. Essenzialmente ha a che fare con una possibile attitudine del cristiano contemporaneo, che sceglie di ritirarsi un po' dall'agone politico, ideale, etico, e di contribuire a formare quelle che vengono chiamate 'comunità intenzionali'. Così fecero i benedettini nel periodo incredibile del crollo dell'Impero romano: nei monasteri si custodiva e si trasmetteva non solo il sapere antico, gli scrittori classici, ma anche un certo modo di pensare l'uomo e di vivere la relazione con l'altro, con il cosmo e con Dio, e si faceva mentre fuori accadeva l'indicibile. Ora, ovviamente Dreher non immagina che il compito del cristiano di oggi sia farsi monaco e fondare un'abbazia: ma, appunto, quello di costruire comunità che servano al medesimo scopo, in un'epoca - questa - che al crollo dell'Impero assomiglia così tanto.
Da giovane mi sono impegnato, soprattutto per la difesa di questioni etiche che mi stavano a cuore. Oggi - credo proprio oggi - ricorre l'anniversario della morte di Eluana Englaro. Fu l'ultima battaglia etica nella quale mi gettai veramente. Allora insegnavo, e ricordo che proposi agli studenti di comprare una pianta verde, di darle un nome, di starle vicino e di prendersene cura per un mese; poi, a una certa data, di smettere di innaffiarla e di guardarla giorno per giorno ingrigire, appassire, morire. Molti non resistettero a non darle da bere: eppure si trattava solo di una pianta. Dopo di allora, in pochi anni, mi sembra che lo scenario sia completamente cambiato. Recentemente una cara amica mi ha scritto dicendo che non si capacitava di come oggi anche il solo interrogarsi su questioni morali sembri retrivo e bigotto (intendiamoci: non "dare una risposta", ma soltanto "porre il problema"). Si domandava dove abbiamo sbagliato. Non le ho risposto, non avendo le parole. Difendere sulle barricate alcuni valori fondamentali (per esempio quello della vita) non ha più alcun senso, se non quello di un eroismo intellettuale e anticonformista appetibile solo per alcuni giovani eccentrici, vandeani del pensiero. La battaglia è perduta. Tutto ciò che si potrà tecnicamente fare, lo vorremo e lo faremo.
Ma in generale, sul pianeta, si afferma un nichilismo pervasivo. Non solo sui temi classici della bioetica. Un elegante nero ha ceduto 'the Office' a un orrido arancione, ma non mi sembra che sia cambiato poi molto. Si agitano, nell'oceano sociale, correnti che non soltanto non riusciamo a governare, ma che fatichiamo perfino a individuare e a comprendere. C'è un maremoto in atto: al cospetto del quale la politica italiana e i suoi meccanismi appaiono nella loro assurdità ridicola.
E dunque? E dunque io darò il mio voto a chi non si aspetta neppure di poter governare. A chi, nel cuore di una città meravigliosa, assurda e ferita, si è ripreso un luogo destinato alla contenzione della follia e alla pena e lo ha aperto al pensiero, al dialogo, al grido, alla musica, all'immaginazione, alla solidarietà, alla protesta, all'amore. Un luogo in cui si trasmette e si coltiva una visione dell'uomo non mercantilizzata, e una visione del mondo non serva delle portanti tecnocapitalistiche. Un luogo che - nel suo esserne esattamente l'opposto logico - potrebbe essere la reincarnazione di Citeaux. Vorrei che si moltiplicassero luoghi come questi, da dove osservare il mondo e la sua maestosa e inimmaginabile trasformazione: ma con una osservazione partecipe, contaminata, audace, veramente rivoluzionaria. In questo senso accetto la sfida di poter sperare uno di loro in parlamento.
Il mio più caro amico, una volta che gli parlavo di questo, mi ha detto che è un ripiegarsi su se stessi, è un onanismo sociale, è un crearsi un microcosmo fregandosene del resto del mondo, e che PaP ha le stesse probabilità di avere successo quante sono quelle di ottenere un notturno di Chopin mettendo un gatto impazzito sulla tastiera di un pianoforte. E un'amica - che conosce bene questi territori politici e sociali - mi diceva sconfortata che non ce la faranno, che già nella lista si sono inseriti elementi che provengono da un passato sconfitto e distruttivo.
Io di queste cose non so niente. A marzo metterò nell'urna un foglietto speranzoso, ma senza contarci troppo. Ho recentemente udito il mio Maestro citare Capitini: c'è almeno un luogo del pianeta in cui l'ideale può non essere utopico, e quel luogo sono io. Io voterò la piccola fragile e bella eu-topia di Napoli."


Riporto la mia percezione comunicata poi via web a Leo

"Non seguirò fino in fondo gli esiti della riflessione del mio caro fraterno amico Leonardo Lenzi(il 4 Marzo resterò all'Eremo -dei monaci  di San Crispino patrono dei calzolai  nella congregazione degli Apoti,di color che non la bevono  in territorio Oltre ed Altrove-anche ,a questo punto,per garantire a lui l'innocenza poetica e poietica della sua scelta .Ovviamente rilancio la sua considerazione.."


 

giovedì 8 febbraio 2018

Dice Aelredo di Rievaulx, monaco cisterciense, nel 1142:



Dice Aelredo di Rievaulx, monaco cisterciense, nel 1142:


… contempla con maggiore attenzione il volto della tua anima. Se ti sei scoperto a sguazzare nei banchetti, a scaldarti spesso col vino, a impicciarti di affari mondani, a farti tormentare dalle preoccupazioni di questo mondo, a covare desideri carnali, a passare il giorno fra liti e sciocchezze, a lacerare con i morsi immondi della maldicenza la carne dei tuoi fratelli, abbandonato a un pigro ozio; se ti sei scoperto a vagare qua e là in volubile movimento come tormentato da un pungolo, a procurarti le delizie del ventre non con la tua fatica ma con il sangue e il sudore dei poveri, se poi ti sei scoperto a macchiarti spesso di ira, impazienza, invidia, disobbedienza e a preoccuparti più del tuo ventre che della tua mente, a trasgredire di continuo le regole della tua professione; se dunque in tutte queste cose te ne vai elegante e pasciuto, per favore non gloriarti delle tue lacrimucce.
 Trattati d'amore cristiani del XII secolo. Vol. II

Aelredo di Rievaulx, Lo specchio della carità, 2, XIV, 35, in Trattati d’amore cristiani del XII secolo, vol. II, a cura di F. Zambon, Fondazione Lorenzo Valla-Mondadori 2008, pp. 211-13.


 Nacque a Hexham (Northumberland, Inghilterra) nel 1109 o 1110 da nobile famiglia. Trascorse la sua giovinezza come paggio alla corte del re David I di Scozia, dove divenne compagno di studi e di giochi di Enrico, figlio del sovrano. Durante una missione (1135) compiuta a Rievaulx (Yorkshire) per incarico del re, entrò in quel monastero cistercense, allora il secondo per importanza in Inghilterra, fondato nel 1131 sotto gli auspici di san Bernardo. Maestro dei novizi nel 1141, l'anno seguente Aelredo fu inviato quale primo abate con dodici compagni a Revesby (Lincolnshire), monastero appena fondato. Nel 1146 fu promosso abate di Rievaulx, che allora contava trecento monaci. Partecipò in Francia al Capitolo generale del suo Ordine e nel 1164 partì in missione per convertire i Pitti del Galloway, dove a Kirkcudbright lo stesso capo di quei barbari, mosso dall'esortazione del santo, entrò in monastero. Affranto dalle malattie (gotta e calcoli), che lo avevano afflitto negli ultimi dieci anni, morì nel 1166 o 1167.(tratto dal Quotidiano Avvenire)

mercoledì 7 febbraio 2018

lo scopo e la finalità dell’uomo era sin dal principio convertirsi e farsi come il Cristo,-Tudor Petcu intervista Gabriel Belloni (ed anche commento iconografico)


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1.) Le sarei grato, se potesse dirmi inanzitutto quando Lei ha scoperto la spiritualità ortodossa e spiegarmi perché Lei ha scelto la conversione all'Ortodossia. Come carterizarebbe il camino che lo ha portato alla Chiesa Ortodossa?



Direi che il mio percorso verso l’Ortodossia cominciò ventiquattro anni fa, quando ero al Monastero benedettino “Cristo Rey”, in Tucumán, Argentina. Proprio li iniziai a gustare della sua bellezza. Nel trascorso degli anni, il fuoco che l’Ortodossia accese nel mio cuore, non si è mai spento. Dunque, potrei dire che Dio ha illuminato il mio cuore per andare verso di essa. Poi, andando in Italia, ho scelto di fare il mio passaggio all’Ortodossia, seguendo il richiamo del mio cuore. Anche perché, in Italia, le comunità ortodosse ce ne sono a portata di mano, ovunque, cosa che non sucede in Argentina.

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2.) Come ha cambiato l'Ortodossia la sua coscienza spirituale e il suo percorso? In altre parole, si può dire che Lei ha scoperto un mondo nuovo nella Chiesa Ortodossa?



Vivo il mio passaggio all’Ortodossia come un approfondimento nella mia vita spirituale, nella mia vita di fede cristiana, sopratutto per il contatto con i testi dei Santi Padri, i quali portano ad assaporare ed immergersi di piú nelle Sante Scritture.

Senza dubbi ho scoperto un mondo nuovo nell’Ortodossia.



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3.) Le chiedo di parlarmi anche sui più grandi e importanti rappresentanti dell'Ortodossia che Lei ha consciuto e incontrato fin'ora e quale fu di fatto il signifcato di questi incontri.



Il mio primo contatto importante e significativo tra i padri ortodossi è stato il Pater Vasile Sirbulet (Patriarcato Ecumenico), parroco della parrocchia Santa Anastasia Romana, a Siena. È stato lui a guidarmi nei miei primi passi di passaggio all’Ortodossia e tuttora continua il nostro rapporto.

Dopo di lui, già in Argentina, il Padre Alejandro Saba (Patriarcato di Antiochia), Padre Esteban Jovanovich (Patriarcato di Serbia), Pater Gabriel Diaz (Patriarcato Ecumenico), Metropolita Silouan (Patriarcato di Antiochia), Metropolita Amfilohije (Patriarcato di Serbia), Metropolita Leonid (Patriarcato di Mosca) e con il Metropolita Tarasios (Patriarcato Ecumenico).

L’incontro con ogniuno dei Metropoliti, è stato incontrare dei bravissimi maestri spirituali e della fede cristiana ortodossa. Pater Vasile, come ho detto prima, mi a guidato nei primi passi, Padre Alejandro mi ha cresimato e i Padri Esteban y Gabriel mi hanno guidato spiritualmente. Ormai, più che altro, è Pater Gabriel il mio Padre Spirituale. Quindi, l’incontro con loro ha un valore fondamenmtale per la mia vita.



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4.) Mi piacerebbe moltissimo, se fosse d'accordo di parlarmi un po' della sua prospettiva sui più importanti insegnanti dell'Ortodossia ma anche sul messagio profondo dell'Ortodossia che dovremmo scoprire.



Secondo me, i messaggi più importanti che l’Ortodossia ne ha per il mondo,  sono la fedeltà a la Parola di Dio e a gli insegnamenti dei Santi Padri nel trascorso della storia, e la bellezza nelle sue preghiere, nelle sue celebrazioni liturgiche, dei suoi Templi e delle sue Icone. Quindi, da riscoprire e approfondire sono l’annuncio permanente del messaggio paolino della primazia di Dio, della verità, della bellezza e dell’unità, come segni della presenza del Dio amico degli uomi e amante dell’umanità in mezzo a noi.



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5.) Penso che Lei abbia attraversato alcuni anni di inquieta ricerca religiosa fino a che Lei ha incontrato l'Ortodossia. Si potrebbe dire che da uno che si sforzava di cercare la verità Lei è passato a essere uno che si sforza di vivere la verità?



Più che anni di inquieta ricerca “religiosa”, direi che sono stati anni di inquieta ricerca di approfondire nella mia vita spirituale e nella mia vita di fede cristiana. Come ho detto prima, questo ha significato per me il passaggio all’Ortodossia. Allora, in questo senso, potrei dire che sono uno che si sforza di vivere la verità e nella verità, cioè vivere per Cristo, con Cristo ed in Cristo, cammino, verità e vita.

http://ilgiardinodeimieisogni.altervista.org/wp-content/uploads/2014/08/trasfigurazione-icona-sito.jpg



6.) Ho spesso sentito dire che la morale non è nient'altro che continuare l'atteggiamento in cui Dio crea l'uomo di fronte a tutte le cose. Come intende Lei da un punto di vista ortodosso quest'affermazione?



In effetti, questa affermazione va intesa a partire dell’antropologia ortodossa/biblico-patristica, per la quale l’uomo, creato a immagine di Dio, creato dal Padre, per il Figlio nello Spirito Santo, è come immagine-icona del Logos e deve arrivare alla Sua somiglianza. Vale a dire, l’uomo creato «come immagine» deve arrivare alla «come somiglianza», cioè alla “theosis” o glorificazione, con l’energia (increata) di Dio e la sinergia (cooperazione con l’energia della sua volontà e l’energia increata della volontà di Dio).

Il «come immagine» di Dio fu rivelato piena ed esattamente per l’incarnazione. Poiché lo scopo e la finalità dell’uomo era sin dal principio convertirsi e farsi come il Cristo, cioè, dovrebbe farsi Dio attraverso la “xaris” (energia increata); arrivare al «come somiglianza». Il “come immagine” significa asomigliarsi a Cristo per compiacimento. Allora, l’uomo, come imitatore di Cristo, si converte e si fa anche lui come immagine del Padre per la “xaris”, partecipando della doxa-gloria (increata) di Cristo. Cosí che quando uno arriva alla “theosis”, cioè, alla «come simiglianza», allora si fa come Cristo per la “xaris”.

Questa sarebbe la base della morale dell’uomo secondo il piano di Dio.

Così intendo l’affermazione da Lei proposta.