domenica 28 novembre 2021

Mario Pintacuda · E SE NON FINISSE MAI? domenica. 28 Novembre 2021





Sul “Corriere della Sera” di oggi, Antonio Scurati scrive un articolo tanto interessante quanto preoccupante. Si intitola “E se non dovesse mai finire? Il dovere di immaginare un futuro” e fa riferimento al sempre più inquietante scenario della pandemia.

Scurati fin dall’inizio mette in risalto la situazione attuale: «E se non dovesse mai finire? Abbiamo a lungo evitato di dare voce a questa nostra paura impronunciabile. Ammoniti a non farlo da un senso di responsabilità misto a scaramantiche proibizioni, abbiamo taciuto. Forse, però, è giunto il momento di confessare: non è forse vero che, mentre entra il terzo inverno di pandemia, si fa strada in noi il pensiero di un inverno senza fine? Lo sbarco in Europa della variante sudafricana non soltanto alimenta la paura di un inverno pandemico senza fine, forse ne giustifica anche il timore sul piano della previsione razionale. Forse, giunti a questo punto, la coraggiosa speranza in una rapida uscita dalla crisi rischia di ribaltarsi in un superstizioso scongiuro».

Come dare torto a Scurati? L’ennesima variante, la Omicron (ma i Greci non avrebbero potuto inventare un alfabeto con meno lettere?) è inevitabilmente già sbarcata nel nostro Paese; il mondo è globalizzato, tutto arriva da un continente all’altro in tempo tristemente reale. E questa nuova variante preoccupa particolarmente per il timore che possa aggirare tutti i vaccini finora disponibili, alla faccia di tutte le dosi già inoculate.

Scurati non nasconde la triste realtà: «è necessario attrezzarci con modelli di pensiero che contemplino l’ipotesi peggiore, quella di un’emergenza sanitaria globale che, attraversata una soglia critica, diventi cronica. È possibile che mi sbagli ma, in tutta coscienza, ritengo giusto e doveroso tenere lo sguardo fisso sull’abisso che ci si è spalancato sotto i piedi».

L’articolista ripercorre i mesi della lunga pandemia: e osserva acutamente che «lo schema culturale che ha prevalso nelle interpretazioni e commenti sulla pandemia a partire dal marzo del 2020 è stato quello dei cicli di morte e rinascita». 

In altre parole, all’inizio eravamo tutti convinti che si trattasse di un “momento di tenebra”, di una nottata che - Eduardo De Filippo docet - doveva prima o poi passare; dopo il cupo inverno, si poteva e si doveva sperare nell’arrivo della primavera. In particolare, questo sbocco positivo sembrava assicurato dall’arrivo dei vaccini. 

Ma ora non è più così: «Ora che la quarta ondata già sommerge buona parte dell’Europa, e che un volo atterrato ad Amsterdam dal Sudafrica con 61 positivi su 600 passeggeri ne annuncia una quinta, forse è prossimo il momento in cui smetteremo di contarle. Ora che la variante Omicron provoca una crescita vertiginosa dei contagi (e minaccia di poter aggirare i vaccini esistenti), forse faremmo bene ad attrezzarci per un lungo viaggio, un viaggio attraverso una terra che non conosca più l’alternarsi d’inverno e primavera ma soltanto un autunno perenne. Un viaggio con destinazione sconosciuta».

Insomma, dovremmo cambiare testa, abitudini mentali, prospettive e consuetudini. L’emergenza si cronicizza, la pandemia diventa endemica, il provvisorio tende a diventare definitivo. 

Del resto, a fugare il dubbio che si tratti di “farneticazioni apocalittiche”, Scurati fa due altri esempi di emergenze divenute croniche: da un lato quella ambientale e climatica, dall’altro quella legata alle migrazioni. Conseguentemente, «bisogna riconoscere i nostri fallimenti, le nostre sconfitte, la nostra impotenza».

È quindi possibile, nella peggiore delle ipotesi, che anche il problema sanitario, privo di una soluzione definitiva, diventi cronico. 

In tal caso, Scurati arriva anche a ipotizzare conseguenze politiche, come il riemergere delle tendenze populiste e sovraniste (che potrebbero rialzare la cresta, invocando «la blindatura autoimmune nei confronti di un mondo globalizzato che ci invade con le sue varianti»); ipotizza poi anche un’altra conseguenza, cioè che «la fiducia nelle virtù civiche (mascherine, distanziamento, riduzione domestica dei consumi energetici, apertura all’altro da noi etc.) dovrà cedere il passo alla speranza nella soluzione scientifico-tecnologica delle emergenze».

L’articolista chiude così: «Le conseguenze del cronicizzarsi delle emergenze planetarie sarebbero molto altre. Non ho né lo spazio né le capacità per immaginarle. Forse, però, sarebbe il caso che cominciassimo a farlo tutti insieme, consapevoli che un’epoca è finita, un’altra è cominciata, e che ci preparassimo ad affrontarla con spirito di adattamento a livello di specie, non con la rassegnazione di milioni, miliardi d’individui malinconici, rabbiosi e solitari”.

Adattarsi. Convivere con il problema. Voltare pagina rispetto a un passato che rischia di non tornare più. Acquisire la triste consapevolezza di essere entrati in una fase nuova e inedita, forse addirittura in una nuova era. Con il rischio (ahimè concreto) di trasformare il mondo in una comunità composta da “miliardi d’individui malinconici, rabbiosi e solitari”.

Al desolato e desolante articolo di Scurati, di fronte alle ultime preoccupanti notizie sulla nuova variante, che cosa si può aggiungere? Non certo un appiattimento sulle superficiali posizioni dei no-vax, che forse proprio con il loro ostinato rifiuto hanno impedito di raggiungere quella “immunità di gregge” che avrebbe ridotto al minimo gli spazi per la diffusione di nuovi virus: infatti, come dice la scienza, la scienza vera (non quella trovata su internet nei siti fai-da-te), le varianti nascono e si moltiplicano laddove il virus è ancora presente e riesce a diffondersi. Si dovrebbe anzi, ora più che mai, rivolgere a tutti il caparbio invito a fidarsi sempre e comunque della scienza, seguendo le indicazioni delle autorità sanitarie. E l'Occidente dovrebbe imparare una volta per tutte che i Paesi meno sviluppati devono essere assolutamente aiutati a fronteggiare l'emergenza sanitaria, mentre è folle e autolesionista abbandonarli a se stessi.

Vedremo. Nel frattempo c’è il concreto timore che la convinzione dissennata che “tutto sia finito” conduca a una sottovalutazione dei nuovi pericoli; e, tanto per fare un esempio, vedevo ieri sera, nelle vie della “movida” palermitana, i locali alla moda ultra-affollati di giovani stipati all’inverosimile, senza mascherine, con un distanziamento che nessuno fa rispettare e a cui nessuno pensa più. 

Per di più si avvicina Natale, con la frenesia dello shopping, con le riunioni familiari, con le feste e i veglioni. Tutto sembra uguale a sempre, tutto è come eravamo abituati. Ma forse non è più così, almeno non lo è in questo momento; e chissà quando e se lo sarà più. 

Noi, comunque, l’albero di Natale prepariamolo; nella speranza che ci porti fortuna. Non dobbiamo affondare nel pessimismo paralizzante, ci mancherebbe altro; però non eccediamo nell’euforia immotivata. La “giusta misura” degli antichi, la “metriòtes” dei greci, l’“aurea mediocritas” continua ad essere una saggia indicazione di vita. E dunque navighiamo a vista, nella speranza tenace di avvistare un giorno l’approdo in un porto sicuro o, per lo meno, di non dover affondare mai. 

Nel frattempo, attenzione alla rotta: non siamo ancora arrivati.

sabato 27 novembre 2021

Ed io nel 2022. concordo con la riflessione 2015 del mio caro amico Vincenzo Guzzo

Ed io nel 2022. concordo con la riflessione 2015 del mio caro amico Vincenzo Guzzo: Dopo sette anni sono arrivato alla medesima meditazione.


Vincenzo Guzzo 24 Novembre 2015 

domenica 14 novembre 2021

Che cos’è l’Imperativo categorico kantiano? Prof FRANCESCO DIPALO


L'imperativo categorico di Kant



Proviamo a mettere al posto di “Imperativo categorico” l’espressione “voce della coscienza”. Hai presente quando, messo di fronte ad una determinata situazione, senti che non puoi non agire se non in una determinata maniera? E questo al di là di ogni interesse personale e tenendo a freno l’istinto del momento che, per esempio, ti istigherebbe a girare la testa da un’altra parte… Sai che non potresti mai perdonartelo. Lo sai e basta. Se solo ti fermassi un attimo a pensarci, magari, troveresti anche una giustificazione razionale a questo tuo sentire, tale da poter essere assolutamente condivisa con tutti (cioè da poter essere resa “universale”). Ti sarà capitato, qualche volta… Un ragazzo che viene bullizzato, una compagna di classe che viene ingiustamente rimproverata. Non so, prova a fare tu l’esempio che ti sembra più idoneo. Senti che è ingiusto e basta. Ed è ingiusto perché offende l’umanità che è in te, non il tuo piccolo io, ma qualcosa di più grande e profondo. E immediatamente ti rendi anche conto che, se quel comportamento dovesse essere elevato a norma generale, ebbene, avremmo un’umanità ancora più infelice, ancora più meschina, ecc. Ecco, questa è la radice dell’imperativo categorico. Nessun calcolo opportunistico, nessun utile in vista. Ti spinge ad una determinata condotta e basta, anche se poi, magari, il tuo agire non dovesse mostrarsi all’altezza della situazione o dovesse rivelarsi, purtroppo, inconcludente. Sia come sia: è tuo dovere e basta. Hai presente quella sensazione di potersi addormentare tranquilli perché si sa di aver fatto quel che era giusto fare? Ecco. Considera un’altra cosa. L’imperativo categorico di Kant, a ben guardare, è l’istinto morale cristiano-luterano depurato di qualsivoglia contenuto religioso o fideistico (vecchia maniera), voce della coscienza, voce di Dio, e declinato secondo i crismi della Ragione illuministica. Vogliamo provare a muovergli una critica? A molti, forse, potrà “puzzare” ancora di “fideistico”, e la sua apparente laicità rivelarsi una fragile copertura. Non a caso, l’imperativo kantiano ha la stessa forma della legge fondamentale del cristianesimo (che, peraltro, è assolutamente razionale): “non fare agli altri quello che non vorresti fosse fatto a te”. Ovvero: “rispetta negli altri la stessa umanità che riscontri (o dovresti riscontrare) in te”. È chiaro? Ti dico anche qual è la differenza fondamentale tra l’imperativo categorico kantiano e la massima evangelica: il primo è espresso “autonomamente” dalla Ragione (ovvero la Ragione umana si dà da sé medesima – in greco autòs – la sua legge – in greco nòmos); il secondo, invece, è dettato in maniera “eteronoma” da Dio (èteros, “altro”, nòmos, legge”: legge posta, stabilita da qualcun altro, ovvero il divino). Ecco, l’imperativo categorico rappresenta il comandamento fondamentale di un Uomo diventato “maggiorenne”, di un Cristiano che, laicamente, osserva nella Legge di Dio la sua profonda, intrinseca “razionalità” e la riconosce come propria 

https://francescodipalo.wordpress.com/2021/11/14/che-cose-limperativo-categorico-kantiano/



sabato 13 novembre 2021

L'omelia che avrei voluto fare io -'Morire per un vaccino' – Il racconto di Stefano Massini




Stefano Massini nel suo intervento in tv a Piazzapulita raggela il pubblico con la storia di una bambina di 9 anni annegata cercando di guadare il fiume Rio Grande al confine fra Messico e Stati Uniti: sono decine ormai i migranti morti nel tentativo di raggiungere gli USA dove sperano di essere vaccinati contro il Covid, che in Messico ha segnato nei decessi cifre da capogiro.


https://www.la7.it/piazzapulita/video/morire-per-un-vaccino-il-racconto-di-stefano-massini-12-11-2021-408079



domenica 7 novembre 2021

Il filosofo Morizot: "Vi spiego perché alberi e lupi sono nostri parenti. Io ci ho parlato"





https://www.repubblica.it/esteri/2021/10/27/news/continental_breakfast_lena_el_pais_il_filosofo_morizot_alberi_e_lupi_sono_nostri_parenti_-323807210/


Baptiste Morizot (Draguignan, Francia, 38 anni) è un filosofo con i piedi per terra. In questo senso, dice di seguire il precetto del filosofo americano John Dewey, uno dei principali esponenti del pragmatismo, il quale sosteneva che la filosofia avrebbe ritrovato il suo posto nella società il giorno in cui avesse smesso di interessarsi ai problemi dei filosofi e si fosse finalmente interessata ai problemi degli uomini.


Morizot, professore a Aix-en-Provence e autore di Manières d'être vivant, si interessa di uomini e animali. E anche di alberi. I suoi libri sono un misto di pensiero e di reportage: filosofeggia in movimento e sul campo. Se la filosofia è una ricerca, a lui lo ha portato in campagna e in montagna, ad avvicinarsi ai lupi, a studiarli e a cercare di stabilire un contatto con loro. Come se fossero extraterrestri. O fratelli.



Che cosa dice ai lupi quando gli parla, o ulula con loro, e loro che le dicono?

"Io sono qui, dove siete voi, incontriamoci di nuovo, facciamo branco".


È questo che le dicono?

"È quello che dicono ed è qualcosa che sentono in quello che dico a loro. Si dicono: 'È strano, c'è una specie di creatura che parla, a quanto pare, la nostra stessa lingua, ma con un accento atroce'".


Un accento barbaro.

"Sì, ho l'impressione di essere il barbaro per quell’animale selvatico. Vale a dire, una creatura che sembra parlare la stessa lingua, ma non si sa se sono borborigmi o se è davvero una lingua. Immagino che recepisca così i suoni che emetto e, da questa prospettiva, risponde".


Che cosa prova in quei momenti, quando parla con loro e loro rispondono?

"Un'emozione particolare. La memoria della nostra comune ascendenza. È la tesi darwiniana formulata nel 1859, scientificamente stabilita e vera come quella che la Terra è rotonda: noi condividiamo un'ascendenza comune con tutte le forme di vita, da questi alberi ai fiori, ai lupi. La possibilità di comunicare con forme di vita così lontane ci ricorda la nostra comune ascendenza con il mondo dei mammiferi. Il lupo è affascinante nella cultura occidentale, genera un potente effetto specchio per gli umani. È un animale familiare che educa i suoi piccoli, collabora collettivamente per cacciare, è territoriale, allo stesso tempo conflittuale e capace di fare la pace... L'immagine che ci restituisce fa capire che non veniamo da un mondo diverso dal suo".


Li definisce alieni familiari...

"Queste forme di vita, come questi alberi, sono nostri parenti. Condividiamo milioni di anni di evoluzione. Condividiamo attitudini fisiologiche comuni, una genetica comune, un rapporto in qualche modo comune con l'esistenza: gli alberi, in un senso particolare, respirano; i mammiferi respirano in un altro senso. Allo stesso tempo, a causa della divergenza nell'evoluzione, queste forme di vita sono aliene [aliens]. Uso questa parola per qualificare un'alterità radicale alla quale non abbiamo accesso, come se provenisse da un altro mondo".


A quale scopo comunicare con alieni o, in questo caso, con esseri viventi?

"Il nostro posto nell'universo era visto come la sovranità assoluta dell'unico essere capace di comunicare e pensare in un mondo composto di materia o di creature selvagge governate meccanicamente dai loro istinti. Questa idea è falsa: siamo esseri viventi tra viventi, certamente con facoltà originali, facoltà simboliche senza paragone, ma interdipendenti con tutte le forme di vita con cui ci siamo evoluti allo stesso tempo, dagli impollinatori in agricoltura, alla fauna terrestre, alle foreste. Ora, non credo che viviamo in una relazione spontaneamente armoniosa con una madre natura benevola: non vedo benevolenza nei vivi. Più che un sovrano assoluto o un romantico ingenuo, immagino l’essere umano come un diplomatico che negozia un modus vivendi con altre forme di vita per rendere possibile la coabitazione in un mondo complicato".


Lei parla di diplomazia e negoziazione, ma l'essere umano non è già assolutamente dominante?

"L'evoluzione ci ha dotato di facoltà che ci permettono, attraverso la tecnologia e la pianificazione, di prosperare a spese di altre specie. Ma se si guarda alla realtà della biosfera, si può dire che i virus e i batteri hanno una maggiore antichità, longevità e resilienza di quanto noi avremo mai. E sebbene le nostre facoltà ci permettano di prendere il controllo di un certo numero di ecosistemi, oggi vediamo bene che un dominio che ignora le interdipendenze con altre forme di vita è un dominio destinato a scomparire, perché distrugge gli ecosistemi necessari alla nostra esistenza".


Se, come lei scrive, l’essere umano ha operato una “secessione” rispetto alla natura, la soluzione è tornare indietro? E dove?

"Dobbiamo inventare nuovi modi di relazionarci con il resto del mondo vivente. Più in sintonia e con maggiore deferenza. Possiamo trarre ispirazione da forme sociali o culturali che ancora popolano la Terra e mantenere relazioni più sostenibili e desiderabili con ciò che vive. Non si tratta di tornare indietro, ma di inventare collettivamente le forme sociali auspicabili per il XXI secolo".


È deferente la natura? E i lupi?

"No, ma non importa. Non si tratta di imitare la natura come se fosse buona e migliore di noi. Questi immaginari sono arcaici, non li condivido. Sottolineo solo che abbiamo creduto di poter agire sulla Terra come se fossimo soli: questo ha dato origine a forme economiche e industriali che distruggono le condizioni di abitabilità del pianeta. Questa distruzione oggi ci fa rendere conto che siamo interdipendenti. Ma dobbiamo evitare due pericoli. Il primo è considerare che non dobbiamo alcuna deferenza alle altre forme di vita perché non sono altro che materia. Il secondo è considerare che sono da prendere come persone con un valore assoluto e sacro. Per me, non avrebbe senso estendere il diritto umano alle api o agli alberi".


Non stiamo andando verso l'apocalisse?

"La situazione è grave, è evidente che stiamo indebolendo una serie di ecosistemi e che siamo all'origine della scomparsa di intere specie, ma questo non equivale a parlare di un collasso apocalittico della vita. C'è qualcosa della megalomania umana nel credere che siamo capaci di distruggere la vita sulla Terra".

(Copyright El País/Lena-Leading European Newspaper Alliance. Traduzione di Luis E. Moriones)

venerdì 5 novembre 2021

A Living Sacrifice- dal sito della. Companions on theWay - tradizione Anglicana -


testo in lingua inglese

https://www.companionsontheway.com/post/a-living-sacrifice?fbclid=IwAR2-jqWAvP_H1v89XTdy7oaC7UeytlZbZwD8p-ZoY6l5J5LqR0hCyR1pI6k



Tentativo di traduzione in Italiano (traduzione di fatto come interpretazione )


Un sacrificio vivente


Mentre si  lotta per  crescere ed  impegnarsi in un modo di vivere che promuova l'abbondanza per tutti , la pace, la giustizia e il rispetto per tutta la vita, siamo incoraggiati  ma anche  interrogati  dall'interno della nostra tradizione. Le nostre letture di questa settimana (1 Re 17:8-16; Salmo 146; Ebrei 9:23-28; e Marco 12:38-44), come spesso accade, ci portano in momenti di tensione e paradosso interiore . Da un lato abbiamo la lettera degli Ebrei che ci ricorda che Gesù, il nostro grande sommo sacerdote, ha compiuto l'estremo sacrificio una volta per tutte per noi come espressione di amore senza limiti. E poi abbiamo questa storia familiare dai Vangeli sull'obolo della vedova e il sacrificio a cui siamo chiamati come discepoli sulla Via.


Pensiamo di conoscere bene la storia della vedova perché l'abbiamo imparata alla Scuola Domenicale e perché probabilmente abbiamo ascoltato molti sermoni o appelli per le donazioni usando questa Scrittura. Questa vedova è additata come l'esempio di come ognuno di noi può essere generoso per Dio e di come Dio può usare questa generosità per promuovere il regno. E penso che questo sia abbastanza vero: lei è un meraviglioso esempio di generosità e fedeltà che sono sicuro che Dio può usare per i suoi buoni propositi. Ma penso anche che stia succedendo anche qualcosa di più specifico  e sovversivo.

In primo luogo, come indica la nostra storia dell'Antico Testamento, Gesù non predica dal vuoto, ma da una lunga e consolidata tradizione di storie di vedove e altre donne sterili. Le donne non compaiono molto spesso nell'Antico, o anche nel Nuovo, Testamento. E anche quando lo fanno spesso non hanno nomi personali. Quindi, quando appaiono, puoi essere certo che l'autore sta per sottolineare un punto importante di solito sul fatto che Dio è così potente e gli scopi di Dio sono così importanti che possono essere raggiunti  attraverso il ruolo delle donne! In effetti c'è un certo senso che quanto più agli ultimi posti della scala sociale  è l'attore umano,(come le donne in Israele)  tanto più gloria va a Dio. C'è anche il tema correlato che umili persone  fedeli, maschi e donne, possono essere usati per realizzare gli scopi di Dio. Le teologie più contemporanee sottolineerebbero che l'umanità e Dio sono co-creatori del regno. Quindi la nostra storia questa settimana della vedova fedele che condivide il suo ultimo pasto con il profeta e quindi svolge la sua parte in Dio portando giudizio e rinnovamento alla terra è uno sfondo importante per la storia del Vangelo.In secondo luogo, Gesù ha fatto molti commenti sull'arroganza, l'ipocrisia e con le letture di questa settimana annuncia la completa corruzione di coloro che gestiscono il tempio. Marco e gli altri evangelisti, in particolare Matteo, sembrano vedere la distruzione del tempio nel 70 dC come un giudizio di Dio in quanto il tempio era così corrotto da dover essere distrutto. Quindi Gesù non sta solo facendo un forte contrasto tra gli scribi e la vedova ma anche, credo, dicendo che la sorte della vedova è dura quanto lo è a causa dell'ingiustizia e dell'ipocrisia degli scribi e degli uomini religiosi!Doubly damming. Dobbiamo solo pensare a come le nazioni più ricche hanno contribuito in modo sproporzionato e negativo a ciò che ha portato al cambiamento climatico, mentre sono le molte delle nazioni più povere a sopportare l'impatto peggiore. Siamo moderni scribi e farisei in tanti modi. E in terzo luogo, e in modo polemico e duro , Gesù sembra sostenere la generosità sacrificale della vedova come modello di vita da discepolato «... ma lei nella sua povertà ha messo dentro tutto ciò che aveva, tutto ciò che aveva per vivere». Questo è un dono sacrificale e fa parte dell'essere un popolo che segue Gesù e non semplicemente lo adora Molti di noi partecipano al culto tradizionale e ogni settimana molti di noi pregano prima di partire “...mandaci come sacrificio vivente”. Ma cosa significa veramente e se crediamo che l'offerta d'amore di se stesso, il sacrificio di Gesù, fosse una volta per tutte, allora perché siamo incoraggiati a vivere e ad amare in modo sacrificale.? Ecco il Santo paradossale quesito. Quindi mi chiedo per me, per ciascuno di noi come individui e come corpo di Cristo cosa significa essere un sacrificio vivente. Non credo di avere la risposta definitiva ma solo tre pensieri che vorrei condividere con voi.In primo luogo che come cristiani crediamo che la vita, morte e risurrezione di Gesù abbia creato una via vivente tra noi e Dio: che siamo giustificati o salvati o resi vivi più pienamente mediante la fede e la relazione con il divino e non mediante le nostre buone opere o sacrifici. Eppure Gesù stesso ha detto che dovevamo prendere la nostra croce e seguirla. Gesù può essere morto come uno di noi e per noi, ma è un processo in cui anche noi dobbiamo entrare profondamente. Dobbiamo essere iniziati a un tale amore che si dona, che il sacrificio non è un prezzo per la salvezza, ma un'espressione di amore, come lo fu per Gesù. Questo è fondamentale per la nostra comprensione della vita in cui siamo chiamati In secondo luogo che siamo chiamati ad essere sacrifici viventi, cioè pienamente vivi e attratti dalla vita abbondante di grazia . La partecipazione alla vita del divino è portare i frutti dello spirito nelle nostre vite, inclusi amore, gioia, pace, tolleranza, gentilezza, bontà, fedeltà, gentilezza e autocontrollo. Lo scopo dell'amore che si dona non è la morte, ma la vita senza limiti.E in terzo luogo, e per chi vuole seguire Gesù non c'è modo di evitarlo, che siamo chiamati a una vita di vita sacrificale. Per alcuni questo include il sacrificio estremo della vita stessa, come per i martiri. Ma per tutto questo include una vita in cui cerchiamo di rinunciare e di rinunciare a tutto ciò che ci separa da Dio. Per la maggior parte questo include la donazione di ricchezze materiali per i bisogni del regno e dei nostri vicini: alla chiesa, alla carità, alla famiglia, ecc. per i bisogni di oggi e le speranze di domani. Ma per tutti noi la vita sacrificale include la rinuncia più costante e sottile a ciò che ci mantiene piccoli, ansiosi e distratti da Dio. Ogni giorno ci viene chiesto di rinunciare a idee su noi stessi e sugli altri troppo piccole o troppo grandiose.Credo che siamo chiamati a vivere pienamente, pieni di speranza, gioia, amore, perdono, gratitudine e pace godendo di tutto ciò che Dio ci ha dato nella creazione e nella famiglia umana. E pieno di tenera sollecitudine, di amorevole gentilezza – nei sentimenti e nelle azioni – per gli altri. E quel tipo di pienezza ci condurrà a vite che sono un sacrificio vivente. E così, vieni Signore Gesù Cristo, vieni.

Leonardo Boff: «Il problema è il capitalismo» ma i leader evitano di dirlo



Intervista al teologo della Liberazione. Bolsonaro? «Andrà avanti con la deforestazione mentendo al Brasile e al mondo, non ci sono dubbi». Come il sistema attuale condanna a morte il «grande povero» che è il pianeta devastato


"I leader mondiali hanno accuratamente evitato di toccare quello che è il vero problema: il capitalismo. Se non cambiamo il modello di produzione e di consumo, non fermeremo mai il riscaldamento globale, arrivando al 2030 con un aumento della temperatura oltre il grado e mezzo. Le conseguenze sono note: molte specie non riusciranno ad adattarsi e si estingueranno, si registreranno grandi catastrofi ambientali e milioni di rifugiati climatici, in fuga da terre non più coltivabili, oltrepasseranno i confini degli stati, per disperazione, scatenando conflitti politici. E con il riscaldamento verranno anche altri virus più pericolosi, con la possibile scomparsa di milioni di esseri umani. Già ora i climatologi affermano che non c’è più tempo. Con l’anidride carbonica che si è già accumulata nell’atmosfera, e che vi resterà per 100-120 anni, più il metano che è 80 volte più nocivo della CO2, gli eventi estremi saranno inevitabili. E la scienza e la tecnologia potranno attenuare gli effetti catastrofici, ma non evitarli."


******

Il sistema capitalista non offre le condizioni per operare mutamenti strutturali, cioè per sviluppare un altro paradigma di produzione più amichevole nei confronti della natura e in grado di superare la disuguaglianza sociale. La sua logica interna è sempre quella di garantire in primo luogo il profitto, sacrificando la natura e le vite umane. Da questo sistema non possiamo aspettarci nulla