sabato 27 gennaio 2018

Intervista di Tudor Petcu a Marco Simeone Castellano

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Prima di parlare del modo in cui lei ha incontrato e scoperto l'Ortodossia, mi piacerebbe che mi parlasse un po' dell'eredità spirituale che ha ricevuto nel mondo cristiano in cui è nato e cresciuto.
Sono nato e cresciuto a Roma in una famiglia cattolica e praticante e fin dalla mia giovinezza – insieme ai miei fratelli minori – sono stato educato ai principi della fede e dell'insegnamento cattolico. Pur lavorando tutti e due, i miei genitori hanno sempre tenuto a trasmetterci il valore del "giorno del Signore" e quindi la domenica è sempre stato un momento di unità famigliare. La domenica mattina si andava tutti insieme in chiesa per la messa e il resto del giorno era condiviso nel riposo e nell'unità familiare. Anche i momenti del pasto erano sempre preceduti dalla benedizione della mensa che mio padre – come capo-famiglia – impartiva. E la sera si andava al riposo dopo un momento di preghiera. Nelle feste solenni poi (santo Natale, inizio d'anno, santa Pasqua) i momenti di festa erano sempre preceduti dall'ascolto delle parole del papa e dalla sua benedizione solenne. Questo momento – soprattutto per mio padre – era a dir poco sacro; secondo solo alla partecipazione alla messa solenne in chiesa. Tutto questo ha da subito forgiato la mia vita ed educato la mia anima al rapporto con Dio. Mai ho percepito questo come un obbligo o peggio una imposizione ma al contrario ho sperimentato da subito nella mia vita la presenza di Dio; costante, silenziosa ma reale! All'età di 10 anni ho iniziato la mia preparazione per ricevere il Sacramento dell'eucarestia – o come dicono i cattolici – la "prima comunione"; e in quel contesto ho aderito definitivamente alla mia scelta di Dio, alla quale con tutti i miei limiti sono rimasto fedele per tutta la vita. Ho continuato perciò a frequentare la parrocchia e a rendermi disponibile prima al servizio all'altare come ministrante e poi – soprattutto dai 16 anni – come catechista per la preparazione al sacramento della Cresima degli adulti e del santo Battesimo dei nuovi nati. In questi anni ho sentito la necessità di attingere sempre più all'eredità spirituale della chiesa attraverso la lettura e l'approfondimento della Parola di Dio, della vita dei santi, dei documenti conciliari; soprattutto il Vaticano II, e della liturgia come anche della conoscenza storica che mi portavano ad immergermi nella conoscenza della chiesa e della sua eredità. Sono stati anni per me di grande approfondimento, di grande riflessione e preghiera e di grande esperienza di Dio che ancora oggi – insieme all'eredità spirituale della mia famiglia – accompagnano il mio desiderio di servizio e di testimonianza nella chiesa di Dio. 
 

Tenendo conto del suo percorso spirituale, potrebbe dirmi qual è stata di fatto la ragione per cui lei ha deciso di scegliere la conversione all'Ortodossia? Si potrebbe dire che la Chiesa ortodossa ha conquistato subito il suo cuore e se sì, perché?
Io credo che non ci siano una o più ragioni per cui io abbia deciso di scegliere l'Ortodossia. Sinceramente anche il termine "conversione" lo riconosco alquanto "stretto e forzato" guardando alla mia esperienza. Sono convinto che l'Ortodossia non si scelga (o almeno non in un senso così assoluto) ma al contrario che all'Ortodossia si "aderisca". Ho sempre avuto profonda stima per la Chiesa orientale e soprattutto per il suo amore e il suo decoro – semplice e solenne nello stesso tempo – per la Divina Liturgia. Un amore e una passione di servizio e di testimonianza che nella Chiesa cattolica mi ha portato – dopo una lunga e impegnativa formazione – ad essere istituito nel 2004 accolito per la diocesi di Roma (equivalente all'ipodiacono della Chiesa Ortodossa anche se con significative differenze di servizio). Ma in effetti questa stima direi immediata e naturale verso l'Ortodossia – ne ho preso coscienza negli anni – scaturiva innanzi tutto dalla fedeltà immutata dell'Ortodossìa ai Canoni apostolici, ai santi Concili, alle indicazioni dei santi Padri. È pur vero che un particolare e per me drammatico episodio ha definitivamente messo fine alla "confusione interiore" che ormai mi accompagnava da alcuni anni. Mi riferisco alle dimissioni dal pontificato del papa Benedetto XVI nel 2013. Ero consapevole che nella storia della Chiesa cattolica si erano già verificati casi simili (anche se l'ultimo si rifaceva ormai a più di 600 anni prima con il papa Gregorio XII durante il cosiddetto "Scisma d'occidente") ma questo avvenimento – per me così inspiegabile – ha suscitato in me una domanda ormai irrinunciabile: "esiste ancora la fede, la radice di questa mia fede? Esiste una realtà che mi testimoni "ininterrottamente" e nella verità la fede che professo e che non mi offra ogni giorno nuove dichiarazioni, nuove spiegazioni, nuove prese di posizione, nuovi adattamenti? In quel momento ho preso coscienza che la vera fede e la fonte del mio aderire a Cristo erano nella santa Chiesa ortodossa. Certo, detto così alle orecchie di un "nato ortodosso" può risultare persino banale; ma per me sinceramente cattolico ma inquieto e stordito da continui aggiornamenti e sperimentazioni in campo ecclesiale o peggio liturgico, risuonavano nella mia mente e nel mio cuore come ricordi di cose perdute sì, ma non dimenticate!
Mi spiego meglio, se posso: per alcuni anni sono stato rappresentante dei catechisti nel Consiglio pastorale parrocchiale (un organismo elettivo presente nelle parrocchie cattoliche; espressione delle varie presenze nella comunità parrocchiale e di supporto al parroco). Quando le discussioni su determinati argomenti da riformare o modificare si facevano "più calde", spesso per mettermi a tacere qualcuno affermava a voce alta: "Va bene, lascialo perdere a Marco! Tanto lo sappiamo che è ortodosso!". È evidente che in quel momento non mi si voleva certo fare un complimento, ma io poi nel tempo ho preso coscienza che era come se il Santo Spirito mi chiamasse a "tornare a casa!". Ecco: lei mi chiedeva all'inizio la "ragione" per cui ho deciso di scegliere l'Ortodossìa, ebbene non è stata tanto una ragione ma un prendere coscienza di potere – anzi di volere – "tornare a casa!". Come il figliol prodigo (Lc. 15,11-24) che davanti alle carrube dei porci che sarebbe stato costretto a mangiare, si ricorda del cibo di casa sua – di casa di suo padre – che anche i servi condividono con lui e decide di tornare come l'ultimo dei servi. Ma il padre è ancora lì che scruta l'orizzonte e appena lo scorge in lontananza gli corre incontro, lo bacia e lo riveste della veste nuova; dando ordine di fare festa! È questa l'esperienza che ho vissuto e che da allora vivo ogni giorno "tornato a casa" nella Santa Chiesa Ortodossa. E il mio cuore è conquistato a colui – il Signore e Sovrano della mia vita – che su questo "figlio prodigo" ha riversato la sua misericordia!
 

Le ho già chiesto del suo percorso di conversione all'Ortodossia, ma ora le chiedo di parlarmi del suo percorso spirituale da quando lei è diventato ortodosso. Ha dovuto rinunciare all'uomo che era per diventare un uomo nuovo nella Chiesa ortodossa?
A questa domanda mi permetta prima di risponderle con le parole del santo apostolo Paolo: "Sappiamo bene che il nostro uomo vecchio è stato crocifisso con lui, perché fosse distrutto il corpo del peccato, e noi non fossimo più schiavi del peccato" (Epistola di Paolo ai Romani cap. 6-6).
Se si sceglie Gesù Cristo, il nostro "uomo vecchio" è di conseguenza condannato dalla morte redentrice di Cristo! Se si sceglie di far parte della santa Chiesa di Dio si rinuncia alla propria volontà ma la propria personalità, il proprio carattere, la propria storia unica di uomo non vengono annullate, ma illuminate, trasformate!
Ecco: io non sento di avere rinunciato a nulla perché so di avere desiderato di scegliere Dio e seguire il suo Vangelo. E per realizzare questo ho scelto di essere parte della santa Chiesa ortodossa. Vede, il mio percorso spirituale è molto "incarnato" (mi lasci passare questo termine) da quando sono nella santa Chiesa ortodossa!
Esso si sviluppa nel mio essere parte della Comunità parrocchiale di san Sebastiano a Pomezia (Roma), nel partecipare alla Divina Liturgia domenicale, nell'essere seguito, incoraggiato, corretto, amato dal mio padre spirituale e parroco; che è la "volontà di Dio" espressa per me. Ma sento il mio percorso spirituale anche nella preghiera personale o nella regola santa del digiuno che mi ha fatto scoprire e mi insegna quanto il mio corpo sia importante e amato da Dio e come insieme alla mia anima possa diventare offerta personale a lui gradita! Per me il cammino spirituale è prendere coscienza ogni giorno del mio desiderio di Dio, ma anche accorgermi che Dio stesso desidera me: e in questo "cercarsi" reciprocamente io faccio sempre più esperienza di Chiesa. Ricordo che il mio padre spirituale mi disse che sarei diventato ortodosso quando i fratelli mi avrebbero accettato. Ho pensato: "Ma non dovrebbe essere Dio ad accettarmi?" Poi ho capito: è la santa Chiesa che – come una madre – ti genera a lui e in questo tuo essere "uomo nuovo" realizza e rafforza il tuo rapporto personale con lui. In questo è stato per me illuminante l'esperienza di san Simeone il Nuovo Teologo: conoscere e meditare i suoi scritti – uno su tutti, L'invocazione allo Spirito Santo – mi ha spalancato il cuore e la mente in un rinnovato cammino verso il paradiso.
Per questo motivo il giorno della mia adesione gioiosa alla Santa Chiesa Ortodossa ho desiderato aggiungere al mio nome di battesimo quello ortodosso di Simeone.
Da quel giorno non c'è più solo Marco, bensì Marco Simeone: sempre io con tutta la mia storia di uomo, ma anche un "uomo nuovo" che nulla di sé rinuncia o rinnega se non i suoi limiti e i suoi peccati. E comunque a qualunque cosa la santa Chiesa ortodossa mi inviterà a rinunciare, sarà per me un sicuro guadagno in Dio; sempre naturalmente nel rispetto della santa legge di Dio e della santa e immutata Tradizione.
 

Vista la sua conversione all'Ortodossia, come descriverebbe di fatto la conversione stessa? Dall'altra parte, si può dire dal suo punto di vista che la conversione sarebbe necessaria anche per le persone che sono nate nella Chiesa ortodossa?
In parte credo di avere già risposto a questa domanda: comunque ribadisco il concetto.
Il termine "conversione" è spesso riferito a una persona che accorgendosi di stare camminando in una direzione sbagliata per la sua vita si ferma, volge il suo sguardo verso l'orizzonte opposto al quale si sta riferendo e vi si incammina. Se ci pensa, in fondo è esattamente l'esperienza che quotidianamente ognuno di noi fa nella sua vita.
Per me questo "cambiare il verso del mio andare" non solo diventa esperienza di vita ma mi permette di incontrare Gesù Cristo anche se – come i discepoli di Emmaus – magari all'inizio non mi rendo conto che questo incontro è avvenuto e solo il suo amore mi permette di riconoscerlo!
Lei mi chiede se "la conversione sarebbe necessaria anche per le persone che sono nate nella Chiesa Ortodossa". Le rispondo: chi sono io per dire chi ha necessità di convertirsi o meno?! Ma allo stesso tempo, ogni cristiano – io per primo – è chiamato alla conversione!
"Convertitevi, il Regno dei cieli è vicino!" ci ricorda Gesù all'inizio del suo ministero! (Mt. 3, 1-2). Se il mio camminare non si rivolge a lui, mi capiterà magari di ascoltare le sue parole, ma non di riconoscere la sua voce!
 

Ho sempre sentito dire che l'Ortodossia esiste solo in Cristo e attraverso Cristo, ma quali sarebbero i suoi argomenti per l'affermazione secondo cui la Chiesa Ortodossa è davvero la Chiesa di Gesù Cristo?
Secondo me la risposta a questa sua domanda è nella domanda stessa. La santa Chiesa ortodossa è davvero la Chiesa di Gesù Cristo in virtù della sua fedeltà immutata e retta agli insegnamenti di Cristo stesso. La mia esperienza può parlare di questo: io provengo e sono cresciuto in una realtà di chiesa che – al contrario – mettendo tutto e sempre in aggiornamento, per non dire in discussione, ha perso poco a poco il fondamento stesso del suo esistere.
"Non chiunque mi dice Signore, Signore entrerà nel regno dei cieli; ma chi fa la volontà del Padre mio che è nei cieli" (Mt. 7,21).
Io insieme ai miei fratelli e sorelle ortodossi siamo davvero la santa Chiesa ortodossa se impegniamo ogni momento della vita alla sequela di Cristo; nella fedeltà alla Tradizione apostolica e ai santi Canoni e Concili così come la santa Chiesa ci invita a fare e testimoniare, uniti ai nostri vescovi e insieme ai nostri padri spirituali.
Ma la fedeltà non è da noi: io ogni giorno invoco il santo Spirito affinché mi renda fedele a Dio e alla sua santa Chiesa.
E sì, solo in Cristo esiste l'Ortodossìa: perché la Verità è Gesù Cristo!
 

Se volessi conoscere meglio il patrimonio ortodosso d'Italia, quali sarebbero i principali aspetti che lei mi presenterebbe?
Io immagino che lei da me si aspetti magari una risposta di tipo storico sulla presenza del patrimonio ortodosso in Italia; ma sono convinto che oggi questo patrimonio siano gli ortodossi italiani stessi e più in generale tutti quegli occidentali che hanno abbracciato la fede ortodossa: il mio padre spirituale e parroco della parrocchia ortodossa di san Sebastiano a Pomezia (Roma), italiano e prete ortodosso che ogni giorno e ogni domenica è "occasione d'incontro" fra i fratelli e sorelle romeni e noi italiani; affinché non ci siamo più "né romeni né italiani" ma tutti "una sola cosa" in Cristo, oppure quei fratelli e sorelle – anche italiani – che la domenica attraverso il canto rendono servizio alla celebrazione dei santi Misteri.
E ancora tutti quei fratelli e sorelle italiani che nello svolgimento del loro quotidiano lavoro durante il periodo del santo digiuno, con ferma gentilezza e serenità testimoniano una pratica di fede che l'occidente sazio non conosce e magari non capisce; rendendo testimonianza con la loro vita.
Ma anche – e non certo da ultimo – alle nuove realtà monastiche (penso per esempio al monastero di Bivongi in Calabria) che in silenzio e umiltà – come un seme nascosto nella terra – si impegnano e operano attraverso la testimonianza della vita monastica e della eredità millenaria dei Padri del deserto, primo fra tutti Santo Antonio Abate.
In verità questa presenza è ancora soprattutto romena nei suoi protagonisti, ma certamente si sta cercando sempre più di radicarla e renderla feconda nella  nostra realtà italiana.
Insomma il patrimonio ortodosso dell'Italia sono tutte quelle realtà ortodosse che sono presenti sul territorio della nostra nazione e che come "lievito che fa fermentare la pasta" offre ogni giorno di più le ricchezze e la profondità dell'Ortodossia come dono di salvezza per ogni uomo.

 http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSezDoc.php?cat_id=31&id=6261

martedì 23 gennaio 2018

Dal mio archivio(quando non ero "sciancato" ed ero ancora parroco) Palermo il 4 Febbraio 2011 Vespro per la festa di Sant’Agata nella Parrocchia di San Marco d’Efeso Il Vespro è presieduto da Sua Eminenza il Metropolita Gennadios -il mio Saluto finale

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Seviasmotate,pastore e padre
Ancora una volta la nostra congregazione di San Marco d’Efeso accoglie il suo padre e pastore nella certezza a noi tramandata dal nostro Padre tra i Santi Ignazio di Antiochia il Teoforo che il Vescovo è in un dato territorio e per il suo gregge e popolo il testimone oculare della resurrezione del Signore
Lei ha quindi ,dentro la pienezza del ministero episcopale . visto il Cristo Risorto, vincitore della morte e nemico del diavolo, e questo annuncio ella ci porta ancora una volta a Palermo.. Ci dice nella paternità del suo ministero .."figli e figlie di questa congregazione non temete e non abbiate paura.. Il Signore ha vinto la morte e ha sconfitto l’avversario. ."E noi  da voi e insieme con voi noi proclamiamo la fede cristiana nell’evento e nell’esperienza della Chiesa Una ed Indivisa del primo millennio. Di essa chiesa noi cristiani ortodossi ci diciamo con molto timore e con molto tremore di essere i custodi in quel cammino verso l’unità piena dei cristiani per il quale fatichiamo e il quale desideriamo nella pienezza niceno costantinopolitana dei nostri santi padri e delle nostre sante madri
Quindi per il vostro darci forza e parresia noi non abbiamo né avremo timore.. noi non abbiamo né avremo paura. .tutti qui.. padre e pastore nostro…italiani. .greci.. georgiani…slavi.. in quell’unità panortodossa in cammino verso il nostro sinodo conciliare  per la quale unità si spende da sempre in diakonia crocifissa piena e totale( spesso non compresa perfino dagli stessi ortodossi) il nostro patriarca Bartolomeo I e per la quale voi stesso e con voi e da voi anche noi non mancate mai di far riferimento

Di fronte al Signore per intercessione della sua Santa Madre e di Sant’ Agata ne chiediamo con insistenza la benedizione al ruolo e al ministero sacerdotale, regale e profetico non solo di ciascun di noi in quanto cristiano battezzato ma proprio della nostra stessa Chiesa Ortodossa sia come ministero dell’intera sinfonia in questo momento storico sia come ministero ben preciso di fatica e di testimonianza sino allo stremo della fatica e della tenacia del nostro Patriarcato .Nulla vada tralasciato in materia di unità panortodossa concreta ,reale, vera e sincera ..proprio nulla lungo l’evangelico disegno della chiarezza nella carità e della carità nella chiarezza …Il vostro parlare sia si quando è si e no quando è no perché il resto viene dal maligno."-. proprio come profezia e speranza dell'unità nicenocostantinopolitana di tutti i cristiani  Ecco padre e pastore ora dopo avere alzato i nostri lucernali al Signore Dio tre volte santo luce che spacca le tenebre ,dopo queste dossologie le vostre benedizioni e confermateci nella stessa fede che diciamo di avere nonostante noi stessi e compresi noi stessi. Amin



giovedì 18 gennaio 2018

MESSAGGIO DI SUA EMINENZA IL METROPOLITA GENNADIOS ARCIVESCOVO ORTODOSSO D’ITALIA E MALTA IN OCCASIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI 2018-Commento Iconografico




MESSAGGIO
DI SUA EMINENZA IL METROPOLITA GENNADIOS
ARCIVESCOVO ORTODOSSO D’ITALIA E MALTA
IN OCCASIONE DELLA SETTIMANA DI PREGHIERA
PER L’UNITÀ DEI CRISTIANI 2018

“Potente è la tua mano, Signore”. (Esodo 15,6)

Mosè dopo il passaggio dal male, innalza il suo grande canto di lode a Dio; è il canto della vittoria di Dio contro il potere del male e della schiavitù.
La “mano di Dio”, o meglio la “destra di Dio”, in cui si nasconde la forza di Dio, è, secondo Esodo, (libro del Vecchio Testamento), “potente e terribile la sua mano, Signore; la tua destra spezza il nemico”.
In verità si tratta di una vera e propria azione di forza di Dio per liberare ogni uomo dal male e dalla schiavitù, e di conseguenza, salvare l’uomo dalla morte.
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San Paolo, autentico e saggio annunciatore del Vangelo, esprime con chiarezza il carattere agonistico della fede cristiana, particolarmente quando esorta a indossare “l’armatura di Dio” per combattere contro il potere del male: “Prendete forza dal Signore, dalla sua grande potenza. Prendete le armi che Dio vi dà per potere resistere contro la manovra del diavolo¸ infatti, noi non dobbiamo lottare contro creature umane, ma contro spiriti maligni del mondo invisibile, … allora, prendete le armi che Dio vi dà” (Ef.6,10-13).

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Lo stesso Gesù Cristo, guarendo i malati scatena l’opposizione del Maligno. San Marco Evangelista scrive: “viaggiò così per tutta la Galilea predicando nelle Sinagoghe e scacciando i demoni” (Mc 1,39). Il Maligno vede in Lui una minaccia per il suo potere; ascoltiamo anche le sue domande: “che vuoi da noi Gesù di Nazaret? Sei forse venuto a rovinarci? Io so chi sei: Tu sei mandato da Dio” (Mc. 1,24).

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La salvezza si presenta come una lotta e la guerra del Signore per il Suo popolo è un intervento salvifico di Dio. Dio è il consolatore; è il liberatore dell’uomo attraverso la sua forza e la sua azione gratuita. Il potere del male non può resistere all’intervento del Dio della vita; è Dio che salva e libera il suo popolo schiavo; è la sua “Destra” che difende il povero dalle mani dei selvaggi.
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 (Roma, Basilica di S. Maria Maggiore, Passaggio del mar Rosso, mosaico, metà V secolo)


Nel Salmo 146 cantiamo: “il Signore libera i prigionieri, dà il pane agli affamati. … Apre gli occhi ai ciechi, rialza chi è caduto e ama gli onesti. Il Signore protegge lo straniero, difende l’orfano e la vedova e sbarra il cammino agli oppressori. Questo è Dio. Egli è re in ogni tempo; il suo potere rimane per sempre. Il Signore è re in eterno e per sempre”.

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È un fatto incontestabile che nel passaggio del mare si compie ciò che la Pasqua celebra e canta: il passaggio dalla morte alla vita. La liberazione e la salvezza del popolo è la potenza di Dio. La liberazione porta una speranza, poiché è sorto un nuovo giorno; è sorta una nuova creazione; è sorta una nuova vita. In tale modo, il popolo poteva liberamente adorare Dio, crescere spiritualmente e arricchirsi socialmente e culturalmente.


 
( L'icona del Santo Patriarca Abramo)



Però, il mondo oggi è pieno di difficoltà, problemi, violenze, ingiustizie, guerre, criminalità. La fiducia, la sincerità la verità, i valori e la dignità non esistono. Perciò occorre, risvegliarsi; risvegliare la coscienza e mettersi in ascolto delle grida di questa situazione che presenta la nostra terra, violenta e inquinata, sofferente e minacciata.

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Dobbiamo indossare l’armatura del Vangelo dell’amore, della pace, della giustizia e della speranza, per rispondere al male con il bene, all’odio e all’inimicizia con l’amore, con la carità e con la preghiera.
Il capitolo 15 dell’Esodo ci aiuta a vedere bene la strada verso la riconciliazione, la speranza e l’unità; e per giungerci fa pensare le diverse esperienze di sofferenza, di offesa e di violenza che troveremo durante questo percorso. Dio ci accompagna nel nostro cammino verso l’unità con il suo amore, con la sua protezione, e con la sua grazia. 

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Dio “ha ricostituito la nostra dignità in Cristo e ci ha resi cittadini del suo regno, non perché avessimo fatto qualcosa per meritarla ma per suo libero dono d’amore”.
Conclusione: Dio vuole e lavora per la realizzazione del suo sublime testamento, unico e preziosissimo; è il principale massaggio del Vangelo, della parola di Dio: è lo stesso Gesù Cristo con la sua Chiesa che dà la libertà, la salvezza, l’unità e l’eternità.

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Dallo stesso desiderio di Cristo è nata la mia umile proposta, riguardo all’istituzione di una Cattedra Ecumenica Internazionale, dedicata come minimo segno della mia profondissima gratitudine e del mio sincero rispetto per i due straordinari protagonisti dell’amore e dell’unità: il Patriarca Atenagoras e Chiara Lubich, fondatrice del Movimento dei Focolari. In verità sono i protagonisti della riconciliazione e del Dialogo della Carità.
La nuova Cattedra Ecumenica Internazionale dell’Istituto Universitario Sophia in Loppiano di Firenze –Toscana–  è stata inaugurata il 14 dicembre dell’anno scorso e durante la celebrazione sono stati letti ufficialmente, davanti a 800 e più spettatori i messaggi di Papa Francesco e del Patriarca Bartolomeo. La Cattedra, sia tra le due sponde del Mediterraneo, “assume una rilevanza culturale e sociale sul piano internazionale, proponendo l’attenzione di laboratori di studio e di ricerca per le nuove generazioni”. Offrirà un luogo percorsi di formazione accademicamente qualificati a coloro che vogliono adeguatamente prepararsi per offrire il proprio contributo  di vita, di pensiero e di dialogo alla promozione dell’unità, “al servizio della buona convivenza e all’incontro pacifico di amore tra i popoli e le culture”; alla costruzione di ponti, forti e stabili, utili per l’uomo e il mondo, per vivere nella pace e fraternità; alla formazione dei nuovi diaconi e apostoli dell’amore e dell’unità”, per diffondere in tutto il mondo, il suo ultimo testamento: “che tutti siamo una cosa sola”.

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Prendiamo, dilettissimi fratelli in Cristo, forza dal Signore, nostro Dio; dalla sua invincibile potenza; prendiamo le armi che ci dà il nostro Salvatore per poter resistere in questo percorso di Dio. “Indossiamo l’armatura di Dio”, che è amore, pace, giustizia, libertà e speranza, perché soltanto così arriveremo al porto dell’unità, al porto del Regno di Dio, nell’eternità. E allora, veri e degni discepoli e diaconi dell’amore e dell’unità, glorifichiamo con una bocca e con un cuore il nostro Signore, il nostro Dio.

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†  Il Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta

domenica 14 gennaio 2018

14 gennaio 2018 Santa ed Apocalittica Notte per tutti Noi e per tutte Noi- Memores Domini

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“Dalla crisi odierna emergerà una Chiesa che avrà perso molto. Diventerà piccola e dovrà ripartire più o meno dagli inizi.
Non sarà più in grado di abitare molti degli edifici che aveva costruito nella prosperità. Poichè il numero dei suoi fedeli diminuirà, perderà anche gran parte dei privilegi sociali…
 

 Ma nonostante tutti questi cambiamenti che si possono presumere, la Chiesa troverà di nuovo e con tutta l’energia ciò che le è essenziale, ciò che è sempre stato il suo centro: la fede nel Dio Uno e Trino, in Gesù Cristo, il Figlio di Dio fattosi uomo, nell’assistenza dello Spirito, che durerà fino alla fine.

Ripartirà da piccoli gruppi, da movimenti e da una minoranza che rimetterà la fede e la preghiera al centro dell’esperienza e sperimenterà di nuovo i sacramenti come servizio divino e non come un problema di struttura liturgica.


Sarà una Chiesa più spirituale, che non si arrogherà un mandato politico flirtando ora con la sinistra e ora con la destra. Essa farà questo con fatica. Il processo infatti della cristallizzazione e della chiarificazione la renderà povera, la farà diventare una Chiesa dei piccoli, il processo sarà lungo e faticoso…
Ma dopo la prova di queste divisioni uscirà da una Chiesa interiorizzata e semplificata una grande forza.

Gli uomini che vivranno in un mondo totalmente programmato vivranno una solitudine indicibile.

Se avranno perduto completamente il senso di Dio, sentiranno tutto l’orrore della loro povertà. Ed essi scopriranno allora la piccola comunità dei credenti come qualcosa di totalmente nuovo: lo scopriranno come una speranza per se stessi, la risposta che avevano sempre cercato in segreto…

A me sembra certo che si stanno preparando per la Chiesa tempi molto difficili. La sua vera crisi è appena incominciata. Si deve fare i conti con grandi sommovimenti

Ma io sono anche certissimo di ciò che rimarrà alla fine: non la Chiesa del culto politico… ma la Chiesa della fede. Certo essa non sarà più la forza sociale dominante nella misura in cui lo era fino a poco tempo fa. 

Ma la Chiesa conoscerà una nuova fioritura e apparirà come la casa dell’uomo, dove trovare vita e speranza oltre la morte”. (Joseph Ratzinger, 1969)

sabato 13 gennaio 2018

L'episodio dei dieci lebbrosi .La Nuova Alleanza

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 Guarigione dei dieci lebbrosi, manoscritto dal Codex Aureus, 1035-1040 circa, Norimberga




Nell'episodio evangelico dei 10 lebbrosi l'evento spirituale più significativo è incredibile : non sta  nell'ingratitudine dei 9 che non tornarono e neppure soltanto nella lode resa a Dio dal lebbroso samaritano guarito ma sta nel paradosso che i 9 "mosaicamente" secondo la legge di Mosè si sono ben comportati in quanto avevano chiesto  nella logica dell'Antica Alleanza di rientrare  dalla situazione di impurità a quella di purezza.Quindi non dovevano nulla a Dio come ringraziamento  se non il presentarsi  presso i sacerdoti Il samaritano torna invece e torna egli che è fuori dall'alleanza riconoscendo la pienezza della nuova  alleanza in Cristo Dio dal quale ottiene l'annuncio  di salvezza.Ai primi solo la guarigione veterotestamentaria,al samaritano guarigione e annuncio di salvezza,l'appartenenza a Cristo Dio  e nell'icona d'occidente altotedesco da chiesa una ed indivisa qui collocata questo transito dalla guarigione alla salvezza  è  ben scandito dal movimento delle mani del Cristo:Nella guarigione il  gesto benedicente ..nella guarigione avvenuta e la salvezza per il  samaritano  la mano nel gesto sacerdotale di consegna della salvezza nello Spirito Santo. Amin

Vangelo- XII Domenica di Luca (Lc 17, 12-19) 



Luca 17,12-19


12 Come entrava in un villaggio, gli vennero incontro dieci lebbrosi, i quali si fermarono lontano da lui, 13 e alzarono la voce, dicendo: «Gesù, Maestro, abbi pietà di noi!» 14 Vedutili, egli disse loro: «Andate a mostrarvi ai sacerdoti». E, mentre andavano, furono purificati. 15 Uno di loro vedendo che era purificato, tornò indietro, glorificando Dio ad alta voce; 16 e si gettò ai piedi di Gesù con la faccia a terra, ringraziandolo. Or questo era un Samaritano. 17 Gesù, rispondendo, disse: «I dieci non sono stati tutti purificati? Dove sono gli altri nove? 18 Non si è trovato nessuno che sia tornato per dare gloria a Dio tranne questo straniero?» 19 E gli disse: «Àlzati e va'; la tua fede ti ha salvato»

lunedì 8 gennaio 2018

8 Gennaio 2018 sempre dal maestro Ivan Polverari .Non c'è necessità alcuna di commento .L' icona parla e ci interroga




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Martirologio Romano: Presso Riez nella Provenza, in Francia, san Massimo, padre del cenobio di Lérins dopo sant’Onorato e poi vescovo della Chiesa di Riez. -V secolo 

Memoria il 27  Novembre 
primum Lirinensis coenobii Pater, deinde Regiensis Ecclesiae Episcopus, signis et prodigiis inclytus exstitit

http://www.santiebeati.it/dettaglio/92152

E' patrono dei cittadini di Agliè in Piemonte in Provincia di Torino 

domenica 7 gennaio 2018

p. Placide Deseille Preghiera, digiuno, sonno

  http://www.donbosco-torino.it/image/Archivio/Santi/27-San-Benedetto-1.jpg
 
Il digiuno e l'astinenza ai quali il monaco è chiamato non sono dunque una semplice moderazione nel bere e nel mangiare, tali da farci evitare ogni eccesso, né una semplice osservanza di regole esteriori, per quanto queste siano necessarie e debbano essere osservate fedelmente nello spirito che le ha redatte; il senso dell'astinenza deve ancora spingerci a tagliare con fermezza, con un generoso slancio spirituale e con con la libertà d'animo che offre l'assenza di ogni ricerca mascherata di se stessi, tutte le nostre "volontà proprie" e tutte le nostre voglie di cercare la nostra soddisfazione nell'alimentazione. La debolezza di salute obbliga forse l'uomo moderno ad utilizzare maggior moderazione rispetto al passato per quanto riguarda il digiuno in senso stretto. Ma esistono pure forme di digiuno che gli sono particolarmente necessarie: la restrizione dell'uso di eccitanti, di tranquillizzanti e di diversi prodotti farmaceutici di cui si ha, talora, un abusivo consumo in certe realtà comunitarie.
Seguendo la Scrittura, i Padri stabiliscono uno stretto legame tra il digiuno e la preghiera. Da una parte, in effetti, il digiuno (come d'altra parte il servizio effettivo del prossimo) da consistenza e autenticità alla nostra preghiera [...]. La nostra contrizione, la riconoscenza della nostra miseria e il nostro amore al Signore rischierebbero di essere più teorici, immaginari e sentimentali che reali, se non fossero vitalmente simbolizzati dal digiuno; grazie a quest'ultimo la nostra preghiera può divenire più veridicamente un atto che procede dal nostro cuore, dal fondo più intimo del nostro essere e nella quale siamo interamente impegnati. E, d'altra parte, il digiuno è un ausilio indispensabile della preghiera contemplativa perché sviluppa in noi il senso delle realtà spirituali e il gusto di Dio. Ecco perché il digiuno ha una grande affinità con il silenzio e il raccoglimento: i giorni in cui digiuniamo devono essere giorni di maggior silenzio e, al contrario, una giornata di ritiro non può di certo concepirsi senza digiuno.
Ecco perché al digiuno i Padri associano ordinariamente le veglie. Il digiuno sviluppa in noi il gusto di Dio e tale gusto ci incita a prevalere sul nostro sonno, a sacrificare una parte del nostro riposo corporeo, per prolungare o anticipare il nostro intrattenimento con Dio. Nulla lo esprime meglio se non le veglie, la vigilanza dell'attenta anima in modo che il torpore spirituale non la invada e attenda ardentemente il divino incontro,  tali visite dello Sposo quali preludi a quella dell'ultimo giorno.
"Da quando si inizia a digiunare, dice sant'Isacco di Ninive, si è immediatamente spinti dallo Spirito Santo ad intrattenersi con Dio. Un corpo che digiuna non sopporta passare la notte intera nel letto poiché il digiuno porta naturalmente a vegliare in compagnia di Dio" (Sant'Isacco di Ninive, Trattati Mistici [in inglese], Wensinck, p. 161)

p. Placide Deseille, Nous avons vu la vrai lumière
L'age d'Homme, Lausanne 1990,  p. 86.
 
tratto  da 
http://traditioliturgica.blogspot.it/2017/11/preghiera-digiuno-sonno.html 
 
 

Décès de l’archimandrite Placide Deseille

sta in

 https://orthodoxie.com/deces-de-larchimandrite-placide-deseille/

sabato 6 gennaio 2018

antiche omelie di un antico e venerabile eremita di città (ancora vivente)sulla Festa del Battesimo di Gesù




a) "....Quest'oggi fissiamo lo sguardo su Gesù che, all'età di circa trent'anni, si fece battezzare da Giovanni nel fiume Giordano. Si trattava di un battesimo di penitenza, che utilizzava il simbolo dell'acqua per esprimere la purificazione del cuore e della vita. Giovanni detto il "Battista", cioè il "Battezzatore", predicava questo battesimo ad Israele per preparare l'imminente venuta del Messia; e a tutti diceva che dopo di lui sarebbe venuto un altro, più grande di lui, il quale avrebbe battezzato non con l'acqua, ma con lo Spirito Santo (cfr Mc 1, 7-8). Ed ecco che quando Gesù fu battezzato nel Giordano, lo Spirito Santo discese, si posò su di Lui in apparenza corporea come di colomba, e Giovanni il Battista riconobbe che Egli era il Cristo, l'"Agnello di Dio" venuto per togliere il peccato del mondo (cfr Gv 1, 29). Perciò il Battesimo al Giordano è anch'esso un'"epifania", una manifestazione dell'identità messianica del Signore e della sua opera redentrice, che culminerà in un altro "battesimo", quello della sua morte e risurrezione, per il quale il mondo intero sarà purificato nel fuoco della divina misericordia (cfr Lc 12, 49-50)."

b) si celebra oggi la festa del Battesimo del Signore, che chiude il tempo del Natale. La liturgia ci propone il racconto del Battesimo di Gesù al Giordano nella redazione di san Luca (cfr 3,15–16.21–22). Narra l’evangelista che, mentre Gesù stava in preghiera, dopo aver ricevuto il Battesimo tra i tanti che erano attratti dalla predicazione del Precursore, si aprì il cielo e sotto forma di colomba scese su di Lui lo Spirito Santo. Risuonò in quel momento una voce dall’alto: "Tu sei il mio figlio prediletto, in te mi sono compiaciuto" (Lc 3,22).
Il Battesimo di Gesù al Giordano è ricordato e posto in evidenza, sia pure in grado diverso, da tutti gli Evangelisti. Faceva parte infatti della predicazione apostolica, giacché costituiva il punto di partenza dell’intero arco dei fatti e delle parole di cui gli Apostoli dovevano rendere testimonianza (cfr At 1,21-22;10,37-41). La comunità apostolica lo riteneva molto importante, non solo perché in quella circostanza, per la prima volta nella storia, c’era stata la manifestazione del mistero trinitario in maniera chiara e completa, ma anche perché da quell’evento aveva avuto inizio il ministero pubblico di Gesù sulle strade della Palestina. Il Battesimo di Gesù al Giordano è anticipazione del suo battesimo di sangue sulla Croce, ed è simbolo anche dell’intera attività sacramentale con cui il Redentore attuerà la salvezza dell’umanità. Ecco perché la tradizione patristica ha dedicato molto interesse a questa festa, che è la più antica dopo la Pasqua. "Nel Battesimo di Cristo - canta l’odierna liturgia - il mondo è santificato, i peccati sono perdonati; nell’acqua e nello Spirito diveniamo nuove creature" (Antifona al Benedictus, uff. delle Lodi).
C’è una stretta correlazione tra il Battesimo di Cristo ed il nostro Battesimo. Al Giordano si aprirono i cieli (cfr Lc 3,21) ad indicare che il Salvatore ci ha dischiuso la via della salvezza e noi possiamo percorrerla grazie proprio alla nuova nascita "da acqua e da Spirito" (Gv 3,5) che si realizza nel Battesimo. In esso noi siamo inseriti nel Corpo mistico di Cristo, che è la Chiesa, moriamo e risorgiamo con Lui, ci rivestiamo di Lui, come a più riprese sottolinea l’apostolo Paolo (cfr 1 Cor 12,13; Rm 6,3–5; Gal 3,27)."

c) Il Bambino, che a Betlemme i Magi vennero ad adorare dall’oriente offrendo i loro doni simbolici, lo ritroviamo ora adulto, nel momento in cui si fa battezzare nel fiume Giordano dal grande profeta Giovanni (cfr Mt 3,13). Nota il Vangelo che quando Gesù, ricevuto il battesimo, uscì dall’acqua, si aprirono i cieli e scese su di lui lo Spirito Santo come una colomba (cfr Mt 3,16). Si udì allora una voce dal cielo che diceva: "Questi è il Figlio mio prediletto, nel quale mi sono compiaciuto" (Mt 3,17). Fu quella la sua prima manifestazione pubblica, dopo trent’anni circa di vita nascosta a Nazaret. Testimoni oculari del singolare avvenimento furono, oltre al Battista, i suoi discepoli, alcuni dei quali divennero da allora seguaci di Cristo (cfr Gv 1,35-40). Si trattò contemporaneamente di cristofania e teofania: anzitutto Gesù si manifestò come il Cristo, termine greco per tradurre l’ebraico Messia, che significa "unto": Egli non fu unto con l’olio alla maniera dei re e dei sommi sacerdoti d’Israele, bensì con lo Spirito Santo. Al tempo stesso, insieme con il Figlio di Dio apparvero i segni dello Spirito Santo e del Padre celeste.
Qual è il significato di questo atto, che Gesù volle compiere – vincendo la resistenza del Battista – per obbedire alla volontà del Padre (cfr Mt 3,14-15)? Il senso profondo emergerà solo alla fine della vicenda terrena di Cristo, cioè nella sua morte e risurrezione. Facendosi battezzare da Giovanni insieme con i peccatori, Gesù ha iniziato a prendere su di sé il peso della colpa dell’intera umanità, come Agnello di Dio che "toglie" il peccato del mondo (cfr Gv 1,29). Opera che Egli portò a compimento sulla croce, quando ricevette anche il suo "battesimo" (cfr Lc 12,50). Morendo infatti si "immerse" nell’amore del Padre ed effuse lo Spirito Santo, affinché i credenti in Lui potessero rinascere da quella sorgente inesauribile di vita nuova ed eterna. Tutta la missione di Cristo si riassume in questo: battezzarci nello Spirito Santo, per liberarci dalla schiavitù della morte e "aprirci il cielo", l’accesso cioè alla vita vera e piena, che sarà "un sempre nuovo immergersi nella vastità dell’essere, mentre siamo semplicemente sopraffatti dalla gioia"

giovedì 4 gennaio 2018

Senza farmi problema alcuno. 29 dicembre elogio iconografico per Santo Tommaso Becket Arcivescovo di Camterbury e martire per Cristo ..ucciso in odium fidei

 http://communio.stblogs.org/wp-content/uploads/2016/12/Becket.jpg



“Se tutte le spade d'Inghilterra fossero puntate alla mia testa, le vostre minacce non mi 
smuoverebbero. Sono pronto a  morire per il mio Signore, che nel mio sangue la Chiesa 
possa ottenere libertà e pace.”
Thomas Becket, Arcivescovo di Canterbury



il post è del 2018 ed ogni anno ritengo necessario,doveroso e cristianamente opportuno 


ripubblicarlo  e  ,per il 2020, riportando  come  introduzione  un dialogo telematico con il 

fratello Stefano Grandesso



Giovanni Festa "quando il potere politico (spesso alleato,condizionato,ricattato o dal turbocapitalismo 

americano in salsa liberal et similia o dall'arroganza politica del sovranismo in salsa zio Vlad che usa il 

cristianesimo come instrumentum regni ) entra arrogantemente negli affari delle chiese,allora sono sempre 

"uccelli senza zucchero " e le chiese si dividono spesso in modo trasversale sia esso implicito con la modalità 

dello scisma sommerso o in modo esplicito con schieramenti mondanizzati che nulla e per nessuno hanno di 

ecclesiale e di cristico. Io ormai la vedo brutta ma proprio brutta per tutte le chiese cristiane


Stefano Grandesso "concordo in pieno. O ci si riprende la "Libertas Ecclesiae", anche come dato psicologico e 


metodologico, o si diventa instrumentum regni o Ong



Martirologio Romano : "In Inghilterra, nel 1170, martirio di san Tommaso Becket , arcivescovo di Canterbury. Esiliato a causa della giustizia e della libertà, trascorse sei anni a Pontigny, dove vestì l'abito cistercense benedetto dal papa Alessandro III. Ritornato nella sua diocesi, dopo innumerevoli fatiche e sofferenze, venne assassinato nella sua cattedrale dai sicari del re. Fu sepolto con la cocolla cistercense."




 Ovviamente sul piano dei calendari San Tommaso Becket Vescovo e martire Londra, Inghilterra, c. 1118 - Canterbury, Inghilterra, 29 dicembre 1170 non è nel nostro sinassariio.Per me non è un problema.. Tommaso ha difeso la libertas ecclesiae senza se e senza ma e fino al martirio davanti al potere anche davanti al potere cosidetto cristiano ed è quindi stato ucciso perchè cristiano,prete e vescovo e allora De Hoc satis..

INFATTI 


 la canonizzazione come Martire di Tommaso Beket , anche se avvenuta dopo la data convenzionale di scisma, fu accolta dalla Chiesa della Rus e che a Kiev si cantò una dossologia nella Chiesa di santa Sofia quando arrivò la lettera che annunciava la canonizzazione del martire

 https://nicolettadematthaeis.files.wordpress.com/2013/05/mosaico-becket1.jpg

Una delle scelte più indovinate del grande sovrano inglese Enrico II fu quella del suo cancelliere nella persona di Tommaso Becket, nato a Londra da padre normanno verso il 1117 e ordinato arcidiacono e collaboratore dell'arcivescovo di Canterbury, Teobaldo. Nelle vesti del cancelliere del regno, Tommaso si sentiva perfettamente a proprio agio: possedeva ambizione, audacia, bellezza e uno spiccato gusto per la magnificenza. All'occorrenza sapeva essere coraggioso, particolarmente quando si trattava di difendere i buoni diritti del suo principe, del quale era intimo amico e compagno nei momenti di distensione e di divertimento.
L'arcivescovo Teobaldo morì nel 1161 ed Enrico II, grazie al privilegio accordatogli dal papa, poté scegliere Tommaso come successore alla sede primaziale di Canterbury. Nessuno, e tanto meno il re, prevedeva che un personaggio tanto "chiacchierato" si trasformasse subito in uno strenuo difensore dei diritti della Chiesa e in uno zelante pastore d'anime. Ma Tommaso aveva avvertito il suo re: "Sire, se Dio permette che io diventi arcivescovo di Canterbury, perderò l'amicizia di Vostra Maestà".
Ordinato sacerdote il 3 giugno 1162 e consacrato vescovo il giorno dopo, Tommaso Becket non tardò a mettersi in urto col sovrano. Le "Costituzioni di Clarendon" del 1164 avevano ripristinato certi abusivi diritti regi decaduti. Tommaso Becket rifiutò perciò di riconoscere le nuove leggi e si sottrasse alle ire del re fuggendo in Francia, dove visse sei anni di esilio, conducendo vita ascetica in un monastero cistercense.
Conclusa con il re una pace formale, grazie ai consigli di moderazione di papa Alessandro III, col quale si incontrò, Tommaso poté far ritorno a Canterbury, accolto trionfalmente dai fedeli, che egli salutò con queste parole: "Sono tornato per morire in mezzo a voi". Come primo atto sconfessò i vescovi che erano scesi a patti col re, accettando le "Costituzioni", e il re questa volta perse la pazienza, lasciandosi sfuggire una frase incauta: "Chi mi toglierà di mezzo questo prete intrigante?".
Ci fu chi si prese questo incarico. Quattro cavalieri armati partirono alla volta di Canterbury. L'arcivescovo venne avvertito, ma restò al suo posto: "La paura della morte non deve farci perdere di vista la giustizia". Egli accolse i sicari del re nella cattedrale, vestito dei paramenti sacri. Si lasciò pugnalare senza opporre resistenza, mormorando: "Accetto la morte per il nome di Gesù e per la Chiesa". Era il 23 dicembre del 1170. Tre anni dopo papa Alessandro III iscrisse il suo nome nell'albo dei santi.




 

 Mosaico di S. Tommaso Becket tra i SS. Silvestro, Lorenzo e Nicola, 1180 circa, Cattedrale, Monreale.
Il Santo vescovo ebbe diversi contatti con la Sicilia, che gli rimase legata anche dopo il martirio (v. qui).



 La Sicilia e l'Inghilterra ebbero, nel XII secolo, importanti relazioni politiche e culturali, culminate nel 1177, nel matrimonio celebrato o Palermo tra il Re di Sicilia Guglielmo II detto il buono e la Principessa Giovanna d'Inghilterra sorella di Riccardo Cuor di Leone e figlia di Enrico II il Plantageneto. Palermo ospitava allora una folta colonia di studiosi, ecclesiastici ed uomini politici inglesi che costituivano, insieme ai greci, agli arabi ed ai francesi, parte integrante di una corte raffinata e cosmopolita. La capitale dell'Isola era allora uno dei poli più importanti per la politica europea oltre che cerniera culturale tra l'Oriente e l'Occidente.
> Tra gli inglesi presenti a Palermo spiccava Walterius Offamilio,
precettore del futuro Re Guglielmo, ed in seguito arcivescovo di Palermo, costruttore della Cattedrale e della chiesa di Santo Spirito (in seguito detta dei Vespri). Il fratello Bartolomeo fu vescovo d'Agrigento. Un altro inglese, Riccardo Palmer, fu vescovo di Siracusa ed amico del Re d'Inghilterra. Uomini di scienze e di lettere come Abelardo di Bath, soggiornarono in Sicilia per conoscere le opere dei filosofi greci, tradotte dagli studiosi arabi. La Sicilia divenne per gli Inglesi una terra leggendaria: Gervasio di Tillbury che fu a Palermo nel 1183 ambientò sull'Etna la conclusione della storia di Re Artù scrivendo che il sire mortalmente ferito, fu trasportato dalla sorella Morgana tra le selve del vulcano Siciliano dove attende ancora di ritornare tra i Cavalieri della Tavola Rotonda.
> Gli avvenimenti politici accaduti in quegli anni nelle due
corti ebbero talvolta un reciproco, anche se indiretto coinvolgimento. Il caso più eclatante riguardò la disputa tra l'arcivescovo di Canterbury, Tommaso Becket ed il suo Re, Enrico II il Plantageneta, deciso ad affermare il suo potere temporale sulla Chiesa inglese. Sia il Re che l'Arcivescovo si appellarono alla corte di Palermo. Il primo, chiese appoggio politico, il secondo protezione per i suoi parenti che, perseguitati in Inghilterra, ebbero in seguito asilo in Sicilia, grazie all'aiuto della Regina Margherita di Navarra, madre di Guglielmo II e di Riccardo Palmer.
> Per la corte di Palermo, il contrasto tra i due illustri
personaggi fu davvero imbarazzante. Se da un lato, emotivamente e politicamente si parteggiava per Becket, dall'altro non si poteva ignorare che Enrico II chiedeva solo una parte dei privilegi accordati dal Papa, decenni prima, ai regnanti normanni di Sicilia. Da parte sua, anche la Regina di Sicilia ebbe bisogno dell'autorevole aiuto dell'Arcive-scovo di Canterbury. Morto il marito Guglielmo I Margherita divenne reggente di una nazione multietnica, in attesa che il figlio, Guglielmo II, divenisse maggiorenne.
> Ben presto i baroni normanni non tollerarono più che funzionari
di corte arabi reggessero le fila dello stato e si ribellarono, fomentando congiure e disordini. Margherita chiamò in aiuto dalla Francia il cugino Stefano di Perche, amico fraterno di Becket. Uomo energico ed onesto, Stefano riprese ben presto in pugno il controllo del regno, ricoprendo la carica di Cancelliere e successivamente di Arcivescovo di Palermo. Tuttavia a causa della sua inflessibile rettitudine si attirò l'inimicizia dei poteri occulti della corte e al culmine di una sommossa fu costretto all'esilio. Al suo posto venne eletto arcivescovo: Walterius Offamilio. La Regina costernata scrisse all'Arcivescovo di Canterbury, affinchè facesse leva, con il suo autorevole intervento, presso il re di Francia ed il Papa al fine di non ratificare l'elezione di Gualtiero e far tornare a Palermo Stefano. Thomas Becket fece di tutto per esaudire la Regina, ma ogni sforzo fu vano. Persino una lettera scritta al suo vecchio amico Riccard, vescovo di Siracusa e personaggio influente alla corte di Palermo, rimase senza esito. D'altronde lo stesso Riccardo e gli altri inglesi di Palermo si preparavano ad abbandonare la causa di Becket, nella speranza d'imparentare il giovane re di Sicilia con i regnanti inglesi. Intanto gli eventi precipitarono e malgrado una breve riappacificazione tra Tommaso ed Enrico avvenuta a Frétéval i rapporti tra i due peggiorarono: il 29 Dicembre del 1170 quattro cavalieri di Enrico convinti di eseguire il volere del loro sovrano uccisero l'arcivescovo nella Cattedrale di Canterbury. Tommaso spirò mormorando: Accetto la morte in nome di Gesù e della sua Chiesa. I drammatici eventi consumati dagli uomini del Re nella cattedrale di Canterbury, suscitarono orrore e riprovazione in tutto il mondo ed ebbero a Palermo l'effetto di allontanare l'idea di un matrimonio inglese per il Re di Sicilia. Tuttavia, trascorsi due anni dal martirio di Tommaso Becket, il Papa Alessandro III, constatato il sincero e pubblico pentimento del monarca inglese, lo perdonò, dandogli l'assoluzione. L'anno dopo (1173), lo stesso Alessandro canonizzò Tommaso Becket: Canterbury divenne così il più importante centro di pellegrinaggio in Inghilterra.
Una volta ripristinati i rapporti tra la Santa Sede e la corona
inglese, alla corte di Palermo si ripresero le trattative per il tanto auspicato matrimonio anglo-siculo, visto di buon occhio anche dal Papa che così avrebbe avuti due baluardi omogenei a Nord ed a Sud d'Europa contro la minaccia dell'imperatore tedesco. Il matrimonio fu celebrato a Palermo il 13 Febbraio del 1177 tra l'entusiasmo dei palermitani per la giovanissima regina inglese e lo stupore dei dignitari del suo seguito per le ricchezze e lo sfarzo della città siciliana.
> Giovanna fu per i suoi sudditi una buona regina e nonostante fosse
la figlia dell'implacabile nemico di S. Tommaso si ha notizia che fosse a questi sinceramente devota. Il martire di Canterbury non venne mai dimenticato a Palermo da quanti lo avevano conosciuto, amato e venerato, ed abbiamo visto quanto egli fosse stato vicino alla Sicilia. Alcuni dei suoi parenti si erano stabiliti definitivamente nell'Isola a Palermo e a Sciacca. Guglielmo II volle, tra le prime immagini dei santi mosaicate nell'abside del duomo di Monreale anche quella di Tommaso di Canterbury, collocata non a caso, tra gli altri martiri caduti in difesa della Chiesa. E' una delle effigi più belle che si conoscano del martire inglese ed ha un notevole valore storico, poiché fu composta dopo circa tre anni dalla sua morte. Ma non fu questo l'ultimo omaggio che Palermo tributò al Santo; nella cappella della Trinità della Cattedrale di Canterbury esiste un pavimento a mosaico nel luogo che dal 1220 al 1538¸ ospitò il reliquiario di Tommaso. Questo pavimento mostra, nello stile e nel disegno geometrico, l'impronta inconfondibile degli artigiani palermitani. ( da www. Duomomonreale.it )
 
Gli fu intitolata una Cappella in Vicolo del Lombardo annessa al Palazzo Papè di Valdina e il Duomo di Marsala ( TP )


https://reliquiosamente.com/2013/05/14/tommaso-becket-e-la-ragion-di-stato/




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Today, the 29th of December, in the HCCI, we remember St Thomas of Canterbury, Bp.M.


O God, our strength and our salvation, who didst call thy servant Thomas Becket to be a shepherd of thy people and a defender of thy Church: Keep thy household from all evil and raise up among us faithful pastors and leaders who are wise in the ways of the Gospel; through Jesus Christ the shepherd of our souls, who liveth and reigneth with thee and the Holy Spirit, one God, for ever and ever. Amen.





Un Omaggio cristico e cristiano  pieno e totale alle sorelle e ai fratelli della Chiesa di Roma Antica che il 29 dicembre  ricordano la memoria  di un grande martire  della loro santa tradizione (a separazione avvenuta ahinoitutti...) ..San Tommaso Beckett  martire  per avere difeso davanti al potere politico  la radicalità del Vangelo e la Libertas Ecclesiae
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 https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/4/43/Thomas_Becket_Murder.JPG

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 museo-diocesano-Treviso-martirio Becket-particolare-affresco XIII secolo 1


 

 Martyrium Thomas Beckets im Braunschweiger Dom, Seccomalerei um 1250
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 Il Martirio di Thomas Becket. Spoleto Chiesa dei SS Giovanni e Paolo

 https://upload.wikimedia.org/wikipedia/commons/f/fe/Martirio_di_Thomas_Becket._Spoleto.jpg


 Martirio di Thomas Becket. Immagine contenuta nell'opera di Umberto Gnoli, Pittori e miniatori nell'Umbria. Spoleto 1923


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Opera Omnia e tutte le biografie dell'epoca dal Migne Patrologia Latina, con indici analitici.

sta in 
http://www.documentacatholicaomnia.eu/30_10_1162-1170 _Thomas_Cantuariensis_Archiepiscopus.html

Tomaso Becket nella basilica di Aquileia: celebrazione o propaganda?

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Il 29 dicembre 1170 fu ucciso nella cattedrale di Canterbury l’arcivescovo, primate d’Inghilterra, Tomaso Becket. Il 29 febbraio 1173 Alessandro III chiuse positi vamente, e in tempi inusitatamente breve, il processo di canonizzazione. Se la cattedrale di Canterbury era divenuta immediatamente meta di pellegrinaggi per la profonda commozione nata attorno alla vicenda dell’arcivescovo, sono molte le testimonianze ad attestare che anche in Italia, come nel resto d’Europa, il culto del martire inglese si diffuse velocemente grazie allo slancio propagandistico impresso dalla Sede Apostolica, al tempo in pieno conflitto con l’impero di Federico I. Agli inizi degli anni Ottanta del secolo xii Becket venne dunque rappresentato anche ad Aquileia, sede patriarcale da sempre legata alla politica imperiale, quale simbolo della Chiesa Romana e della sua resistenza contro l’autoritarismo temporale. Si propone qui una considerazione dell’antependio aquileiese effigiante Becket nel contesto della complessa situazione politica patriarchina e di una rassegna delle prime testimonianze del culto.