giovedì 30 novembre 2017

Poesia La Paura "per riportare la nostra luce" di Liliana Petcu .traduzione in italiano di Tudor Petcu


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La paura



La paura ha toccato leggermente la nostra fronte oggi 

E il dito ghiacciato lo sorpassò 

sulla sottile preghiera scavata tra le sopracciglia 

dal livido che il suo corpo ha trafitto 

la nostra testa ci sta aspettando 


le parole sulle sue labbra si fermarono 

e il cuore ci batte con forza 

nel tentativo di resistere nel tempo. 

Le speranze sono state scomposte in questo modo 

desideri per noi 

di quelli che hanno preso il potere da soli 

dalla paura di addormentarsi nel bisogno, 

niente sembra aiutarci più 

né lo spazzolino ha senso 

la ruota non sembra girare più 

come la paura di andare di nuovo. 

Trasforma l'illusione una volta perso 

trasforma la tua preghiera in mezzo a noi 

insegnaci a trovare la nostra forza 

per riportare la nostra luce.




Liliana Petcu, laureata in lettere presso l'Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca, Romania, con un master in comunicazione presso la Facoltà di Giornalismo di Bucarest, profesoressa, poetessa e pubblicista, ha pubblicato quatro libri di poesia essendo presente allo stesso tempo nelle numerosi antologie lettararie pubblicate in Romania.

sabato 25 novembre 2017

Dal mio archivio 2010 Vangelo del Giovane Ricco-meditazione del Padre Seraphim di Bologna/Ravenna

 

Domenica XIII di Luca
Nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito. Amen.

Spesso nella mia vita ho sentito dire: “Ah chi è ricco chissà come ha fatto i soldi, sicuramente i ricchi non vanno in paradiso lo dice anche Gesù nel Vangelo.” Beh prima di tutto Gesù dice che è difficile, non impossibile, in secondo luogo non è la ricchezza che impedisce all’uomo di salvarsi ma l’attaccamento ad essa. Vedete il nostro cuore è fatto unicamente per amare Dio e in lui per amare tutto il creato e tutti i nostri fratelli. Solo in Lui abbiamo la vera libertà, la libertà di essere noi stessi, è solo allora che il nostro cuore si riempie di una gioia soprannaturale e trova la sua pace.
Il mondo che invece ha propositi contrari a quelli di Dio cerca di trascinaci dalla sua parte e come fa? Scimmiottando l’amore di Dio e proponendo di riempire il nostro cuore con dei bellissimi palliativi: il potere, il denaro, il successo…beh la lista è lunga…che di per sé non sono cose negative, ma lo diventano se ad esse diamo un’importanza esagerata e se facciamo di esse l’unico scopo della nostra vita. A quel punto l’attaccamento si aggrappa al nostro cuore e ci impedisce di cercare Dio, perché questo attaccamento (vero e proprio demonio) si nutre di noi, delle nostre emozioni, dei nostri sentimenti, ci fa schiavi suoi e non vuole cedere il posto all’Altissimo. Ahimè per lui il cuore umano non può essere riempito e non può gioire pienamente se non nell’amore di Dio, il nostro cuore si stanca delle cose del mondo, dei surrogati e un malessere interiore di fondo ci avvisa che quella non è la vera vita, la nostra vera aspirazione. Questo malessere aveva preso anche il giovane ricco del vangelo odierno: una religione di precetti non gli bastava più e le ricchezze non potevano soddisfarlo appieno. La sua scelta la conosciamo bene, quella scelta lo fece andare via triste, e la nostra scelta fratelli e sorelle? Dopo aver incontrato Cristo fuggiremo da lui tristemente o lo seguiremo riempiendo di luce e di amore la nostra vita?
Buona Domenica a tutti e buon avvento.

p. Seraphim

alcuni pensieri sul rito dell'Unzione (il Santo Mistero dell'Olio Santo)


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pubblico dal sito http://luceortodossamarcomannino.blogspot.it/2017/11/lunzione-pubblica-alcuni-pensieri-sul.html
una riflessione che ho letto con attenzione ed apprezzato

"L'Unzione pubblica: alcuni pensieri sul rito dell'Unzione

L'Unzione è un rito che contiene in sé stesso tre elementi: è pastorale, è pedagogico ed è ierurgico
Il Rito dell'Unzione è pastorale perché la Chiesa, tramite questo, si prende cura di noi tutti. E' uno dei Misteri dell'amore. Perché dico questo? perché la Chiesa Ortodossa si prende cura materiale e spirituale dei suoi membri, attraverso questo bel rito pubblico nel quale si domanda a Dio il perdono dei peccati e il benessere del corpo e dell'anima. 
L'Unzione è pedagogica perché si snoda su ben 14 letture: sette Apostoli e sette Vangeli, che trattano i temi del pentimento, dell'amore fraterno, della salute del corpo e dell'anima, e della missione di Cristo nel mondo come Terapeuta della natura umana decaduta, e trattano, specie gli ultimi due Vangeli, della Provvidenza per l'uomo e della benevolenza del Salvatore, che nonostante sia venuto per le pecore perdute d'Israele, apre le porte della sua bontà ad ogni uomo e donna di buona volontà che si avvicina a Lui, fondando così la Nuova Israele, la Chiesa. Attraverso l'ascolto attento delle Letture, comprendiamo ogni volta qualcosa di più riguardo il Mistero della Salvezza. Lontani dal torpore gnostico, noi crediamo che la Salvezza non riguarda solo un aspetto della nostra vita, ma permea ogni ambito della nostra esistenza. 
La Santa Unzione è una ierurgia perché viene domandata costantemente la presenza dello Spirito Santo. Il rito prevede otto preghiere di guarigione e di benedizione dell'Olio, tramite il Paraclito, col quale i servi di Dio verranno unti. L'Olio diventa quindi uno strumento divino per la purificazione e l'azione rigenerante della Grazia sui membri della Chiesa. 
Come dobbiamo dunque avvicinarci a questo grande Sacramento della Chiesa? con molta cura. Non è necessario confessarsi prima, perché l'elemento della cancellazione dei peccati è presente anche nelle preghiere dell'Unzione, ma piuttosto l'Unzione è da ritenere propedeutica alla Comunione. Avviciniamoci al rito dell'Unzione non con l'idea che stiamo partecipando a qualcosa di magico o i cui effetti sono tali perché è un atto rituale in sé per sé. La partecipazione alla Santa Unzione deve essere accompagnata da una vita liturgica generale più forte e autentica, una partecipazione alla santa Eucarestia e alla preghiera personale più attiva.  Se è vero che lo scopo del Rito dell'Olio Santo è "restaurare" la nostra vita, sanificarci, è la Santa Comunione a vivificarci e darci energie spirituali autentiche, a farci crescere nella Fede, a santificarci. "

sabato 18 novembre 2017

Lettre pastorale du Saint-Synode de l’Église orthodoxe roumaine pour le premier dimanche du Jeûne de la Nativité 2017


 

Lettre pastorale du Saint-Synode de l’Église orthodoxe roumaine
pour le premier dimanche du Jeûne de la Nativité 2017
Concernant l’importance de
L’ANNEE CONSACREE EN HOMMAGE AUX SAINTES ICONES, AUX ICONOGRAPHES ET PEINTRES ECCLESIASTIQUES et de L’ANNEE DE COMMEMORATION DU PATRIARCHE JUSTINIEN ET DES DEFENSEURS DE L’ORTHODOXIE A L’EPOQUE COMMUNISTE, au sein du Patriarcat roumain.
Très Révérende communauté monastique, Révérend clergé et Bien-aimés Fidèles du Patriarcat roumain :
Grâce, paix et joie de Dieu Père, Fils et Saint Esprit et paternelle bénédiction de notre part !
Très révérends et Révérends Pères, bien aimés Frères et Sœurs dans le Seigneur.
Fidèle à la belle tradition de rendre hommage à certaines réalités significatives pour la vie et l’activité de l’Église, et de commémorer des personnalités importantes que l’histoire bi millénaire de l’Église a retenues, le Saint-Synode de l’Église orthodoxe roumaine a proclamé l’année 2017, dans le Patriarcat roumain, « Année consacrée à rendre hommage aux saintes Icônes, aux iconographes et aux peintres ecclésiastiques », ainsi que « Année de commémoration du patriarche Justinien et des défenseurs de l’Orthodoxie à l’époque communiste ».
De même que la sainte Écriture montre, par des mots, l’œuvre salvifique de Dieu dans l’Histoire, par ses saints, de même l’iconographie orthodoxe montre, par des images et des couleurs, les mêmes œuvres salvifiques de Dieu dans l’Histoire, par ses saints. Pour l’Orthodoxie, l’icône et la peinture d’Église sont un art propre et spécifique à l’Église. Aussi l’Église, par l’activité des peintres ecclésiastiques consacrés ou reconnus par elle, recommande-t-elle sans cesse la confession et la prédication de la vraie foi, la prière, la vie sainte et la quête de la beauté de la gloire de Dieu dans le Royaume des cieux.En réalité, les icônes et les peintures d’Église constituent le vêtement visible de l’espace liturgique, elles font partie de la vie liturgique, et les icônes qui se trouvent en dehors des lieux de culte, dans les maisons, dans les écoles ou autres institutions, prolongent la présence selon la grâce du Christ depuis l’Église jusque dans la société et établissent un lien sacramentel entre « la maison de Dieu » et la maison de l’homme. Chaque sainte icône, quel que soit son sujet, rend visible le mystère de l’amour humble et glorieux du Christ, « le seul Saint », le Crucifié, le Ressuscité élevé en gloire, amour présent en lui et en ses saints. Aussi les iconographes et les auteurs de fresques doivent-ils être personnellement capables de transmettre, par leurs œuvres spirituelles et artistiques, ce mystère de lumière, de paix et de joie pascale du Christ confiées aux saints. Les peintres d’Église ne sont pas simplement des artistes ou des artisans, des connaisseurs des techniques artistiques, plus ou moins doués ou talentueux. À la différence des créations de l’art plastique en général, la peinture ecclésiastique est une expression de la foi ecclésiale et une composante de la vie liturgique orthodoxe, porteuse d’un message théologique profond assuré par certaines règles canoniques liées à la thématique et à la composition. La peinture ecclésiastique doit exprimer en priorité, selon un mode ecclésial consacré, le contenu théologique de la foi chrétienne orthodoxe universelle.
Dans la mesure où les peintres d’Église sont des messages de la lumière, de la paix, de la joie et de la gloire du Royaume des cieux, l’Église prend soin avec responsabilité de la formation, de la promotion et de la confirmation des iconographes et des peintres ecclésiastiques, en tant que missionnaires de la vraie foi et de la beauté céleste et infinie.Conscient de l’ampleur, de la diversité et de l’influence particulière de la peinture ecclésiastique dans la vie de l’Église, le Patriarcat roumain se préoccupe actuellement de promouvoir une iconographie ecclésiastique authentique, puisque dans le culte orthodoxe l’image liturgique exprime le contenu de la foi.
Un moine pieux et un talentueux iconographe et peintre d’églises fut le bienheureux Paphnuce-Pârvu l’Iconographe (1657-1735), reconnu comme le plus grand peintre ecclésiastique roumain de l’époque cantacuzène et brancovane, fondateur et maître d’une école d’iconographie byzantine spécifiquement roumaine à Bucarest et apprécié pour sa grande expérience de la prière. Comme cet iconographe d’églises peignait sans manger et sans parler, c’est-à-dire dans le jeûne et la prière, il reçut le surnom du « Muet ». S’il disait un mot en peignant, il interrompait son travail pour la journée. De cette façon, il rendit plus actif le don reçu de Dieu, obtenant davantage de grâce pour accroître son humilité et sa compréhension du travail de l’iconographe. Conscient de sa vie sainte et de son travail de peintre d’églises, le Saint-Synode de l’Église orthodoxe roumaine a mis le bienheureux Paphnuce au rang des Saints, en 2017, année consacrée aux iconographes et peintres ecclésiastiques, fixant sa mémoire au 7 août. Il est ainsi le premier iconographe roumain placé au rang des Saints.
Étant donné l’importance des icônes et de la peinture ecclésiastique, dans le cadre du Patriarcat roumain on accorde une attention particulière au patrimoine religieux en général, et à la peinture ecclésiastique en particulier. La peinture de nombreux églises et monastères a été restaurée ou se trouve en cours de restauration. De même, on a fondé de nombreux musées d’art ecclésiastique, notamment dans le cadre des communautés monastiques. Dans le même temps, par l’éducation religieuse dans les écoles publiques, par les programmes pédagogiques des séminaires théologiques (dans le cadre desquels existe également une spécialité Patrimoine culturel) et des facultés de théologie orthodoxe (spécialité Art sacré), on accorde une attention particulière à la peinture des saintes icônes et l’on forme les futurs peintres des lieux saints et les restaurateurs de peinture ecclésiastique.
Parmi les projets consacrés à l’Art sacré, qui ont été réalisés cet année, mentionnons le Concours national L’Icône orthodoxe-lumière de la foi (qui en est à la 6ème édition), projet qui a réuni 64 adultes peintres d’icônes, dans ses 4 sections, ainsi que le Concours national de Création Icône et École du témoignage, auquel ont participé environ 25.000 enfants et jeunes actifs dans le programme national : « Le Christ donné en communion aux enfants ». De semblables projets ont eu pour but de rendre évidente l’utilité catéchétique ou pédagogique des saintes icônes, à côté de leur but cultuel ou liturgique.
Chers frères et sœurs, chrétiens orthodoxes,
Toujours en 2017, nous commémorons également les défenseurs et les témoins de l’Orthodoxie à l’époque communiste. Cette commémoration est, d’abord, un devoir moral devant nos prédécesseurs qui, dans les temps hostiles à l’Église et à la religion en général, ont confessé leur foi dans le Christ crucifié et ressuscité, même au prix de perdre la liberté et la vie. Nous évoquons, en particulier, le courage, la sagesse et l’œuvre missionnaire du patriarche Justinien, qui fut le pasteur de l’Église orthodoxe roumaine à l’époque de la persécution communiste. En 2017, cela fait 40 ans qu’a été rappelé par Dieu ce digne et charismatique pasteur de l’Église orthodoxe roumaine de 1948 à 1977. Avec beaucoup de courage, équilibre, diplomatie et ténacité, le patriarche Justinien d’éternelle mémoire a cherché à protéger l’Église des attaques systématiques du régime communiste. Il s’opposa avec fermeté aux abus et aux ingérences de l’État dans la vie de l’Église, ainsi qu’aux tentatives de celui-ci de transformer l’Église en une institution tolérée et en même temps complètement contrôlée, réduite à un rôle insignifiant dans la société. Ainsi, le patriarche Justinien a assuré la continuité de la vie de l’Église et de son œuvre liturgique et pastorale, afin que cette Église soit en permanence au service d’un peuple chrétien, quoique opprimé par un régime communiste athée.
En dépit du régime politique hostile de Roumanie, à l’époque du Patriarche Justinien,
l’Église orthodoxe roumaine a poursuivi ses activités administratives, liturgiques, pastorales et missionnaires, soutenues par l’adoption d’un nouveau Statut pour l’organisation et le fonctionnement de l’Église orthodoxe roumaine, et du règlement de son application, pour réorganiser l’enseignement théologique et réorganiser ou fonder des instituts missionnaires, culturels ou sociaux.
A l’initiative du patriarche Justinien, le Saint-Synode décida d’inscrire au rang des saints de nombreux hiérarques, bienheureux, martyrs et confesseurs roumains, et de
généraliser le culte de saints dont les reliques sont conservées dans notre pays (1950 et 1955).Dans le domaine de l’administration des édifices, le patriarche Justinien prit soin de faire construire et surtout restaurer plusieurs églises et monastères. Il accorda une attention particulière aux établissements monastiques et aux paroisses de l’Archevêché de Bucarest, éparchie dont il était le titulaire.
Sur le plan pastoral et missionnaire, le patriarche Justinien a soutenu les clercs des paroisses et les a encouragés à intensifier leur activité pastorale, les exhortant à suivre des cours de formation pastorale pour maintenir vivante et active la foi des fidèles confrontés à la propagande athéiste du nouveau pouvoir politique. En même temps, le patriarche Justinien a cherché à limiter les effets des manœuvres d’épuration du clergé et est intervenu en faveur de clercs en état d’arrestation, la plupart du temps « coupables » seulement de partager d’autres valeurs que celles de l’athéisme matérialiste ; il a réclamé la libération de prêtres se trouvant en prison et a engagé dans le cadre de l’Église ceux qui étaient libérés, fait qui provoqua le mécontentement des organes de la Sécuritaté. Il a cherché à arrêter les agressions du pouvoir totalitaire contre le monachisme orthodoxe, qui était un bastion de lutte spirituelle contre le communisme. Ainsi, il a fondé dans l’enceinte des monastères des ateliers d’artisanat, autant pour la subsistance de ces monastères que pour empêcher que les moines soient chassés des monastères sous prétexte d’inutilité sociale. Le Patriarche s’est opposé avec véhémence au projet de « réforme » des monastères initié par l’État communiste, en obligeant le régime politique à assumer seul la responsabilité du nuisible Décret 410 (28 oct. 1959), qui donna un coup sévère à la vie monastique par la suppression de plusieurs monastères et skites et la réduction significative du nombre des moines et des moniales dans ceux qu’on laissa fonctionner.
Le Patriarche a pris soin des communautés roumaines hors des frontières de la Roumanie, y compris La fondation roumaine de Jérusalem et le skite roumain Prodromu au mont Athos, en leur envoyant des livres, des vêtements et des objets de culte, ainsi que des matériaux de construction ou des sommes d’argent.Sur le plan cultuel et pédagogique, après l’interdiction de l’enseignement religieux dans les écoles de l’État et la nationalisation des écoles confessionnelles, le Patriarche a décidé de développer un programme catéchétique (oct. 1950). De même, le patriarche Justinien s’est préoccupé d’améliorer la qualité de l’enseignement théologique, en recrutant un corps enseignant de grande valeur, incluant clercs et théologiens, d’anciens détenus politiques, ainsi que des intellectuels laïcs « indésirables » pour le régime communiste.À l’époque du patriarche Justinien furent imprimés de nombreux livres religieux notamment la deuxième édition synodale de la Bible (1968, 1975), et parurent plusieurs publications théologiques du Patriarcat ou des éparchies, appréciées dans l’entier espace orthodoxe.
Pendant la durée de son patriarcat, l’Église orthodoxe roumaine entretint de bonnes relations avec les autres Églises orthodoxes, et avec des communautés chrétiennes du Pays ou de l’Étranger. Le patriarche Justinien entreprit des visites fraternelles aux Églises orthodoxes sœurs de Russie, de Bulgarie, de Grèce, d’Israël (Jérusalem), de Serbie, etc., ainsi que des visites amicales en Grande Bretagne, en Belgique, en Allemagne et en Autriche; il soutint le dialogue entre chrétiens en faisant participer l’Église orthodoxe roumaine à différents organismes inter chrétiens et internationaux. Parmi les visages lumineux de la période du ministère pastoral du patriarche Justinien, on compte des hiérarques, des professeurs de théologie, des étudiants, des moines, des intellectuels chrétiens, et surtout les 2000 prêtres orthodoxes environ qui furent arrêtés et interrogés, jetés en prison ou envoyés aux travaux forcés et d’extermination au canal Danube - Mer Noire : certains furent même déportés en Sibérie, considérés comme dangereux pour la nouvelle politique de l’État. Leur foi puissante et le courage de confesser le Christ dans la souffrance ont exprimé la résistance active ou sacrificielle de l’Église, à côté de sa résistance liturgique par la propagation de la foi et la célébration des saints mystères et des sacrements. Ce fut une lutte défensive devant l’athéisme militant et agressif, conduite au-delà des discours conventionnels et des compromissions “officielles” de “coexistence pacifique”.
Dans plusieurs cellules des prisons communistes étaient souvent offerts des enseignements et des conseils spirituels par de grands théologiens ou spirituels, notamment Père Dumitru Stàniloae, Père Sofian Boghiu, Père Daniel Sandu Tudor, Père Benedict Ghius et bien d’autres. La souffrance de nombreux intellectuels jetés en prison à Aiud, Gherla, Sighet, Pitesti, etc., et dans les camps de travail au Canal ou à Periprava furent dans de nombreux cas des occasions de victoire de la foi sur l’incroyance, de connaissance et d’amour du Christ. L’odieuse prison pour enfants et jeunes de Tîrgusor et la prison pour femmes de Mislea ont montré de façon encore plus intense l’atrocité et la déshumanisation du régime communiste. La patience et les souffrances des défenseurs de l’Orthodoxie et des confesseurs dans les prisons communistes, la lutte et le don de soi du patriarche Justinien de bienheureuse mémoire, l’activité spirituelle de clercs charismatiques et courageux, tout cela constitue la preuve de la foi et de l’esprit de sacrifice du peuple roumain chrétien orthodoxe, que nous devons connaître et conserver en permanence dans notre mémoire. Pourquoi ? – Parce que l’exemple de leur vie pleine de piété et de comportements sacrificiels est une source permanente de lumière et de renouveau pour la vie chrétienne de nos jours, et leur commémoration de cette année nous appelle à être des témoins de la foi orthodoxe, des fondateurs de lieux de sainteté et de culture chrétiennes ; il nous exhorte à avoir dans l’âme l’amour humble et miséricordieux, ainsi que des actes dignes de témoigner de la foi chrétienne aujourd’hui.
Chers fidèles,
Le carême de la Nativité du Seigneur est une période de renouveau spirituel, de communion plus fréquente à la sainte Eucharistie et de multiplication de comportements d’amour miséricordieux. Dans la société contemporaine, qui se trouve dans une profonde crise morale et spirituelle, l’individualisme et l’insensibilité à la souffrance des hommes minent l’amour dans la famille et dans la société ; ils diminuent la solidarité avec ceux qui se trouvent en difficulté et produisent beaucoup d’aliénation et de tristesse parmi les hommes. Face à ces défis, il faut élever les enfants dans l’amour pour Dieu et pour le prochain, et aider les jeunes à découvrir les beautés de la foi et de l’amour chrétien, pour qu’ils soient pleins de grâce et de dons, comme les saints des icônes nous en offrent l’exemple. Le don de la liberté doit être orienté vers la croissance de la foi et l’accomplissement d’œuvres de bien, vers la miséricorde ou la générosité, d’où l’exhortation adressée par le Sauveur Jésus Christ : « Soyez miséricordieux comme votre Père céleste est miséricordieux » (Luc 6, 36).
Chaque période de jeûne est une occasion de repentir et de fortification spirituelle dans la prière et les œuvres de bien. Le jeûne de Noël est, tout particulièrement, une école de miséricorde, pendant laquelle nous apprenons à répondre avec inspiration à la miséricorde et à la bonté sans limite de Dieu à notre égard, révélées par l’incarnation et la naissance de son Fils comme Homme dans le monde. Pendant cette période du jeûne de la Nativité du Seigneur nous sommes appelés à unir l’humble prière et le repentir sincère à l’amour miséricordieux, en montrant une miséricorde spirituelle et matérielle pour les hommes qui se trouvent dans le besoin. La miséricorde spirituelle peut être une prière pour l’homme qui se trouve dans le besoin, un bon conseil ou un encouragement adressés à celui qui est désorienté ou désespéré ; la visite à un malade ; la visite à une personne âgée ou dépourvue de soutien, ainsi que d’autres actes semblables. La miséricorde matérielle peut être la nourriture pour les affamés, les vêtements pour ceux qui en manquent, les médicaments pour les malades, l’aide matérielle pour les pauvres, et d’autres actions semblables. De nombreuses et de diverses manières nous pouvons montrer un amour miséricordieux à nos semblables qui ont besoin de notre aide. Dans la main tendue d’une personne dans le besoin ou en difficulté, nous devons voir toujours la main tendue du Christ vers nous. De façon sacramentelle et spirituelle, la main du pauvre qui nous demande de l’aide rencontre la main du Christ parmi nous qui offre cette aide à ceux qui se trouvent dans le besoin. Par conséquent, cette année encore, nous vous adressons une paternelle exhortation à organiser dans les paroisses, les monastères, les doyennés et les centres diocésains des collectes d’argent, d’aliments, de vêtements et de médicaments qui seront ensuite donnés à tous ceux qui se trouvent dans la souffrance et dans le besoin, surtout les familles modestes aux nombreux enfants et les personnes pauvres. Nous prions le Dieu de toute miséricorde de vous combler de ses dons et de vous bénir tous par son amour miséricordieux et ses dons saints, de façon à montrer dès maintenant, en ce temps du jeûne de la Nativité ou de Noël, la prière et le soin des malades, ainsi que la miséricorde à l’égard de tous ceux qui manquent de soutien, confiants, comme nous l’enseigne le saint apôtre Paul, que « le service de cette collecte doit, non seulement combler les besoins des saints, mais faire abonder les actions de grâce vers Dieu » (2 Corinthiens 9, 12).
Avec amour paternel nous vous bénissons et vous souhaitons santé et Salut, paix et joie, demandant en même temps que la grâce de notre Seigneur Jésus Christ, l’amour de Dieu le Père et la communion du Saint Esprit soient avec vous tous !
Le président du Saint-Synode de l’Église orthodoxe roumaine † D A N I E L
Archevêque de Bucarest, métropolite de Muntenie et de Dobroudja, lieutenant du siège de Cézarée de Cappadoce et patriarche de l’Eglise orthodoxe roumaine
† Teofan Archevêque de Iassy et métropolite deMoldavie et de Bucovine
† Laurențiu Archevêque de Sibiu et métropoite d’Ardeal
† Andrei Archevêque de Vad, Feleac et Cluj, e métropolite de Cluj, du Maramures et de Sàlaj
† Irineu Archevêque de Craiova et métropolite d’Olténie
† Ioan Archevêque de Timisoara et métropolite du Banat
† Petru Archevêque de Cishinau, métropolite de Bessarabie et exaarque de Plaiu
† Iosif archevêque orthodoxe roumain d’Europe occidentale et métropolite orthodoxe roumain d’Europe occidentale et méridionale
† Serafim archevêque orthodoxe roumain d’Allemagne, d’Autriche et du Luxembourg; métropolite orthodoxe roumain d’Allemagne, d’Europe centrale et du Nord
† Nicolae archevêque orthodoxe roumain des Etats Unis d’Amérique et métropolite orthodoxe roumain des deux Amériques
† Teodosie archevêque de Tomis
† Pimen archevêque de Suceava et Ràdàut
† Irineu archevêque d’Alba Iulia
† Varsanufie archevêque de Râmnic
† Ioachim archevêque de Roman et de Baàu
† Calinic archevêque d’Arges et Muscel
† Ciprian archevêque deBuzàu et deVranca
† Casian archevêque du Bas-Danube
† Timotei archevêque d’Arad
† Ignatie évêque de Hus
† lucian évêque de Caransebes
† Sofronie évêque orthodoxe roumain d’Oradea
† Iustin évêque orthodoxe roumain du Maramures et de Sàtmar
† Nicodim évêque de Severin et Strehaia
† Vincențiu évêque de Sloboza et Càlàras
† Andrei évêque de Covasna et Harghita
† Galaction évêque d’Alexandrie et Teleorman
† Ambrozie évêque de Giurgiu
† Sebastian évêque de Slatina et de Romanati
† Visarion évêque de Tulcea
† Nifon Métropolite émérite, archevêque de Tîrgoviste et exarque patriarcal
† Petroniu évêque de Sàlaj
† Gurie évêque de Deva et Hunedoara
† Siluan évêque orthodoxe roumain de Hongrie, lieutenant de l’évêque de Dacie Felix
† Siluan évêque orthodoxe roumain d’Italie
† Timotei éveque orthodoxe roumain d’Espagne et du Portugal
† Macarie évêque orthodoxe roumain d’Europe du Nord
† Mihail évêque orthodoxe roumain d’Australie et de Nouvelle Zélande
† Ioan Casian Évêque orthodoxe roumain du Canada
† Varlaam Ploieşteanul évêque vicaire patriarcal
† Ieronim Sinaitul évêque vicaire patriarcal
† Timotei Prahoveanul évêque vicaire de l’archevêché de Bucarest
† Calinic Botoşăneanul évêque vicaire de l’archevêché de Iassy
† Ilarion Făgărăşanul évêque vicaire de l’archevêché de Sibiu
† Vasile Someşanul évêque vicaire de l’archevêché de Vad, Feleac et Cluj
† Paisie lugojeanul évêque vicaire de l’archevêché de Timisoara
† Antonie de Orhei évêque vicaire de l’archevêché de Cishinau
† Marc Nemțeanul évêque vicaire de l’archevêché orthodoxe roumain d’Europe occidentale
† Sofian Braşoveanul évêque vicaire de l’archevêché orthodoxe roumain d’Allemagne, d’Autriche et du Luxembourg
† Damaschin Dorneanul évêque vicaire de l’archevêché de Suceava et Ràdàuti
† Emilian Crișanul évêque vicaire de l’archevêché d’Arad


testo in romeno

http://basilica.ro/wp-content/uploads/2017/11/Pastorala-2017.pdf

venerdì 17 novembre 2017

Tudor Petcu intervista Annick de Souzenelle sulla bellezza dell'Ortodossia(testo francese)


                                                                    
    

 LE TREFONDS de L’ORTHODOXIE       
__________

1.)  La première question que j’aimerais vous poser c’est très simple mais assez    importante pour mieux comprendre votre personnalité spirituelle comment avez-vous découvert la spiritualité orthodoxe ?
Née en France d’une famille chrétienne, j’ai reçu de l’Eglise romaine la nourriture dont avait intensément faim l’enfant que j’étais, si désemparée devant la vie qui lui était offerte. Je me souviens l’avoir dite  « absurde » dès mes 3 ou 4 ans tant elle n’était nourrie que des conséquences ou des souvenirs de la guerre de 1914-1918 qui venait de se terminer mais dont les âmes de tous, et les corps de ceux qui y avaient été blessés – dont mon père – restaient meurtris.
L’Eglise me fut alors un refuge ; j’y ai vécu de profondes expériences et celles-ci m’ouvrirent à la réalité de valeurs autres que celles à laquelle on me demandait d’adhérer. Mais dix années plus tard, l’Eglise elle-même quant à son enseignement, ne fit plus le poids ; dans un premier temps, nourrissant l’enfant, elle devint pour moi infantilisante ; et je la quittais. Ce que je retiens essentiellement de ce divorce c’est que les clercs et non des moindres, rejetaient violemment cette adolescente qui osait voir dans les Ecritures leur dimension  « symbolique » - mot que j’ignorais à cette époque mais qui qualifie aujourd’hui l’exigence que j’exprimais -. A cette époque, curieusement, pour l’Eglise romaine, le symbole était diabolique ! …….
Alors commença pour moi une longue quête, en solitaire car cela se situe autour des années 1939-1940, et c’est dire que je plongeais dans le vide. A 20 ans, âge où le monde vous rattrape de ses bras jaloux et puissants, je m’égarais, tout en n’en étant pas dupe. Mais le ciel me reprit avec violence. Et après un rude « examen de passage » il me conduisit aux portes de l’« Eglise catholique orthodoxe de France »   à Paris. Cette Eglise fondée par Monseigneur Irénée Winnaert, lui aussi un dissident de Rome, fut reprise après la mort de cet évêque, par le Père Eugraph Kovalevsky. Je ne dirai jamais assez ce que je dois à Père Eugraph, un amoureux de Dieu, mais aussi, et sur le plan du frère, grand ami de la France. Il ne voulut à aucun prix enkyster un christianisme orthodoxe d’expression russe en ce pays de diaspora, mais a toujours cherché à ressusciter en cet occident qui l’accueillait, l’orthodoxie du premier millénaire qui lui était propre quant à son expression liturgique. Aidé de son frère Maxime, éminent musicologue, tous deux donnèrent un puissant réveil à la célébration des mystères chrétiens qu’avaient élaborée l’âme et le génie spirituel de nos ancêtres. Lorsque je me présentai pour la première fois en cette église, en 1958, ce fut pour la fête de la Sainte Trinité. Je fus alors saisie dans une vague d’amour et de joie d’une telle violence qu’elle ouvrit en mon cœur la porte du monde que je cherchais depuis toujours, depuis l’engluement dans  l’« absurde » en lequel je me débattais dès l’enfance. Quels que furent les évènements douloureux qui vinrent briser ce premier élan de vie, je continue d’affirmer que c’est ce jour-là que je suis née. J’embrassais le christianisme orthodoxe le jour de la fête de Noël de cette même année ; la Semence divine venait de germer en moi.
Répondant ici au questionnaire de Petcu Tudor, j’exposerai dans un autre texte ce que m’a apporté l’orthodoxie, car outre la nourriture reçue de la vie liturgique, j’allais aussitôt puiser celle de l’Institut de Théologie que je suivis pendant trois ans car j’avais faim, faim, faim ! Peu de temps après, j’accompagnais une fois par semaine le père Eugraph, devenu l’Evêque Jean de Saint Denis, dans son secrétariat et là, je continuais d’apprendre, d’approfondir, de questionner, mais aussi d’unir de plus en plus étroitement cet enseignement majeur avec celui de la langue hébraïque et de la Qabbale vers lesquelles m’avait aussi conduite l’Esprit-Saint. C’est au fond d’un cabaret douteux des environs de la place de la République à Paris que je recevais, émerveillée l’enseignement du rabbin, et d’autant plus émerveillée que je l’entendais comme en stéréophonie avec l’enseignement de Père Eugraph. Depuis 60 ans maintenant, premier et second testaments me sont une seule eucharistie, le Christ venant  « accomplir la loi » de Moïse et le premier Testament venant éclairer l’enseignement du Christ.

2.)  Quelle serait à vos yeux l’unicité, ou mieux dit, la beauté de l’Orthodoxie ?
Qu’apporte l’orthodoxie d’intéressant et de nouveau en tant que manière de vivre ?
« Orthodoxie, doctrine juste » dit le grec.  Cette qualité, compte tenu de ce que m’apporte aussi l’hébreu me semble être la plus proche du message évangélique en effet, mais à condition de tenir compte de ce que cette justesse n’est pas statique ; elle est asymptotique à l’infini. Cette justesse ne peut que rendre compte de la qualité de contemplation que l’on a de Dieu et de la confession que l’on en fait, d’une part, et d’autre part de la dynamique dans laquelle l’enseignement du Christ invite l’Homme à conduire sa vie. L’Homme est invité à grimper de verger en verger pour cueillir les fruits de la connaissance et devenir ….., comme si chaque échelon qu’a vu en songe le patriarche Jaqob, était un jardin en espaliers aux fruits de plus en plus succulents, que nous sommes invités à cueillir et à manger. Le jardin d’Eden, intérieur à l’Homme, que décrit la Genèse, « jardin de jouissance » en hébreu, n’est d’ailleurs pas autre. Lorsqu’on monte ces espaliers, on fait alors l’expérience de la relative justesse d’un niveau de connaissance car celle-ci s’effondre devant la connaissance atteinte au niveau supérieur. Maxime le confesseur ne conclut-il pas son traité sur le problème du mal en disant, parlant de l’Arbre de la Connaissance de la Genèse : « Voici comment pour l’instant il faut comprendre l’Arbre (de la connaissance) selon une méthode déductive qui convient à tous. Sa signification plus mystérieuse est conservée dans l’esprit des mystiques et honorée de notre silence ». Quatorze siècles nous         séparent de cette sagesse maximienne, mais n’est-ce pas peur ou paresse que de nous y conforter ? Aujourd’hui où les sciences abolissent toute logique binaire pour ouvrir sur le ternaire, il serait urgent de libérer l’Arbre de la Connaissance de la simpliste contradiction bien-mal qui le qualifie et qui entrave en l’Homme sa croissance. Or en cet Arbre seul, source d’Intelligence, est aussi la Sagesse.
L’Université qui de son côté fait don de connaissance en est dénuée ; elle ne sait poser les limites, et nous en abordons aujourd’hui la folie destructrice ; j’en parlerai plus loin.

Lorsque Père Eugraph m’initia à la contemplation apophatique de Dieu, et en voie de conséquence, au dépassement nécessaire de toutes les antinomies, vous comprendrez alors pourquoi je commençais de mettre un nom sur ce qui m’avait détachée de l’Eglise romaine et sur le fait que ça n’avait pas été un hasard de me trouver projetée dans l’Eglise orthodoxe le jour de la fête de la divine Trinité. Ce nom est celui de l’Esprit-Saint. C’est lui, l’Esprit-Saint qui, ce jour-là, chanté, dansé, respiré, me saisit et m’emprisonna pour toujours dans son plus libérant embrassement.
La scolastique romaine m’était aliénante ; j’étouffais.
Depuis cette époque l’Eglise occidentale a évolué, mais le souffle continue de lui manquer. C’est Berdiaev, ce philosophe chrétien orthodoxe que j’aime tant, qui ressent le Christ Fils de l’Homme et Fils de Dieu comme étant vécu et contemplé davantage en Fils de l’Homme par l’occident romain, et Fils de Dieu par l’orient orthodoxe. Il y aurait beaucoup à dire, même à ce sujet !
A votre question concernant  « ce qu’apporte l’orthodoxie d’intéressant et de nouveau quant à la manière de vivre », je ne peux répondre qu’en rappelant l’invitation faite par Jésus à Nicodème et que, pour l’instant, bien peu de chrétiens, même orthodoxes, ont compris.  « Epouser la mère intérieure, la Adamah de l’Adam »  (l’Homme, hommes et femmes) – invitation dont je n’ai jamais entendu une seule homélie expliquer  le sens – c’est oser un retournement radical à l’intérieur de soi, retournement qui implique bien souvent des désécurisations difficiles par rapport aux valeurs du monde ; difficiles mais nécessaires pour embrasser les valeurs ontologiques, sans quoi la montée de l’échelle évoquée plus haut est pure illusion. Ce n’est pourtant que dans cette dynamique enseignée et vécue par l’orient et l’occident chrétiens que les deux Eglises pourront tendre vers l’unité. Aujourd’hui l’une et l’autre n’ont guère enseigné quant à ce mot  « retournement » traduit par  « pénitence » qu’une attitude morale, alors qu’il s’agit d’une pénétration intérieure  (œuvre mâle)    où les  « animaux de l’âme »  décrits par Basile de Césarée sont saisis dans une opération divino-humaine, quasi alchimique, à l’issue de laquelle l’énergie donne son information ; ainsi grandit en l’Homme l’Arbre de la Connaissance qui est aussi sagesse.

3.)  On parle d’habitude de l’Orthodoxie en tant que l’amour de la sagesse. Croyez-vous que cette définition soit-elle la meilleure pour bien comprendre l’Orthodoxie ? Quelle est en fait votre compréhension sur l’orthodoxie et comment pourrait-on découvrir son tréfonds ?
Toutes les grandes traditions du monde aiment la sagesse. Pour les chinois, le Tao en est le chemin, l’Advaïta, la non-dualité, pour les Hindous, et l’on pourrait poursuivre historiquement, jusqu’aux Evangiles, mais eux recouvrent tous les temps et le mystère de la croix, lui, conduit à la folie !  « Sagesse de Dieu, folie pour les grecs » chante inlassablement l’apôtre Paul ! Et si nous puisons dans le premier Testament
son enseignement nous dit que Sagesse et Intelligence sont, bien sûr, distinguées, mais inséparables, alors que dans le second, nous contemplons la croix comme l’érection de l’Arbre de la Connaissance, dont la sagesse vécue par le Christ est à nos yeux folie ! Du fait que l’Eglise romaine douloureusement déspiritualisée –  « ils n’ont plus de vin ! » – laisse les chrétiens aux pieds de la croix, il est certain que l’Orthodoxie invitant les siens à en gravir l’Arbre, est chantre de la Sagesse, don par excellence de l’Esprit-Saint.
Sagesse et Intelligence sont inséparables, comme je l’ai dit plus haut. Pour les Hébreux, elles sont respectivement Père et Mère divins. Elles sont les deux piliers de l’Echelle qu’a vue le patriarche Jaqob et dont la montée consiste à vivre, après le baptême d’eau, le baptême de feu dans l’Esprit-Saint. Cette montée se traduit dans le premier Testament par la construction de la maison intérieure : « construit ton Arche », dit Dieu à Noé.  « Va vers toi » dit le Seigneur à Abram. Et à Job chez qui cette construction prend le caractère d’un combat  « ceins tes reins, homme vaillant »……. lui dit son Seigneur l’invitant à revêtir la force de l’Esprit avant de faire venir devant lui ses animaux de l’âme.
Et le Livre des Proverbes chante les versets que reprend la Liturgie orthodoxe :
                                     « La Sagesse a bâti sa maison
elle a taillé ses sept colonnes
elle a immolé ses victimes  (les animaux de l’âme)
mélé son vin
et dressé sa table      (9, 1-2)
Incluant tout ce sens, Jésus reprend cette exhortation :
                              « Prend ton envol »  dit-il au paralytique
                              « va dans ta maison »
                              « va vers toi »………. Inlassablement, il guérit, ce qui veut dire
qu’il  introduit l’être dans la sagesse qui reconstruit l’Homme jusque-là exilé du Royaume !   
Beaucoup de très beaux livres ont été écrits sur ce sujet de la Sagesse par les Orthodoxes, mais bien peu enseignés dans les églises ! Et c’est regrettable, car « le tréfonds de l’Orthodoxie », pour reprendre l’expression de votre questionnaire, est certainement la contemplation et le vécu au plus juste des sept dons de l’Esprit-Saint, appliqués au quotidien, alors que Rome a glissé dans le mental, au détriment de sa fonction pneumatique.       

4.)  Comment devrions-nous comprendre à votre avis le rapport entre l’Orthodoxie 
  et la raison ? Autrement dit, quelle serait la place occupée par la raison dans
  l’Orthodoxie ?
 Il semble que, parlant de l’Esprit-Saint, de son souffle créateur, j’aie déjà  répondu à cette question. Ces différents niveaux du Réel, bien  « voilés » pour l’instant comme disent les physiciens, et que symbolisent les successifs niveaux de l’Echelle sainte, ont chacun leur « raison ». La raison identifiée au discernement, entre le bien et le mal par exemple, fait l’objet de bien des apophtegmes des Pères dans d’amusantes mais combien profondes histoires : un personnage réputé très saint fait des choses totalement répréhensibles et aberrantes, jugées mauvaises par le pauvre homme qui les subit, mais qui en comprendra plus tard l’impérieuse nécessité pour la justesse de son chemin ou de celui de la collectivité. 
Cela est aussi juste des évènements qui frappent aujourd’hui le collectif et dont il serait raisonnable et intelligent de comprendre le sens, sachant que le  « hasard » est la loi qui joue à un niveau du réel encore inconnu mais à laquelle nos actions inconscientes contreviennent.
La raison identifiée à la logique, va de cette logique binaire dont je parlais plus haut au ternaire et au Logos créateur lui-même, vers lequel tend, sans encore peut-être le savoir, le  « tiers caché » des physiciens.
Le premier testament riche de « ruses divines » ne dit que cela, et les Evangiles mettant l’accent sur le même salaire donné aux ouvriers de la première et de la dernière heures, en est un des nombreux exemples.
La vie spirituelle s’incarnant dans notre quotidien tributaire du temps nous arrache au temps, pour nous conduire, comme un cyclone en son œil, en l’Instant d’éternité.

5.)  Un théologien américain disant que dans l’Orthodoxie tous peuvent découvrir leur sainteté cachée. Comment comprenez-vous cette affirmation ?
                     « Dieu s’est fait Homme pour que l’Homme devienne Dieu »,
disent les Pères depuis le début du christianisme, avec Saint Irénée de Lyon et peut-être bien avant lui !
L’anthropologie chrétienne est toute entière résumée là. Mais, à ce sujet, je dois vous faire une confidence. Le père Eugraph Kovalevsky, à ce moment-là devenu l’Evêque Jean de Saint Denis, était alité, en proie à de terribles souffrances dont il mourut quarante-huit heures plus tard ; mais à une ultime question que je lui posais, d’ordre théologique, il se redressa sur son lit pour me répondre et conclure de ce que je ressentis comme son message ultime : « Annick, l’anthropologie chrétienne n’est pas née ! ». Et ce cri vint agrandir la brèche dont Nicolas Berdiaev avait déjà percé mon cœur, ce grand chrétien disant dans presque tous ses livres mais tout particulièrement dans « l’Homme et la machine » publié en 1933  (Ed. Je Sers  p. 51) : « Nous ne pouvons plus nous contenter de l’anthropologie patristique, scolastique ou humaniste ».
L’évêque Jean nous a donc quittés, et, je peux le dire, dans un état de  « jubilation » qu’il me confia puisque j’eus la grâce de le veiller pendant sa dernière nuit parmi nous ; ceci se passait le 30 Janvier 1970 et au mois de Juillet suivant, je commençai d’écrire mon premier livre,   « le Symbolisme du corps humain ». Cet ouvrage, je l’ignorais alors, était et reste encore aujourd’hui l’ébauche d’une toute nouvelle anthropologie chrétienne ; je n’ai cessé de la développer et de l’approfondir depuis cette date, m’émerveillant chaque jour davantage, vivant la  « jubilation » que me transfusa mon maître.                                                                                                                                                                                                                                                       
Pour pénétrer le mystère de l’anthropologie, caché dans les eaux profondes de l’océan des Ecritures, nous ne pouvons rester à la surface, aveuglés par son écume. 
Le patriarche Jaqob dormait sur une terre appelée Luz  lorsqu’il fit le songe de l’échelle - le mot Luz signifie  « l’amande » - il dormait sur la coque du fruit, mais le  songe l’invitait à s’éveiller et à pénétrer le fruit jusqu’à son cœur ; ce cœur était symbolisé par le haut de l’échelle où se tenait son Seigneur. Tout être humain est appelé à devenir ce Seigneur dont il est la semence. Cette semence est ce que nous n’avons pas encore compris du mot hébreu Bassar traduit par  « chair », qu’au deuxième chapitre de la Genèse le Seigneur-Dieu scelle au cœur des profondeurs de l’Adam, soit au cœur de l’autre  « coté »  de l’Adam  (qui n’a jamais été une côte !) ; ce côté est appelé Ishah en qualité d’épouse, Adamah en qualité de mère.
Ce côté féminin de tout être est appelé aujourd’hui l’inconscient, et c’est au plus profond de cet immense potentiel (habité des animaux sauvages dont je parlais plus haut) que Dieu scelle cette chair dont le mot hébreu prononcé Basser est le verbe  « informer ». La semence contient toute l’information de son devenir ; et Bassorah n’est-elle pas la  « Bonne Nouvelle des Evangiles ?
Tout être humain porte en lui cette semence ; mais peu le savent ; et la semence reste stérile  (symbole de la stérilité de nombreux couples de la Bible). Chaque être humain est invité à passer de son état animal à sa nature divine. En cet état animal il n’est pas faux de dire que la chair est aussi le corps mais cela ne confirme pas le message biblique.
                                     « Vous êtes des dieux »  (des  Elohim), dit Jésus à ses détracteurs, confirmant en cela ce que chante le psalmiste. Ce qui est vrai pour chaque être humain l’est aussi pour le collectif, ce grand Adam que nous sommes et qui est aujourd’hui bousculé dans un terrible chaos pour passer de l’état animal à l’éveil de sa nature divine.
Plus qu’à la sainteté, c’est à sa déification que l’Homme est appelé ! Pourquoi l’Homme serait-il inférieur à l’uranium ! Sa chair, en qualité de semence, de noyau fondateur de son être, détient une force nucléaire inimaginable, une force résurrectionnelle ! La transfiguration d’un Saint Séraphin de Sarov en témoigne.

6.)  Je vous saurais gré si nous pouviez mettre en évidence votre perspective sur le rapport entre l’Orthodoxie et les besoins sociaux de l’homme contemporain, car c’est un thème qui, à mon avis, devrait préoccuper les orthodoxes.
Je crois vous en avoir dit assez pour que vous sentiez à quel point je déplore comme vous le silence des chrétiens en général et des orthodoxes en particulier, au cœur de notre chaos actuel. Ceux qui auraient l’autorité de parler n’osent peut-être pas le faire, mais qui dit autorité ne dit pas forcément connaissance.
Parmi les lois ontologiques ignorées, car le verbe hébreu les tiens secrètes derrière le  « voile » que commencent à soulever les physiciens, est celle qui fait
l’objet  de la cinquième plaie d’Egypte ; elle est traduite par la  « peste »  Deber
qui n’est autre que le mot alors prononcé Dabar, qui signifie le  « Verbe » de Dieu, mais aussi, une  « chose ». Cette épreuve signifie que toute  « chose » coupée du  « Verbe » de Dieu dont elle procède, crée la  « peste ». Cela veut dire que toutes les constructions mentales, organisationnelles, philosophiques, idéologiques, coupées du Verbe divin et donc de toute valeur ontologique, engendrent une « peste » et sont vouées à la destruction. Aujourd’hui toutes les politiques du monde coupées du Verbe divin sont en échec. Tous les partis qui se réclament d’une juste vision des choses se vivent en rapport de force et s’excluent. Le juste rapport du Un et du multiple qui découle de cette même loi et qui se vivait autrefois dans les monarchies mais dont les monarques se vivaient eu en rapport de force, s’est effondré. Nos sociétés faites aujourd’hui de peuples qui se définissent coupés du divin et nomment un président de même qualité, dont les décisions sont systématiquement détruites par les partis dont il n’est pas issu, ces dites sociétés engendrent un chaos total.
Au cœur d’elles, les Hommes que taraude une puissance germinative dont ils ignorent la qualité divine et qui, voulant sortir du puits de leur être, en trouvent le couvercle scellé, tous ceux-là ou bien sombrent dans des maladies que la bonne mère Nation s’épuise à soigner, ou bien fusent par les fissures du puits vers des idéologies destructrices  (cf. Daesh).
Mais si les Etats ont éliminé le religieux, les religions ont leur grande part de  responsabilité ; elles sont restées pour la plupart infantilisantes, enseignant un Dieu extérieur à l’Homme, punisseur, voire vengeur et culpabilisant. J’ai été épargnée de cela par Père Eugraph mais l’orient comme l’occident chrétiens ont tronqué le christianisme de sa qualité universelle en réduisant la Personne du Christ à sa seule historicité ; celle-ci est essentielle, mais le Christ est au cœur de tous les Hommes et son œuvre sur terre les embrasse tous depuis le commencement jusqu’à la fin des temps. Bien des chrétiens ne savent pas ce que c’est que de vivre le baptême d’eau, alors que des hommes et des femmes relevant d’autres traditions et qui n’en vivent donc pas le symbole, y plongent en réalité avec grande ouverture de conscience. La libération du Golgotha est pour l’humanité entière. L’Eglise est encore peu ouverte à ce que dit le Christ en parlant de  « l’accomplissement de la loi » : celui des trois baptêmes : eau-feu-crâne, dont j’ai justement montré dans le  « Symbolisme du corps humain », qu’ils sont inscrits dans le corps, cette  « chair » retournée à l’extérieur.
Les chinois les appellent  « champs de cinabre », pelvien, thoracique et crânien, et autrement encore par d’autres traditions, mais toutes les révèlent. Là est le chemin de déification universel.
Cette ignorance prouve combien l’Anthropologie chrétienne n’est pas née,  comme me disait l’Evêque Jean. Les chrétiens sont incapables d’apporter une voix constructrice au cœur de nos sociétés aujourd’hui si désorientées ! Hôpitaux psychiatriques et prisons sont devenus les substituts des lieux de culte.
Aussi arrive le temps où va se réaliser ce que le Christ dit à la Samaritaine :
            « Femme, crois-moi, l’heure vient où ce ne sera ni à Jérusalem,
               ni sur cette montagne que vous adorerez le Père……. mais en
               esprit et en vérité ; ce sont là les vrais adorateurs que demande
               le   Père ».
Chacun est appelé à aller de toute urgence vers son sanctuaire intérieur, vers sa vraie personne, unique et une avec tous. L’avenir est à la royauté intérieure de chacun. Alors le collectif saura se gérer.
Il est une autre loi ontologique que dénonce la deuxième plaie d’Egypte, celle de l’envahissement des  « grenouilles  qui montent jusque dans la chambre du roi », dit le texte. Tsaphordaïm, les grenouilles, est le mot que l’on peut entendre : « l’essor des  connaissances ». Dans leur chambre roi et reine, chacun a son smartphone ; ils ne communiquent plus ! Il s’agit, en ce drame, de la connaissance technologique acquise par la seule voie extérieure, privée de sagesse, car nos comités d’éthique sont composés d’hommes et de femmes indiscutablement honnêtes et intelligents, mais qui n’auraient pu atteindre à la sagesse inhérente aux fabuleuses découvertes des sciences, que par la voie intérieure propre à chacun. Et je ne pense pas que l’un deux sache même de quoi je parle ici ! J’ai été appelée un jour, indirectement, à apporter un éclairage, mais cela n’a pas été rapporté. Je n’irai pas plus loin sur ce sujet crucial qui atteint aujourd’hui l’ampleur que prévoyait Nicolas Berdiaev il y a presqu’un siècle lorsqu’il disait dans ce même ouvrage cité plus haut : « Aussi sommes-nous au début d’un effroyable conflit entre la personne morale et la civilisation technique, entre l’Homme et la machine ». Et plus loin :  « un nouvel Homme doit surgir ; et la difficulté consiste bien moins à éclairer ses rapports avec celui qui le précéda qu’à définir son attitude à l’égard de l’Homme éternel »   (p. 44 et 45). Parlant de ce dernier, Berdiaev évoque le dieu que l’Homme doit devenir, le Seigneur dont il est la semence et qui déjà est, parce qu’il est éternel……..
Pour conclure, compte tenu des réponses apportées aux questions que vous m’avez posées, je dirai que Théologie et Anthropologie sont les deux faces d’une même médaille. Si les pères de l’Eglise ont été nos initiateurs à la contemplation des mystères divins, nous avons aujourd’hui de toute urgence, à entrer dans cette  « mystique » dont parlait Maxime le Confesseur ; celle-ci nous convie de toute urgence pour enrichir la théologie à construire une anthropologie forte, ouverte aux riches apports des sciences humaines et aux données quasi-mystiques des sciences physiques dites quantiques qui, on ne peut le nier, s’approchent du mystère de la divine Trinité.



Note del Padre Giovanni Festa 
" Annick de Souzenelle è nata all'indomani della prima guerra mondiale. E per questo che ha conosciuto un'infanzia segnata dai finali sussulti di questo "terremoto".
La vita delle persone adulte che vede le sembra assurda: quella degli uomini chiusa nel ricordo delle ore gloriose delle trincee; quella delle donne confinate nei domestici rifugi. "Queste persone sono come foglie morte" scoprira' un giorno: "Bisogna che venga un forte vento perche' abbiano l'illusione di vivere"". Decide allora di "vivere davvero": si avvicina cosi' al cristianesimo ortodosso occidente e impara l'ebraico.
Aveva prima studiato matematica e scienze umane; diplomata infermiera, ha svolto la professione di anestesista, prima, e poi di psicoterapeuta. Ora dedica la sua "terza eta'" a insegnare cio' che lei va rielaborando: un'antropologia che rimetta l'uomo nella dinamica del suo compimento divino."



sito ufficiale 
 http://annick-de-souzenelle.fr/


Annick de Souzenelle, théologienne orthodoxe
par Antoine Arjakovsky

http://www.pagesorthodoxes.net/pages-choisies/arjakovsky-desouzenelle.htm

 Annick de Souzenelle

http://www.centre-bethanie.org/rencontre_souzenelle.htm