lunedì 25 dicembre 2017

Messaggio di S.S. il Patriarca Ecumenico Messaggio di Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo in occasione della Festa di Natale 2017



+ B A R T O LO M EO
PER GRAZIA DI DIO ARCIVESCOVO DI COSTANTINOPOLI,
NUOVA ROMA E PATRIARCA ECUMENICO
A TUTTO IL PLEROMA DELLA CHIESA
GRAZIA, MISERICORDIA E PACE
DA CRISTO SALVATORE NATO A BETLEMME
***


Amati Fratelli in Cristo e Figli prediletti,

Per grazia di Dio siamo stati resi degni di giungere ancora una volta alla grande festa della Nascita secondo la carne del Logos Divino, che è venuto nel mondo per offrirci lo “stare bene”[1], la liberazione dal peccato, dalla schiavitù delle opere della legge e dalla morte, per donarci la vita in verità e la grande gioia, che “nessuno ce la toglie”[2].

Accogliamo il “Dio perfettissimo”[3], che “l’amore ha portato sulla terra”[4], che è divenuto per noi “anche più consanguineo di noi stessi”[5]. Il Dio Logos che si è svuotato, discende nella sua creatura decaduta “condiscendenza ineffabile e inconcepibile”[6]. L’incontenibile a tutto”, è contenuto nel seno della Vergine, il grande è presente nelle piccole cose. Questo grande comandamento della nostra fede, il come il Dio sovraessenziale “sia divenuto uomo a favore dell’uomo”[7], rimane un mistero oscuro. “Il grande mistero della divina Incarnazione, rimane sempre un mistero”[8].

Questo fatto strano e paradossale, “che è stato nascosto da secoli e da generazioni”[9], è il fondamento della divinizzazione per grazia dell’uomo. “In nessun altro c'è salvezza; poiché non vi è altro nome dato agli uomini sotto il cielo nel quale è stabilito che possiamo essere salvati”[10].

Questa è la più eccelsa verità salvifica per l’uomo. Apparteniamo a Cristo. Tutto è unito a Cristo. In Cristo la nostra natura corrotta viene riplasmata, a Sua immagine viene ristabilita e si apre per tutti gli uomini la via a Sua somiglianza. Mediante l’assunzione da parte del Logos Divino della natura umana, si fonda l’unità del genere umano per il comune destino divino e per la comune salvezza. Non si salva quindi solo l’umanità, ma tutto intero il creato. Come la caduta dei Progenitori trascina con sé tutta la creazione, così anche l’Incarnazione del Figlio e Logos di Dio riguarda l’intero universo. “Libera è la creazione, e figli della luce quanti erano primi ottenebrati”[11]. San Basilio ci chiama a festeggiare la Santa Nascita di Cristo, come la “comune festa di tutto il creato”, come “liberazione del mondo, il genetliaco dell’umanità”[12].

Si ode “Cristo è nato”, purtroppo ancora una volta in un mondo pieno di violenze, di pericolosi antagonismi, di diseguaglianze sociali e di violazione dei fondamentali diritti umani. Nel 2018 si compiono settant’anni dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, la quale, dopo le tremende esperienze e catastrofi della Seconda Guerra Mondiale, diede risalto ai più alti ideali comuni, che devono essere rispettati fermamente da tutti i popoli e stati. Tuttavia, l’inosservanza di questa Dichiarazione continua, mentre vari abusi e calcolate interpretazioni dei diritti dell’uomo minano il loro rispetto e la loro realizzazione. Continuiamo a non venire istruiti dalla storia o a non voler esserne istruiti. Neppure le tragiche esperienze di violenza e l’umiliazione dell’essere umano, né la dichiarazione di alti ideali, ha impedito il proseguimento della violenza e delle guerre, l’apoteosi della forza, lo sfruttamento dell’uomo sull’uomo. Né, naturalmente, il potere dei mezzi tecnici e le conquiste straordinarie della scienza, né il progresso economico, hanno portato giustizia sociale e la pace bramata. Al contrario, nella nostra epoca l’eudemonismo dei detentori è aumentato e la globalizzazione distrugge i patti della coesione sociale e della pace.

La Chiesa non può ignorare queste minacce contro l’essere umano. “Nulla, infatti, vi è di così sacro quanto l’uomo, al quale Dio si è unito con la natura”[13]. Lottiamo per l’uomo, per la salvaguardia della libertà e della giustizia, nella consapevolezza che “veramente la pace viene da Dio”[14], che il mistero sovrarazionale dell’Incarnazione del Logos di Dio e della divinizzazione per grazia dell’uomo rivela la verità riguardo alla libertà e al destino divino dell’uomo.

Viviamo nella Chiesa la libertà, da Cristo, in Cristo e verso Cristo. Al nocciolo di questa libertà appartiene l’amore, che “non cerca il proprio interesse”[15], l’amore “da un cuore puro”[16]. Mentre l’uomo indipendente, autocosciente e autosufficiente, autodivinizzato ed autoesaltato gira attorno a se stesso, alla propria beatitudine autocompiacente e vede l’altro, come una limitazione della propria libertà, la libertà in Cristo si indirizza verso il fratello, si muove verso il prossimo, si avvera nell’amore. Il compito del fedele non è la rivendicazione di diritti, ma di “compiere e fare i precetti di Cristo”[17]in umiltà e gratitudine.

Questa verità della vita in Cristo, della libertà in quanto amore e dell’amore in quanto libertà, è la prima pietra e la garanzia per il futuro dell’umanità. Confidando su questo principio ispirato da Dio, possiamo affrontare le grandi sfide del presente, le quali minacciano non solo il vivere bene, ma anche lo stesso vivere dell’umanità.

Anche il Santo e Grande Sinodo della Chiesa Ortodossa (Creta 2016) ha messo in rilievo la verità del “Dio-Uomo”, come risposta all’odierno “uomo-dio” e per proclamare il destino eterno dell’uomo: “La Chiesa Ortodossa davanti al contemporaneo "uomo-dio” afferma il “Dio-Uomo” come misura ultima di tutte le cose. ‘Non parliamo di un uomo che è stato divinizzato, ma di Dio che si è fatto uomo’ (Giovanni Damasceno - Esposizione esatta della Dottrina ortodossa III, 2 PG 94,988). La Chiesa rivela la verità salvifica del Dio-Uomo e il Suo Corpo, la Chiesa, come luogo e modo di vita in libertà, ‘come un confessare la verità nell’amore’ (Ef 4,15), e come una partecipazione, anche ora sulla terra, nella vita del Cristo risorto.”[18]

L’Incarnazione del Logos di Dio è la attestazione e la certezza che lo stesso Cristo dirige la storia, come un cammino verso il Regno delle Cose Ultime. Naturalmente il cammino della Chiesa verso il Regno, che non viene realizzato lontano o indipendentemente dalla realtà storica, delle sue contraddizioni e delle sue vicissitudini, non è mai stato senza difficoltà. In mezzo a esse, la Chiesa testimonia riguardo alla verità e compie la sua opera santificante, pastorale e trasfigurante. “La verità infatti è colonna e fondamento della Chiesa… Colonna dell’Universo è la Chiesa, … ed è un mistero, sia grande, e sia un mistero di fedeltà”[19].

Fratelli e Figli nel Signore,

Festeggiamo insieme, col desiderio che il Logos di Dio abiti in noi, con esultanza e colmi di gioia, le feste dei Santi Dodici Giorni. Auguriamo dal Fanar, che il nostro Signore e Salvatore, incarnato e disceso tra la stirpe degli uomini, doni a tutti durante il nuovo anno della Sua bontà, salute fisica e spirituale, pace e amore vicendevole, che custodisca come si deve la Sua Santa Chiesa e benedica le opere della sua diaconia, per glorificare il santissimo e lodatissimo Suo nome.


Natale 2017
Il Patriarca di Costantinopoli
Fervente intercessore presso Dio per tutti voi.


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Da leggersi nelle Chiese, durante la Divina Liturgia della festa del Natale, dopo il Santo Vangelo.



[1] Gregorio il Teologo, Logos XXXVIII, sulla Teofania, e quindi sulla Nascita del Salvatore, III PG. 36,313.
[2] Gv. 10,18.
[3] Doxastikon degli Aposticha del Grande Vespero di Natale.
[4][4] Nicola Kavasilas, La Vita in Cristo, VI, PG 150,657.
[5][5] Op.cit. VI, PG 150,660.
[6] Giovanni Damasceno, Edizione perfetta sulla fede Ortodossa, III,1 PG 94,984.
[7] Massimo Confessore, Diversi Capitoli Teologici ed Economici sulla virtù e sul male, 101°, 12, PG 90,1184.
[8] Op.cit.
[9] Col. 1,26.
[10] Atti, 4,12.
[11] Katavasia Giambica della Teofania, Ode VIII.
[12] Basilio il Grande, Omelia sulla Santa Nascita di Cristo, PG 31, 1472-73.
[13] Nicola Kavasilas, La Vita in Cristo, VI, PG 150,649.
[14] Giovanni Crisostomo, Omelia ai Corinti, Omelia I, 1, PG 61,14.
[15] 1 Cor.13,5.
[16] 1 Tim. 1,5.
[17] Theotokion degli Aposticha delle Lodi del 12 Ottobre.
[18] Enciclica del Santo e Grande Concilio della Chiesa Ortodossa. Cap. 5, § 10.
[19] Giovanni Crisostomo, Omelia sulla Lettera a Timoteo I, Omelia XI, PG  62,554.

 + Il Patriarca di Costantinopoli Bartolomeo,
diletto fratello in Cristo e fervente intercessore presso Dio



sabato 23 dicembre 2017

MESSAGGIO DI SUA EMINENZA REV.MA IL METROPOLITA GENNADIOS, ARCIVESCOVO ORTODOSSO D'ITALIA E MALTA IN OCCASIONE DELLA FESTA DI NATALE 2017

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GENNADIOS
PER MISERICORDIA DI DIO METROPOLITA D’ITALIA E MALTA
ED ESARCA PER L’EUROPA MERIDIONALE
A TUTTO IL SACRO CLERO E AL PIO POPOLO
DELLA NOSTRA SACRA ARCIDIOCESI ORTODOSSA


Diletti e cari nostri fedeli della Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta,
Tra pochi giorni tutto quanto il Mondo Cristiano e, particolarmente, la nostra Santa Chiesa Ortodossa, festeggerà la santissima, gioiosa e stupenda Festa del Natale, “la Madre delle Feste”, secondo San Giovanni Crisostomo, Arcivescovo di Costantinopoli, e il “Bambino nuovo, nostro Dio prima dei secoli”, che nascerà, cercherà casa, in modo del tutto particolare, per stabilirsi e vivere con noi. Partecipiamo a questa ineffabile gioia, e alla benedizione celeste, che ci offre la Verità, la Via e la Vita, il Salvatore nostro Gesù Cristo. Offriamogli il nostro cuore come dimora, per vivere con Lui felicemente per l’eternità, con timore di Dio e protetti da Dio, abbracciando la gloria di Dio e ascoltando la voce angelica per annunciare e glorificare il “Sole di Giustizia”: “Gloria a Dio nel più alto dei cieli e in terra pace agli uomini che egli ama”.
Dio della pace e della misericordia, Dio dell’amore, Che insegna l’umiltà e il sacrificio! Egli è l’unica forza e speranza, che può arrestare i piccoli e grandi tormenti della travagliata società, e, in genere, dell’umanità; qualora, realmente, il nostro cuore diventi una “mangiatoria”, qualora la nostra fede riesca a toccare l’orlo della sua veste e gli diamo la mano dell’amicizia, il rispettoso abbraccio della conversione, qualora noi diventiamo suoi amici, suoi fratelli e seguaci nel cammino della Chiesa Militante. Tutto dipende da noi, poiché il “Bambino nuovo” desidera ardentemente che l’uomo sia salvo e che non lo abbandoni mai.
Per l’uomo il “Bambino nuovo” è la Verità, la Via e la Vita. E’, di conseguenza, la sua liberazione e salvezza. Ti adoriamo, Cristo, Dio vero, sei venuto sulla terra e, dopo avere assunto la carne e chiedendo il battesimo, ti rivolgi agli uomini, offrendo a loro benevolenza, pace e salvezza.
Rivolgo il fraterno saluto e i fervidi auguri del Patriarcato Ecumenico, Vertice del Mondo Ortodosso Orientale, all’onorabile e devoto popolo appartenente alla Sacra Arcidiocesi Ortodossa d’Italia e Malta, così come anche a tutti i nostri fratelli Ortodossi che vivono in Italia e Malta. Abbraccio il nostro eroico e operoso Clero, come anche gli Eminentissimi ed Eccellentissimi Pastori, Metropoliti e Vescovi, membri del Consiglio Episcopale Ortodosso d’Italia e Malta.
Infine, trasmetto a tutto il nostro Clero e al Popolo di Dio la benedizione Patriarcale e i paterni auguri di Sua Santità il Patriarca Ecumenico Bartolomeo, e auguro a ciascuno di Voi: “Buon Natale e Buon Nuovo Anno 2018, benedetto da Dio, pacifico e felice in tutto”!

Venezia, 24 Dicembre 2017
 http://www.ortodossia.it/w/index.php?option=com_content&view=article&id=4191:natale-2017&catid=21:messaggi&lang=it

† Il Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta
ed Esarca per l’Europa Meridionale




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Da leggere nelle chiese prima del Congedo, durante la Divina Liturgia di domenica prima di natale.


Il Metropolita Gennadios
Arcivescovo Ortodosso d’Italia e Malta

domenica 17 dicembre 2017

“Mai con lo sguardo, – disse l’anziano –


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http://traditioliturgica.blogspot.it/2014/03/mai-con-lo-sguardo.html

Nel 1982, passai la mia prima Pasqua come diacono nel monastero di san Dionisio, sul Monte Athos.
Ebbi la fortuna di partecipare alla Divina Liturgia pasquale, celebrata dal vecchio e devotissimo igumeno, Charalambos Dionysiatis.
Non ti racconterò – continuò il monaco –, i sentimenti spirituali e le divine trasformazioni avvenute in me durante la partecipazione al culto divino, tenendo pure conto della preparazione precedente nel corso dell’intera Quaresima. Mi concentrerò su un solo episodio di grande importanza per qualsiasi celebrante del Dio Trino.
Mentre la Divina Liturgia procedeva, l’anziano Charalampos, di sua iniziativa, ricordava un gran numero di persone delle quali faceva commemorazione.
Si stava avvicinando il momento d’iniziare la Divina Liturgia ma egli proseguiva le commemorazioni assieme ad altri sacerdoti. Allora io, anche se diacono ma con il coraggio proveniente dal mio grande amore per l’anziano Charalambos, gli dissi: “Gheron, i nomi sono molti. Si è fatto giorno. Non ce la faremo a terminare in tempo. Dobbiamo coprire la pròtesis per iniziare la Divina Liturgia. Durante tutta la settimana del Rinnovamento avremo tempo per leggerli così da finirli tutti…”. Egli mi guardò un po’ severamente e mi disse: “Oggi è Pasqua, diacono, e queste anime aspettano un aiuto da noi, benedetto uomo”!
Così mi rivolsi ai concelebranti, p. Panteleimon e p. Saba, e dissi loro: “Pare che l’anziano non abbia voglia di finire oggi! Prendete i fogli con i nomi, dobbiamo finire [di leggere] questo lungo elenco…”. Inoltre, nel discorso aggiunsi un termine particolare, una parola chiave: “Padri, leggete i nomi con lo sguardo”.
Purtroppo feci così… Presi il foglio con i nomi da commemorare e lo guardai come se lo stessi fotografando, senza leggere realmente i nomi uno ad uno.

Il terzo giorno di Pasqua, in vista della mia ordinazione sacerdotale, andai a fare visita al vecchio Paisios.
Il gheron appena mi vide disse: “Oh, ragazzo mio! Da quanto tempo non ci vediamo?” Risposi: “Come facevo a venire prima, gheron? Con tanti uffici liturgici da compiere in monastero non c’è stato tempo!”. Dopo aver discusso un bel po’, dissi al gheron Paisios: “Può darmi pure un consiglio quale regalo per la mia ordinazione?”. Egli rispose: “Diacono, ora va’. Abbiamo parlato tante volte. Considera un regalo quanto ti dico sempre con le cose di oggi”.
Io, invece, insistetti dicendo che volevo un regalo particolare per la mia ordinazione, qualcosa di speciale. Il gheron mi diede delle pacche sulle spalle mentre mi accompagnava fino al recinto della sua kalìvi. Dinanzi alla mia insistenza aggiunse: “Non so cosa fare per liberarmi di te! Dai, va bene, ti dirò qualcosa. Ti farò questo regalo. Ascolta, diacono: Quando leggi i nomi per farne commemorazione non devi annoiarti. Inoltre, non devi mai ‘leggere con lo sguardo’! Ma sempre con la tua anima”.

La cosa meravigliosa è che l’anziano Paisios mi rispose usando le parole che dissi agli altri: “Leggete i nomi con lo sguardo”.

“Mai con lo sguardo, – disse l’anziano –, invece cerca di guardare l’anima di cui fai memoria: i tormenti, le tentazioni e le prove vissute e allora, figlio mio, vedrai dei miracoli sull’Altare.
In caso contrario, – continuò l’anziano Paisios –, Dio trova più valore in me, quando, lustrando le scarpe (e l’anziano fece gesto di farlo) dico la preghiera ‘Signore Gesù Cristo, abbi pietà di me’, che in voi quando fingete di ricordare i nomi delle persone giocando sull’altare…”.

giovedì 14 dicembre 2017

Intervista di Tudor Petcu a padre Eugenio Miosi del Patriarcato di Mosca in Calabria e siciliano di territorio palermitano

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Le chiederei innanzitutto di dirmi come era lei da un punto di vista spirituale prima della sua conversione all'Ortodossia. Cosa l'ha deluso nel mondo cristiano in cui lei è stato cresciuto?
Sono nato e cresciuto in una famiglia radicata nella fede cristiana cattolica, educato alla preghiera e avviato nella conoscenza dei contenuti della fede non solo da parte dei miei genitori ma anche delle zie e soprattutto dai miei nonni. Una fede equilibrata quella della mia famiglia, dove si viveva facendo tesoro del latino e di tante consuetudini care alla tradizione cattolica, e anche con una mens aperta a quanto espresso nel Concilio Vaticano II. Ma il dono maggiore che mi è stato trasmesso dalla mia famiglia è stata la scelta radicale della coerenza tra vita di fede e vissuto quotidiano, insieme alla volontà di testimoniare questa fede senza rumore, col cuore rivolto a quel Padre che vede nel segreto, che chiede di non far sapere alla sinistra ciò che fa la propria destra. In tutta onestà devo dire che ero davvero un cattolico convinto e felice di essere tale: la santa messa e l’adorazione eucaristica, il santo rosario e l'amore per il papa e per il magistero erano capisaldi della mia vita.
Negli anni del liceo ebbi un primo approccio con la liturgia dell'Oriente Cristiano, a cui i miei genitori partecipavano volentieri. Insieme a loro ebbi modo di visitare Piana degli Albanesi, Mezzojuso e la parrocchia di San Nicolò dei Greci a Palermo. La liturgia orientale mi affascinava molto, dandomi una carica spirituale davvero notevole. Ma ancora non riuscivo a collegare tutto questo ai tanti altri elementi sparsi che costituiscono il patrimonio spirituale ortodosso dei siciliani, elementi presenti nell’iconografia e nella pietà popolare, una eredità di cui ero inconsapevole possessore, come tesoro nascosto che giaceva nel mio campo, un campo che però dovevo ancora riscattare. E il tesoro lo acquistai ma solo dopo aver venduto tutto il resto. Il Cattolicesimo mi ha dato il primo annuncio di Cristo, non posso parlare di delusioni, devo anzi esserne grato. Ma nella Chiesa Ortodossa ho incontrato Cristo Risorto, l'ho visto, l'ho toccato. Ho trovato il tesoro nascosto per cui era necessario dare via tutto il resto.
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Come descriverebbe il suo incontro con l'Ortodossia? Apprezzerei moltissimo se potesse dirmi quale fu la grande novità che ha scoperto nella Chiesa Ortodossa. Si potrebbe parlare anche di una sua rinascita spirituale nel mondo ortodosso?
Fu sempre in quegli anni che mia madre mi regalò un’icona che riproduceva la celebre Trinità angelica di Sant’Andrej Rublev. La luce e la vera teologia che si irradiano da questa icona sono state una pietra miliare nel mio cammino. Scoprivo a poco a poco la stessa teologia e la stessa luce nei mosaici di alcune chiese siciliane a Palermo, a Monreale e Cefalù, così come negli affreschi o nelle icone perdute nei musei della mia terra, superstiti di un passato fatto di Gloria (quella “Slava” che è glorificazione) e di Testimonianza, che fu autentica martyria nella Magna Grecia dove i cristiani ortodossi diedero la vita per la Fede.
Come le tessere d'un mosaico accostate l'una all'altra ci mostrano il volto del Cristo Pantocratore, così le varie reliquie fatte di memorie e testimonianze ortodosse mi svelavano a poco a poco il volto della Chiesa Ortodossa, la Chiesa dei miei padri.
Dopo il liceo iniziai a studiare teologia cattolica. L'approccio non fu affatto semplice. Avvertivo un'aridità fuori del normale, stridente con quella che era la mia vita di fede. La stessa definizione di teologia quale “scienza della fede”, al pari delle scienze umane e trattata di fatto come una di esse, mi appariva come una aberrazione, e tuttavia mi immersi appieno in tutto questo, desideroso di approfondire la mia fede. In quegli anni potei frequentare anche alcuni corsi di teologia orientale, e incontrai così i primi testi di teologia ortodossa. Conobbi così i teologi russi della scuola di Parigi, con le loro storie di esilio e riscoperta della fede ortodossa in terra occidentale. In particolare mi piacque molto Pavel Evdokimov, un teologo laico che si sudava il pane quotidiano lavorando come un cittadino qualunque. Ma fu certamente la lettura dei libri di Panayotis Nellas, teologo greco, e l'incontro con i Santi Padri a scavare dentro di me in profondità.
Intorno al secondo anno venni a sapere di un gruppo di monaci che dal Monte Athos si erano recati in Calabria per ricostruire un antico monastero ortodosso. Questa notizia mi entusiasmò, e dentro di me nacque il desiderio di conoscere questi uomini che arrivavano da luoghi lontani e così santi, per restituire alla nostra terra quella Verità gridata dalle pietre di venerabili ruderi: questa era e torna ad essere terra Ortodossa!
Poco tempo dopo seppi di due monaci di rito orientale che si erano ritirati in un povero eremo di Palazzo Adriano, e che successivamente si erano convertiti alla Fede Ortodossa. Poi di altri due eremiti che venivano dal mondo francescano e vivevano in povertà e preghiera sui monti delle Madonie. Incontrai per caso uno di questi eremiti francescani per ben due volte, una figura davvero carismatica, le sue parole iniziarono a squarciare il velo che copriva la mia vista spirituale. Fu il primo a dirmi che “la teologia è la vita con Dio e non i trattati su Dio”.
Decisi di approfondire. Lessi la Vita di Sant'Antonio il grande scritta da sant'Atanasio e i Detti dei Padri del deserto, e poi le vite di altri santi monaci e monache, sia cattolici che ortodossi. In seguito visitai anche qualche illustre abbazia benedettina. Fu una delusione. Mi colpì molto come con il passare dei secoli il monachesimo in occidente fosse stato svuotato della sua essenza, tanto da essere oggi profondamente svalutato nel mondo cattolico. Mi colpì molto anche l'apprendere come molti santi ancora oggi venerati in Sicilia fossero stati monaci, e monaci ortodossi!
Pian piano dopo queste letture e testimonianze maturava in me un desiderio più intimo di silenzio, un bisogno di mistica solitudine. Il sacerdote con cui mi confessavo visto il mio interesse, mi fece leggere un libro che raccoglieva interviste a uomini e donne contemporanei che nel cattolicesimo avevano scelto la vita eremitica. Mi entusiasmò sapere che questa scelta di vita non fosse solo un ricordo del passato, e che i pochi eremiti di cui sapevo non erano i soli. Una di queste interviste era di un monaco che si era ritirato in solitudine nella grande valle eremitica di Pantalica. Un altro, un benedettino, viveva in Svizzera, lo avrei incontrato di persona anni dopo a Milano, sia io che lui entrambi già nella comunione della Fede dei Padri.
Ringraziai il confessore per questa lettura, e gli manifestai il desiderio di vivere così anch'io. Per tutta risposta si mise a ridere dicendomi che con tutte le necessità di questo mondo non dovevo buttare la mia vita per ritirarmi in una grotta con una capretta (l'iconografia del santo Calogero raffigurato insieme alla cerva è molto cara ai siciliani, anche ai più progressisti!). Mi spiacque molto questa risposta, che tuttavia non poté fermare la mia ricerca spirituale.

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Un anno dopo riuscii a contattare i monaci aghioriti che vivevano in Calabria e grazie a loro il Signore mi diede la vera illuminazione. A Bivongi per la prima volta incontravo la Chiesa Ortodossa viva, in una comunità di monaci che testimoniava una continuità di fede e di vissuto senza fratture tra i secoli o i millenni, tra presente e passato, una Chiesa fedele nel trasmettere ciò che dal Maestro ha ricevuto senza rinnegare o idolatrare il passato, né stigmatizzare il futuro, e dove “Oggi comincia la nostra salvezza”. Questa è stata certamente la novità rispetto ad un Cattolicesimo che si autodefinisce oggi Conciliare, ieri era Tridentino, e domani... vorrei tornasse e restasse patristico! Così è iniziata la mia rinascita, dico iniziata, perché l'uomo vecchio muore un po' alla volta, e anche l'uomo nuovo nella sua nascita necessita dei necessari tempi di gestazione.


Qual è per lei il più importante significato della liturgia ortodossa? Può anche spiegarmi come intende lei la solennità della liturgia ortodossa dalla quale sono colpiti tanti occidentali che si sono convertiti all'Ortodossia?
Come già accennato la liturgia è stato uno dei primi gradini di questa scala spirituale che mi ha gradualmente portato alla Retta Fede e dunque alla Retta Glorificazione: Pravoslavie!
La differenza tra le liturgie celebrate dai greco-cattolici a cui avevo assistito e le celebrazioni dei cristiani ortodossi al monastero di Bivongi e poi in Grecia, erano molto forti sul piano spirituale, cioè della grazia. I primi spesso insistono sul ritualismo, perché il rito è tutto ciò che giustifica il loro stesso essere, accentuando una artificiosa teatralità. Inoltre non può esservi vera liturgia senza la retta glorificazione, i riti ortodossi senza l'Ortodossia sono un’aberrazione. Ma di questa aberrazione non si può incolpare i greco-cattolici che spesso sono solo vittime più o meno inconsapevoli. D'altra parte il pericolo di scadere nella teatralità e nello spettacolo non è poi così lontano nemmeno da certi ambienti ortodossi, laddove si sacrifica la pietà in favore di una estetica fine a se stessa.
La liturgia ortodossa è l'irrompere dell’eternità nel tempo, il cielo che scende sulla terra perché questa si trasfiguri in cielo, una pregustazione del paradiso. La solennità non è semplicemente ritualistica, non è data dai magnifici cori o dagli ori splendenti, la solennità della nostra liturgia è epicletica e sostanziale, perché Cristo è in mezzo a noi!
Se nel cattolicesimo la liturgia è stata purtroppo ridotta a un tentativo antropo-sociologico di rivolgersi a Dio da parte dell'uomo, attraverso riti antropocentrici; nella Liturgia della Chiesa Ortodossa è Dio il protagonista, e l'uomo è invitato da Dio a entrare nella vita divina. Per questo diffido di quei chierici, anche tra gli ortodossi, che nelle celebrazioni cercano di far emergere se stessi anzichè lasciare che Dio si manifesti.
Ho vissuto la liturgia per tanti anni come fedele laico, da poco tempo la vivo come sacerdote. Sia prima che dopo ho avvertito questa dimensione epicletica in tutte le nostre celebrazioni, e in modo particolare nella Divina Liturgia, dove l'epiclesi è su noi cristiani e, insieme a noi, sui santi Doni, per cambiarci tutti insieme nel Corpo e Sangue di Cristo.
 L'immagine può contenere: una o più persone e spazio al chiuso

Vista la sua conversione all'Ortodossia, potrebbe dire che lei ora è anche un testimone della fede ortodossa, della retta fede in Italia?
Oggi quando servo la Divina Liturgia avverto tutta la mia indegnità e inadeguatezza, e soprattutto so che non sono io a celebrare ma Cristo stesso celebra e si rende presente come Sacerdote ed Offerta. In questo senso sì, oserei dire che nella Liturgia Eucaristica che irradia la liturgia della vita io sono solo un testimone della Retta Glorificazione, e con essa e in essa glorifico Dio rendendo questa testimonianza. È il mistero della Risurrezione come vissuto dall'apostolo Tommaso che toccò il costato del Signore, così anche noi, entriamo nel Corpo di Cristo e diventiamo testimoni del Risorto. In questo senso sono anch'io testimone come lo è ogni cristiano che può così gridare/glorificare: Cristo è risorto! Perché il Risorto lo abbiamo incontrato, lo abbiamo visto, lo abbiamo toccato, gustiamo ogni giorno la sua bontà.

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Se qualcuno le chiedesse di spiegare perché le redenzione si trova nella Chiesa Ortodossa, quali sarebbero i suoi argomenti? Nella sua prospettiva perché la verità si trova nella Chiesa Ortodossa più di quanto si possa immaginare?
Possiamo avere redenzione solo in Cristo. La vita in Cristo è ciò che ha dato gioia e luce a tutta la mia esistenza, illuminando anche i momenti più bui e tristi del passato, infondendomi la speranza per il futuro. Tutto questo non è solo esclusivo dono per me, perché il Signore vuole che tutti siano salvati, e vuole che ci salviamo insieme. Nella Chiesa Ortodossa l’affidare noi stessi gli uni gli altri e tutta la nostra vita a Cristo Dio, insieme all'amarci gli uni gli altri per poter insieme confessare l'amore Trinitario, è l'essenza di tutta la fede e di tutta la vita di un ortodosso. Qui ho incontrato Cristo, mia salvezza. Per questo dico: qui è la Redenzione e qui è la Verità! Non è teoria, ma un semplice ed evangelico “venite e vedete”.

 http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSezDoc.php?cat_id=31&id=6183

mercoledì 13 dicembre 2017

L’imperium è uno dei veleni di Circe. Il dominio è il dono più ingannevole e fatale con il quale la grande madre terra alletta i più abili e riottosi, volgendoli a servirla usando la loro stessa ambizione.Per questo, i sapienti hanno insegnato che lo sviluppo dell’eroe è l’asceta, non il politicoNon si può essere asceti senza essere guerrieri, ma a nulla vale essere guerrieri senza divenire nel tempo stesso asceti.


Colloco questa riflessione di Giuseppe Lampis "I fatali inciampi dell’ambizione per il potere"(https://www.atopon.it/i-fatali-inciampi-dellambizione-per-il-potere/) ben al di là e ben al di fuori della stessa notazione del blog "paroleortodosse" ..

L'igumeno del monastero di San Crispino patrono dei calzolai sito in territorio di "non expedit" ignoto alle mappe e non rintracciabile neppure con il sistema satellitare e neppure con l'individuazione astrofisica  gradirà questa riflessione  intervallando con essa la celebrazione cristiana e cristica delle liturgie e degli Offici

"La più insidiosa contraddizione cova in agguato là dove non ce l’aspetteremmo.
Correntemente crediamo che eroe e imperium si connettano in un rapporto tanto stretto e necessario da non potersi dare l’uno senza la corona dell’altro e che, in breve, il dominio universale (l’imperium) competa al tipo dell’eroe per immancabile premio.
Ritratto di Carlo V a cavallo – Tiziano, 1548
Nulla di più tragicamente erroneo. L’imperium è una tentazione tanto seducente quanto esiziale per l’eroe.
L’eroe autentico sorge dal più assoluto disprezzo per il tempo, la durata, la terra, la materia. Egli è precisamente il risultato dell’emancipazione dal desiderio di potere terreno. L’imperium è uno dei veleni di Circe. Il dominio è il dono più ingannevole e fatale con il quale la grande madre terra alletta i più abili e riottosi, volgendoli a servirla usando la loro stessa ambizione.
Il vero eroe non è, pertanto, Alessandro bensì Cincinnato. Non è il Carlo V d’Absburgo padrone di possedimenti distribuiti attorno al globo sì estesamente da consentirgli di vantarsi che sul suo impero il sole non tramontava mai; è il Carlo che si ritira in convento in Estremadura per l’ultimo inevitabile combattimento, in cui si perde o si vince sé stessi.
Per questo, i sapienti hanno insegnato che lo sviluppo dell’eroe è l’asceta, non il politico.
Arjuna, sul campo della battaglia definitiva, apprende direttamente da dio che non deve nutrire il minimo interesse per gli effetti dei suoi atti. In tale modo, soltanto in tale modo, si spezza la ferrea catena invisibile che trattiene l’uomo alla terra e lo rende suo inconsapevole servo.
Non si può essere asceti senza essere guerrieri, ma a nulla vale essere guerrieri senza divenire nel tempo stesso asceti.
Il desiderio di gloria che accende il guerriero autentico è ben altro dal desiderio di possedere terre. La gloria è il lampo della trasvalutazione, la luce dell’istantaneità che si è sottratta al ciclo del tempo, la xvarenah degli iranici.
E infine non è certo la labile fama che sposta sugli altri il centro di sé. La fama: un’altra astuzia della terra, quasi che per seppellire l’eroe basti dimenticarlo.
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Pólemos e il nulla. Filosofia della II guerra mondiale
, 2004;
ebook 2014,   Libro XI, pp. 441-443.
La seconda edizione elettronica è in via di pubblicazione.

sabato 9 dicembre 2017

"La maggior parte dei cristiani non ha più nemmeno il sospetto che la speranza cristiana è la resurrezione dei morti (At 23, 6)."(Sergio Quinzio Dalla gola del leone © Adelphi, 1980)


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Atti 23:6

Paolo sapeva che nel sinedrio una parte era di sadducei e una parte di farisei; disse a gran voce: «Fratelli, io sono un fariseo, figlio di farisei; io sono chiamato in giudizio a motivo della speranza nella risurrezione dei morti».


dal Simbolo degli apostoli

...Credo....11. carnis resurrectionem,
12. vitam aeternam. Amen. » 

Primo Concilio di Costantinopoli (381)
Simbolo niceno-costantinopolitano

 Προσδοκοῦμεν ἀνάστασιν νεκρῶν. Καὶ ζωὴν τοῦ μέλλοντος αἰῶνος. Ἀμήν..Et exspecto resurrectionem mortuorum,et vitam venturi saeculi. Amen. Aspetto la risurrezione dei morti. E la vita del secolo futuro. Amen.Aştept învierea morţilor; Şi viaţa veacului ce va să fie. Amin.Исповедую едино крещение во оставление грехов. Чаю воскресения мертвых и жизни будущаго века. Аминь.

 

Simbolo atanasiano (Quicumque vult)

Ad cuius adventum omnes homines resurgere habent cum corporibus suis: et reddituri sunt de factis propriis rationem.Alla sua venuta tutti gli uomini dovranno risorgere con i loro corpi: e dovranno rendere conto delle proprie azioni.

Dal  SIMBOLO DI FEDE NELLA CHIESA DI AQUILEIA

Credo... (+) huius carnis resurrectionem. Amen.

 


 

 

venerdì 8 dicembre 2017

Il timore di Dio e il timore della morte Anziano Elia Cleopa (1912-1998), Sacro Monastero di Sihastria, Duhovnic


 http://days.pravoslavie.ru/Images/ib78.jpg




«Qual’è la più grande sapienza che protegge l’uomo da ogni peccato e guida al Paradiso? Che diceva Basilio il Grande? La maggior sapienza in grado di proteggere l’uomo da ogni peccato e di condurre alla felicità incessante consiste nel vedere sempre la morte davanti a te! Morte! Morte! Morte! Morte! Morte!... MORTE! E nell’avere la preghiera di Gesù nella mente e nel cuore. Ecco che dice San Basilio: “La Scrittura afferma che dobbiamo incamminarci davanti a Dio senza deviazioni, né a sinistra né a destra. Perché qualcuno possa camminare diritto ha bisogno di due mura”. Ma non di mattoni, né di pietra, cemento o legno. Due mura spirituali! “Alla tua destra il timore di Dio, e alla sinistra il timore della morte”. La Sacra Scrittura dice che con il timore di Dio ogni uomo può cacciare il male! Colui che ha il timore di Dio alla sua destra e il timore della morte alla sua sinistra, s’incammina diritto davanti a Dio! [Invece] Stiamo dormendo tutto il tempo immersi nel peccato! Se non fossimo immersi nel peccato, piangeremo per i nostri peccati tutto il giorno!Ricordate Sant’Arsenio il Grande? Piangeva nel deserto da 80 anni! Aveva perfino perso le sue ciglia per il gran pianto! Dopo aver vissuto in una reggia a Roma con gli imperatori, se ne andò nel deserto. Questi sì che erano santi, che piangevano per i loro peccati! [Noi non lo siamo] Perché erriamo davanti al Signore continuamente. 
Che il Paradiso vi prenda, voi che siete venuti da un vecchio, cadente uomo!»

http://www.oodegr.com/tradizione/tradizione_index/esortazioni/timoredidiocleopa.htm


per notizie biografiche ed oranti del Padre e sul Padre Elia Cleopa
 http://digilander.libero.it/esicasmo/ESICASM/Venezia%202002.htm

giovedì 7 dicembre 2017

Tudor Petcu per un breve elogio a Re Michele di Romania(testo in italiano e in romeno )

 
http://www.templaricavalieri.it/images/ruggero_II_incoronato_da_cristo_re_di_sicilia_mosaico_la_martorana_chiesa_palermo_italia_02.gif



Un vero cristiano è un essere lucido, non si lascia attrarre da vie contrarie alla sua natura. Egli appartiene alla verità, e la verità ci fa liberi.
Re Michele in dialogo con Mircea Ciobanu, "Conversazioni con Michele I di Romania".
 

La personalità del Re Michele di Romania sarà sempre un capitolo delicato e affascinante della storia della Romania, una lezione di vita che ogni coscienza responsabile deve imparare. In genere, per un discorso su un uomo eccezionale ci vuole una grande obiettività e chiarezza, senza esagerazione soggettiva, ma il tempo, in tutto il suo divenire, ci ha dato esempi di personalità su cui un discorso etico non può fare altro che evidenziare la loro brillantezza. Un esempio è sicuramente il Re Michele, che brillava anche nei momenti in cui sembrava essere stato rimosso dalla coscienza storica. La gloria del Re Michele è in effetti legata alla discrezione che ha mostrato a prescindere dal contesto in cui si trovava, specialmente dal suo esilio. Una discrezione manifestata in un esilio che lo portava costantemente sulla strada dell'amore per la Romania, un paese che l'ingiustizia storica gli ha proibito, ma che egli ha servito in tutti i modi possibili. Non ha mai chiesto nulla alle grandi potenze della politica internazionale riguardo la sua condizione storica come non ha mai negato il paese da cui è stato espulso perché egli ha sempre saputo amare il suo paese rubato dall'Armata Rossa. Il Re Michele si è perfezionato nella sua autenticità etica perché non ha negoziato la sua moralità, essendo in grado di vincere la scommessa della libertà. Era sempre consapevole di ciò che i romeni sono stati costretti a imparare nel periodo comunista sulla politica della sua personalità o sul suo atto di abdicazione del 30 dicembre 1947, e ha assorbito le critiche più virulente, lasciando al tempo di mostrare alla coscienza collettiva chi è alla fine nel giusto. Pertanto, dopo mezzo secolo di manipolazione storica, Michele, sia come persona, sia come re, è stato riscoperto nella sua semplicità ma anche nella sua tristezza, e questa tristezza stessa e divenuta col tempo una vera dignità che lo ha caratterizzato. Così la verità è stata rivelata da un'ampia gamma di libri scritti e di testimonianze quando si è installata l'era della libertà in Romania e così il Re Michele ha avuto l'opportunità di ritrovare in un certo momento la storia perduta del suo paese, ma non nel senso politico, bensì nella gioia spirituale, perché sua Maestà al di là della vocazione del monarca, ha intrapreso una vocazione spirituale, una sorta di esicasmo etico e morale. Pertanto, la frase che meglio si addice al Re Michele sarebbe: un paese perduto, un amore guadagnato.



Un creștin adevărat este o ființă lucidă, nu se lasă ademenită pe căi potrivnice naturii lui. El aparține adevărului, și adevărul ne eliberează.
Regele Mihai în dialog cu Mircea Ciobanu, ”Convorbiri cu Mihai I al României”.
Personalitatea Regelui Mihai al României va reprezenta întotdeauna un capitol sensibil și fascinant al istoriei țării noastre, o lecție de viață pe care orice conștiință responsabilă trebuie să o învețe.
Pentru o vorbi despre un om de excepție este nevoie, în general, de o foarte mare obiectivitate și claritate, fără exagerări subiective, dar timpul, în toată devenirea sa, ne-a dat și exemple de personalități în privința cărora etica discursivă nu poate fi concentrată decât pe evidențierea strălucirii acestora din urmă. Un astfel de exemplu îl constituie cu siguranță și Regele Mihai care a strălucit chiar și în momentele în care părea că a fost scos în afara conștiinței istorice.
Strălucirea Regelui Mihai are de fapt legătură cu discreția de care a dat dovadă indiferent de contextul întru care a ființat, mai cu seamă în cel al exilului său. O discreție manifestată într-un exil ce l-a purtat pe drumul necontenit al iubirii față de România, o țară pe care nedreptatea istorică i-a interzis-o dar pe care a slujit-o în toate modurile posibile. Nu a cerut niciodată mila marilor puteri sau a marilor actori de pe scena politicii internaționale pentru condiția sa istorică, după cum nu s-a dezis niciodată de țara din care a fost izgonit, întrucât a înțeles dintotdeauna că nu poporul român a fost cel care l-a alungat, ci duplicitatea puterilor occidentale care au permis infiltrarea Armatei Roșii și a comunismului sovietic în România.
Regele Mihai s-a desăvârșit în propria sa autenticitate din punct de vedere etic pentru că nu și-a negociat propria moralitate, fiind capabil să câștige pariul libertății.
A fost în permanență conștient de ceea ce românii erau obligați să învețe în perioada comunistă cu privire la personalitatea sa politică sau la actul abdicării sale de la 30 Decembrie 1947, dar și-a asumat și cele mai virulente critici, permițând timpului să arate conștiinței colective cine are până la urmă dreptate. De aceea, după jumătate de secol de manipulare istorică, Mihai, atât ca om, cât și ca Rege, a fost descoperit în simplitatea și tristețea sa revelatorie, în lumina chipului său de patriarh uitat, dar și a unui curaj asumat ca blândețe.
Astfel, adevărul care a ieșit la iveală prin gama bogată de cărți scrise și de mărturii emoționante o dată cu instalarea epocii libertății în România a permis Regelui ce într-un anumit moment al istoriei și-a pierdut țara, să o recâștige pentru totdeauna, dar nu în sens politic, ci în sensul bucuriei spirituale, întrucât Majestatea Sa, dincolo de vocația de monarh, a manifestat o vocație spirituală, un fel de isihasm etic și moral. Prin urmare, sintagma care s-ar potrivi cel mai bine Regelui Mihai ar fi: o țară pierdută, o iubire câștigată.

martedì 5 dicembre 2017

Dal mio eremo dedicato a San Crispino patrono dei calzolai in località non expedit -Santo Nicola ed Ario eresiarca


 

san Nicola schiaffeggia Ario sul viso. Frammento di un'icona del XVII secolo

  le antiche beatitudini datate ai primi anni del secolo VIII:
Ario fu colpito al cuore
 dalla tua voce erudita
 ed Eunomio fu catturato
 nelle tue reti teologiche.
Tu hai pienamente predicato
 la Trinità senza origine –
 Padre, Figlio e Spirito
 uno in essenza –
e per questo hai condannato
 al profondo silenzio
 coloro che equiparano
 il Creatore alla creazione.

 http://www.ortodossiatorino.net/DocumentiSezDoc.php?cat_id=29&id=4627

lunedì 4 dicembre 2017

LA TEMPESTA – IL DISCORSO DELL’EREMITA, Kahlil Gibran"ho cercato la solitudine perché mi sono stancato di rendere omaggio alle moltitudini che credono che l’umiltà sia una sorta di debolezza, e la compassione una specie di viltà, e lo snobismo una forma di forza."


 Risultati immagini per foto sul discorso dell'eremita

L’emita Yusif El Fakhri interrogato sul perché per venerare Dio, avesse abbandonato il mondo, i suoi piaceri e la sua abbondanza, così risponde:

«Avrei potuto venerare Dio continuando a vivere tra le Sue creature, perché la venerazione non richiede necessariamente la solitudine. Non ho lasciato la gente per vedere Dio, poiché L’ho sempre visto alla casa di mio padre e di mia madre. Ho abbandonato la gente perché la loro natura contrastava con la mia, ed i loro sogni non corrispondevano ai miei… Ho lasciato gli uomini perché ho scoperto che la ruota della mia anima girava in una direzione e strideva aspramente contro le ruote di altre anime che giravano in direzione opposta. Ho lasciato la civiltà perché ho scoperto che è come un vecchio albero marcio, forte e terribile, le cui radici sono serrate nell’oscurità della terra e i cui rami si protendono al di là delle nuvole; ma i suoi fiori sono l’avidità, il male e il crimine, e i suoi frutti la sofferenza, la miseria e la paura. Chi ha cercato d’infondere in essa il bene e di modificarne la natura non è riuscita nel suo intento. È morto deluso, perseguitato e tormentato».

Yusif si chinò verso il caminetto, come se attendesse di vedere che impressione avevano fatto le sue parole nel mio cuore.
Pensai fosse meglio limitarmi ad ascoltare, ed egli continuò:

«No, non ho cercato la solitudine per pregare e per vivere da eremita…poiché la preghiera, che è il canto del cuore, giunge alle orecchie di Dio anche se confusa in mezzo alle grida e ai lamenti di migliaia di voci. Vivere da recluso vuol dire torturare il corpo e l’anima e mortificarne le inclinazioni, è un tipo di esistenza che mi ripugna, poiché Dio ha edificato i corpi come templi dello spirito, ed è nostro compito cercar di meritare e di conservare la fiducia che Dio ha riposto in noi.
No, fratello mio, non ho cercato la solitudine per motivi religiosi, ma unicamente per evitare le persone e le loro leggi, i loro insegnamenti e le loro tradizioni, le loro idee, il loro chiasso e i loro lamenti. Ho cercato la solitudine per non vedere i volti di uomini che si vendono e comprano allo stesso prezzo cose che sono spiritualmente e materialmente inferiori a loro.
Ho cercato la solitudine per non incontrare quelle donne che camminano con alterigia, con mille sorrisi sulle labbra, mentre in fondo ai loro mille cuori non c’è che un unico fine.
Ho cercato la solitudine per nascondermi dagli individui compiaciuti di sé che, nei loro sogni, vedono lo spettro della conoscenza e credono di aver raggiunto il loro scopo.
Sono fuggito dalla società per evitare coloro che, al loro risveglio, vedono soltanto il fantasma della verità, e gridano al mondo di aver acquisito totalmente l’essenza della verità stessa.
Ho abbandonato il mondo e ho cercato la solitudine perché mi sono stancato di rendere omaggio alle moltitudini che credono che l’umiltà sia una sorta di debolezza, e la compassione una specie di viltà, e lo snobismo una forma di forza.

Sono scappato via da coloro che aspirano a cariche pubbliche, che danneggiano la sorte terrena della gente gettandogli polvere d’oro negli occhi e riempiendogli le orecchie con discorsi senza senso.
Mi sono allontanato dai sacerdoti che non vivono conformemente a ciò che dicono nei loro sermoni, e che pretendono dagli altri ciò che non chiedono a loro stessi.
Ho cercato la solitudine perché non ho mai ottenuto gentilezza da un essere umano senza pagarne l’intero prezzo col mio cuore.
Ho cercato la solitudine perché detesto quella grande e terribile istituzione che la gente chiama civiltà, quella simmetrica mostruosità innalzata sulla perpetua disgrazia delle razze umane.
Ho cercato la solitudine perché in essa lo spirito, il cuore e il corpo possono trovare pienezza di vita. Ho trovato le praterie sconfinate dove riposa la luce del sole, dove i fiori esalano il loro profumo nello spazio e dove i ruscelli cantano durante la loro corsa verso il mare. Ho scoperto le montagne su cui ho trovato il fresco risveglio della Primavera, la brama piena di colore dell’Estate, i profondi canti dell’Autunno e lo stupendo mistero dell’Inverno. Sono venuto in questo remoto angolo del dominio divino perché desideravo ardentemente di conoscere i segreti dell’Universo e avvicinarmi al trono di Dio"


 https://unaletteraduefoto.wordpress.com/2013/09/17/la-tempesta-il-discorso-delleremita-kahlil-gibran/


sabato 2 dicembre 2017

Meditazione del Padre Arsenio di Brindisi vicario di Puglia Dal mio Archivio 2012-Domenica XIV di Luca

 
 
 
 
DOMENICA XIV DI LUCA~02 DICEMBRE 2012 
Carissimi,nel giorno santo,giorno del Signore Risorto noi tutti ci raduniamo in sacra assemblea per diventare uditori del Vangelo e gustare il banchetto di salvezza offertoci dallo stesso Signore,il quale si fa cibo per noi. Oggi la Parola di Dio ci trasmette un messaggio di grande utilità spirituale adattandosi bene per il tempo cristiano che stiamo vivendo preparandoci spiritualmente ad adorare nella fede l'immagine perfetta del Padre:il Cristo tenero bambino (come canta la Chiesa: Δι' ημάς γαρ εγεννήθη, παιδίον νέον, ο προ αιώνων Θεός) deposto nella mangiatoia. Un tema che mi sembra unificante tra l'Epistola di Paolo e il brano di Luca é il riferimento alla nostra iniziazione cristiana. Mi spiego subito:quandi noi abbiamo ricevuto i Santi Misteri (Sacramenti)del Battesimo,della Cresima e dell'Eucarestia é avvenuto in noi,attraverso la Fede, il miracolo! Quello stesso miracolo che quel povero cieco di Gerico ha chiesto con fede a Gesù:liberarlo dal potere delle tenebre ovvero il peccato e la forza che esso ha noi, per restituirgli la luce degli occhi e vedere il Signore!
La non visione e il vedere. Le tenebre e la luce sono realtà simboliche le quali si riferiscono strettamente alla nostra interiorità,si riferiscono a quella che chiamiamo vita spirituale! Benché fino ad una certa età i nostri occhi resistano,poi hanno bisogno di cure;forse trascuriamo gli occhi interiori,li trascuriamo da non essere sensibili e attenti al Signore che ci chiama,vuole parlarci,vuole intrattenersi con noi. Pur vedendo non riusciamo a incontrare Gesù,a riconsocerlo,ad ascoltare la sua parola per essere aiutati,confortati da Lui in questo nostro cammino di fede. Ascoltare Lui e vedere Lui questi sono i due primari verbi della Fede. Per poter vedere e ascoltare abbiamo bisogno di sensi nuovi non quelli carnali o meglio sensi carnali trasfigurati dall'Acqua e dallo Spirito Santo nel momento del nostro Battesimo. Allora qui é necessario porsi una domanda fondamentale:sono cosciente del dono grande del Battesimo e dei suoi effetti in me? Vivo pienamente il mio Battesimo? Faccio esperienza con la mia vita dei sensi nuovi non più schiavi del peccato? Purtroppo in noi ci sono forze,attrattive,distrazioni,vanità che il mondo con la sua mondanità o secolarizzazione tentano di soffocare o peggio ancora far morire quella luce che é in noi:la luce della Fede! É in questa situazione così preoccupante che se al più piccolo allarme di un malessere fisico ricorriamo ai dottori,quanto più dovremmo seriamente allarmarci perché siamo tutti malati dentro! Ci vuole tanta umiltà per riconoscere che sono malato. Siamo ciechi perchè non sappiamo guardare il nostro cuore e non abbiamo voglia di curarci e guarire. La Chiesa é l'ospedale,Cristo stesso é il medico,le medicine sono la confessione (che non é un optional),la Comunione ai vivificanti Misteri del Corpo e Sangue di Cristo,il digiuno e la preghiera come quella del cieco:Signore Gesù,Figlio di Dio,abbi misericordia di me peccatore. Solo così vivremo con umiltà e coerenza quel Battesimo che abbiamo ricevuto e che ci ha resi nuovi,ricreati per una seconda volta in Cristo Risorto.Amin.


giovedì 30 novembre 2017

Poesia La Paura "per riportare la nostra luce" di Liliana Petcu .traduzione in italiano di Tudor Petcu


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La paura



La paura ha toccato leggermente la nostra fronte oggi 

E il dito ghiacciato lo sorpassò 

sulla sottile preghiera scavata tra le sopracciglia 

dal livido che il suo corpo ha trafitto 

la nostra testa ci sta aspettando 


le parole sulle sue labbra si fermarono 

e il cuore ci batte con forza 

nel tentativo di resistere nel tempo. 

Le speranze sono state scomposte in questo modo 

desideri per noi 

di quelli che hanno preso il potere da soli 

dalla paura di addormentarsi nel bisogno, 

niente sembra aiutarci più 

né lo spazzolino ha senso 

la ruota non sembra girare più 

come la paura di andare di nuovo. 

Trasforma l'illusione una volta perso 

trasforma la tua preghiera in mezzo a noi 

insegnaci a trovare la nostra forza 

per riportare la nostra luce.




Liliana Petcu, laureata in lettere presso l'Università Babeș-Bolyai di Cluj-Napoca, Romania, con un master in comunicazione presso la Facoltà di Giornalismo di Bucarest, profesoressa, poetessa e pubblicista, ha pubblicato quatro libri di poesia essendo presente allo stesso tempo nelle numerosi antologie lettararie pubblicate in Romania.