sabato 22 luglio 2017

Dal mio archivio Domenica VII di Matteo 11 Luglio 2010 la meditazione del Padre Seraphim Valeriani Ropa di Bologna




Germigny-des-Prés, mosaico absidale, IX secolo

Dopo la grande genealogia di Cristo e gli eventi della nascita, dopo la predicazione del Santo e precursore Giovanni il Battista, dopo i grandi capitoli delle beatitudini ecco che con oggi finiamo quella parte del Vangelo di Matteo che riguarda i miracoli: la guarigione del lebbroso, del servo del centurione, degli indemoniati, del paralitico, della figlia di Giairo e dell’emorroissa fino ad oggi in cui il Signore guarisce due ciechi e un muto.
La predicazione di Cristo produce in noi la conversione, per questo consiglio di leggere ogni giorno il Santo Vangelo perché la parola di Cristo scenda nel nostro intimo, nel nostro cuore e si faccia parola viva dentro di noi. Essa diventerà il motore del nostro spirito e se per caso siamo malati, indemoniati, paralitici, morti, ciechi o muti essa ci guarirà! Fratelli e sorelle è incredibile leggere il Vangelo perché Cristo ci parla in esso, parla ad ognuno di noi personalmente! La Parola di Dio è una spada che agisce in noi distruggendo la natura peccatrice e risvegliandoci alla Vera Vita, alla Vita in Cristo Signore.
Per questo non dimentichiamoci di leggere ogni giorno un passo della Sacra Scrittura, se non la si conosce come si può conoscere Cristo? Come si può anelare alla salvezza? Iniziamo dal Vangelo, poi via via tutto il Nuovo Testamento, poi si potrà passare all’Antico soprattutto ai libri sapienziali. Intercaliamo la lettura alla preghiera, soprattutto alla preghiere interiore in modo che la Parola ci trasformi, ci trasfiguri, ci guarisca e ci vivifichi.
Buona Domenica a tutti e buona festa dei Santi Apostoli Pietro e Paolo.

p. Seraphim

Settima Domenica Dopo Pentecoste-Settima del Vangelo di Matteo-Vangelo di Matteo al capitolo 9 versetti da 27 a 35-Guarigione di due ciechi -Guarigione di un muto indemoniato

http://bisericasfintiitreiierarhi.md/wp-content/uploads/2014/07/Vindecarea-celor-doi-orbi.jpg

Vangelo di Matteo al capitolo 9 versetti da 27 a 35

Guarigione di due ciechi

 
[27]Mentre Gesù si allontanava di là, due ciechi lo seguivano urlando: «Figlio di Davide, abbi pietà di noi».


e stavolta perfino ti urlano dietro…direi che ti inseguono….Urlare…secondo me è l’urlo della richiesta di grazia. .l’urlo della confessione di fede ..della proclamazione. .Stai a vedere Signore che parrebbe sintattico (..per quelli che parlano elegantemente…) questo legame profondo  tra malattia (del corpo e del cuore) e proclamazione di fede..E lo fanno molto bene costoro…
 
Titolo messianico …invocazione profetica…questione dell’avere pietà come misericordia e compassione complessiva. . Ovviamente grandi questioni in questo urlo e in questa supplica..Solo il Messia guarisce..solo il Messia può avere piena compasisone. .Solo il Messia annuncia misericordia…l’anno di grazia del Signore..Insomma Signore  sempre di apocalisse e parousia  si tratta.. La guarigione –ricordi domenica scorsa la Chiesa ,la sinodia..come sinodia di portantini…?-è il già del tuo non ancora parousiaco.. 
 
Ah se il Padre si sbrigasse a darti il giorno e l’ora…Ma credo di sapere perché ancora tergiversa…Questa della parousia è nozione assolutamente impopolare tra di noi cristiani…ma si certamente la proclamiamo ma non ne vogliamo sapere.Uno dei miei più cari e perfidi amici afferma che la proclamiamo proprio per castrarla,renderla inutile…
[28]Entrato in casa, i ciechi gli si accostarono,

..non urlano più. .sono entrati in casa… e ti si accostano…La casa….diciamo che è l’ospedale?..ed è l’ospedale perché il primario sei tu? ..Comunque costoro una volta entrati in casa non urlano e ti stanno vicini.. La stessa tonalità della pericope cambia.. Si sente silenzio…ll silenzio dei due ciechi. .il silenzio della folla..il silenzio del Teantropo..il silennzio di Dio…Dall’urlo dell’invocazione al silenzio dell’attesa.. Parousia e Teofania…Teofania ed epiclesi…La Preghiera continua senza interruzione

e Gesù disse loro: «Credete voi che io possa fare questo?». Gli risposero: «Sì, o Signore!». [29]Allora toccò loro gli occhi e disse: «Sia fatto a voi secondo la vostra fede». [30]E si aprirono loro gli occhi.




 
Ecco Signore.la pienezza della confessione di fede.. Tu puoi fare ..Tu puoi..Tu sei..Tu hai parole di vita eterna..Tu sei l’ultima parola del Padre nello Spirito per la pienezza di vita eterna per ogni respiro..Tu sei la chiamata alla Luce..Tu sei insieme il kairòs di Dio tre volte santo..il tuo tempo opportuno.. ma tu sei nel mistero di Dio tre volte santo il nostro kairòs ed ancora una volta-tanto per non dimenticarlo mai- parametro del tuo kairòs per il nostro kairòs è la nostra fede. .Senza la nostra fede- diciamo che ora estremizzo osando- senza avere ricevuto la nostra professione di fede  in Te tu puoi solo camminare per le strade di galilea palestina e giudea di ieri e di oggi e di domani ,ma senza la nostra fede noi restiamo pietre e tu annunci al vento e stavolta il vento non è icona dello Spirito ma della sua scimmia,il noto beduino del deserto..l’hai conosciuto bene tu ..sai di chi parlo…
Toccare gli occhi. .e gli occhi si aprono…Abbiamo visto la vera luce.. abbiamo contemplato ..Signore rendi tutti noi abitanti del Tabor…


Quindi Gesù li ammonì dicendo: «Badate che nessuno lo sappia!». [31]Ma essi, appena usciti, ne sparsero la fama in tutta quella regione.


..Si sappiamo ,Signore .Matteo non la finisce mai con questa questione del segreto messianico.. Ma non si riesce a fermare…Oportet ut scandala eveniant. .Prima o dopo la partita fangosa viscida dura contro il beduino/principe dovrà pur essere giocata fino alla fine ……. fino alla fine..Sempre quel perfido amico mio scrisse una volta citando solovev(hai presente il buon vladimiro..ma certo che lo conosci.!!! .è in Sion la santa anche lui..lui si…) del suo stupore perché nessuno di noi si acccorge che già l’Imperatore del Mondo e il Grande Mago sono all’opera…
Guarigione di un muto indemoniato


[32]Usciti costoro, gli presentarono un muto indemoniato. [33]Scacciato il demonio, quel muto cominciò a parlare e la folla presa da stupore diceva: «Non si è mai vista una cosa simile in Israele!». [34]Ma i farisei dicevano: «Egli scaccia i demòni per opera del principe dei demòni».
le folle



..E ti pareva Signore che alla fine non arrivavano loro…I teologi di sempre…e perché arrrivano?(per la stessa motivazione per cui arriva il Grande Inquisitore) .perché vogliono proteggere il popolo cristiano da Cristo stesso..Tutto qui…per noi cristiani e cristiani seri…e cristiani impegnati e cristiani convinti il problema della nostra fede sei tu…tu la spiazzi..tu la convochi…tu ci dici del mezzo mantello..del giglio del campo..del mezzo miglio.. del lasciare che i morti seppelliscano i morti…Tu scacci i demoni…Tu guarisci..Tu annunci…Tu poni inquietudine e conflitto..e cosa vuoi pure il consenso? Suvvia non esagerare…a questo punto per il bene del popolo ti dobbiamo stoppare. .L’unica arma è la diffamazione…I cristiani per essere armoniosamente tali..i cristiani dell’et ..et..dell'armonia e della mediazione  con il mondo..devono diffamare il loro Signore…Ovviamente se vogliono l’armonia nel e con il mondo…se invece e finalmente vogliamo altro…allora non l’et..et ma l’aut aut.(lo sai sono sempre più confusamente palamita e pienamente kierkegaardiano. .a proposito salutami Soeren e vedi se gregorio ogni tanto ti fa il mio nome…) se questo finalmente in metania..in Grande Metania vogliamo allora è giusto concludere la pericope..
 
Se restiamo nell'et  et al contrario domenica/domani  si va a al mare…ed io non celebro.
 


[35]Gesù andava attorno per tutte le città e i villaggi, insegnando nelle loro sinagoghe, predicando il vangelo del regno e curando ogni malattia e infermità

..appunto…Domani celebro.

domenica 16 luglio 2017

"Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico" Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati......Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e va' a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua."



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"Ed ecco, gli portarono un paralitico steso su un letto. Gesù, vista la loro fede, disse al paralitico" Coraggio, figliolo, ti sono rimessi i tuoi peccati......Ora, perché sappiate che il Figlio dell'uomo ha il potere in terra di rimettere i peccati: alzati, disse allora al paralitico, prendi il tuo letto e va' a casa tua». 7 Ed egli si alzò e andò a casa sua."

Io non ti ho mai portato nessuno ..Si sono bravo manageriale a puntino…pretino fatto bene

Per carità di patria e per amore del Signore non manca mai la paraclisis per gli ammalati..le intenzioni per la loro liberazione e guarigione.. Ma Signore no ..non ho  mai portato uno davanti a te  .In fondo è molto comodo… consolatorio fare i propri compiti a casa secondo le sicurezze  del libro dei rituali ..

E sai perché non ho mai portato uno/una davanti a te? Perché so bene che prima indagherai e scruterai la mia fede…non quella dell’ammalato ma la mia…e qui allora "i telefoni si rompono e si disattivano" 

In fondo non sono sicuro di Te..questo è il punto …Se vivessi veramente la fede .l’assoluta fiducia in te terapeuta e salvatore che dico di avere…ma Signore -l’hai detto- sposterei le montagne…etc…etc…Quindi paraclisis quante ne vuoi…pretino manageriale e perfino compunto sempre… …Ma non rischio...Non ti porto nessuno davanti 


Signore se penso ai miei ammalati e se penso ai miei fratelli e alle mie sorelle . . 

se affidati a me come portantino e loro e tu stesso siete messi male ma veramente molto male 

mentre Signore se qualcuno di loro fa da portantino a me allora sai Signore sono sicuro..che l’invito al Coraggio me lo farai…e il perdono ci può pure stare…

Signore dammi allora e sempre la forza di fare e di essere il portantino colmo di fede…sicuro e certo della tua alleanza. .delle tue promesse.. della tua forza.. 

Cambia la mia vita Signore. .squarciala. .rivoltala…Lo sai sono stanco di fare il pretino manageriale e perfettino perfettino ..vorrei fare il portantino…vorrei essere il portantino.. 

Un  prete-portantino che si spacca davanti alle porte sante per tutto il suo popolo  per ciascuno e per ciascuna dei suoi fratelli e delle sue sorelle .il popolo santo di Dio …e si spacca da portantino te li presenta uno per uno.. una per una..te li porta davanti..sulla trapeza.. distesi si sulla trapeza.. e ti chiede di vedere si la sua fede..la fede di lui prete portantino ma di non vederla troppo…acontentati Signore accontentati. . 

Sono tutti e tutte lì davanti a te Signore mio Dio .. Ora tocca a te…Signore urla per ciascuno di noi nel tutt’uno del corpo e del cuore l’Alzati e Cammina .in Sion la Santa nell’Oltre e nell’Altrove a partire dal qui ed ora.. 

Signore alla fine sei tu il portantino.. 

Sei tu che ci liberi e ci guarisci perché tu solo hai parole di vita eterna e tu solo nel mistero di Dio tre volte santo consegnerai tutti e tutto al Padre nello Spirito dopo avere battuto il principe di questo mondo  e la sua concubina che è la morte .

Intanto qui noi a combattere.. a sapere che "gratis avete ricevuto gratis date" ..Dacci gemiti di ravvedimento e lacrime di pentimento …Signore Fatti vedere.. Non Tardare !!!

lunedì 10 luglio 2017

Jean Lauxerois Questions de Tudor Petcu à propos de l’orthodoxie- Seconda Parte



 

 il Sinodo della Chiesa Ortodossa Romena si è deciso per la canonizzazione del pio iconografo Pafnuzio

http://luceortodossamarcomannino.blogspot.it/2017/07/la-chiesa-ortodossa-romena-canonizzera.html




3/ Selon vous, qu’apporte l’orthodoxie d’important quant à la manière de vivre ?

Voilà en effet l’un des points sur lesquels se fait concrètement une différence. La manière de vivre découle – ou devrait découler – de cette dimension iconique et de cette voie du cœur, parce que rien n’est en principe séparé, ni dans l’homme ni dans le monde. L’icône est la vie même, en sa totalité. Elle implique notamment, comme voie du cœur, une manière de vivre l’Esprit, et de relier entre elles toutes les formes de connaissance, la connaissance et la prière, la connaissance et la responsabilité, donc d’engager la responsabilité active de la vie.
            L’Occident se meurt des dichotomies (d’origine philosophique) qui sont autant de simplifications et d’impasses. La rationalité, et l’intellectualité, notamment en France, ont occupé toute la place, au point que même ceux qui en mesurent les limites sont pris au piège des dualismes. Le catholicisme n’a pas réussi à surmonter ces verrouillages conceptuels, et n’a pas su dépasser les débats scolastiques et même scolaires sur « sensible et intelligible », « corps et âme », « foi et savoir » etc. Même l’âme fait problème dans le discours catholique d’aujourd’hui, au point souvent d’apparaître presque comme un mot tabou, c’est bien le comble !
            La manière de vivre, pénétrée de la foi orthodoxe, que j’ai pu découvrir chez tant d’êtres rencontrés, est directement celle du lien entre les différents plans et elle est marquée par le rayonnement de la présence en son accomplissement (l’energeia d’Aristote !). L’Occident aurait besoin de cette métanoia – conversion de l’esprit et du cœur – où la présence de Dieu transparaît dans tous les aspects de la vie, sans pour autant relever d’une dévotion ou d’une mysticité abstraite. C’est une présence irradiante à laquelle la vie est redevable : parce que tout est susceptible d’être transfiguré, divinisé, exhaussé. Mais dans le sens d’une extrême simplicité. Et je note d’ailleurs que même pour l’orthodoxie il a fallu un homme comme le Père Staniloae pour ramener admirablement la théologie à ces exigences fondamentales du cœur et de la vie, en la réorientant sur « l’accomplissement » (la plérophoria). Preuve que cet aspect n’est pas si simple à mettre en œuvre, et que la théologie court toujours le risque de la déliaison, par abstraction scolastique. Grâce à l’enseignement du Père Staniloae, mais aussi grâce aux Roumains eux-mêmes, j’ai mieux compris le sens de la prière, de la « prière du cœur » précisément, entendue à la fois comme pratique quotidienne, comme pratique spécifique (selon telle situation donnée) et comme mode authentique de connaissance. Et Staniloae donne merveilleusement à entendre aussi combien l’expérience de la Trinité est affaire quotidienne ; l’être que nous sommes à chaque instant est à l’image de la Trinité : « je-tu-il ».    
            En ce sens, comme l’enseigne encore Staniloae, l’événement majeur de la vie, c’est la rencontre : parce que c’est le Christ qu’on rencontre en chaque être. À cet égard, je me pose la question de la manière dont l’orthodoxie entend le mot « amour » dans le christianisme. J’ai depuis longtemps la conviction que le catholicisme n’a pas été très fort sur ce point capital, et si proclamé pourtant, de la doctrine de « l’amour » (amour de Dieu pour l’homme, amour de l’homme pour son prochain et pour lui-même etc.). Je crois que la Charité n’est pas vécue de la même façon dans les deux Églises, mais je ne suis pas sûr non plus que tout ait été parfaitement éclairé sur le plan doctrinal chez les uns et chez les autres. La question est d’ailleurs aussi bien celle de la philosophie que celle de la théologie, car toute la difficulté naît d’une première confusion issue de la traduction du verbe grec philein par « aimer » – alors que la philia grecque est infiniment plus riche de sens et de nuances – et d’une seconde confusion issue du fait qu’on traduit par le même verbe « aimer » le mot agapein – qui, lui aussi, a un sens complexe.  Bref, la richesse et les nuances des termes sont noyées dans le seul mot d’« amour », qui a le tort de vouloir trop dire et de s’appliquer indistinctement à trop de cas différents. Certes, l’élection de l’agapè est chrétienne, on le sait, mais on ne doit pas oublier que philein est aussi souvent employé. Dans l’Évangile de Jean, par exemple quand le Christ se manifeste aux Apôtres à Tibériade et qu’il demande à trois reprises à Pierre « s’il l’aime », saint Jean utilise deux fois philein  et une fois agapein : est-ce simplement synonyme ? J’entends en effet dans le philein, dans la philia une « amicalité » qui, au sens de Sophocle et d’Aristote déjà, définit la puissance du lien de communauté. Je pense que ce sens du commun (le comme-Un) est le véritable horizon de ce que le christianisme appelle « l’amour », et je perçois, quant à moi, même si c’est encore impensé, que ce sens de la communauté est beaucoup plus présent dans « l’amour » tel que le vit la pratique orthodoxe. Peut-être vais-je trop loin, et que je m’aveugle dans mon souci de compréhension originairement grecque des termes et des choses ! Je persiste pourtant : il y a bien une réalité vécue du lien et du commun qui me paraît très présent dans l’orthodoxie, quand je vois le Père Berbecaru agissant dans son village de Botiza, quand je vois combien le sens de la beauté participe de l’amour vécu pour le monde et pour la création divine chez mes amis artistes de Bucarest. Le sens iconique de la beauté incarnée et vivante est aussi « amour ». Ce que manifeste pour moi la sculpture des artistes roumains, tels Gorduz et Silvia Radu. J’en dirais tout autant de l’amour que les Roumains ont pour leur pays, de la conscience qu’ils ont que leur pays est encore animé d’une foi puissante : l’amour de Dieu est aussi amour du natal. C’est une manière si rare de vivre aujourd’hui. Nous y reviendrons plus loin.
Cela dit, et voici qui reste encore pour moi une interrogation critique, ce sens de la vie et du lien iconique impliquerait aussi la nécessité d’agir dans le monde. Je sens qu’il y a une difficulté réelle avec le sens de l’action chrétienne, laquelle a connu beaucoup d’échecs, a rencontré beaucoup d’impasses et a suscité beaucoup de malentendus. Certes, le christianisme n’est pas un humanisme, pour paraphraser le titre d’un (mauvais) livre de philosophie, car le christianisme suppose que l’homme soit transcendant à lui-même. Néanmoins, la divinisation de l’homme implique que l’homme soit plus et mieux homme dans ce monde, précisément aussi dans le lien de communauté (sociale et politique), qui traverse toute la création. Il ne s’agit pas seulement de charité, mais de respect de la création et d’embellissement dans et par tout ce qui de Dieu s’incarne. Il me semble que l’avenir du monde prochain exigera du christianisme, et de l’orthodoxie par conséquent, qu’il affronte de manière neuve cette dimension que je qualifierai d’éthique. Mais nous voici déjà au seuil de la question suivante.
           

4/ Une éthique orthodoxe est-elle possible d’après vous, et si oui quel sens lui donneriez-vous ?

Question difficile, et un peu périlleuse. Tout dépend ici du sens que l’on donne au mot « éthique ». Là encore, il faut repartir du sens grec, pour faire la distinction entre l’éthique et la morale. Le point est d’autant plus important que, même si l’on parle beaucoup de morale chrétienne dans le catholicisme, il ne devrait pas y avoir de morale dans le christianisme, et a fortiori dans le christianisme orthodoxe – sinon bien sûr le respect des codes de la morale la plus généralement humaine. L’éthique n’obéit pas à des prescriptions, mais à une exigence plus haute.
À la source de l’éthique, il y a l’èthos, tel qu’il est défini par Aristote dans l’Éthique à Nicomaque à son plus haut degré : l’èthos se réfère au séjour des hommes et à l’organisation du lien de communauté qui les unit. Ainsi, l’èthos est aussi l’oikos. Il n’y a, pourrait-on dire, d’économie qu’éthique, et d’éthique qu’économique. Le christianisme doit faire face à cela. D’un point de vue chrétien, l’éthique serait le plan de l’économie de la relation entre les hommes, tandis que l’ « iconomie », elle, situe le plan de la relation verticale entre Dieu et les hommes. C’est une croix. C’est la croix que dessine  l’intersection de ces deux plans de « l’iconomique » et de « l’économique ». Et c’est une croix douloureuse, en un double sens : 1/au sens où l’on dit en français, à propos d’un nœud de difficultés, que c’est une croix, et 2/bien sûr, au sens de la souffrance du Christ.
            Comment articuler les deux plans ? En théorie, oui, une éthique orthodoxe est non seulement possible, mais nécessaire. Aussi nécessaire que la Croix. Elle procède de l’idée même d’Incarnation. S’il est vrai que la divinisation de l’homme par sa transcendance est la réalité la plus iconique et la plus fondamentale qui soit, tout autant sa manière d’être pleinement homme dans et par sa foi passe par une éthique rigoureuse et dont les termes restent pour l’essentiel à définir pour l’avenir. Loin de tout « piétisme ». Une éthique engage un sens actif de la responsabilité du lien et de l’économie du lien. Impossible pour le chrétien de l’esquiver.
            Pour moi, la pensée de l’éthique au sens d’Aristote est une richesse et une ressource, dans le christianisme même. L’éthique est celle de la philia, dont nous avons dit précédemment qu’il n’est pas stricto sensu l’amour. La philia est le préalable éthique et économique à la Charité elle-même. Même si la Charité, l’esprit de Charité a des côtés grandioses dans le catholicisme, elle est aussi incapable d’affronter la question du commun. L’Église catholique, sous la pression de l’augustinisme politique (dès le Xe/XIe siècle), a malheureusement simplifié l’articulation de la Cité de Dieu et de la Cité des hommes. Même un homme comme Pascal a buté sur la question de la Justice, comme sur une impasse. Et plus près de nous l’échec du christianisme social en Europe, dont les versions politiques ont été terriblement médiocres (notamment en Italie et en Allemagne), prouve que la voie chrétienne a tout à faire et tout à explorer de cette possibilité éthique et économique. L’orthodoxie doit, elle aussi, à mon sens, reprendre la question, d’autant que les conséquences de décennies de communisme sont aujourd’hui redoutables dans les pays où l’orthodoxie a toujours été dominante (mais c’est aussi vrai de la Grèce orthodoxe, qui est dans l’état que l’on sait, alors qu’elle n’a pas été marquée par le communisme). En ce sens, en comparaison du catholicisme occidental, l’orthodoxie pourrait être beaucoup plus à même de reprendre en main cette question de l’éthique chrétienne. Une éthique chrétienne est à l’ordre du jour et elle est affaire d’avenir : je penserais volontiers, en effet, que les structures « économiques » d’aujourd’hui, en voie d’implosion, sont appelées à se transformer ; pas demain, certes, et nul ne sait encore comment, mais il est probable que de nouvelles formes apparaîtront dans lesquelles la force du commun aura un rôle inédit, et on peut souhaiter alors que le christianisme, tel que l’orthodoxie l’incarne, soit un moteur spirituel de cette transformation – il faut commencer à le penser, sans verser dans l’utopie bien sûr, mais en termes d’éthique…
           
Votre question oblige ainsi à aborder deux points importants, et ils le sont  particulièrement pour la Roumanie contemporaine : l’argent de la corruption et les compromis institutionnels de type politique. Sans prétendre le moins du monde donner des leçons de morale à qui que ce soit (c’est la maladie des Occidentaux, et des Français en particulier), il reste que je suis parfois troublé par la réserve prudente voire silencieuse de plusieurs de mes amis orthodoxes face à ces questions. Notamment sur la question de la corruption contemporaine. Je suis convaincu que la corruption financière est une gangrène pour une société, quelle qu’elle soit, et d’autant plus aujourd’hui que le système financier s’est autonomisé, que des sommes d’argent considérables circulent, que l’argent sale se recycle dans le système « légal », et que la corruption, donc, prétend se normaliser avec la complicité du politique. Or l’ampleur du phénomène est aujourd’hui vraiment destructrice, et à un double titre : l’emprise de la corruption est une menace pour la communauté « économique » des hommes, et une insulte à « l’Iconomie », c’est-à-dire à l’honneur de la création et à la présence de Dieu. Ce qui encourage à ce point la déchéance humaine, ce qui généralise les rapports pervertis, encouragés par la dérive maffieuse, est une ruine de l’âme, de l’esprit et des corps. Le trafic de drogue et ses conséquences, le trafic d’armes, le trafic d’êtres humains, le trafic d’organes, par exemple, entrent dans cette économie abjecte. Je ne crois pas qu’on puisse se contenter de la prière face à cette insulte à la beauté et à cette apologie de la déchéance. La responsabilité éthique du christianisme est aussi là. Quant aux compromis ou plutôt les compromissions politiques, qui sont des formes de conspirations du silence, je ne pense pas qu’elles relèvent d’un christianisme responsable. Je sais pourtant qu’il y a eu, par exemple en Roumanie, des clivages à l’intérieur de l’orthodoxie – comme il y en a eu aussi dans le catholicisme. Pour simplifier, en prenant un exemple, je dirais qu’entre le groupe du Buisson Ardent et l’Église officielle, engagée dans une relation parfois douteuse avec le pouvoir, il y a eu de singulières différences, et le renouveau spirituel qui s’est engagé en Roumanie est passé par le Buisson ardent… Ces questions devraient être abordées au sein même de l’Église, et dans une réflexion qui sache partir des fondements du christianisme, au lieu de les laisser dans l’ombre, ou dans l’oubli de l’histoire.
            La question qui est à l’horizon de cette croix de la foi et de l’éthique, c’est sans doute aussi celle du Mal. Je choisis d’écrire le mot avec la dignité d’une majuscule, parce qu’il est aussi ce qui, sans paradoxe, nous relie à la transcendance et à notre surnature (Baudelaire est l’un de ceux qui l’a le mieux compris). Que ce soit du côté catholique ou du côté orthodoxe, je trouve que le Mal demeure un point obscur, et cependant névralgique. Du côté du catholicisme, la culpabilité augustinienne, marquée par l’invention du péché originel, a handicapé l’approche phénoménologique du Mal, en simplifiant définitivement la question et la réponse – au point qu’aujourd’hui l’Église catholique ne sait plus trop comment s’en sortir d’un point de vue théologique, et qu’elle préfère même ne plus parler de rien, ni du Mal ni du diable ni de rien… Mais, du côté de l’Église orthodoxe, on dirait que l’absence du péché originel (et il importe en effet, avec Romanides, de bien faire la différence entre le péché originel et ce qu’il appelle le péché ancestral) crée le défaut inverse : comme si le mal était secondaire et comme si, en tout cas, il n’était pas à prendre en compte à un échelon éthique. Ce qui revient au même résultat que le catholicisme, par la voie opposée ! J’ai certes constaté que l’orthodoxie, mieux que le catholicisme, gardait un sens du diabolique, mais l’idée en demeure encore très diffuse, bien vague, et ne s’articule pas sur l’effort de penser la réalité du Mal dans sa multiplicité. Cela dit, l’honnêteté oblige de reconnaître que la philosophie elle-même, et plus que jamais, reste en rade sur cette question, qu’elle effleure parfois sans jamais pouvoir se l’approprier. Mettre en chantier une pensée du Mal, dans la perspective d’un monde contemporain, serait une forte entreprise philosophique autant que théologique, à la hauteur de l’exigence du christianisme de l’avenir et d’une éthique possible.

sabato 8 luglio 2017

Tudor Petcu intervista Jean Lauxerois-Questions de Tudor Petcu à propos de l’orthodoxie-Prima Parte


http://3.bp.blogspot.com/-wc6jomqJabo/UbrL2QhW89I/AAAAAAAAHnE/3_Win_On8-c/s1600/13193048121475469840.jpg



1/ Vous qui êtes catholique, comment avez-vous découvert l’orthodoxie ? Quels sont les représentants de l’orthodoxie que vous avez les uns rencontrés, les autres découverts ? Et pourquoi l’orthodoxie est-elle aujourd’hui importante à vos yeux ?

La chance, ou la grâce, a voulu que ma découverte de l’orthodoxie ne se fasse pas d’un coup, comme une brusque révélation, mais au contraire par étapes, et comme par stratifications, dont je puis dire rétrospectivement (en un processus proustien) que chacune a eu son importance en préparant la suivante, selon un cheminement qui s’est accompli presque malgré moi. Le point de départ, et le socle, c’est ma connaissance du grec ancien et ma formation philosophique. La suite, c’est avant tout ma rencontre de la Roumanie et la richesse de ce qu’elle continue de me révéler.
            Apprendre le grec ancien a été pour moi une bénédiction, je l’ai su après. Cette langue époustouflante est une langue de pensée comme il n’en existe pas d’autres à mon humble connaissance. J’ai pu le mesurer dans ma formation philosophique, quand un grand professeur, tout en nous initiant à Heidegger, nous faisait saisir la dimension directement phénoménologique de la langue grecque. La « rupture inaugurale », ce furent donc ces deux ouvertures corollaires, celle de la pensée de Heidegger – avec les multiples questions qu’elle posait déjà pour moi : entre mille, et pour faire bref ici, la notion d’onto-théologie, la question de Dieu et de l’être, la dimension du négatif – et celle de la pensée grecque, qui ne se limite pas à la seule philosophie, parce qu’elle est d’abord à l’œuvre dans la poésie et dans la tragédie. Sur cette base initiale – qui demeure à l’horizon de mon travail d’aujourd’hui – j’ai pu assez tôt, et sans idée préconçue à l’époque, découvrir les enjeux philosophiques et théologiques de la latinisation du grec, donc l’importance de la traduction dans la tradition ; j’ai pu également commencer à lire Denys, Origène, Plotin et quelques Pères grecs. J’ai assez vite entrevu combien le christianisme de ces Pères brillait d’un éclat particulier, irréductible à ce qui m’avait été transmis par la tradition augustinienne – même si déjà j’inclinais davantage vers saint Jean de la Croix et vers Maître Eckhart. Même si ma lecture restait encore partielle, et sans doute aveugle, lire les Pères grecs était une singularité, dans la mesure où ce n’était pas une habitude très répandue en France : en tout cas, cette lecture a accompagné mes premières interrogations sur le christianisme et sur la séparation de Byzance et de Rome, comme elle a bien sûr contribué à préparer mes futures découvertes.
                  
Ma rencontre avec la Roumanie a mis du temps à advenir, mais elle a été l’événement qui a permis la maturation et l’accomplissement de tout ce qui avait précédé. Deuxième « grâce » sans nul doute, quand, voici seize ans, mon mariage avec Catherine Imbert, pianiste, m’a ouvert les portes d’un monde nouveau. Non certes immédiatement. Là encore en strates successives. Par sa famille maternelle (Poenaru-Bordea), ma femme avait une grand-mère roumaine en exil, qui l’avait bercée de l’amour de son pays natal et de la poésie d’Eminescu ; elle lui avait insufflé la passion de la Roumanie et de son histoire, dont elle continue à recueillir les traces en collectionnant les livres roumains, dans une bibliothèque qui, vraisemblablement, a peu d’équivalent aujourd’hui. C’est mon épouse, catholique elle-même, qui m’a parlé la première du Journal de la Félicité, du Père Nicolas Steinhardt, livre qui l’avait profondément marquée et qu’elle m’a conseillé.
Notre mariage fut l’occasion d’un premier voyage à Bucarest, et pour moi du  premier contact avec la Roumanie. Quelques années passèrent. Les recherches généalogiques menées par mon épouse l’ont alors conduite à revenir sur le terrain, et à mettre assez récemment au jour que ses ancêtres avaient « fondé » trois églises (à Bucarest, à Călăraşi et vers Slobozia, où a été rapatriée, voici quelques années, la belle église de bois sise autrefois à Poiana). C’est dans ce moment-là, voici environ sept ans, que tout s’est accéléré dans la rencontre des lieux et des êtres, et que tout s’est magiquement imbriqué. Au nombre des êtres, je dois beaucoup à Pia Paleologu, à laquelle mon épouse est apparentée. Femme de grande foi, merveilleuse aquarelliste, d’un sens artistique extrême et d’une généreuse humanité, Pia Paleologu, sachant mon amour de la peinture, m’a permis de rencontrer, en 2009, des Roumains qui ne ressemblaient à rien de ce que j’avais pu connaître non seulement en Occident, mais dans le monde en général : des artistes qui étaient aussi et simultanément des êtres de foi incarnée (c’était donc possible !), des êtres avec lesquels je me suis senti en prise immédiate – telle Silvia Radu, magnifique sculpteur, qui a fondé église et monastère, qui m’a fait connaître l’œuvre exceptionnelle de son mari, le sculpteur Gorduz (je ne l’ai malheureusement pas connu), et qui me nourrit régulièrement de son expérience profonde de la foi orthodoxe ; j’ai également rencontré Sorin Dumitrescu, avec lequel j’ai pu nouer un substantiel dialogue, roulant sur l’art, sur la poésie et sur la théologie. Dans ce sillage, en compagnie de nos cousins Poenaru-Bordea, de Bucarest, ma femme et moi avons fait en 2010 le voyage jusqu’aux monastères de Moldavie. Inutile de vous dire pourquoi la découverte de Probota, Sucevița, Moldovița, Voroneț et tous les autres fut   l’un des chocs de ma vie. Jamais je n’avais imaginé pareille réalité – architecturale, picturale, théologique. Ce sont ces monastères (et j’ajouterai la poésie d’Eminescu) qui m’ont décidé à apprendre votre belle langue roumaine, que j’essaie de travailler depuis cinq ans maintenant.
            Ma connaissance de l’orthodoxie s’est alors vite enrichie. Pour les hauts-lieux, il y eut, après la Moldavie et la Bucovine, un pèlerinage pascal au monastère de Lupşa, en 2012, dans les monts Apuseni (pèlerinage organisé en France par la patriarchie de l’Eglise roumaine de France) : ces Pâques à Lupşa furent pour moi l’occasion de saisir l’importance majeure des monastères dans l’orthodoxie et dans la vie de la Roumanie – réalité qui est sans équivalent en Occident. Autre voyage bouleversant, celui que nous avons entrepris de faire dans le Maramureş en 2013, voyage à pied pour l’essentiel, qui m’a révélé combien au cœur des villages et leurs églises de bois vivait une foi que j’appelle « à ciel ouvert » ; cette foi impressionnante était d’ailleurs la même chez les gréco-catholiques, dont l’accueil était toujours émouvant, tel celui de cette paysanne nommée Lenuta qui nous dit à propos de la mort : « Si on ne croit pas, la route vers la lumière ne s’ouvre pas. » Sur la porte de son église, comme sur toutes celles du Maramureş, et sans doute de Roumanie, était alors placardé le visage admirable de celui dont était annoncée la béatification, Monseigneur Ghika (auquel notre famille roumaine était apparentée).  
Dans cette région bénie, j’ai pu faire l’expérience concrète de la foi orthodoxe  quand à Botiza nous avons fait la connaissance du Père Isidor Berbecaru, homme de Dieu s’il en est : c’est grâce à lui que nous avons découvert la spiritualité profonde de son Maramureş, c’est avec lui, par exemple, que nous avons pu participer à la fête d’un hram pour la Nativité de la Vierge – et en cette occasion, j’ai rencontré un homme étonnant, Hotico, un artisan au sens médiéval du terme, qui m’a parlé à merveille de l’architecture des églises de bois qu’il construit dans le monde entier. Le Père nous a même conduit jusqu’au petit village de Vişeu de Sus, sur les marges lointaines de la Roumanie profonde, pour rencontrer les parents du Métropolite Joseph, le représentant de l’Église orthodoxe roumaine en Europe occidentale, dont nous avions fait la connaissance à Paris plusieurs années auparavant.
 Du Maramureş à Paris il n’y a qu’un pas, puisqu’Hotico a aussi construit une église de bois dans le jardin de la patriarchie de Limours, à la tête de laquelle rayonne sur l’Europe entière l’impressionnante présence spirituelle du Métropolite Joseph, insufflant à son Église une énergie assurément divine. Parmi les pères de cette Église, j’ai eu la joie de rencontrer le Père Marc-Antoine de Beauregard, joie mêlée de surprise, car nous avions été condisciples dans nos premières années d’études ; nous nous étions perdus de vue, et voilà que je le retrouvais plus de quarante après lors d’une conférence : l’étudiant de philosophie était devenu orthodoxe, puis avait fait un an d’études théologiques à Bucarest, où il avait rencontré le Père Staniloae, pour être finalement ordonné prêtre de l’Église roumaine ! Nos chemins se croisaient à nouveau, grâce à l’orthodoxie et à la Roumanie. C’est lui qui m’a encouragé à lire le Père Staniloae, avec lequel il a écrit un livre d’entretiens et dont il traduit l’œuvre en français. Autre belle rencontre sous le signe de l’orthodoxie, celle de Felicia Dumas, professeur à Iasi, que j’ai connue quand j’ai fait l’acquisition du dictionnaire franco-roumain/roumain-français des notions clefs de l’orthodoxie. Notre relation d’estime et d’amitié demeure essentiellement épistolaire, mais elle est marquée pour moi par la lumière diamantine de la foi de cette humble et grande roumaine ; c’est elle qui m’a engagé à lire le Père Placide Deseille, dont elle traduit les textes en roumain, et voilà qu’avec le Père Placide je retrouvais les Pères grecs, dont il est un traducteur et un commentateur très avisé. Mais j’ajouterai que bien des Roumains plus ou moins anonymes ont beaucoup contribué à me faire ressentir et à admirer l’orthodoxie vivante : ce sont notamment certains prisonniers politiques, dont la foi leur a permis de résister dans les prisons du communisme ; c’est encore telle vieille paysanne en prière à mes côtés pendant les longues heures de la nuit du samedi de Pâques à Lupşa ; c’est encore, et tout autant, Adela, la dame du Maramureş qui fait notre ménage à Paris : elle me raconte comment son récent pèlerinage à Jérusalem a transformé sa vie, m’apporte régulièrement des livres orthodoxes, me parle d’Arsenie Boca : elle est à mes yeux un exemple de la foi incarnée dans une extrême humanité.
            En parallèle, et depuis plusieurs années, j’ai bien sûr repris la lecture des Pères grecs, notamment saint Basile, saint Maxime le Confesseur, saint Grégoire Palamas. Je  me suis renseigné sur les figures des « grands spirituels » comme saint Silouane de l’Athos, le Père Paissié Olaru, le père Sophrony… Et j’ai lu des textes de Justin Popovici, de Vladimir Lossky, du Père Staniloae bien sûr, d’Edvokimov, ainsi que de Yanaras, de Romanides et de Rafael Noica (Cultura duhului – « La Culture de l’esprit »). 

            La question qui m’est parfois posée est évidemment de savoir pourquoi je ne deviens pas orthodoxe. Je réponds comme je le fais ici : je ne veux pas déclencher une guerre de religion à ma petite échelle ; l’orthodoxie me permet de mieux vivre mon catholicisme, avec lequel pourtant les relations n’ont pas toujours été très amicales… Je ne veux pas non plus abandonner la religion de mes pères, et surtout celle de mon grand-père, homme de grande foi, auquel je dois l’élan initial dans la pratique et la compréhension vivante du christianisme ; je ne veux pas être infidèle à tous les prêtres magnifiques que j’ai rencontrés dans ma vie, auxquels je dois tant et dont je sais combien ils souffrent dans la société occidentale contemporaine ; et je ne veux pas non plus délaisser les grands figures du catholicisme moderne qui me sont chères, entre autres Baudelaire, Bernanos, Simone Weil ; et puis je me dis qu’ainsi je peux vivre à ma façon la réalité concrète de l’Église indivise, qui compte aussi, côté occidental, ajoutons-le, de pures merveilles comme saint Irénée, les grands martyrs, sainte Geneviève, sainte Françoise (la patronne de Rome), les grands mystiques de la tradition, tel saint Jean de la Croix, ou encore Blaise Pascal…
Voilà pour ma découverte de l’orthodoxie et son importance pour moi. Une longue histoire, une expérience à l’échelle d’une vie, et une histoire encore ouverte, je l’espère de tout cœur.  


2/ Pour vous, quel serait le sens majeur de la voie orthodoxe, et quel serait l’enseignement le plus important que vous ayez reçu de l’orthodoxie ?

Ma réponse sera abrupte, et non moins décidée : pour moi, le sens majeur de l’orthodoxie, c’est l’icône. Je ne voudrais pas ici passer pour un spécialiste de l’icône, que je ne suis pas et ne prétendrai jamais être. Pour éviter tout malentendu, je l’appellerai le sens de la dimension iconique, qui répond d’ailleurs, chez moi, à une intuition et à une expérience extrêmement ancienne (quasi d’enfance, même si je ne la nommais pas ainsi !) : c’est une évidence lumineuse, dont j’ai peu à peu compris ensuite, au fil du travail de la pensée et de ma compréhension de l’orthodoxie, qu’elle était en effet le cœur de la question.
            Comme la plupart des mots décisifs de nos langues, « icône » est un mot qui parle grec. Mais pas seulement parce que l’étymologie le dit. Il parle grec en profondeur. Mais l’Occident a « oublié » son sens. L’Occident a gardé et surexploité le mot « idée », qui lui vient de Platon, mais il a perdu le mot « icône ». Certes, le terme est encore dans le dictionnaire, on l’utilise encore, mais de manière terriblement triviale et dévoyée (à la suite de son recyclage dans la malheureuse linguistique du XXe siècle, on parle couramment aujourd’hui d’une « icône de la mode, » d’une « icône des années 70 », dans une acception terriblement banalisante du terme). Dans l’histoire de la rupture entre l’Occident et l’Orient, de la déchirure du christianisme, tout se joue primordialement avec l’icône, avant même les querelles théologiques et « byzantines ». L’Occident, donc, bien que revendiquant son héritage « gréco-latin », selon la formule passe-partout en usage, a radicalement perdu le sens de l’icône et de l’iconique. Le règne de l’esthétique et de la « culture » a validé cette disparition. Et c’est précisément dans le champ de « l’Image » que l’Occident a peu à peu perdu de vue l’essentiel ; il s’agirait de penser à partir de cette perte de l’icône la catastrophe historique et quotidienne de l’image occidentale aujourd’hui. Cela dit, l’Orient et l’orthodoxie elle-même ne sont pas indemnes. À bien des égards. Je me contenterai d’avancer, avec prudence et modestie, qu’il y a aussi une réduction de la puissance de l’icône dans l’orthodoxie moderne, parce que s’est développée une « culture » de l’icône qui travestit partiellement ou fait déchoir son sens profond : il y a parfois, dans la peinture et dans l’usage liturgique privé, une dérive « saint-sulpicienne », un peu miséricordieuse, un peu folkloriste aussi. Je n’entends pas ici la foi naïve, toujours pure et très émouvante. Je parle de la dérive vers le kitsch et le fétichisme, qui éloigne de la vérité spirituelle de l’expérience iconique. Pour autant, et malgré tout, c’est bien de ce côté-ci du christianisme que demeure la source et la ressource magnifique d’une telle expérience, et l’orthodoxie en ce sens est pour moi la voie indispensable.
           
L’eikôn est donc ce mot grec dont Platon a fait un concept, notamment dans le dialogue Phèdre, concept qui a été transmis, via la pensée de Plotin, au christianisme des Pères grecs, puis au christianisme orthodoxe. La métamorphose qui s’est opérée au fil des siècles a été décisive pour le christianisme oriental, lequel a fait de l’icône le cœur de son approche de Dieu. La dimension iconique, qui baigne l’orthodoxie et lui donne sa grandeur, est originairement, et en son principe, une dimension qui précède toute théologie. Au point, j’y insiste aussi, que le grand art laïc a pu et peut être iconique, parfois même plus radicalement iconique que ce qui relève de la seule « religiosité».
Le terme grec « eikôn » paraît de la même famille que le verbe « eikein », qu’on trouve déjà chez Homère, et qui signifie : « Se retirer devant quelqu’un ou quelque chose pour lui céder le pas et lui laisser la place, en marque d’honneur. » Se retirer devant ce qui apparaît, c’est peut-être ce que nous dit secrètement le grec eikon. Ce serait là le sens inaugural de l’iconique, dans notre rapport avec l’être. Peut-être ce rapport présuppose-t-il en effet un retrait devant ce qui est, afin que ce qui est puisse se manifester en tant que tel. Ainsi, loin de signifier « image », loin d’être une représentation, l’icône serait le principe nécessaire à toute manifestation : elle serait l’espacement laissant la place à toute manière de présentation.
Il s’agit donc de maintenir l’icône comme un principe originaire, non comme une fausse monnaie. Loin de toute visualité, sa radicalité est d’être cette ouverture qui fait place vacante, qui vide ou évide un lieu pour mieux laisser être. L’icône n’est donc rien, ou plutôt elle est — positivement — rien. Elle est le rien qui ouvre à l’être de ce qui est. La grandeur théologique de l’icône repose, elle aussi, sur cette distance à l’égard du voir (privilégié par l’eidétique platonisante) et de son immédiateté prétendue. On peut rappeler trois de ses présupposés : l’icône réclame à la fois un prototype, une vision et un rapport avec la mort. Le négatif est bien ici à l’œuvre, puisque le prototype est sans figure (Platon le dit déjà dans Phèdre), puisque la vision relève d’un champ qui précède le plan du visible et de l’invisible, enfin parce que le mort est présence et absence, selon le principe de la relique, qui fait apparaître le mort à la fois ici et là-bas. L’iconique, c’est l’ouverture temporelle au négatif, dont le mortel est le seuil et le sens. Et c’est donc sans doute parce qu’elle est originairement un tel principe que l’icône est devenue, avec l’Incarnation christique, la figure insigne du rapport entre Dieu et l’homme dans le christianisme orthodoxe – étant entendu cependant, j’y insiste encore, que l’icône peut être envisagée comme un principe qui transcende toute théologie ; et qu’elle doit être saisie au-delà de la seule peinture : l’icône, en effet, peut être tout autant l’apanage de la sculpture, de l’architecture, de la poésie même. Ainsi, le modèle du monastère de Moldavie, conçu par Petru Rareş, m’est immédiatement apparu comme l’icône de la manifestation divine.
C’est encore dans cette dimension de l’icône que peut rayonner l’énergie, comme source de toute divinisation. Et c’est bien là la deuxième différence radicale entre les deux christianismes. L’Occident a choisi la voie de l’essence, sur la base d’une lecture réductrice et de Platon et d’Aristote, lecture néoplatonicienne et latinisante. L’Orient a préféré la voie de l’energeia (le mot est encore grec, mais surtout d’Aristote, un Aristote ignoré de la scolastique et même de la philosophie classique : l’être saisi comme energeia est pourtant au centre de cette pensée, mais je ne peux développer ici).
Icône et énergie, voilà ce qui dessine pour moi le chemin de la vérité de l’orthodoxie. Elle permet de penser, à partir de l’idée grecque de « manifestation », la relation de spiritualisation, de divinisation, de déification de l’homme, sans qu’on ait besoin des ressorts conceptuels tortueux de l’analogie, de la ressemblance et du simulacre. Elle permet tout autant de donner enfin corps en l’homme à la vérité oubliée d’une aisthesis, d’une dimension « sensible », ou « intuitive », qui soit directement en prise sur la manifestation elle-même. Tel est le « cœur », dont le grand Jean Gerson, au Moyen Âge, avait dit : « Et parlerez des six sens, cinq dehors et un dedans, qui est le cœur. » La simplification philosophique moderne a réduit l’affaire à la question sempiternelle, néoplatonicienne encore, de l’âme et du corps. Le cœur a disparu, sinon dans son usage romantique ou charitable. Lorsque Baudelaire lui-même parle poétiquement du cœur (« mis à nu »), c’est précisément dans un sens que l’Occident n’est plus capable d’entendre. Ce cœur me paraît décisif dans l’orthodoxie, notamment pour « la voie de « l’hésychasme » – titre d’un petit livre précieux du Père Marc-Antoine, qui précise combien l’intuition, accompagnée du cœur, précède toute pensée et constitue une connaissance véritable. Décisif encore le cœur quand on découvre la manière dont agit la présence de ceux qu’on appelle « les grands spirituels ».
    Voilà donc, juste esquissée, la dimension qui me paraît primordiale dans l’orthodoxie. Cette importance de la place de la « manifestation » change décisivement la donne, non seulement dans la théologie, mais tout autant dans la philosophie, et dans l’art lui-même. Car même si « on » l’ignore en Occident, la pensée, la poésie, l’art véritable lui-même, autant que la foi, œuvrent dans cette dimension. L’icône est la voie royale de toute création. Et de toute libre création. Voilà en tout cas un chemin qui m’a permis de mieux mesurer les limites de l’augustinisme, de donner plus de profondeur à mon propre travail de relecture incessante et de retraduction de la pensée grecque, mais qui m’a permis aussi, soit dit en passant, de mieux marquer les insuffisances du discours assez répandu sur la théologie négative et sur l’apophase, dont se repaît aujourd’hui une certaine philosophie occidentale, laquelle tend à se donner des airs…        


sabato 1 luglio 2017

Dal mio Archivio luglio 2011 IV Domenica dopo Pentecoste riflessione di Padre Seraphim (Valeriani Ropa) di Bologna/ Ravenna




Oggetto: IV Domenica dopo Pentecoste

Letture: Rm. 6,18-23 / Mt. 8,5-13


Nel nome del Padre e del Figlio e del Santo Spirito. Amen.
Fratelli e sorelle carissimi vivendo in Italia dove la maggioranza della popolazione è di religione romano-cattolica spesso alcuni fedeli mi fanno questa domanda: €œPadre, posso scrivere il nome della nonna a cui bado/del vicino di casa/ delle persone che mi hanno aiutato per farli ricordare alla Liturgia?€. La mia risposta si basa sempre su questo passo del Vangelo, vi leggiamo che un centurione (probabilmente un proselito della porta ma pur sempre proveniente dal paganesimo) riceve un complimento dal Signore Gesù che agli occhi dei pii ebrei probabilmente suonava come una bestemmia:      "€œ   In verità vi dico, presso nessuno in Israele ho trovato una fede così grande"
Così mi sono accorto che fra i non ortodossi ci sono persone di grande Fede, soprattutto persone che sono alla ricerca della Verità piena, persone con un cuore grande, veramente mi accorgo che €œlo Spirito soffia dove vuole€ e può far nascere figli di Abramo anche dalle pietre . Come non ricambiare queste persone con ciò che abbiamo di più prezioso cioè la nostra preghiera per loro verso il nostro Dio misericordioso e amico degli uomini? Quindi la mia risposta alla fatidica domanda dei fedeli è: €œ    Non è che potete scrivere, dovete scrivere i loro nomi e io pregherò per loro.I nomi dei non ortodossi possono essere letti alla proskomidia, possono essere letti durante un molieben (supplica) se sono vivi, durante la panichida (ufficio funebre) se sono defunti, possono essere letti durante la recita del salterio. Mi raccomando non trascuriamo mai ogni buona occasione di pregare per coloro che ci hanno fatto del bene indipendentemente dalla loro religione e ancora di più non dimentichiamoci mai di pregare per coloro che ci hanno fatto del male.
Vedete spesso le persone sono di una o di un ' altra religione a seconda del paese in cui sono nate, ma tutte indistintamente sono alla ricerca del senso della vita, ognuno è in cammino consapevolmente o inconsapevolmente verso Dio la Verità Assoluta, e con le nostre preghiere possiamo fare tanto perché accolgano il dono di Dio e siano illuminati dalla grazia, quella grazia che trasfigura le nostre anime a immagine di Cristo nostro Salvatore, a Lui gloria nei secoli. Amen.



p. Seraphim Valeriani Ropa